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“Vicenza in Lirica – dialoghi barocchi” dal 26 agosto al 9 settembre

gbopera - Ven, 23/06/2017 - 18:39

La città di Vicenza ospiterà  dal 26 agosto al 9 di settembre il Festival internazionale “Vicenza in Lirica – dialoghi barocchi”, organizzato grazie al sostegno e patrocinio del Comune di Vicenza e all’ospitalità e al sostegno delle Gallerie d’Italia – Palazzo Leoni Montanari oltre al sostegno di numerosi sponsor privati particolarmente permeabili e sensibili al suo obiettivo.
Un format di festival lirico multidisciplinare che, abbinando diverse tipologie di corsi (alta formazione in canto lirico, perfezionamento e debutto per giovani artisti) a concerti, opere e conferenze, animerà attraverso la magica coesione tra suono, parola e gesto, alcuni tra i più importanti luoghi della città palladiana.
Tanto numerosi quanto prestigiosi saranno gli ospiti di questa quinta edizione che si aprirà sabato 26 agosto al Teatro Olimpico con un concerto del celebre baritono Leo Nucci, imperniato su alcune tra le più celebri arie del grande repertorio lirico verdiano ed al quale verrà consegnato il premio alla carriera “Vicenza in Lirica – Concetto Armonico” 2017.
Vi rimandiamo all’allegato  per il programma dettagliato della Manifestazione

 

Allegati
Categorie: Musica corale

A John Eliot Gardiner il Premio “Una vita nella musica” 2017

gbopera - Ven, 23/06/2017 - 11:28

Si sono concluse il 21 giugno 2017, al Teatro La Fenice, le rappresentazioni degli unici titoli della produzione operistica di Claudio Monteverdi, a noi pervenuti in forma pressoché completa – L’Orfeo, Il ritorno di Ulisse in patria e L’incoronazione di Poppea – proposti consecutivamente, in due tornate, a partire dal 16 giugno, sotto la direzione di uno specialista di questo repertorio, Sir John Eliot Gardiner, presente a Venezia, per l’unica tappa italiana del tour europeo, che sta effettuando insieme al Monteverdi Choir e agli English Baroque Soloists. L’occasione per un evento tanto eccezionale è costituita dal 450° anniversario della nascita del compositore cremonese, e rientra nel quadro delle celebrazioni da effettuarsi in base al progetto “Monteverdi 450”. Quello andato in scena alla Fenice è un nuovo prestigioso allestimento, che vede Eliot Gardiner responsabile anche della regia, insieme a Elsa Rooke. Le tre opere sono state allestite in una forma semiscenica, in base a precisi criteri criteri estetici, ben riassunti dallo stesso Gardiner: “Al contrario dell’opera settecentesca o romantica Monteverdi non richiede un coinvolgimento di particolari forze scenografiche o l’utilizzo di macchinerie teatrali. L’allestimento delle tre opere si concentrerà totalmente sull’aspetto drammatico suscitato dalla fusione della musica con il testo. Da questo punto di vista, l’orchestra partecipa al dramma in atto allo stesso modo dei cantanti-attori, disposti al centro della scena, circondati dagli strumenti di un’orchestra che per l’occasione abbandona la buca, all’interno della quale è abituata a suonare altri tipi di repertorio. Possiamo dire che il pubblico partecipa all’azione attraverso l’ascolto, ma senza dover necessariamente chiudere gli occhi, data la particolare disposizione dei cantanti e dell’orchestra. Non sappiamo con certezza come Monteverdi organizzasse la rappresentazione dei suoi lavori. Abbiamo piuttosto delle notizie relative alla prima esecuzione dell’Orfeo, avvenuta nel 1607 a Mantova, in uno spazio molto contenuto, non di certo in un teatro. Tutt’altro destino hanno avuto le opere successive, Il ritorno d’Ulisse in patria e L’incoronazione di Poppea, tenute entrambe a battesimo all’interno di un teatro di Venezia. Va però considerato che queste ultime due si distaccano dalla prima di quasi trentacinque anni. L’operazione che intendo affrontare con la mia orchestra al Teatro La Fenice è dunque qualcosa di molto vicino al pensiero di Monteverdi.”
Dunque, l’orchestra era visibile sulla scena, del resto “la buca”, come si sa, è un’invenzione wagneriana. Con i suoi numerosi e, forse per molti, pittoreschi strumenti d’epoca, era protagonista del dramma al pari dei cantanti-attori, in una perfetta fusione tra musica e testo. Purtroppo la difficoltà di ottenere accrediti-stampa – il teatro era sempre strapieno –, cui si sono uniti motivi personali, ci ha impedito di assistere a questa trilogia. Nondimeno ci permettiamo di affermare – sulla base di quanto abbiamo letto o ci è stato riferito direttamente – che l’apprezzamento è stato unanime, da parte del pubblico come della critica. Il che era assolutamente prevedibile, trattandosi di spettacoli affidati a uno specialista del calibro di Gardiner, profondo conoscitore dell’estetica barocca, maestro nel lavoro di cesello, ad evidenziare ogni particolare della musica, a sottolineare – cosa fondamentale nei melodrammi delle origini – ogni sfumatura del testo.
La presenza a Venezia di Sir John Eliot Gardiner è stata l’occasione per assegnare, il 20 giugno, al maestro inglese il premio Una vita nella musica, giunto ormai alla sua trentesima edizione. “La fortunata circostanza di assegnare a Sir John Eliot Gardiner il Premio Una vita nella musica, qui a Venezia, in concomitanza con l’attesa trilogia monteverdiana al Teatro La Fenice – si precisa all’inizio delle motivazioni del premio – dev’essere prima di tutto sgomberata dall’equivoco che il Maestro inglese sia un interprete ‘specializzato’ nella musica antica. In realtà, Gardiner attraversa da mezzo secolo la scena artistica internazionale in maniera del tutto originale, senza dogmi né pregiudizi, interpretando con lo stesso inestinguibile amore per il far musica lavori di ogni epoca e genere, dalla musica sacra all’opera, dal poema sinfonico alle grandi forme strumentali della musica assoluta”. Un doveroso omaggio a un’interprete, a uno studioso, che effettivamente – questo, in sintesi, il prosieguo delle motivazioni – è stato fin, negli anni Sessanta, uno dei protagonisti del movimento ‘Historically Informed Performance’, affrontando in base a un approccio rigoroso non solo il repertorio monteverdiano, ma anche quello bachiano, il che non ha affatto pregiudicato la sua possibilità di interpretare con sensualità, concretezza e drammaticità la musica di Berlioz e dei romantici, ma anche di avvicinarsi, per una sua spontanea predilezione, al teatro musicale, raggiungendo la massima espressione negli allestimenti delle opere di Mozart. Foto Michele Crosera

Categorie: Musica corale

George Gagnidze inaugura la stagione 2017 dell’Arena di Verona

gbopera - Ven, 23/06/2017 - 11:07

Questa sera, il baritono George Gagnidze inaugura la stagione 2017 dell’Arena di Verona nel ruolo del protagonista di Nabucco, in un nuovo allestimento di Arnaud Bernard sotto la direzione musicale di Daniel Oren, in una serie di tre recite che si concluderanno il 7 luglio 2017. Al suo fianco si esibiranno nei ruoli principali Tatiana Melnychenko (Abigaille), Stanislav Trofimov (Zaccaria), Walter Fraccaro (Ismaele) e Carmen Topciu (Fenena).
“Inaugurare una stagione di un festival importante come quello dell’Arena di Verona come protagonista è un’enorme responsabilità”, dice il baritono georgiano. “Ma conosco l’acustica dell’Arena e mi sento molto ben guidato dal Maestro Daniel Oren e dal regista Arnaud Bernard.” A proposito del ruolo che è chiamato ad interpretare, George Gagnidze afferma: “ Lo trovo molto congeniale alle mie corde vocali. Trovo molta soddisfazione ad interpretarlo, e posso affermare che sia uno dei miei ruoli preferiti.”
George Gagnidze torna all’Arena di Verona dopo il successo ottenuto nel 2011 nel ruolo di Giorgio Germont ne La traviata. Nato a Tbilisi in Georgia, dopo lo studio al conservatorio statale della sua città, debutta nel ruolo di Renato in Un ballo in maschera alla Paliashvili State Opera nel 1996. Dopo aver vinto il Concorso Voci Verdiane del 2005, è dai teatri tedeschi che spicca il volo la sua la carriera internazionale. È ospite frequente dei palcoscenici più importanti del mondo. Dopo questo Nabucco areniano, il baritono debutta al BBC Proms nel ruolo di Šakovlity in Kovanščina, canta Alfio in Cavalleria rusticana e Tonio in Pagliacci alla Staatsoper di Amburgo, Tonio in Pagliacci al Metropolitan Opera, Amonasro in Aida al Teatro alla Scala e al Teatro Real di Madrid, e debutta nel ruolo di Barnaba in La Gioconda alla Deutsche Oper di Berlino. Foto Dario Acosta

Categorie: Musica corale

Il Rossini Opera Festival 2017 al via il 10 agosto

gbopera - Mer, 21/06/2017 - 21:26

Sarà una forte impronta registica il tratto distintivo della XXXVIII edizione del Rossini Opera Festival, che si terrà dal 10 al 22 agosto 2017.
Inizieranno Carlus Padrissa e Lita Cabellut del celebre gruppo catalano La Fura dels Baus, debuttante a Pesaro, reduce dai successi nei maggiori teatri internazionali, che metterà in scena Le siège de Corinthe, prima opera francese di Rossini, proposta in prima esecuzione nel ricostruito testo originale (che include una ventina di minuti di musica in più), secondo l’edizione critica della Fondazione Rossini a cura di Damien Colas.
Sul podio una bacchetta illustre come quella di Roberto Abbado alla guida dell’Orchestra Sinfonica della Rai, all’esordio pesarese, e del Coro del Teatro Ventidio Basso. Nel cast, accanto a Nino Machaidze, debuttano al Rof Luca Pisaroni, John Irvin, Sergey Romanovsky e Carlo Cigni, cui si aggiungono giovani talenti formatisi negli ultimi anni all’Accademia Rossiniana quali Xabier Anduaga, Iurii Samoilov e Cecilia Molinari.
Seguirà il ritorno a Pesaro di Pier Luigi Pizzi, presenza storica della manifestazione, in una edizione scenicamente rielaborata de La pietra del paragone, un titolo che manca al Festival da ben quindici anni. Per l’occasione l’edizione critica realizzata nel 2002 da Patricia B. Brauner e Anders Wiklund è stata rivista e aggiornata in occasione della pubblicazione del volume che avverrà entro l’anno in corso.
Alla direzione un nome di spicco come Daniele Rustioni, sempre alla testa dell’Orchestra Sinfonica della Rai e del Coro del Teatro Ventidio Basso. Nella giovane e brillante compagnia di canto, nuova di zecca, debuttano Gianluca Margheri e William Corrò al fianco di ex-allievi dell’Accademia Rossinana ed ormai cantanti affermati come Aya Wakizono, Aurora Faggioli, Marina Monzó, Maxim Mironov, Davide Luciano e Paolo Bordogna.
Altro atteso ritorno quello di Mario Martone, che riprenderà, con un cast interamente rinnovato, Torvaldo e Dorliska, il fortunato spettacolo del 2006. Il giovane e lanciato Francesco Lanzillotta dirigerà l’Orchestra Sinfonica G. Rossini e il Coro del Teatro della Fortuna M. Agostini. Nei ruoli del titolo Dmitry Korchak e Salome Jicia, al loro fianco Nicola Alaimo, Carlo Lepore, Raffaella Lupinacci e Filippo Fontana.
Il Festival giovane con Il viaggio a Reims interpretato dagli allievi dell’Accademia Rossiniana “Alberto Zedda” e diretto da Michele Spotti, nonché un fitto programma di concerti (Luca Pisaroni; Margarita Gritskova; John Irvin, Sergey Romanovsky e Michael Spyres; Ildar Abdrazakov; Rossinimania), incontri e iniziative varie completeranno come sempre il cartellone, che si concluderà con lo Stabat Mater (con Daniele Rustioni sul podio di Orchestra Sinfonica della Rai e Coro del Teatro Ventidio Basso, solisti Salome Jicia, Enkelejda Shkoza, Dmitry Korchak e Erwin Schrott), anche videotrasmesso in diretta in Piazza del Popolo.

Categorie: Musica corale

Opera di Firenze: “La Traviata” nel cortile di Palazzo Pitti

gbopera - Mer, 21/06/2017 - 20:06

Opera di Firenze, Cortile di Palazzo Pitti – Stagione estiva 2017
LA TRAVIATA”
Melodramma in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave, dal romanzo “La dame aux camélias” di Alexandre Dumas.
Musica di Giuseppe Verdi
Violetta Valéry CLAUDIA PAVONE
Flora Bervoix ANA VICTÓRIA PITTS
Annina MARTA PLUDA
Alfredo Germont ALESSANDRO SCOTTO DI LUZIO
Giorgio Germont MARCELLO ROSIELLO
Gastone RIM PARK
Barone Douphol DARIO SHIKHMIRI
Marchese d’Obigny QIANMING DOU
Dottor Grenvil CHANYOUNG LEE
Giuseppe LEONARDO MELANI
Un domestico di Flora NICOLÒ AYROLDI
Un commissionario NICOLA LISANTI
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Sebastiano Rolli
Maestro del Coro Lorenzo Fratini
Regia Alfredo Corno
Scene Angelo Sala
Costumi Alfredo Corno, Angelo Sala
Luci Alessandro Tutini
Coreografia Lino Privitera
Allestimento del Maggio Musicale Fiorentino
Firenze, 18 giugno 2017
Aspettando la “trilogia popolare”, prevista al termine della prossima stagione lirica, riprendono le riprese de “La traviata” al Teatro 5 di Cinecittà. Tutto visto e tutto secondo copione, si sarebbe potuto pensare, invece la regia esordisce con la proiezione di un corteo funebre, che procede a marcia indietro, trasmettendo bene l’idea di quello svolgimento “a ritroso” a cui Verdi aveva pensato nella composizione del preludio. Maggiore è anche l’aderenza al clima decandente del dramma di Dumas, tangibile nella scena in cui due dame aiutano Violetta a liberarsi degli orpelli della festa. Quella a cui assistiamo è, infatti, una versione sagacemente riadattata dell’allestimento felliniano nato per la scorsa estate (si rimanda alla recensione di Filippo Bozzi  per maggiori dettagli), che ci sorprende con almeno una novità per atto. Nel secondo, ad esempio, la casa di campagna trova un nuovo sfondo, permettendo ad Alfredo di passeggiare nervosamente mentre all’interno si conclude il confronto tra soprano e baritono, l’avvento della morte è maggiormente incombente, così come più espliciti sono i rimandi al tema del denaro, vero mezzo di offesa e di annientamento. Le sorprese non mancano neppure alla festa a casa di Flora, che è un tripudio di nuovi movimenti coreografici, dove stavolta due personaggi corrono in sostegno della giovane, creando quel ponte tra il vorticoso universo di Fellini e la vicenda in atto che sfuggiva nella precedente messa in scena. Infine, sarà proprio la fontana del Carciofo, illuminata a regola d’arte, a costituire l’unico rimando al carnevale parigino.
Sotto i riflessi di un cielo stellato, non brillava di luce propria la Violetta di Claudia Pavone, sopraggiunta in locandina in seguito al forfait di Jessica Nuccio. Il giovane soprano (classe ’88) è in primis un’abile attrice, a dire il vero più a suo agio nei maliziosi atteggiamenti cortigiani che nei primi sintomi della tisi, tirata in ballo all’ultimo con discreto coinvolgimento emotivo. È però la voce ad essere poco versatile, perché la maggiore premura è quella di mantenere morbida la proiezione, alla luce di un registro grave che risuona naturale ma debole e di uno acuto da consolidare. Sfuggente sui tesi vocalizzi che conducono ai do del “Sempre libera”, la salita al mi rimane un obiettivo non centrato e numerose sono le apprensioni sui passi di coloratura, dove qualche nota le scappa di mano. Un po’ immaturo è anche il taglio lirico del secondo atto, perché il grazioso modo di porgere ed un pianissimo isolato sul “Dite alla giovane” non bastano a colmare il vuoto di un ventaglio cromatico troppo ristretto. Superato un “Amami, Alfredo” coinciso e dalla fonazione compatta, il soprano si esprime al meglio nei filati della romanza, di accresciuta ricchezza timbrica, ma si tratta di tessere a cui ancora manca il supporto di un quadro unitario. In ombra pure l’Alfredo di Alessandro Scotto di Luzio, dedito ad una linea di canto minimalista e disomogenea. Del resto la voce è piccola, perde di fibra sugli acuti e non è corredata da una solida tecnica emissiva, lasciandogli poco margine anche nel fraseggio. Sono pochi i momenti in cui il timbro trova colori più coinvolgenti ed il precario equilibrio del primo atto s’infrange nell’aria del secondo, dove l’impostazione vocale è all’indietro, i suoni si fanno più fissi ed il sostegno viene meno, perché tutta l’attenzione è rivolta alle temute puntature della cabaletta ed all’impreciso do conclusivo. Ne esce un personaggio monocorde e disinteressato, ma che si lascia apprezzare nell’inedito intervento dal fuori scena, amplificato dalle volte di palazzo Pitti. A confronto con i due interpreti principali, il perfettibile Germont di Marcello Rosiello è alla fine quello che ne esce meglio. Certo, la voce non è sempre ferma e qualche volta manca d’appoggio, molti assottigliamenti rasentano l’emissione nasale e su qualche nota di centro la proiezione è meno nitida; tuttavia il timbro è autorevole e capace d’introspezione, il che mette in risalto il cordoglio di certe frasi e lo induce a dissuadere con cognizione il soprano. Come su tutti i set che si ripettino, ciascuno dei ruoli secondari recitava la propria parte, a partire dai comprimari Qianming Dou (Marchese dal timbro netto e scuro), Marta Pluda (cordiale Annina) e Dario Shikhmiri (Barone intrepido e dall’emissione morbida), fino alle comparse di Nicola Lisanti (Commissionario in grado di fraseggiare con gusto), Chanyoung Lee (mesto Dottore) e Nicolò Ayroldi (risonante servitore di Flora). Meno convincenti i due tenori secondari, impersonati dal flebile e generico Gastone di Rim Park e dall’ingrigito Giuseppe di Leonardo Melani, mentre una menzione di merito va alla prova di Ana Victória Pitts, che fa della sua Flora una donna di grande presenza scenica, ben timbrata e vocalmente solida, sia nella scioltezza delle agilità che nella padronanza del contrappunto. A dispetto della calda serata fiorentina, Sebastiano Rolli opta per una direzione rapida e fresca, con qualche rallentamento più pronunciato nelle scene col coro di Lorenzo Fratini, impegnato in coreografie condotte con brio e professionalità, senza mai perdere di coesione o di precisione esecutiva. Sebbene alcuni scollamenti col palco siano difficilmente evitabili, il maestro si dimostra sensibile alle esigenze dei cantanti, mantenendo le intensità al di sotto del mezzo forte e cadendo giusto in qualche stretta strappa applauso di troppo, gradita ai turisti. Gli intenditori rimangono, forse, un po’ in credito di escursioni dinamiche più approfondite e di certo in teatro si sarebbe adottata ben altra scala di valutazione, ma tutto sommato Rolli sembra aver capito cosa significhi dirigere all’aperto e con un cast da non svantaggiare, il che è stato di fondamentale importanza per rendere più fruibile l’esecuzione. In risposta alla discontinuità della rappresentazione, quando a mezzanotte inoltrata si sono riaccese le luci, i pareri del pubblico sono stati discordanti: c’era chi propendeva per l’ovazione in favore della giovane protagonista e chi, invece, la poltrona l’aveva già abbandonata da tempo. Che dire, se l’obiettivo era quello di offrire delle recite di sostentamento, rivolte anche ad un lauto contingente di turisti, sicuramente lo scopo è stato raggiunto; peccato, però, che un titolo di tale spessore ed una location decisamente inusuale non abbiano potuto vantare un livello esecutivo altrettanto elevato. Foto Simone Donati

 

Categorie: Musica corale

Madrid, Teatros del Canal: La “Carmen” di Johan Inger

gbopera - Mer, 21/06/2017 - 18:56

Madrid, Teatros del Canal, Temporada 2016-2017
“CARMEN”
Balletto in due atti
Coreografia Johan Inger
Musica Georges Bizet, Rodion Shchedrin, Marc Álvarez
Costumi David Delfín
Drammaturgia Gregor Acuña-Pohl
Scene Curt Allen Wilmer, Isabel Ferrández Barrios
Luci Tom Visser
Orquesta Sinfónica Verum
Direttore Manuel Coves
Carmen Sara Fernández
Don José Antonio de Rosa
Bambino Leona Sivôs
Escamillo Alessandro Riga
Zúñiga Daan Vervoort
Compañía Nacional de Danza
Madrid, 18 giugno

Accettare di preparare una nuova versione di Carmen è una sfida che deve ispirare rispetto. Carmen è infatti un classico del teatro musicale, con un forte carattere spagnolo e molti dettagli folclorici, amata e conosciuta in tutto il mondo, reinventata in mille modi; le versioni che si conoscono passano attraverso l’opera, il flamenco, la recitazione, la danza, e a questo punto innovare è sicuramente più difficile che inventare. Johan Inger, il coreografo ingaggiato dalla Compagnia Nazionale Spagnola per la nuova versione di Carmen, è di origine svedese, ha alle spalle una carriera notevolissima ed è stato premiato con il Benois de la Danse 2016 proprio per la coreografia commissionatagli da Madrid. Attualmente Inger è il direttore artistico del Cullberg Ballet di Svezia, l’istituzione in cui lavora sin dal 2003, e le sue opere formano parte del repertorio di tante compagnie importanti; il suo curriculum registra altri prestigiosi premi come il Lucas Hoving Production Award, Danza & Danza Award, Golden Theatre Dance Prize.
La Compañía Nacional de Danza si è presentata recentemente al Teatro Real di Madrid con una serata interamente dedicata a Forsythe: un omaggio impeccabile e meraviglioso, in cui la precisione e lo stile hanno sbalordito il pubblico. In questa occasione l’esito qualitativo è abbastanza differente, forse perché legato a un’occasione del tutto differente. I costumi di Carmen, per esempio, si devono allo stilista spagnolo David Delfín (1970-2017), prematuramente scomparso soltanto pochi giorni fa: il Teatro Canal dedica alla sua memoria le recite della produzione, che è una ripresa della prima assoluta del 2015. La Carmen di Inger è centrata sulla violenza, vista però da una prospettiva nuova, quella di un bambino quasi sempre presente sulla scena, testimone di ogni fase e sviluppo della tragica storia. Abbastanza vago e astratto il modo di raccontare la vicenda: l’unica scenografia è formata da porte mobili, disposte in fila e usate dai ballerini stessi per entrare in scena. All’inizio il bambino passa davanti alle porte, trovandole tutte chiuse, tranne l’ultima; di qui introduce alla prima scena, in cui Don José appare con due amici e successivamente incontra figure completamente in nero con il volto coperto: sono le ombre (secondo la denominazione d’autore di questi personaggi), che costantemente appaiono insieme ai caratteri principali. La seconda scena è fra le più belle dell’allestimento: sono impegnati tutti i personaggi maschili, a un livello coreografico, tecnico e creativo molto alto, ricercato, ben riuscito. Finalmente, poi, sul palcoscenico compaiono tutti: Carmen, Don José, Escamillo, Zúñiga, ragazze, soldati, anche se in tali momenti corali si nota una certa differenza di stili compositivi: dinamico e ricco di movimenti quello pensato per i ballerini, le cui movenze sono sempre pulite; un poco disordinato quello per le ballerine. L’artista che interpreta Carmen è Sara Fernández: capace di eseguire tutto ciò che le si richiede sul piano tecnico, è però povera di qualità personali e di credibilità nell’interpretazione. La sua Carmen non seduce, non magnetizza l’attenzione, non ha nulla di misterioso e di perturbante; le manca cioè tutto quello che la prospettiva del coreografo avrebbe dovuto accentuare, ossia la curiosità degli occhi di un bambino alle soglie della pubertà (i cui sguardi mescolano innocenza, tenerezza e morbosità). A volte lo spettacolo avanza un po’ faticosamente; l’idea di utilizzare le porte per variare la scenografia impone che siano i ballerini a spostarle, e dispiace vedere che questo implica uno sforzo, che toglie fluidità ai movimenti e alla successione dei numeri. In questi momenti di passaggio, per esempio, sarebbe stato molto funzionale l’apporto delle luci, che invece si è rivelato poco significativo. Il coreografo ha dichiarato di voler insistere sulla violenza della storia di Carmen; a dire il vero, l’unica scena che denuncia la violenza di genere si presenta verso la fine, quando le coppie ballano un breve passo a due e le porte formano un semicerchio intorno a loro; si vede chiaramente che le donne vengono maltrattate dal rispettivo partner, anche fino alla morte. In perfetto parallelo, poi, alla fine del I atto Zúñiga è ucciso da Don José con un colpo di pistola, come Carmen lo è alla fine del II, senza ulteriore sviluppo; si sperava in qualcosa di più dalla conclusione, nella proposta di un’altra morale, di un’altra faccia della vicenda, che però non c’è stata. Nel complesso, l’idea di riproporre Carmen con gli occhi di un bambino è molto interessante, ma non sembra ancora accompagnata da un adeguato e coerente lavoro coreografico; la Compañía Nacional de Danza dimostra un impegno molto apprezzabile, come testimonia l’entusiasmo del pubblico del Teatro Canal, gremito in ogni ordine.
Per quanto concerne la versione musicale di Rodion Shchedrin e Marc Álvarez, che gode di una certa diffusione internazionale, abbiamo chiesto al collega Michele Curnis di fornirci un parere. “Tranne i temi fondamentali e alcune elaborazioni armoniche, della partitura di Bizet si è perduto tutto; o meglio, ne aleggia un fantasma, scomposto e grottesco, dal momento che i due compositori si sono impegnati nella parafrasi a ogni costo, nell’arrangiamento armonico e strumentale, nell’inserzione di basi elettroniche e sequenze rumoristiche che imitano molto scopertamente lo stile di Thom Willems (senza però l’inventiva o l’originalità degli accostamenti che lo hanno reso celebre). La trasposizione può essere riassunta nella ricerca della trivialità, dell’eccesso, della violenza sonora oppure dell’esotismo facile e leggero; in altre parole, tutto quello che – sulla base del confronto con l’originale di Bizet – un direttore d’orchestra intelligente dovrebbe sforzarsi di evitare, qui è esaltato come fine. Perché tutto questo? Al di là delle impressioni soggettive e discutibili (per esempio la pervasiva presenza dello xilofono sin dalla sinfonia, il ruolo delle percussioni sempre in primo piano, del tamburo militare e della grancassa che trasformano quasi tutto in una marcia militare verso il patibolo), è innegabile che la nuova versione musicale penalizzi fortemente proprio il ruolo di Carmen. La totale cancellazione del personaggio di Micaela e dei suoi temi, in più, sottrae tutto il confronto di tipologie femminili differenti; e non c’è contropartita adeguata (non sono sufficienti i consueti inserti da L’Arlésienne). Alcune scelte precise hanno l’aspetto dell’errore, che svuota ulteriormente di profondità il personaggio di Carmen: il tema della morte apre il II atto, ma in una scena in cui la protagonista non compare; appena più meditato il riutilizzo del celebre entr’acte orchestrale, unica pagina che nel suo svolgimento mantiene l’orchestrazione originale di Bizet, mentre sulla scena si vedono Don José, Carmen e il Bambino in atteggiamento trasognato, come se vivessero momentaneamente un’impossibile dimensione famigliare di serenità e di pace. Di inserti corali affidati alla buona volontà del corpo di ballo, nel corso della canzone del torero, e di altri interventi parlati, è meglio tacere. La scelta agogica fondamentale di Shchedrin e Álvarez è la sincope, in cui quasi tutti gli sviluppi discorsivi tendono a paralizzarsi; forse adatta a una certa semplicistica idea musicale della Spagna, essa è però molto lontana dallo stile autentico di Bizet. Ma tutto questo importa poco, considerato che il pubblico del Teatro Canal sembra entusiasta anche della musica e dei suoi volenterosi esecutori”.   Foto Teatros del Canal

Categorie: Musica corale

Venezia, Teatro Malibran: Riccardo Frizza chiude la stagione sinfonica 2016-2017

gbopera - Mar, 20/06/2017 - 23:01

Venezia, Teatro Malibran, Stagione Sinfonica 2016-2017
Orchestra del Teatro La Fenice
Direttore Riccardo Frizza
Silvia Colasanti: “Ciò che resta” – prima esecuzione assoluta
Franz Schubert: Sinfonia n. 5 in si bemolle maggiore D 485
Gino Marinuzzi: Sinfonia in La
Venezia, 17 giugno 2017
È giunta felicemente alla conclusione la Stagione Sinfonica 2016-2017 della Fondazione Teatro La Fenice con un concerto diretto da Riccardo Frizza, il cui programma presenta come titolo d’apertura Ciò che resta di Silvia Colasanti, una nuova commissione nell’ambito del progetto “Nuova musica alla Fenice”, realizzato con il sostegno della Fondazione Amici della Fenice e lo speciale contributo di Marino e Paola Golinelli. Questo nuovo lavoro è – per citare le parole della stessa autrice – “una riflessione sul lascito del nostro passato più o meno recente, visto da chi come noi ha la fortuna di poter guardare il respiro lungo di un’epoca, e far convivere in una nuova opera le nostre radici più lontane – in questo lavoro quelle di Monteverdi – con le più avanzate conquiste della recente avanguardia. Ma la riflessione si estende anche a ciò che resta del suono dopo il suo attacco, ai suoi diversi modi di svanire, esplorati attraverso l’utilizzo di echi e risonanze che impregnano le arcaiche armonie utilizzate con una sorta di ‘nostalgia del futuro’”. Come si vede, anche questo brano rientra, a suo modo, nel quadro delle celebrazioni monteverdiane, in occasione delle quali la Fenice ha proposto – insieme a un convegno di studio – una pregevole edizione della trilogia composta da L’Orfeo, Il ritorno di Ulisse in patria e L’incoronazione di Poppea. Quello firmato dalla Colasanti è un pezzo per orchestra, di circa una decina di minuti, fatto di mezze voci e note tenute, tra rarefazioni sonore e moderati crescendo, evocante atmosfere incantate alla Charles Ives. La calligrafica ricerca sul suono si traduce in una diffusa staticità appena increspata dal trascolorare dei timbri e da tenui variazioni agogiche, che verso la fine si fanno più accentuate, andando dal pianissimo al forte, culminante nell’intervento delle percussioni. L’orchestra, sapientemente guidata da Frizza, ha reso con impeccabile precisione e musicalissimo senso del colore questa fascinosa Klangfarbenmelodie (melodia di timbri) – per dirla con Schönberg –, che ha confermato Silvia Colasanti come una compositrice tra le più prestigiose nel panorama italiano.
Come secondo titolo in programma compare la Quinta sinfonia di Schubert, il sommo compositore viennese, la cui produzione per orchestra costituirà uno dei motivi conduttori della prossima stagione sinfonica. La Sinfonia in si bemolle maggiore, composta, tra il settembre e l’ottobre del 1816, da uno Schubert appena diciottenne, segna la fine del suo ciclo sinfonico adolescenziale. Rispetto alla precedente – dal carattere prevalentemente solenne – rappresenta uno squarcio di leggerezza, intimità, raccoglimento, anche grazie al suo impianto, si può dire, cameristico: l’organico non prevede timpani né trombe, né clarinetti, proprio come avviene nella prima versione della Sinfonia K 550 di Mozart – nella successiva i clarinetti verranno inseriti –, capolavoro assoluto del Salisburghese, rispetto al quale la sinfonia schubertiana rivela più di qualche somiglianza – oltre che nella veste strumentale – anche nella tecnica compositiva e negli evidenti riferimenti tematici, tra cui – nel Minuetto – una citazione quasi letterale dal movimento corrispondente della sinfonia di Mozart. E una leggerezza tutta mozartiana ha percorso l’esecuzione della partitura schubertiana da parte del bravissimo Riccardo Frizza, che ha trovato sempre il giusto accento, elegante e lieve o incisivo e brillante, riuscendo a offrire una lettura, che guardava nel profondo di questa musica, in cui l’omaggio a Mozart e, in particolare alla Sinfonia in sol minore è certamente riconoscibile, seppure la tonalità d’impianto scelta da Schubert, corrispondente alla relativa maggiore, conferisca al lavoro un tono generale classicamente sereno.
La serata si è conclusa con un’opera di tutt’altro tenore, caratterizzata addirittura – a nostro avviso – da una certa ridondanza sonora; una partitura a lungo dimenticata e solo di recente riemersa dall’oblio. Si tratta della Sinfonia in la di Gino Marinuzzi, ritenuto dal musicologo Paolo Isotta non solo il più grande direttore d’orchestra del Novecento tout court, ma anche uno dei più grandi compositori del secolo scorso. Nato a Palermo nel 1882 e morto a Bratto (sulle Prealpi varesine) il 17 agosto del 1945, Marinuzzi salì per a prima volta sul podio a 19 anni, al Teatro Massimo di Palermo, per dirigere Il Rigoletto, mentre fece la sua ultima apparizione in qualità di direttore alla Scala, il 24 aprile 1945, per il Don Giovanni di Mozart. Poche sono le registrazioni che ci sono rimaste, in quanto le numerose matrici incise per la Telefunken andarono completamente distrutte dai bombardamenti. Il suo successo come direttore gli sottrasse tempo da dedicare alla composizione, così il catalogo delle sue opere è ristretto: tra esse – oltre a tre drammi musicali – troviamo, in ambito sinfonico, la Suite siciliana del 1910, il Poema sinfonico Sicania del 1913, appunto, la Sinfonia in la del 1943.
Quest’ultima è una composizione moderna e raffinata, composta a Milano, sotto le bombe degli Alleati, e – come abbiamo detto – da poco riscoperta, come molti lavori del musicista palermitano. La sinfonia – Marinuzzi era anche un latinista – è influenzata dalla cultura classica e, in particolare, da Virgilio, pur risentendo, ovviamente, anche della tragica situazione in cui vide la luce. Il primo tempo (Apertura) è modellato sulla forma-sonata; il secondo (denominato Georgica, in onore a Virgilio) evoca il volto terribile, ma anche consolatore della Natura; il terzo (Ditirambo), che ricrea l’atmosfera dei riti dionisiaci dell’antica Grecia, è una pagina di estrema arditezza ritmica, e costituisce, nel contempo, una concitata denuncia dell’orrore della guerra: un tema, tra l’altro, presente anche negli ultimi libri dell’Eneide. Magistrale l’esecuzione offerta da Frizza di questo lavoro, che stupisce per la sua complessità, basandosi su una solida struttura contrappuntistica e su armonie che nascono dall’incrocio delle varie linee lungo cui essa si snoda, per non parlare della prorompente bellezza dell’orchestrazione. L’assoluto dominio della partitura da parte del direttore – sorretto da un’orchestra, che può definirsi ancora una volta “di solisti”, senza nulla togliere al perfetto insieme di cui si è dimostrata capace – ha fatto sì che il complesso linguaggio di Marinuzzi risultasse agli ascoltatori espressione di chiarezza e semplicità, che poi sono le caratteristiche della grande musica. Anche per questo la serata si è conclusa con un trionfale successo.

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Il 21 giugno l’Europa festeggia la Musica!

gbopera - Mar, 20/06/2017 - 21:42

Il 21 giugno tutta Europa celebra la Festa della Musica. Per l’occasione, Classica HD (Sky, canale 138) offre al suo numeroso pubblico una programmazione d’eccezione che dal 21 al 25 del mesein prima serata, alle 21.10 – propone cinque imperdibili prime visioni dai più importanti teatri del mondo in compagnia dei migliori artisti e delle più prestigiose orchestre nazionali e internazionali.

“È per me una grande gioia che in tutta Europa il 21 giugno si festeggi la musica – dice Piero Maranghi, editore di Classica HD –. Mi preme sottolineare che Classica HD celebra la musica tutti i giorni dell’anno, 24 ore al giorno. Il 21 giugno rappresenta una data speciale e per questa occasione Classica ha voluto arricchire ulteriormente il proprio palinsesto con un ventaglio di prime visioni esclusive che verranno trasmesse dal 21 al 25 giugno. Classica HD vuole festeggiare anche l’Europa con una proposta di eventi, artisti, teatri e istituzioni concertistiche internazionali, dimostrando quanto la musica possa abbattere barriere e comunicare con popoli che non parlano la stessa lingua ma che provano le stesse grandi emozioni”.

Il 21 giugno Classica apre i festeggiamenti europei con uno dei più sontuosi spettacoli concepiti dal leggendario Maurice Béjart: l’edizione coreografica della Sinfonia n.9 di Beethoven che, andata in scena la prima volta nel 1964, è rimasta negli anni magnifico esempio del genio visionario del maestro francese. Spettacolo di straordinaria modernità, rivive in un prezioso allestimento che vede la parte musicale affidata alla Israel Philharmonic Orchestra, guidata dal podio da Zubin Mehta. Tra gli oltre 200 artisti impegnati nella NHK Hall di Tokyo si potranno apprezzare i ballerini del Tokyo Ballet e del Béjart Ballet Lausanne, storica compagnia fondata dal grande coreografo, che tuttora porta nel mondo la sua opera.

Il 22 giugno viene trasmesso il documentario intitolato “Plácido Domingo – L’uomo dalle 1000 vite”, film che ripercorre la straordinaria carriera del celeberrimo tenore dagli esordi fino a oggi. Domingo non è semplicemente un magnifico interprete ma un autentico mito della nostra epoca: il generoso timbro vocale e la notevole presenza scenica che lo contraddistinguono si sono sempre coniugati in lui a un’impareggiabile intelligenza e duttilità vocale che gli hanno permesso di primeggiare in un numero sensazionale di ruoli, muovendosi in un repertorio che spazia da Mozart fino alle opere di Gian Carlo Menotti.

Il 23 giugno ClassicaHD propone un evento “crossover”: si tratta di Cantiere opera – Gaetano Donizetti, ovvero matti da slegare, l’appuntamento più atteso della Donizetti Night, rassegna che tra musica, parole, immagini e colori di e per Donizetti – sabato 17 giugno animerà i palazzi, i chiostri, le piazze e i monumenti di Bergamo. Elio (nome d’arte di Stefano Belisari), leader della band Elio e le storie tese, e il regista Francesco Micheli, direttore artistico della Fondazione Donizetti, ci portano alla scoperta dei capolavori del compositore bergamasco in uno spettacolo che all’amore per l’opera aggiunge una guizzante vena di ironia.

Il 24 giugno fra le prime visioni d’eccezione di Classica per celebrare la Festa della Musica viene tramesso l’“Otello” di Giuseppe Verdi in un’imperdibile edizione del Festival di Pasqua di Salisburgo. A dare voce ai protagonisti, tre eccezionali interpreti della scena odierna: José Cura (Otello), Dorothea Röschmann (Desdemona) e Carlos Álvarez (Jago). La bacchetta di Christian Thielemann sottolinea magistralmente la ricca orchestrazione dell’ultimo Verdi, mentre la regia di Vincent Broussard dà vita a uno spettacolo dove proiezioni video e lighting design partecipano alla creazione di uno spazio scenico che simbolizza il conflitto interiore del protagonista del capolavoro verdiano.

Il 25 giugno si potrà assistere al concerto Hollywood a Vienna – A Tribute to Randy Newman per ascoltare le colonne sonore dei film che ci hanno divertito e commosso: in un appuntamento imperdibile con le note delle più popolari commedie, David Newman e la ORF Vienna Radio Symphony Orchestra ci accompagnano alla scoperta di un affascinante mondo musicale tra i “Muppets”, “I Simpson”, i “Monty Pythons” e “La pantera rosa”. La seconda parte della serata è dedicata al compositore Randy Newman (cugino del direttore David Newman), autore di indimenticabili colonne sonore (in particolare quelle dei film prodotti da Disney/Pixar) che gli sono valse la vittoria di due premi Oscar e ben quindici nominations.
Attorno a queste cinque imperdibili prime visioni, Classica costruisce un palinsesto ancora più ricco e nutrito del solito, proponendo fra gli altri appuntamenti:
giovedì 22 giugno ore 22.15
DOCUMENTARIO: “La Scala al Colón”
I complessi del Teatro alla Scala sotto la direzione di Daniel Barenboim intraprendono una straordinaria tournée nel teatro simbolo di Buenos Aires.
venerdì 23 giugno ore 19.45
CONCERTO: Messiaen – Turangalîlâ-Symphonie
La Simon Bolivar Orchestra sotto la direzione di Gustavo Dudamel e con la pianista Yuja Wang.
sabato 24 giugno ore 12.00
CANTO: Juan Diego Florez – recital
Il grande tenore peruviano, specialista del repertorio rossiniano, in un imperdibile recital di canto registrato al Festival di Salisburgo.
domenica 25 giugno ore 16.30
CANTO: Gala da Baden-Baden
Con le star della lirica Jonas Kaufmann e Bryn Tefel.

 

 

 

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Torino: la stagione d’Opera e di Balletto 2017/2018

gbopera - Mar, 20/06/2017 - 20:02

La Stagione d’Opera e di Balletto 2017-2018 del Teatro Regio si compone di 16 titoli: 12 opere, di cui 3 nuovi allestimenti; il celeberrimo musical di Andrew Lloyd Webber, Evita; e per la grande danza, 3 spettacolari appuntamenti: Lo schiaccianoci nel fiabesco allestimento di Amodio/Luzzati, Il lago dei cigni con il Corpo di Ballo del Teatro Mariinskij di San Pietroburgo e il Gala Roberto Bolle and Friends. Un cartellone operistico che da Monteverdi arriva fino a Poulenc, quattro secoli di grandi capolavori affidati alle bacchette più prestigiose e rinomate del mondo: Gianandrea Noseda, Daniel Harding, Michele Mariotti, Diego Matheuz, per citarne alcuni. Geniali registi tra i quali Claus Guth, Robert Carsen, Stefano Poda e Daniele Abbado proporranno nuove visioni drammaturgiche delle opere di Wagner, Strauss, Puccini e Verdi. Una Stagione resa ancor più prestigiosa dagli importanti inviti internazionali che porteranno il Teatro Regio a Edimburgo, Gstaad, Muscat e Parigi, tutte tournée che vedranno Gianandrea Noseda sul podio dell’Orchestra e Coro del Teatro Regio. Questo e molto altro nella nuova Stagione che dal 10 ottobre 2017 all’8 luglio 2018 renderà il Regio un grande protagonista del panorama lirico internazionale.
Il Direttore musicale del Regio, Gianandrea Noseda, inaugura la Stagione il 10 ottobre con Tristano e Isotta (10-22/10), l’opera cardine di Richard Wagner, partitura simbolo delle avanguardie musicali che prenderanno avvio nel Novecento. Noseda affronta, per la prima volta, il più imponente tra i titoli wagneriani con una profonda maturità interpretativa raggiunta in anni di studio del repertorio tardo romantico. La regia di Claus Guth, per la prima volta al Regio, ambienta il dramma all’interno della Villa Wesendonck, a Zurigo, luogo nel quale Wagner iniziò la composizione dell’opera spinto dal fervente amore per la signora Wesendonck. Tristano è il tenore Peter Seiffert, Isotta il soprano Ricarda Merbeth, Re Marke il basso Steven Humes, un cast di perfetti wagneriani, regolarmente invitati al Festival di Bayreuth. L’allestimento, in prima italiana, proviene dalla Opernhaus di Zurigo.
NELL’ ALLEGATO TUTTO LA STAGIONE DETTAGLIATA

 

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Arena di Verona 95° Opera Festival 2017 dal 23 giugno al 27 agosto

gbopera - Mar, 20/06/2017 - 19:06

Il Festival lirico prende il via il 23 giugno con uno dei titoli più amati dal pubblico areniano: Nabucco di Giuseppe Verdi, in programma per 12 serate fino al 26 agosto. Quest’anno è proposto in un nuovo allestimento firmato per regia e costumi da Arnaud Bernard, con le scene di Alessandro Camera. Il trucco di scena è stato creato dal make-up designer Michele Magnani, global senior artist di M.A.C. Cosmetics, Official Partner del Festival lirico dal 2014. Sul podio per otto recite ritroviamo Daniel Oren, uno dei maggiori interpreti verdiani, da oltre 30 anni ospite abituale dell’Arena, a cui per quattro serate si alterna la bacchetta di Jordi Bernàcer, direttore che guiderà l’Orchestra areniana anche nello spettacolo d’eccezione dedicato a Plácido Domingo. Grandi artisti danno voce ai protagonisti del dramma su libretto di Temistocle Solera, a partire da George Gagnidze come Nabucco, in alternanza a Leonardo López Linares, Boris Statsenko e Sebastian Catana, mentre Tatiana Melnychenko, Rebeka Lokar, Anna Pirozzi e Susanna Branchini interpretano la fiera Abigaille; nel ruolo del sacerdote Zaccaria vediamo Stanislav Trofimov, Rafał Siwek e In Sung Sim; vestono i panni di Fenena Carmen Topciu, Anna Malavasi, Nino Surguladze e quelli di Ismaele Walter Fraccaro, Mikheil Sheshaberidze e Rubens Pelizzari.
Segue dal 24 giugno Aida, opera simbolo del Festival lirico con le sue 650 rappresentazioni dal 1913 ad oggi. Il capolavoro verdiano è presentato per 8 serate fino al 23 luglio nella versione futuristica e visionaria che ha inaugurato il Festival del Centenario nel 2013, firmata dal team artistico catalano La Fura dels Baus, con la regia di Carlus Padrissa e Àlex Ollé, le scene di Roland Olbeter, i costumi di Chu Uroz, le coreografie di Valentina Carrasco e il lighting design dell’areniano Paolo Mazzon. Dal podio Julian Kovatchev dirige un cast di protagonisti di assoluto rilievo: in Aida Amarilli Nizza, Sae-Kyung Rim e Irina Churilova, accanto al Radamès di Carlo Ventre, Yusif Eyvazov e Fabio Sartori; sono Amneris Violeta Urmana, Anastasia Boldyreva e Anna Maria Chiuri, mentre interpretano Amonasro Boris Statsenko e Leonardo López Linares.
La terza opera del Festival 2017 è ancora un titolo verdiano, Rigoletto, proposto dal 1 al 27 luglio per 5 date nell’elegante e tradizionale allestimento del regista Ivo Guerra, con le scene di Raffaele del Savio e i costumi di Carla Galleri, che riproduce all’interno dell’anfiteatro veronese una piccola città di Mantova curata nei minimi dettagli. Alla guida dell’Orchestra areniana ritroviamo Julian Kovatchev impegnato a dirigere Amartuvshin Enkhbat, Carlos Álvarez e, per l’ultima recita, il grande Leo Nucci nel ruolo del titolo, con Elena Mosuc, Jessica Pratt, Ekaterina Siurina e Jessica Nuccio in Gilda, e Gianluca Terranova, Francesco Demuro e Arturo Chacón-Cruz che si alternano nel Duca di Mantova.
Si prosegue dall’8 luglio al 19 agosto con 6 recite di Madama Butterfly di Giacomo Puccini. L’opera viene proposta nel fortunato allestimento del 2004 firmato per la regia e le scene dal genio di Franco Zeffirelli, con i ricercati costumi del premio Oscar Emi Wada e i movimenti coreografici di Maria Grazia Garofoli. La direzione d’orchestra è affidata a Jader Bignamini e nel ruolo dei protagonisti possiamo apprezzare le voci di Oksana Dyka, Sae-Kyung Rim e Hui He in Cio-Cio-San, accanto al Pinkerton di Marcello Giordani e Gianluca Terranova.
Il 17 luglio è la volta della prima serata speciale del 95° Festival lirico: anche per il 2017 fa tappa in Arena il gala Roberto Bolle and Friends, l’attesissimo appuntamento che vede impegnato Roberto Bolle, étoile mondiale della danza, in un repertorio che spazia dal classico al contemporaneo, affiancato dai principali nomi del panorama ballettistico internazionale: Young Gyu Choi (Dutch National Ballet), Herman Cornejo (American Ballet Theatre), Melissa Hamilton (The Royal Ballet), Misa Kuranaga (Boston Ballet), Anna Ol (Dutch National Ballet), Polina Semionova (American Ballet Theatre), Daniil Simkin (American Ballet Theatre).
Segue il 21 luglio la serata Plácido Domingo – Antología de la Zarzuela, che vede protagonista uno dei miti della lirica mondiale con le arie più emozionanti della tradizione popolare spagnola, in un programma che vuole trasmettere al pubblico tutto il calore e l’energia della terra madrilena. Accanto al maestro Domingo, vedremo il soprano Ana María Martínez e il tenore Arturo Chacón-Cruz impegnati in romanze, duetti e terzetti da zarzuelas di Ruperto Chapí, Gerónimo Giménez, Federico Moreno-Torroba, José Serrano, Pablo Sorozábal, Manuel Penella; mentre i ballerini della Compañía Antonio Gades diretta da Stella Arauzo presentano un coinvolgente e sensuale repertorio di balletto spagnolo e flamenco, su musiche di Georges Bizet, Manuel de Falla e Gerónimo Giménez con le coreografie firmate dal leggendario Antonio Gades, Carlos Saura, Mayte Chico e dalla stessa Stella Arauzo. Cura la regia dello spettacolo Stefano Trespidi e il lighting design è di Paolo Mazzon.
Dal 28 luglio fino alla data conclusiva del Festival del 27 agosto torna sul palcoscenico areniano Aida per altre 9 rappresentazioni, nell’immancabile storico allestimento applaudito per ben 20 stagioni e ispirato alla prima edizione del 1913, realizzato da Gianfranco de Bosio nel 1982, grazie allo studio dei bozzetti delle scene originali di Ettore Fagiuoli, e arricchito dalle coreografie di Susanna Egri. Dirigono Andrea Battistoni e Julian Kovatchev, mentre in scena si alternano nei ruoli principali Monica Zanettin, Hui He, Cellia Costea e Maria José Siri come Aida, con la rivale Amneris di Olesya Petrova, Marianne Cornetti, Giovanna Casolla e Anastasia Boldyreva; sono Radamès Gaston Rivero, Hovhannes Ayvazyan e Walter Fraccaro, accanto all’Amonasro di Ambrogio Maestri e Carlos Almaguer.
Ultimo titolo lirico del Festival 2017 Tosca di Giacomo Puccini, proposta dal 5 al 25 agosto per 5 rappresentazioni nello scenografico allestimento ideato nel 2006 da Hugo de Ana, che ne ha curato regia, scene, costumi e luci. La bacchetta di Antonino Fogliani dirige le voci protagoniste di Susanna Branchini e Ainhoa Arteta in Tosca, Murat Karahan e Marcelo Álvarez in Cavaradossi, mentre ritroviamo Ambrogio Maestri e Boris Statsenko nel malvagio Scarpia.
Per concludere, il 15 agosto è in programma la terza serata-evento che vede l’esecuzione della IX Sinfonia di Beethoven diretta da Daniel Oren, con le voci del soprano Erika Grimaldi, del contralto Daniela Barcellona, del tenore Saimir Pirgu e del baritono Ugo Guagliardo. Una serata di gala di pura emozione, arricchita dal lighting design di Paolo Mazzon, che vede il capolavoro assoluto del genio di Bonn – prima composizione musicale dichiarata nel 2001 “Patrimonio dell’Umanità” dall’Unesco, con l’iscrizione nel registro della “Memoria del Mondo” – risuonare nell’anfiteatro fino ad avvolgerlo nell’entusiasmo del celeberrimo Inno alla Gioia.
Il 95° Opera Festival vede impegnati i Complessi Artistici – Orchestra, Coro, Corpo di ballo – e Tecnici della Fondazione Arena di Verona, insieme ai numerosi mimi e figuranti. Il Coro è preparato da Vito Lombardi, Coordinatore del Corpo di ballo è Gaetano Petrosino e Direttore degli allestimenti scenici Giuseppe De Filippi Venezia. Si confermano gli orari di inizio delle rappresentazioni del 95° Arena di Verona Opera Festival: alle ore 21.00 nei mesi di giugno e luglio, alle ore 20.45 in agosto. Le tre serate-evento, invece, hanno inizio alle ore 22.00.

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Venezia, Teatro La Fenice: presentata la programmazione per il biennio 2017-2018

gbopera - Mar, 20/06/2017 - 01:18

Non è stata la solita conferenza stampa quella che si è svolta, nella tarda mattinata del 17 giugno, nel foyer del Teatro La Fenice: l’incontro non si è risolto, come di consueto, nella tradizionale presentazione della prossima stagione, insieme a un sintetico consuntivo delle attività e dello stato di salute del teatro, ma è stato anche l’occasione, per il sovrintendente Cristiano Chiarot, di congedarsi ufficialmente dal contesto veneziano, in procinto di lasciare la laguna per assumere, a Firenze, l’incarico di sovrintendente del Maggio musicale. Chiarot, che ha lavorato alla Fenice dal 1991 come Capo Ufficio stampa e, dal 2010, come sovrintendente, lascia la Fondazione veneziana – si è potuto rendersene conto seguendo la sua relazione – in una situazione decisamente positiva. Certo, i problemi, le criticità non mancano – in primis, la scarsità dei finanziamenti statali, che si spera vengano rimpinguati in base alla nuova proposta di legge in discussione in parlamento –, nondimeno la sua gestione, assieme al direttore artistico Fortunato Ortombina – che Chiarot stesso ha indicato come suo successore, in nome della continuità – costituisce da tempo un esempio di “buon governo”, che da molte parti viene indicato come “il modello Fenice”. Il bilancio in pareggio, la fitta programmazione, come avviene nei grandi templi della musica europei – con uno spettacolo praticamente ogni giorno e il teatro sempre pieno –, i proventi da biglietteria in costante aumento – pari a 9 milioni di euro quelli realizzati nella scorsa stagione –, il crescente coinvolgimento della cittadinanza veneziana, intesa anche come “città metropolitana”, con particolare riguardo ai giovani e alla scuola, oltre che dei numerosi turisti: questi i risultati più significativi citati da Chiarot, che ha tenuto a ribadire come – almeno alla Fenice – sia possibile coniugare l’alto numero degli spettacoli con la suprema qualità artistica: 130 spettacoli nella stagione 2016-2017, destinati ad arrivare a 144 nella prossima. Non c’è da stupirsi, se a un certo punto, mentre raccontava tutto questo, il sovrintendente uscente ha dovuto interrompersi per qualche attimo, vinto dalla commozione. Una commozione, che traspariva anche quando ha doverosamente ricordato lo stretto rapporto che legava la Fenice al compianto Jeffrey Tate, con il quale vi erano ancora tanti progetti da realizzare. Fin qui, il sovrintendente. Poi ha preso la parola Fortunato Ortombina, che ha passato in rassegna gli appuntamenti programmati nel biennio 2017-2018 per la Stagione relativa a lirica e balletto, nonché per quella sinfonica. Per quanto riguarda la prima la Fondazione Teatro La Fenice proporrà otto nuovi allestimenti, tra i quali due opere per ragazzi, sette riprese e tre ospitalità, oltre a un cartellone di balletto tra grandi classici e recital di danza contemporanea, per un totale di venti titoli e centoquarantaquattro recite.
La Stagione sarà inaugurata il 24 novembre da Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi con la direzione di Myung-Whun Chung, in un nuovo allestimento con la regia di Gianmaria Aliverta; quanto al cast, Riccardo sarà interpretato dal tenore Francesco Meli, Amelia dal soprano Kristin Lewis, Renato dal baritono Vladimir Stoyanov.
In gennaio andranno in scena, per la prima volta in tempi moderni, Le metamorfosi di Pasquale di Gaspare Spontini, in un nuovo allestimento, con la regia di Bepi Morassi e la direzione musicale di Gianluca Capuano, realizzato in collaborazione con l’Accademia delle Belle Arti di Venezia e prodotto dalla Fondazione Teatro La Fenice insieme alla Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi.
In pieno periodo di Carnevale tornerà alla Fenice, dopo trent’anni di assenza, l’operetta di Franz Lehár Die lustige Witwe (La vedova allegra) in un nuovo allestimento realizzato in coproduzione con l’Opera di Roma, con la direzione musicale di Stefano Montanari e la regia di Damiano Michieletto; nel cast figurano il soprano Nadja Mchantaf nel ruolo di Hanna Glawari e il baritono Christoph Pohl in quello di Danilo Danilowitsch.
A marzo un grande titolo del repertorio, La bohème di Giacomo Puccini – nel fortunato allestimento del 2011 firmato dal regista Francesco Micheli – sarà riproposto sotto la direzione di Myung-Whun Chung.
In aprile sarà in scena l’Orlando furioso di Antonio Vivaldi, in un nuovo allestimento realizzato in coproduzione con il Festival della Valle d’Itria di Martina Franca, dove debutterà il prossimo luglio; la regia è affidata a Fabio Ceresa, vincitore agli Opera Awards di Londra quale migliore regista emergente dell’anno, mentre Diego Fasolis sarà responsabile per la direzione musicale e guiderà un cast formato da Sonia Prina (Orlando), Francesca Aspromonte (Angelica), Lucia Cirillo (Alcina), Carlo Vistoli (Ruggiero) e Riccardo Novaro (Astolfo).
La programmazione fenicea comprende anche un’incursione nella musica contemporanea con la prima esecuzione italiana – nel giugno-luglio 2018 – di Richard III di Giorgio Battistelli, dramma musicale basato sul testo di William Shakespeare, tagliato e riadattato dal drammaturgo Ian Burton, che sarà proposto nell’allestimento della Vlaamse Opera di Anversa con la regia di Robert Carsen.
In ottobre la Fenice, con il Progetto Rossini, celebrerà il centocinquantesimo anniversario della morte del musicista pesarese. Sarà proposto un nuovo allestimento della Semiramide – il monumentale melodramma composto proprio per la Fenice, dove debuttò il 3 febbraio 1823, poco prima che il marchigiano lasciasse definitivamente l’Italia alla volta di Parigi –, con la direzione musicale di Riccardo Frizza e la regia di Cecilia Ligorio; nel ruolo del titolo sarà Jessica Pratt, cui si uniranno Teresa Iervolino (Arsace), Alex Esposito (Assur) e Edgardo Rocha (Idreno). A questa novità saranno affiancate le riprese – in febbraio, agosto settembre e ottobre – del Barbiere di Siviglia nel fortunato allestimento con la regia di Bepi Morassi, sotto la direzione, in febbraio, di Stefano Montanari e successivamente – udite, udite! – di Gregory Kunde (sì, proprio il grande tenore americano); e – tra aprile e maggio, con direzione di Alvise Casellati e regia di Bepi Morassi – della farsa giovanile Il signor Bruschino, allestita dalla Fenice, avvalendosi delle scene, i costumi e le luci della Scuola di scenografia dell’Accademia di Belle Arti di Venezia.
Ortombina ha segnalato, infine, le due produzioni rivolte al giovane pubblico delle scuole e delle famiglie, realizzate in collaborazione con il Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia: Zenobia, regina de’ Palmireni, opera d’esordio del compositore veneziano Tomaso Albinoni, nell’allestimento curato da Francesco Bellotto con la direzione musicale di Francesco Erle, e Il regno della luna di Niccolò Piccinni, diretta da Maurizio Dini Ciacci.
Tra le produzioni della Fenice riprese nella stagione 2017-2018, oltre ai già citati allestimenti rossiniani e alla Bohème, sono in programma: la Traviata – dicembre 2017 e gennaio, maggio, giugno, agosto, settembre, ottobre 2018 – con la regia di Robert Carsen e il debutto del soprano Nadine Sierra nel ruolo di Violetta; Madama Butterfly – aprile, agosto e settembre – con la regia di Àlex Rigola e scene e costumi dell’artista giapponese Mariko Mori; L’elisir d’amore – aprile, maggio e giugno – con la regia di Bepi Morassi; infine Norma – maggio 2018 – nella versione di Kara Walker con le voci di Mariella Devia (Norma), Stefan Pop (Pollione) e Carmela Remigio (Adalgisa).
Passando al cartellone sinfonico, il direttore artistico ha messo in evidenza come anche nella Stagione 2017-2018 vi sarà una tematica ricorrente, riassunta dal titolo: L’eredità di Schubert. Attraverso una programmazione articolata in dodici concerti e nove repliche, dal 3 novembre 2017 all’8 luglio 2018, la Fenice vuole rendere omaggio al sommo compositore austriaco. Dopo l’inaugurazione affidata alla bacchetta di Donato Renzetti, seguiranno il concerto diretto da Myung-Whun Chung, il tradizionale concerto di Natale – quest’anno dedicato a Claudio Monteverdi nel quattrocentocinquantesimo anniversario della nascita – con Marco Gemmani e i Solisti della Cappella Marciana, e poi i concerti di Daniele Rustioni, Claudio Marino Moretti e il Coro del Teatro La Fenice, Elio Boncompagni, Yuri Temirkanov, Diego Fasolis, Thomas Adès e l’Orchestra Filarmonica della Fenice, Antonello Manacorda, Francesco Lanzillotta e Henrik Nánási.
Il programma dell’inaugurazione, con l’Orchestra e il Coro del Teatro La Fenice diretti da Donato Renzetti, sarà dedicato al centenario di Porto Marghera, e più in generale ai temi del lavoro e della nascita delle civiltà: oltre alla nuova composizione di Fabio Vacchi su alcuni dei testi più importanti della poesia operaia, commissionata dalla Fenice per questa speciale ricorrenza, il programma includerà il finale del primo atto dell’Attila di Giuseppe Verdi – opera scritta per la Fenice –, in cui si allude alla nascita della città di Venezia, l’orchestrazione per mano dello stesso autore, Pino Donaggio, di un suo grande successo negli anni del boom economico, Io che non vivo, e la Nona Sinfonia Dal nuovo mondo di Antonín Dvořák, capolavoro sinfonico composto dal boemo, per celebrare la “nuova” civiltà americana.
A proposito di grandi capolavori sinfonici, il maestro coreano Myung-Whun Chung proporrà la sua interpretazione della Quinta Sinfonia di Gustav Mahler, mentre nel concerto diretto da Antonello Manacorda si eseguiranno il Siefried-Idyll di Wagner, la Seconda Sinfonia di Schubert e le Enigma Variations di Edwad Elgar: in omaggio a un grande amico della Fenice recentemente scomparso, il maestro Jeffrey Tate, con il quale questo concerto era stato definito.
Un significativo excursus nel repertorio francese sarà proposto dal Coro del Teatro La Fenice diretto da Claudio Marino Moretti, con il Requiem di Maurice Duruflé, mentre la musica del Novecento italiano sarà uno dei fili conduttori di tutta la Stagione, in continuità con il progetto avviato nel 2016, grazie all’esecuzione di alcune pagine di compositori italiani quali Giovanni Salviucci, Ermanno Wolf-Ferrari, Ottorino Respighi e Nino Rota.
Ampio spazio sarà dedicato, anche in questa Stagione, alla musica di oggi: si rinnova infatti per la settima edizione il progetto “Nuova Musica alla Fenice”, realizzato con il sostegno della Fondazione Amici della Fenice; inoltre, sono programmati altri brani dei nostri giorni, come quelli di Fabio Vacchi, o di Thomas Adès impegnato nella doppia veste di compositore e direttore dell’Orchestra Filarmonica della Fenice.
Quanto al balletto, la parola è passata a Franco Bolletta, direttore artistico in abito coreutico. La danza contemporanea sarà protagonista, nel dicembre 2017, grazie alla presenza del Reale Balletto delle Fiandre, e a un programma tutto contemporaneo composto da tre coreografie: Ma Mère l’Oye di Jeroen Verbruggen su musiche di Maurice Ravel, e due pezzi firmati da Sidi Larbi Cherkaoui: il passo a due Faun su musiche di Debussy e Nitin Sawhney, ed Exhibition sulle note dei Quadri da un’esposizione di Modest Musorgskij nella versione orchestrata da Ravel.
Michail Baryšnikov sarà il protagonista di uno one man show ispirato alle poesie di Iosif Brodsky, che andrà in scena alla Fenice in prima italiana nel luglio 2018. Concepito e diretto da Alvis Hermanis, Brodsky/Baryšnikov è un viaggio emozionale nelle composizioni del poeta premio Nobel per la letteratura.
Les Étoiles è invece il titolo del gala di danza classica che, sempre nel luglio 2018, vedrà le grandi stelle del balletto esibirsi sul palcoscenico della Fenice. Il programma proporrà una carrellata di brani del repertorio, come il Grand Pas Classique di Victor Gsovsky su musica di Daniel Auber, il virtuosistico passo a due di Diana e Atteone coreografato da Agrippina Vaganova sulla musica di Riccardo Drigo, il celeberrimo Čajkovskij Pas de Deux di George Balanchine o, ancora, Spartacus del leggendario Yuri Grigorovich su musica di Aram Khachaturian.
In allegato tutti i dettagli della stagione

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È calato il sipario su Radio 8 Opera

gbopera - Lun, 19/06/2017 - 22:33

Ancora una volta ci dispiace segnalare la scarsa sensibilità verso gli amanti della musica classica e dell’Opera in particolare. Dopo pochi  anni, è calato il sipario su Radio 8 Opera, il canale web dedicato all’opera ma soprattutto al recupero, restauro e riproposta del ricco archivio delle produzioni RAI, quando ancora esistevano i complessi orchestrali e corali delle sedi di Torino, Milano, Roma e Napoli. Abbiamo avuto un,  purtroppo troppo breve periodo,  per scoprire o riscoprire, titoli o esecuzioni rare e dimenticate. Qualcuno avrà pensato che la cosa era troppo di nicchia, meglio la formula contenitore con di tutto e di più. Nasce così un anonimo Radio Rai Classica (unione di Rai 5 Classica e di Radio 8 Opera). Si rimane veramente amareggiate sulla mancanza di sensibilità verso il nostro patrimonio musicale.  Con tristezza desidero però ringraziare pubblicamente il M° Angelo Procino che, da solo,  si è  prodigato nel recupero dell’archivio musicale Rai e della sua diffusione. Grazie e, come si dice…”Ad maiora semper!”

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“Antonio Vivaldi – Ludovico Ariosto: Orlando Furioso. Cinquecento anni ma non li dimostra”

gbopera - Dom, 18/06/2017 - 14:45

Fervono in questi giorni le prove, suddivise tra Torino dove si riunisce l’ensemble musicale e Marmirolo dove si tengono le sessioni sceniche e sede del laboratorio di scenografia e costumi, in vista della serata inaugurale della prima edizione di “A L’Antiqua – Barocco Music Festival 2017-2018”.
Antonio Vivaldi – Ludovico Ariosto: Orlando Furioso. Cinquecento anni ma non li dimostra” viene allestito in forma semi-scenica nella cinquecentesca Palazzina di Caccia a Bosco della Fontana (Marmirolo – MN) sabato 24 giugno 2017 alle ore 21.
Si tratta di un progetto originale e inedito, frutto di un certosino lavoro di approfondimento musicale svolto presso la Biblioteca Nazionale di Torino, che custodisce la maggior parte dei documenti di Vivaldi. Dall’analisi della partitura autografa, catalogata nel Fondo Giordano 39 bis, è scaturita una trascrizione e revisione del manoscritto a cura di Rita Peiretti.
L’Associazione Culturale L’Orfeo intende in tal modo tributare un duplice omaggio ai due grandi geni che furono entrambi legati a Mantova. Ludovico Ariosto, al servizio dei d’Este a Ferrara, soleva leggere di propria voce a Isabella, Marchesa di Mantova, alcuni brani del poema cavalleresco, del quale si è da poco celebrato l’anniversario della prima pubblicazione, avvenuta nel 1516. Antonio Vivaldi, detto il “prete rosso”, che a Mantova soggiornò tra il 1719 e il 1722, traspose sul pentagramma le epiche gesta ariostesche, rappresentandole per la prima volta nel 1727. A questa primigenia edizione musicale, cui seguirono successive versioni, si ispira lo spettacolo.
L’esecuzione è affidata all’Accademia dei Solinghi di Torino ensemble di rinomanza internazionale specializzato nello specifico repertorio barocco, che utilizza strumenti antichi con corde di budello. Direttore al cembalo Rita Peiretti. Voci soliste Lucia Rizzi, soprano e Angelo Manzotti, controtenore . Regia Angelo Manzotti. I costumi e il materiale di scena originali e filologicamente rispondenti, sono di Giampaolo Tirelli. Telero dipinto a mano di Davide Peiretti.
Voci recitanti sono Roberta Vesentini e la piccola ma già esperta Francesca D’Angelo. Ai ragazzi del Corso di teatro tenutosi nella scorsa primavera, sono affidati i ruoli di narratori e lettori dei versi dell’Ariosto, mentre alcuni figuranti, che da anni collaborano a queste produzioni, danno vita scenica agli eroi, tra i quali: Orlando pazzo per amore, il trasognato Ruggiero, la bella Angelica, la maga seduttrice Alcina, l’eroica Bradamante e molti altri.

Biglietti: posto unico Euro 15. L’ingresso prevede una breve passeggiata a piedi. È attivo un bus navetta per quanti abbiano difficoltà di deambulazione. Informazioni e prenotazioni: Tel. 335 6155376
E-mail: manzotti.abby.production@gmail.com

 

 

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Il 24 giugno in scena la Scuola di Ballo del San Carlo di Napoli

gbopera - Ven, 16/06/2017 - 19:33

I giovani allievi della Scuola di Ballo del Teatro di San Carlo si esibiranno  sabato 24 giugno, alle ore 20.30, in un format studiato per privilegiare, all’interno del programma, il grande repertorio classico e far risaltare la tradizione della Scuola più antica di Italia e tra le prime in Europa. La struttura dello spettacolo è stata ripensata l’anno scorso per creare un ponte ideale tra la precedente concezione di “saggio” e uno spettacolo che non solo evidenzi l’idea del ‘ballet étude’, ma trasmetta al pubblico la tecnica, la passione, la disciplina. Quest’anno  lo spettacolo potrà rivelare ancor più i risultati ottenuti a seguito di una riformulazione dei programmi didattici dal corso della propedeutica all’ottavo corso. (Foto Francesco Squeglia)

Programma

Spettacolo di fine anno della Scuola di Ballo
Prima parte: Défilé della scuola su musica di Hector Berlioz, Marcia dei Troiani
Parte Tecnica: Ispirato al balletto Études su musica di Knudåge Riisager
Seconda parte: La Bayadère, su musica di L. Minkus, Il regno delle ombre
La Bayadère, su musica di Aloisius Minkus, Danza degli ventagli
La Bayadère, su musica di L. Minkus, Allegro Moderato e soave
Paquita Pas de trois
(Diplomandi: Giorgia Cervone, Martina Prefetto, Gennaro Maffettone)
Il lago dei cigni, estratti dal II Atto
Odette: Sara Gison (diplomanda), Raffaele Vasto

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“E Lucevan le stelle” l’Arena di Verona raccontata dai protagonisti

gbopera - Ven, 16/06/2017 - 17:09

di Claudio Capitini
Gabrielli editori, Verona 2017, pp. 503, ill., in libreria dal 15 giugno 2017.

Questo volume narra la storia del Festival lirico areniano degli ultimi 40 anni attraverso la voce e la testimonianza dei protagonisti che quella storia hanno reso unica e irripetibile. La formula adottata è quella del “ritratto-intervista”, già sperimentata con successo nella pubblicazione LE VOCI DEL TEATRO edito da Marsilio.
Dalla fine degli anni Sessanta ai Duemila, i più grandi interpreti della lirica – cantanti, registi, scenografi e costumisti – hanno frequentato l’Arena, il suo storico Festival e il Teatro Filarmonico, parte integrante dell’attività musicale prima dell’Ente lirico e quindi della Fondazione Arena di Verona. Anche la grande danza vi è stata protagonista, nel segno della magica interpretazione.
Quando si parla delle grandi stelle di intendono i Bergonzi, Berio, Bolchi, Bonisolli, Bruson, Caballé, Cappuccilli, Carreras, Kabaivanska, Dessì, Di Stefano, Domingo, Gasdìa, Gavazzeni, Maag, Montaldo, Muti, Nucci, Oren, Pavarotti, Prêtre, Raimondi, Ricciarelli, Santi, Scotto, Zeffirelli, Zuffi, e per la danza Béjart, Bolle, Fracci, Nureyev, Savignano, Terabust, Vasiliev…
Sono ben 80 le interviste, selezionate tra più di duecento, nomi memorabili, dato che l’Arena (e il Teatro Filarmonico) proposero in quegli anni storiche messe in scena e produzioni di eccellenza che, attraverso le voci dei protagonisti, riaccendono su di sé i riflettori. Accanto ai miti e ai sempiterni, in comunione tra loro, anche i talenti dell’oggi trovano ospitalità e si raccontano. “Ho avuto il privilegio – dichiara Claudio Capitini – di avvicinare da giornalista ognuno di quei grandi con interviste personalizzate per la pagina Spettacoli del quotidiano L’Arena. Ebbi allora l’opportunità di discutere con quei protagonisti di regia, arte scenica e interpretazione, così in pratica documentando la storia del Festival areniano e insieme dipingendo atmosfere, personalità e mondo interiore dei singoli protagonisti”.
Il volume propone un tuttotondo fascinoso, offrendo dell’artista e dello spettacolo messo in scena, senza pudori, con garbo e curiosità intellettuale, anche il dietro le quinte e il “si è di scena”. La narrazione si svolge come un viaggio sentimentale che si storicizza attraverso interviste da vivere come gustosi momenti della memoria e, al contempo, come uniche e irrinunciabili testimonianze. Il loro insieme si trasforma in un fondamentale strumento per capire come si pensasse e producesse il teatro d’opera in anni gloriosi e nei nostri anni, di crisi e si spera di resurrezione.

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“La Traviata”, per l’Estate del Maggio Musicale Fiorentino. Dal 16 giugno al 1 luglio

gbopera - Gio, 15/06/2017 - 19:13

Andata in scena lo scorso luglio 2016 per la passata edizione estiva del Maggio a Palazzo Pitti con un grande e crescente successo di pubblico, La Traviata è di nuovo in programma per la stagione estiva del Maggio Musicale Fiorentino.  – sempre nel Cortile dell’Ammannati. Sul podio dell’Orchestra e del Coro del Maggio il M° Sebastiano Rolli.
Violetta Valéry Claudia Pavone
Flora Bervoix Ana Victoria Pitts / Marta Pluda (28 giugno; 1 luglio)
Annina Marta Pluda / Eunhee Kim (25, 28 giugno; 1 luglio)
Alfredo Germont Alessandro Scotto di Luzio
Giorgio Germont Marcello Rosiello
Gastone Rim Park
Barone Douphol Dario Shikhmiri / Benjamin Cho (25, 28 giugno; 1 luglio)
Marchese d’Obigny Qianming Dou / Tommaso Barea (25, 28 giugno; 1 luglio)
Dottor Grenvil Chanyoung Lee
Giuseppe Leonardo Melani / Leonardo Sgroi (25, 28 giugno; 1 luglio)
Un domestico Nicolò Ayroldi / Egidio Massimo Naccarato (25, 28 giugno; 1 luglio)
Commissionario Nicola Lisanti / Lisandro Guinis (25, 28 giugno; 1 luglio)
Figuranti speciali: Elena Barsotti, Ilaria Brandaglia, Gaia Mazzeranghi, Paolo Arcangeli, Cristiano Colangelo, Pierangelo Preziosa
Orchestra e del Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Sebastiano Rolli, direttore
Alfredo Corno, regia
Angelo Sala, scene
Alfredo Corno e Angelo Sala, costumi
Lino Privitera, coreografia
Alessandro Tutini, luci
DATE
Venerdì, 16 giugno 2017, ore 21.15
Domenica 18 giugno, ore 21.15
Martedì 20 giugno, ore 21.15
Giovedì 22 giugno, ore 21.15
Domenica 25 giugno, ore 21.15
Mercoledì 28 giugno, ore 21.15
Sabato 1 luglio, ore 21.15
BIGLIETTI
I biglietti per le opere a Palazzo Pitti, costano:
I Settore 90 € – II Settore 60 € – III Settore 40 € – IV Settore 20 €.

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La stagione 2017/18 di OperaLombardia

gbopera - Gio, 15/06/2017 - 16:35
Presentata la stagione d’opera 2017/2018 di OperaLombardia, il brand che raggruppa in un unico grande cartellone d’opera i 5 teatri di tradizione della Lombardia (Fondazione Donizetti di Bergamo, Teatro Grande di Brescia, Teatro Sociale di Como, Teatro Ponchielli di Cremona e Teatro Fraschini di Pavia).

La stagione apre il prossimo 28 settembre con il debutto dell’opera in prima esecuzione assoluta ETTORE MAJORANA. Cronaca di infinite scomparse.
In allegato la stagione nel dettaglio

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Paul Schoeffler (1897-1977): Operatic recital

gbopera - Gio, 15/06/2017 - 14:31
Wolfgang Amadeus Mozart: “Non più andrai” (Le nozze di Figaro), “Madamina, il catalogo è questo” (Don Giovanni); Giuseppe Verdi: “Credo in un Dio crudel” , “Era la notte…”(Otello); Richard Wagner: “Addio di Wotan” (Die Walküre). Paul Schoeffler (baritono), Wiener Philharmoniker, Karl Böhm, Rudolf Moralt (direttori). Registrazioni: Vienna, 1950
Bonus tracks:
Richard Wagner: “Was duftet doch der Flieder”, “Gut’n abend, Meister”! , “Wahn! Wahn! Überall Wahn!, “Grüss Gott, mein Junker” (Die Meistersinger von Nürnberg), “Hat man mit dem Schuhwerk”. Richard Strauss: “Der Richtige – so hab ich still zu mir gesagt” (Arabella). Paul Schoeffler (baritono), Maria Reining, Hilde Gueden, Lisa della Casa (soprani), Günther Treptow (tenore). Wiener Philharmoniker, Tonhalle Orchester Zürich, Hans Knappersbusch, Heinrich Hollreiser (direttori). Registrazioni: 1949, 1951-1954. T.Time: 73.06. 1 CD Decca 480 8176

È soprattutto un trionfo di grandi bacchette quello che si ascolta in questo recital Decca dedicato a  Paul Schoeffler in quanto senza nulla togliere ai meriti del baritono tedesco è soprattutto la qualità di molti dei direttori presenti a colpite l’ascoltatore. I primi due ascolti confermano pienamente questa situazione e rappresentano sul piano vocale i punti più deboli della registrazione. Il “Non più andrai” di Figaro e il Catalogo di Leporello sono infatti cantati con il tipico gusto del Mozart tedesco di quegli anni, sostanzialmente greve e pesante, incapace di evidenziare la leggerezza della scrittura mozartiano e ulteriormente compromesso da una dizione quanto mai aliena di contro Karl Böhm dirige splendidamente infondendo un brio e un’energia che il cantante non riesce a raccogliere. Va però chiarito che i limiti di Schoeffler non sono certo vocali ma sostanzialmente di gusto e stile essendo la voce di rara robustezza e di colore molto bello, di un’eroica virilità. Rispetto a Mozart più centrati i brani tratti dall’”Otello” di Verdi – ancora Böhm sul podio – certo restano i problemi di pronuncia ma il tipo di vocalità gli è più congeniale e anche le qualità interpretative emergono con maggior chiarezza. Certo il suo è uno Jago eroico e imperioso, dove la baldanza vocale tende a prevalere su uno scavo più intimo del personaggio ma si nota un’ammirevole cura per i dettagli della scrittura verdiana e se le mezze voci di “Era la notte” sono più cercate che riuscite molto bello il “la morte e il nulla…e poi…” nel Credo fatto quasi sottovoce, con la giusta pausa prima dell’esplosione “e vecchia fola” esattamente come scritto da Verdi ma come al tempo ben raramente veniva fatto specie in Italia. Il passaggio ai brani tedeschi elimina infine la problematica dizione e permette a Schoeffler di dar fondo alle sue qualità. Wotan non è stato fra i ruoli più frequentati dal cantante ma proprio il finale di “Die Walkure” apre la parte wagneriana e sui Wiener Philarmoniker che diretti da Rudolf Moralt fiammeggiano con sfolgoranti riverberi si leva la solidissima voce di Schoeffler, un Wotan insolitamente giovanile e prestante, dalla dizione nitida e scandita e dal piglio forse più guerriero che paterno. Se Wotan è stato un ruolo marginale nessun altro personaggio ha accompagnato la carriera di Schöffler tanto quanto Hans Sachs e proprio a lui è dedicata la più vasta scelta di brani tratti da due edizioni sempre dirette da Hans Knappertbusch con le orchestre di Zurigo e Vienna. L’identificazione con il personaggio è totale, forse nessun’altro e riuscito a rendere la profonda umanità e la ferma fede nel valore dell’arte che sono le cifre più tipiche del poeta calzolaio quanto Schöffler il cui canto così pieno, ricco, sonoro e sempre accompagnato da semplicità e da una naturalezza che hanno pochi confronti. E se le più tarde registrazioni viennesi mostra qualche ruga queste non compromettono la tenuta complessiva della prova. Al sua fianco si alternano come Eva una Maria Reining di una femminilità serica e pastosa quasi mozartiana e una Hilde Güden forse un po’ leggera per il ruolo ma di una purezza cristallina da violino di classe. Meno esaltante invece il Walter duro e sgraziato di Gunther Treptow. Rispetto agli altri direttori tende a passare inosservato Heinrich Hollreiser che lo accompagna con solido professionismo nel duetto del II atto dell’”Arabella” di Strauss dove però al suo fianco splende l’Arabella per antonomasia di Lisa della Casa. Quello di Schoeffler è un Mandryka schietto e sincero, magari senza l’eleganza di altri storici interpreti ma con un retrogusto di rustica umanità che non nuoce al personaggio mentre invariati restano le qualità vocali già descritte nei brani precedenti.
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Madrid, Teatro Real: Martha Graham Dance Company: 90° anniversario

gbopera - Gio, 15/06/2017 - 13:40

Madrid, Teatro Real, Temporada 2016-2017
“MARTHA GRAHAM DANCE COMPANY” 90° anniversario
“Clytemnestra”, atto II del balletto
Coreografia Martha Graham
Musica Halim El-Dabh
Scene Isamu Noguchi
Costumi Martha Graham, Helen McGehee
Clitennestra Peiju Chien-Pott
Fantasma di Agamennone Ben Schultz
Oreste Abdiel Jacobsen
Elettra Charlotte Landreau
Egisto Lorenzo Pagano
Le furie Anne O’Donnell, Anne Souder, Leslie Andrea Williams
“Woodland”
Coreografia Pontus Lidberg
Musica Irving Fine
Costumi Reid Bartelme, Harriet Jung
Maschere Wintercroft Desings
Luci Nick Hung
Solista Xing Ying
“Cave of the heart”
Coreografia e costumi Martha Graham
Musica Samuel Barber
Scene Isamu Noguchi
Luci Jean Rosenthal
Incantatrice, Medea Xing Ying
Giasone Ben Schultz
Principessa, figlia di Creonte Charlotte Landreau
Il coro Natasha M. Diamond-Walker
“Maple Leaf Rag”
Coreografia Martha Graham
Musica Scott Joplin
Costumi Calvin Klein
Luci David Finley
Corpo di ballo Martha Graham Dance Company
Madrid, 11 giugno 2017

Martha Graham è la madre della danza moderna e sovente viene paragonata a personaggi della statura di Picasso, Einstein, Stravinsky; è stata sicuramente rivoluzionaria per il suo tempo, prolifera e instancabile nella produzione, sempre coraggiosa. La Graham nacque nel 1894 in seno a una famiglia benestante; sin da un’età precoce decise di dedicarsi alla danza, studiandone molto approfonditamente la storia e gli stili. Nel 1926 fondò la Martha Graham Company, inizialmente solo per danzatrici, finalizzata alla sperimentazione e allo studio di nuove tecniche; in poco tempo riuscì a proporre un tipo di danza nuovo, che si allontanava completamente dalla danza classica, ma che, al pari di quest’ultima, si fondava su esigenze di virtuosismo e di tecnica. Lavorando sui punti nodali del suo credo artistico la Graham realizzò uno stile moderno-contemporaneo che risultasse connaturato alla cultura e alla società americane (le quali non sempre ritenevano i metodi europei e russo come del tutto naturali). La nuova tecnica della Graham consiste nell’ascoltare il corpo, lasciarlo respirare, contrarlo e rilasciarlo mentre esegue nuovi movimenti: angolari, bruschi, dirompenti. Dopo alcuni anni dalla formazione entrarono per la prima volta nella compagnia due ballerini, Merce Cunnigham ed Erik Hawkins, completando con il loro apporto una gamma di qualità tecniche veramente unica. Con le prime tournée, negli anni Quaranta, la compagnia percorse tutto il territorio americano e Cuba, e a partire da quel periodo ampliò le sue visite a tutto il mondo, da teatri e sale di prestigio assoluto, come la Carnegie Hall di New York, l’Opéra National de Paris, la Royal Opera House di Londra, a siti di grande fascino storico come le piramidi egiziane e l’acropoli di Atene. Nel corso di una carriera molto duratura Martha Graham ha creato 181 coreografie originali ed è stata la prima donna a danzare all’interno della Casa Bianca; per tutto questo venne soprannominata dal New York Times “Ballerina del secolo”, ed è divenuta molto celebre una sua frase: “La danza è scoperta, scoperta, scoperta”. Graham ha dimostrato grande interesse per la cultura antica, occidentale e orientale, sin dall’inizio della sua carriera, come rivelano tanti suoi lavori e scelte musicali, ma al tempo stesso ha nutrito attenzione e sensibilità per il contesto storico del mondo di cui formava parte: Deep Son e Chronicle sono esempi di coreografie nate in risposta a un clima politico spaventoso, la prima dedicata alla guerra civile spagnola della fine degli anni Trenta, la seconda in reazione alla minaccia fascista del decennio successivo.
Il Teatro Real di Madrid ha voluto ospitare la Martha Graham Dance Company in occasione del 90° anniversario, la cui tournée mondiale prosegue dall’anno scorso. Sono stati elaborati due programmi differenti, che ripropongono alcune delle coreografie più significative della Graham e della storia della sua compagnia. La serata che abbiamo seguito inizia con il II atto di Clytemnestra, balletto tratto dalla mitologia greca e chiaramente ispirato alla trilogia di Eschilo, Orestea. In questo II atto Clitennestra è tormentata dagli incubi e dal fantasma di Agamennone; la tragedia e la maledizione imperversano sulla famiglia degli Atridi e si scatenano episodi di violenza e vendetta, sullo sfondo d’una scenografia astratta e divisa in spazi molto ben definiti: a destra un letto di pietre addobbato con lance e simboli di guerra, con un corpo che riposa (Oreste), ai suoi piedi una donna (Elettra) sconsolata in abiti color rosso intenso, in mezzo un corpo crocifisso (Agamennone), a sinistra un trono con un impostore (Egisto) sedutovi. Tutta la scena è stata ricreata grazie all’ispirazione dell’arte antica, con motivi che derivano dalle decorazioni di vasi e reperti archeologici. Il fantasma di Agamennone ha coturni enormi, in considerazione del fatto che nell’antica Grecia i morti venivano rappresentati cosi in pittura, elevati rispetto al livello del suolo. Il codice linguistico attuato da questa coreografia si basa su movimenti unidirezionali, come se fossero tanti quadri statici accostati in serie, con una dinamica lenta e chiara. Ovviamente ai personaggi principali si richiede, oltre alla perizia tecnica, una grande dote di recitazione: PeiJu Chien-Pott (Clitennestra) e Ben Schultz (fantasma di Agamennone) sono decisamente all’altezza della situazione. Uno degli elementi più interessanti di questo balletto è la musica del compositore egizio-statunitense Halim El-Dabh, un pioniere delle ricerche elettroniche, attento all’equilibrio tra ritmo, arcaismo, melodia, inserto vocale e recitazione, che apparenta la partitura più all’opera del Novecento (Clytemnestra fu rappresentata per la prima volta nel 1958) che al balletto classico.
Il secondo brano in programma, Woodland, è una sorta di ode alla musica (di recentissima realizzazione, del 2016), con lo scopo di far risaltare ogni nota, accento e combinazione sonora; il risultato è quello, piacevolissimo, di un gioco fra musica e ballerini, fresco, divertente e fluttuante, pieno di gaiezza e di innocenza (in perfetto contrasto con l’atmosfera cupa e cruenta della pagina che precedeva).
Cave of the heart, la cui versione originale risale al 1946, è un’opera in cui la Graham parla del potere dell’amore, caratterizzato da uno stile simile a quello del balletto Clytemnestra; del resto, anche questa coreografia s’ispira a un altro celebre racconto della letteratura greca, con pochi personaggi e tanti attrezzi in scena, al fine di porre in risalto il significato dei singoli gesti. L’interazione tra Medea e Giasone è esempio di come l’amore possa diventare buio e distruttivo: il balletto prende avvio dal momento in cui Medea appronta un piano per vendicarsi del ripudio; si tratta, insomma, della seconda parte della Medea di Euripide. La scena voluta dalla Graham si compone di un cammino di pietre disposte in forma ascendente, l’orlo superiore di un vulcano con un sole nascente e altri simboli di luce; ogni personaggio è identificato da un colore adatto al suo ruolo e carattere: il bianco per la principessa figlia di Creonte, il nero che poi trascolora in rosso negli abiti di Medea, tinte di terra per la divisa guerresca di Giasone. Il procedimento narrativo risulta molto semplice ed efficace, anche perché segue Euripide fedelmente: domina il confronto dialettico tra Medea e l’antico sposo, con la gelosia e la disperazione della donna che progressivamente si mutano in follia e concepimento di molteplice delitto. Quando Medea ritorna sulla scena nel finale, nella lunghissima coda della veste scarlatta sono avvolti i cadaveri della principessa e dei figli; Giasone crolla quando scopre la verità, mentre la maga ascende al vulcano, dove il sole la purifica e sostiene, offrendole la fuga sul proprio carro. La Medea di Xing Ying sortisce un esito trionfale, e si può dire che sia l’interprete più acclamata dell’intera serata. Ottimo anche il successo di Ben Shultz, l’étoile che precedentemente aveva interpretato il fantasma di Agamennone.
Maple Leaf Rag è l’ultimo balletto per cui Martha Graham scrisse la coreografia, nel 1990 (un anno prima della morte) e con l’unica intenzione di sorridere della propria fama e di sé stessa. All’interno del pezzo figura il suo stesso personaggio, leggero e innovativo, accompagnato dall’inconfondibile e ironica musica di Scott Joplin, in cui predominano le note del pianoforte. Questo ricorda un aneddoto sulla pratica quotidiana della Graham: raccontano che spesso, durante le lezioni, chiedesse al suo pianista di suonare qualcosa che potesse ispirarla e aiutarla a creare, sempre alla ricerca del nuovo com’era. In Maple Leaf Rag tutti i movimenti si sviluppano attorno a una specie di fune: i ballerini saltellano, salgono, fanno delle acrobazie, si siedono, si sdraiano, ma il centro della danza gira sempre intorno allo stesso oggetto, facendo intuire quanto difficile, divertente, ridicolo, instabile sia il processo creativo d’un artista. Il balletto è quasi una parodia, o meglio uno sguardo umoristico e affettuoso sulla pratica della danza. L’intera compagnia è ora sulla scena, con diciotto ballerini impegnati in un costante entrare, uscire, scappare, paragonabile a quello delle idee e dei pensieri in una mente agitata dalla furia creativa. Sembra un gioco, ed è in realtà il miglior modo per ricordare l’effervescenza artistica di Martha Graham.   Foto Teatro Real de Madrid

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Staatsoper Stuttgart: “Pikovaja Dama” (La dama di picche)

gbopera - Mer, 14/06/2017 - 09:48

Staatsoper Stuttgart, Stagione Lirica 2016/2017
“PIKOVAJA DAMA”  (La Dama di Picche)
Opera in tre atti e sette quadri su libretto di Modest Il’c Tschaikovsky dal racconto omonimo di Alexander Pushkin.
Musica di  di Pëtr Il’ic Tschaikowsky  
Hermann ERIN CAVES
Conte Tomsky VLADISLAV SULIMSKY
Principe Jeletsky SHIGEO ISHINO
Tchekalitsky TORSTEN HOFFMANN
Sourin DAVID STEFFENS
Tschaplitzki GERGELY NÉMETI
Narumov MICHAEL NAGL
La Contessa HELENE SCHNEIDERMAN
Lisa REBECCA VON LIPINSKY
Polina STINE MARIE FISCHER
La Governante MARIA THERESA ULLRICH
Mascha YUKO KAKUTA
Orchestra e Coro della Staatsoper Stuttgart
Direttore Sylvain Cambreling
Maestro del Coro Johannes Knecht
Regia e Drammaturgia Jossi Wieler, Sergio Morabito
Scene e Cortumi Anna Viebrock
Luci Reinhard Traub
Stuttgart, 11 giugno 2017 
Il quinto e ultimo nuovo allestimento della stagione che si sta per concludere alla Staatsoper Stuttgart era Pikovaja Dama, l’ ultimo capolavoro operistico di Tschaikowsky che per quest’ opera prese spunto dall’ omonimo racconto di Alexander Pushkin in cui viene narrata, con un linguaggio freddamente clinico, una tragica storia di degenerazione psichica causata dall’ avidità legata al vizio del gioco. Insieme al fratello Modest, che aveva realizzato il  libretto, la concezione drammaturgica di Tchaikovsky modificò l’ impianto originario della vicenda letteraria trasferendone il baricentro  dall’ avidità all’ amore: il protagonista può coronare il suo sogno soltanto diventando ricco ma il destino avverso lo condanna tramite una catena implacabile di avvenimenti che evidenziano il progressivo addensarsi di un vortice senza scampo. Stilisticamente parlando, la struttura dell’ opera presenta elementi derivati dalle più recenti esperienze del teatro lirico francese tradotti musicalmente in una partitura che è uno tra i migliori esempi dello stile maturo di Tschaikowsky nella sua perfetta costruzione basata sullo sviluppo di quattro temi fondamentali enunciati nel Preludio, tra cui si evidenziano in particolare la melodia russa che apre la prima scena, l’ossessivo tema delle carte e il motivo dell’amore di Hermann e Lisa, caratterizzato da cromatismi che esprimono un’ ansia quasi tristaneggiante. Si tratta di un’ opera che costituisce senza alcun dubbio uno degli esempi più completi e maturi nel panorama del teatro musicale di fine Ottocento e che al di fuori della Russia non ha mai conosciuto una fortuna esecutiva pari al suo valore.
La concezione drammaturgica dell’ allestimento di Jossi Wieler e Sergio Morabito si basa fondamentalmente sull’ evidenziazione della follia schizofrenica che caratterizza il mondo in cui agisce il protagonista, rinunciando completamente al decorativismo settecentesco descritto in molte scene del libretto. L’ impianto scenico e i costumi di Anna Viebrock ci mostrano uno spaccato del degrado e della degenerazione morale che caratterizzavano per molti aspetti la vita del popolo russo nei primi anni dell’ età postsovietica. Una recitazione individuale curatissima e una perfetta coordinazione nei movimenti delle masse sono le caratteristiche fondamentali di uno spettacolo molto convincente per la coerenza e il rigore dell’ analisi, come quasi sempre accade nelle produzioni dei due registi. In perfetta sintonia con la parte scenica, la direzione musicale di Sylvain Cambreling mostrava i suoi maggiori pregi nella lucidità di analisi musicale e nella raffinatezza delle sfumature. Quella del maestro di Amiens non è una lettura al calor bianco e di espressività lacerata come quella di Valery Gergiev ma piuttosto esprime l’ evidenziazione serrata in un destino che progredisce in maniera implacabile con un graduale accumularsi della tensione, in una concezione d’ insieme lodevole per coerenza e senso del racconto, realizzata in maniera eccellente da un’ orchestra e da un coro al massimo delle loro possibilità.
Per quanto riguarda la compagnia di canto, la coppia dei protagonisti non è sembrata completamente all’ altezza delle difficoltà presentate dai ruoli. Quella di Hermann è una parte vocalmente assai faticosa, tanto che spesso questo personaggio viene definito come l’ Otello russo per l’ impegno richiesto al cantante. Il tenore californiano Erin Caves ha una voce abbastanza squillante nelle note acute ma non possiede quella percussività nel declamato che sarebbe necessaria in molte scene dell’ opera per delineare la personalità fosca e contorta del protagonista. Anche la parte di Lisa è vocalmente molto impegnativa per la densità orchestrale che la cantante è chiamata a superare in molte scene e il soprano inglese Rebecca Von Lipinsky, lodevolissima dal punto di vista della presenza scenica, ha mostrato uno strumento mancante di sostanza nei centri e con poca punta in alto. Sicuramente molto migliori sono apparse le prestazioni dei due baritoni. Vladislav Sulimsky ha cantato con morbidezza, buon legato e ottime intenzioni interpretative i due monologhi di Tomsky mentre Shigeo Ishino ha reso con una bella affettuosità di fraseggio l’ aria del principe Jeletski mostrando inoltre una bella efficacia scenica nel delineare la compostezza gelida del personaggio in altre scene, soprattutto nel terzo atto. Lodevoli anche le prestazioni di Torsten Hoffmann (Tchekalitsky) David Steffens (Surin), Gergely Németi (Tschalipitzky) e Michael Nagl (Narumov). Tra le altre interpreti dei ruoli femminili, molto brava anche Stine Marie Fischer, una tra le migliori giovani voci della Staatsoper, che ha cantato il celebre duetto con Lisa e la canzone di Polina mettendo in mostra un bel colore vocale e grande vivacità nel fraseggio. Efficaci anche la Governante di Maria Theresa Ullrich e la Mascha di Yuko Kakuta. Per quanto riguarda il ruolo della Contessa, la Staatsoper Stuttgart ha voluto rendere un omaggio a Helene Schneiderman, una delle voci più illustri dell’ ensemble che è stata protagonista di pagine importanti nella storia del teatro. Nella concezione scenica di Wieler e Morabito, la Contessa è una donna dagli atteggiamenti quasi richiamanti la Gloria Swanson di Sunset Boulevard nel suo voler ancora apparire seducente a dispetto dell’ età avanzata. La Schneiderman, che recentemente ha esordito al Metropolitan come Annina nel Rosenkavalier, ne ha dato un ritratto scenico splendido per efficacia, intonando la celebre aria sul motivo di “Je crains de lui parler la nuit” dal Richard Coeur de Lion di Gretry trasposto in minore una quarta sotto, con una pronuncia francese impeccabile e un fraseggio splendido per intensità di tono. Una prestazione che costituisce un perfetto esempio di quel detto in voga tra la gente di teatro, secondo il quale non esistono grandi e piccoli ruoli ma soltanto grandi e piccoli artisti. Teatro esaurito e successo intensissimo, con lunghi applausi per tutti. Foto A. T. Schaefer

Categorie: Musica corale

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