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Venezia, Palazzetto Bru Zane: “Violoncelli in famiglia”

gbopera - Lun, 24/04/2017 - 23:25

Venezia, Palazzetto Bru Zane, Festival “Fernand de La Tombelle, Gentiluomo della Belle Époque”, dall’8 Aprile all’11 Maggio 2017
Violoncelli François Salque, Hermine Horiot, Adrien Bellom, Aurélienne Brauner
Jacques Offenbach: Duo en la mineur op. 53 n° 2
Fernand de La Tombelle: Suite pour trois violoncelles
Antoine Reicha: Trio pour trois violoncelles
Gabriel Fauré: Élégie op. 24 (arrangement pour quatuor de violoncelles de David Poro)
Louis Vierne:Soirs étrangers op. 56, extraits (arrangement pour quatuor de violoncelles de David Poro) Venise; Poissons chinois
Venezia, 22 aprile 2017
Un’ulteriore tappa alla scoperta di Fernand de La Tombelle – l’autore cui è dedicato l’attuale Festival di primavera del Palazzaetto Bru Zane-Centre de Musique Romantique Française di Venezia – si è compiuta con il concerto di venerdì 22 aprile, nel quale protagonista assoluto era il violoncello, in base a un raffinato programma che vedeva una composizione di La Tombelle per trio di violoncelli, inserita tra altre composizioni di vari autori francesi, di nascita o di adozione – databili tra l’inizio dell’Ottocento e il primo Novecento –, concepite per varie formazioni sempre di violoncelli. Solisti – com’è costume dell’istituzione franco-veneziana – erano dei giovani virtuosi dello strumento, e tuttavia già affermati interpreti, nel panorama musicale internazionale, per l’alta scuola che traspare dalle loro interpretazioni, unita a passione, capacità di concentrazione e musicalità.
Di un autore francese d’adozione – Jacques Offenbach – era il primo titolo, che ci ha svelato un aspetto poco conosciuto del celebre compositore di fortunate operette, presentato qui, appunto, in veste di cultore del violoncello, strumento di cui era un vero e proprio virtuoso e per il quale anche compose, tra il 1839 e il 1855, opere di carattere didattico: tra esse il Cours méthodique de duos pour deux violoncelles, di cui fa parte anche il Duo presentato in quest’occasione, il cui numero d’opus, il 53 – le sei suites che compongono il Corso, sono ordinate in base alla loro crescente difficoltà dall’op. 49 all’op. 54 –, testimonia da solo del livello trascendentale, sul piano tecnico, richiesto dal pezzo stesso. E, in effetti, una tecnica trascendentale hanno sfoggiato le due valenti soliste Hermine Horiot e Aurélienne Brauner, che hanno, nello stesso tempo, saputo valorizzare la cantabilità che percorre la composizione, preannunciando quella facilità melodica, che sarà cifra distintiva del compositore franco-tedesco.
A Hermine Horiot si univano successivamente François Salque e Adrien Bellom, ad eseguire la Suite di La Tombelle, pubblicata a Parigi nel 1921 e dedicata ai celebri violoncellisti Ruyssen, padre e figlio: un altro brano in cui la difficoltà tecnica si coniuga con la cantabilità. Molto espressivo è risultato il primo violoncello, François Salque, intonando il tema cantabile nel registro acuto che, nel primo movimento (Allegro), nasce dall’elaborazione del materiale tematico iniziale, o la melodia in pianissimo dell’Andantino, dove i tre strumentisti insieme hanno brillato nel successivo episodio contrappuntistico. Trascinante il Presto, struggente il Lento con i tre strumenti in sordina, ricco di contrastanti colori l’Allegro finale.
Adrien Bellom, insieme alle due violoncelliste, ha successivamente eseguito il Trio per tre violoncelli di Antoine Reicha, datato 15 giugno 1807, le cui tre parti sono state composte per strumentisti di pari livello. Questo si è colto nel primo movimento, caratterizzato da  scambi tra gli strumenti, in progressioni o imitazioni con accenni di improvvisazione polifonica. Un affiatato dialogo si è, analogamente, apprezzato nell’Andante, su cui aleggia lo spirito di Haydn, dal ritmo cadenzato di siciliana, come, peraltro, nel vivace Minuetto, in cui i tre strumenti si passano costantemente la parola, e nel Finale, in cui prevale l’elemento ritmico.
Tutti e quattro i solisti si sono riuniti ad eseguire i due restanti pezzi, segnalandosi ulteriormente per l’alto livello tecnico-interpretativo, che li accomuna, consentendo a tutti loro una grande versatilità e una perfetta intercambiabilità. Composta nel 1880, l’Élégie di Fauré – ancora oggi uno dei pezzi più apprezzati della letteratura per violoncello – fu eseguita per la prima volta il 15 dicembre 1883 presso la Société Nationale de Musique dal violoncellista Jules Loëb, professore al Conservatoire de Paris e dedicatario dell’opera, che nacque come movimento lento di una sonata, che poi non venne mai completata; e ciò spiega il suo carattere altamente espressivo.  Nel concerto di cui ci occupiamo ne è stato proposto l’arrangiamento per quartetto di violoncelli, firmato da David Poro. Varia nell’accento e ricca di sfumature è risultata l’interpretazione, da parte dei quattro strumentisti, di questo brano, che si basa sul trattamento di un tema dal profilo discendente e le cui prime battute stabiliscono un clima funebre, con cui contrasta l’espressione appassionata della parte centrale, aperta da un secondo tema dal ritmo ternario, e seguita da figurazioni virtuosistiche, che ricordano una cadenza da concerto, affidate al primo violoncello (ancora Salque). Lo stesso poi ripropone, nel registro acuto con espressione tesa, la melodia iniziale su un accompagnamento tempestoso degli altri tre strumenti, fino al ritorno, in tono cupo del secondo tema in modo minore.
Perfettamente a loro agio si sono dimostrati i quattro violoncellisti anche nei due brani di Louis VierneVenise e Poissons chinois – tratti da Soirs étrangers (in origine, Cinque pezzi per violoncello e pianoforte, datati: Losanna, agosto-settembre 1928), anch’essi proposti nell’arrangiamento per quartetto di violoncelli ad opera di David Poro. Di questi brevi brani, scritti all’insegna della semplicità, gli interpreti hanno restituito con sensibilità e padronanza tecnica  il rispettivo carattere: l’andamento dolcemente cadenzato del primo, lo scatenato moto perpetuo di crome dominante nel secondo. Successo pieno e scroscianti applausi, placati da un bis: Après un rêve del sempre affascinante Gabriel Fauré.

 

Categorie: Musica corale

Aix-en-Provence, Festival de Pâques 2017: Martha Argerich & Stephen Kovacevich

gbopera - Lun, 24/04/2017 - 22:30

Grand Théâtre, Aix-en-Provence, saison 2017
Piano Martha Argerich,  Stephen Kovacevich
Claude Debussy: Prélude à l’après-midi d’un faune (transcription pour deux pianos), Lindaraja, En blanc et noir
Sergueï Rachmaninov: Danses symphoniques, op. 45  I. Non Allegro  II. Andante con moto  III. Lento assai – Allegro vivace
Aix-en-Provence, le 19 avril 2017
Il y a toujours, lors de festivals de musique, des concerts qui subissent des changements, à cause d’annulations prévues en amont, ou alors de dernière minute. Le Festival de Pâques a déjà été confronté à ce genre de problème, et c’est la hantise de chaque directeur artistique. Mais dans ce festival, le public est assuré d’avoir toujours un concert à la hauteur de celui annoncé, ce qui donne quelquefois lieu à une recrudescence de spectateurs. Le concert de ce soir, qui était d’abord annoncé avec Marc Minkovski à la tête de l’orchestre national Bordeaux Aquitaine, avait été remplacé par un récital de piano donné par Maurizio Pollini que le public était très impatient d’écouter, mais au dernier moment, une mauvaise chute avait contraint le pianiste à déclarer forfait. Heureusement, Dominique Bluzet et Renaud Capuçon, qui ne manquent pas de solides amitiés musicales, ont proposé un concert pour deux pianos, avec deux éminents solistes dont la réputation a depuis longtemps traversé toutes les frontières et qui font de chaque prestation un évènement musical. C’est ainsi qu’allait se reformer sous nos yeux ce couple mythique du piano : Martha Argerich et Stephen Kovacevich.
Au programme Claude Debussy et Sergueï Rachmaninov. Deux compositeurs d’une même époque, mais venus d’horizons très différents, comme le sont les tempéraments des deux solistes ; l’une venue d’Argentine, l’autre d’Amérique avec des origines serbes, mais réunis dans une même esthétique musicale, celle d’être au plus près des compositeurs et de rendre palpables les couleurs d’un Claude Debussy ou les accents slaves d’un Sergueï Rachmaninov. Avec une Martha Argerich assagie qui refuse tout culte de la personnalité et un Stephen Kovacevich qui déclarait récemment au journal The Telegraph “il y a trop de politiquement correct en musique”, nous étions assurés d’avoir une interprétation personnelle mais entièrement dédiée à la musique. Pour ce concert qui devait être donné trois jours plus tard, avec le même programme, à la Philharmonie de Paris, nous assistions à un échange de tabouret, de chaise, de place, avec une bonne humeur communicative et bon enfant, dans une idée de partage.
Les deux pianos étant placés côte à côte, cette mise en scène, voulue sans doute par les solistes, enlève le côté un peu théâtral des concerts et empêche une audition liée au visuel, et nous devons avouer que souvent le son se perd, s’éloigne pour se retrouver dans un moment de plus grande concentration. Une interprétation intimiste de cette page impressionniste de Claude Debussy qu’est le Prélude à l’après-midi d’un faune, transcrite pour deux pianos par le compositeur lui-même, qui nous promène à travers une poésie picturale. Debussy compose Lindaraja pour deux pianos en 1901. Cette pièce de cinq minutes qui fait ressortir les influences espagnoles est interprétée ici avec beaucoup de musicalité et de délicatesse dans un jeu fluide aux intentions pertinentes. En blanc et noir est certes une pièce plus sombre, car composée en 1915, qui fait ressortir le côté noir de sa période de dépression où transparaissent les heures sombres de la guerre. Trois mouvements dédicacés, l’un à son ami Koussevitski, les deux autres au lieutenant Jacques Chabot tué à l’ennemi en 1915 et à Igor Stravinsky. Dans un tempo vif, avec des mesures forte, les atmosphères et les couleurs s’enchaînent avec toujours cet échange musical. Des rythmes et des harmonies étranges dévoilent la période troublée que vit le Debussy ; des phrases plus lyriques et marquées se font entendre dans des nuances peu exacerbées.
Une première partie tout en nuances qui sera suivie par les très attenduesDanses symphoniques de Sergueï Rachmaninov données en deuxième partie. Danses dédiées au chef d’orchestre Eugène Ormandy et à l’orchestre de Philadelphie, qu’il considérait comme le plus grand orchestre du monde, arrangées pour deux pianos par le compositeur et composées en 1940. Cette oeuvre que Martha Argerich a souvent jouée avec Nelson Freire, revêt ici un caractère plus puissant que les oeuvres données en première partie. Deux solistes qui dialoguent à forces égales dans une grande solidité. Deux touchers qui mélangent leurs sonorités dans la mélancolie ou pour plus de profondeur avec des notes au fond des temps. La puissance est dans le son, la vélocité dans l’agilité. Ces danses, remarquablement écrites sont jouées avec intelligence par deux artistes qui se connaissent bien et savent s’effacer chacun à son tour pour un discours entre deux personnes qui ne font qu’un. Plus grave, le Lento assai est joué avec une recherche de sonorités pour une vélocité contrôlée, toujours délicate, dans des enchaînements bien réglés aux nuances subtiles.
Changement d’atmosphère, plus joyeux pour cet Allegro vivace, interprété avec précision et sans dureté, avec des accents qui rompent la fluidité du jeu de deux talents conjugués. Force et netteté pour ce grand crescendo dans une sorte d’ostinato qui laisse entendre chaque note. Une interprétation de ces danses, qui fait ressortir la musicalité et la technique de deux artistes d’une grande intelligence qui jouent avec une émission si facile, que la musique semble couler de source. Pour un public conquis, un moment de joie délicate avec ce passage de Casse noisette “La Fée Dragée”, donné en bis et joué avec malice dans une belle complicité. Puis, reprise du Lindaraja de Debussy où la salle retient son souffle, et pour finir sur une note joyeuse, une valse de Brahms. Sans doute aurions-nous aimé une première partie moins confidentielle avec une disposition des pianos qui nous permette d’apprécier les solistes visuellement, mais on sent chez ces deux artistes un tel bonheur de jouer ensemble et une telle envie de le partager avec le public, qu’un hommage est rendu à ces pianistes hors normes, longuement applaudis, qui nous offrent de si beaux moments musicaux. Photo Caroline Doutre

Categorie: Musica corale

La trilogia Mozart-Da Ponte secondo Currentzis – 2: “Così fan tutte” K. 588

gbopera - Dom, 23/04/2017 - 17:15
Dramma giocoso in due atti K. 588 su libretto di Lorenzo Da Ponte. Simone Kermes (Fiordiligi), Malena Ernman (Dorabella), Anna Kasyan (Despina), Kenneth Tarver (Ferrando), Christopher Maltman (Guglielmo), Konstantin Wolff (Don Alfonso). MusicAeterna (Orchestra e coro della Perm Opera and Ballet Theatre), Teodor Currentzis (direttore). Registrazione P. I. Čajkovškij State Opera and Ballet, Perm 9-19 gennaio 2013. 3 CD Sony 88765466162
L’ascolto de “Le nozze di Figaro” dirette da Teodor Currentzis alla guida dei complessi dell’Opera di Perm sotto il nome commerciale di MusicAeterna è stata per molti un’autentica rivelazione e moltissimo interesse si nutriva per il secondo titolo del progetto mozartiano ovvero questo “Così fan tutte” inciso nel 2013. Alla prova dell’ascolto la sensazione è però in parte delusa pur restando quella del direttore greco-russo una delle realizzazioni più stimolanti ascoltate negli ultimi anni. Per molti aspetti questa è fra le opere della trilogia dapontiana di Mozart la più lontana dalla sensibilità di Currentzis che trova di che esaltarsi soprattutto nei momenti di grande tensione drammatica o quando l’implacabilità della macchina teatrale domina su ogni cosa – e questa è la situazione di molti momenti de “Le nozze di Figaro” – mentre “Così fan tutte” è opera più statica e giocata su minimi scarti emotivi apparentemente meno congeniali al suo temperamento. Currentzis punta su una lettura di assoluta chiarezza, persino fredda in certi momenti dove a volersi cercare sembra essere più il teorema filosofico sotteso ai personaggi che la realtà vissuta dagli stessi. Sonorità brillanti, tempi rapidi – e che ancor più sembrano propria per la chiarezza dell’articolazione – valorizzazione estrema degli elementi strutturali sono le cifre dominanti di questa lettura che inevitabilmente riesce meno coinvolgente di primo acchito rispetto alla bruciante temperatura dell’edizione precedente anche se è in realtà altrettanto studiata e curata nei dettagli. Certo, quando l’orchestrazione lo permette, l’orchestra di Currentzis si accende ed esplode ed ecco quanto fisicamente palpabile diventi la tensione al momento della partenza dei giovani per la guerra o quale forza hanno le scariche sonore che accompagnano il crollo di Ferrando e Guglielmo di fronte alla compiuta infedeltà. La lettura di Currentzis avrebbe poi potuto esprimere meglio le sue possibilità con un cast più valido nel suo complesso e non affossato dalle prove invero modeste delle due protagoniste. Se già come Contessa Simone Kermes aveva suscitato più d’una perplessità, come Fiordiligi si pone troppo oltre la linea dell’accettabile con un profluvio di suoni fissi, striduli, sgraziati, con un canto quasi sempre faticoso e mai naturale che non possono certo essere compensati dalla personalità interpretativa. La Dorabella di Malena Ernman è più corretta come impostazione ma la voce dà spesso l’impressione di essere ingolata, la pronuncia sui recitativi è pessima e l’interpretazione spesso fin troppo generica per essere veramente convincente nonostante la ricchezza degli spunti espressivi offerta dalla direzione. La migliore risulta la Despina di Anna Kasyan, voce più piena e robusta di quanto spesso si ascolti per il ruolo, che mostra buona impostazione complessiva e apprezzabile pulizia espressiva – qualche effetto caricaturale è presente solo nella scena del Notaio Beccavivi – in questo perfettamente in linea con la serissima lettura di Currentzis. Le cose vanno decisamente meglio nel settore maschile. Bellissima voce e ottima linea di canto per il Fernando di Kenneth Tarver sicuro, squillante e giustamente per nulla efebico o sospiroso; gli acuti sono sicuri e ricchi di suono, le colorature pulite e sempre espressive, il fraseggio vario e pertinente. Dispiace solo per il taglio di “Ah! Lo veggio” dove le sue doti avrebbero potuto risultare al meglio. Un po’ invecchiato nel timbro e non sempre pulitissimo come pronuncia, il Guglielmo di Christopher Maltman compensa però con esperienza; qualche asprezza espressiva non è, tuttavia, impropria per un personaggio che può concedere qualche cosa al riguardo. Sorprende il giovane baritono Konstantin Wolff che per Don Alfonso ha voce fin troppo chiara e giovanile – tanto che ci si chiede se non sarebbe stato opportuno invertire i ruoli con il più maturo Maltman – ma cantante elegante e raffinato e fraseggiatore di gusto per di più con a disposizione una pronuncia italiana decisamente soddisfacente che gli permette di affrontare un ruolo così giocato sul controllo linguistico come quello del cinico filosofo. Cantante da seguire con attenzione, ma purtroppo lui e Tarver non possono supplire pienamente alle troppe carenze delle protagoniste femminili. Sempre valida la prova del coro dell’Opera di Perm.
Ascolta “W.A.Mozart: “Così fan tutte” Finali atto 1 & 2″ su Spreaker.
Categorie: Musica corale

Genova, Teatro Carlo Felice: “Don Carlo”

gbopera - Dom, 23/04/2017 - 01:32

Genova, Teatro Carlo Felice, stagione lirica 2016/17
“DON CARLO”
Dramma lirico in quattro atti su libretto di Joseph Méry e Camille du Locle dalla tragedia Don Karlos, Infant von Spanien di Friedrich Schiller e dal dramma Philippe II, Roi d’Espagne di Eugène Cormon. Traduzione italiana di Achille De Lauzières e Angelo Zanardini.
Musica di Giuseppe Verdi
Filippo II, Re di Spagna RICCARDO ZANELLATO
Don Carlo, Infante di Spagna AQUILES MACHADO
Rodrigo, Marchese di Posa FRANCO VASSALLO
Il Grande Inquisitore, cieco nonagenario MARCO SPOTTI
Un frate MARIANO BUCCINO
Elisabetta di Valois SVETLA VASSILEVA
La Principessa Eboli GIOVANNA CASOLLA
Tebaldo, paggio d’Elisabetta MARIKA COLASANTO
Il Conte di Lerma DIDIER PIERI
Un Araldo reale DIDIER PIERI
Voce dal cielo SILVIA PANTANI
Deputati fiamminghi ETTORE KWANGHYUN KIM, ROBERTO MAIETTA, ENRICO MARCHESINI, STEFANO MARCHISIO, DANIELE PISCOPO, STEFANO RINALDI MILIANI
Orchestra e Coro del Teatro Carlo Felice di Genova
Direttore Valerio Galli
Maestro del Coro Franco Sebastiani
Regia Cesare Lievi
Scene e Costumi Maurizio Balò
Luci Andrea Borelli
Allestimento del Teatro Regio di Parma in coproduzione con Fondazione Carlo Felice di Genova, Òpera de Tenerife, Teatro Nacional de São Carlos di Lisbona.
Genova, 21 aprile 2017
Una serata dedicata, come ha ben dichiarato il soprintendente Maurizio Roi, a Daniela Dessì che avrebbe dovuto interpretare il personaggio di Elisabetta.  Di questo  Don Carlo del Teatro Carlo Felice che ci ha soddisfatti solo a metà, scegliamo di limitarci solo a ricordare gli aspetti registici e visivi vi rimandiamo a quanto abbiamo scritto sull’esecuzione di  Parma lo scorso autunno e ci concentreremo sulla direzione musicale.  ri spagnoli apre e chiude l’allestimento, ed è il trait d’union scenico di tutto l’allestimento. Un grande plauso a Valerio Galli sul podio dell’Orchestra del Carlo Felice. Appassionato, trascinante, assolutamente dentro la partitura che è riuscito a risaltare in tutta la sua potenza espressiva e drammatica. Ha ben accentuato i chiaroscuri e colorato i momenti di maggiore intensità lirica, anche se, qualche volta, il controllo delle sonorità non era calibratissimo. Nel cast ha spiccato il Rodrigo di Franco Vassallo che ha ben reso tutte le sfumature del personaggio. Un’emissione robusta, una bella linea di canto, ricca di sfumature gli permette, senza fatica, di affrontare con fierezza il ruolo, sostenuto dal pubblico in sala.
Successo personale per la veterena  Giovanna Casolla, all’alba dei suoi settantadue anni, ha portato in scena, nella sua sapiente interpretazione del complesso ruolo de La Principessa Eboli, tutta la sua esperienza, la sua solida tecnica. Aquiles Machado ha affrontato degnamente il ruolo di Don Carlo. Il  fraseggio è vario, la voce ben proiettata, non sempre precisissimo nella gestione del registro acuto, una bella presenza scenica, capace di rendere l’ardore del personaggio. Piuttosto debole invece Svetla Vassileva che non appare a proprio agio con la scrittura vocale di  Elisabetta di Valois, nonostante la sua eleganza e indubbia presenza scenica. Ben calibrato il Filippo di Riccardo Zanellato, che debuttava il ruolo. Cantante non dotato di una voce particolarmente potente, ma  omogenea nell’emissione, unita a un uso del fraseggio appropriato al ruolo. Applauditissimo nel tanto atteso banco di prova dell’ “Ella giammai m’amò”. Gli si affianca Marco Spotti che rende con grande intensità  Il Grande Inquisitore. Una voce dei centri corposi, fraseggio incisivo e carismatica presenza scenica. Il resto del cast è caratterizzato dal sicuro apporto di Didier Pieri ( Il Conte di Lerma e di Un Araldo reale), Ettore Kwanghyun Kim, Roberto Maietta, Enrico Marchesini, Stefano Marchisio, Daniele Piscopo e Stefano Rinaldi Miliani (deputati fiamminghi), così come apprezzabili sono stati gli interventi di  Silvia Pantani (Voce dal cielo) e di Mariano Buccino (Un frate). Un po’ anonimo il Tebaldo di  Marika Colasanto. Ci è parso un po’ in ombra il Coro del Teatro Carlo Felice diretto da Franco Sebastiani. Foto Marcello Orselli

 

 

Categorie: Musica corale

Festival de Pâques d’Aix-en-Provence 2017: Alexandra Conunova & Gianandrea Noseda

gbopera - Sab, 22/04/2017 - 01:04

Grand Théâtre de Provence, Aix-en-Provence, saison 2017
Orchestra Filarmonica del Teatro Regio di Torino
Direction musicale  Gianandrea Noseda
Violon  Alexandra Conunova
Piotr Ilitch Tchaïkovski: Concerto pour violon en ré majeur, op.35
Luigi Dallapiccola: Fragments symphoniques du ballet Marsia :I Danza Magica, II Ostinato, III Sostenuto, ma deciso -Danza di Apollo, IV Ultima Danza di Marsia, V La Morte di Marsia
Modeste Moussorgski : Tableaux d’une exposition (orchestration de Maurice Ravel) I Gnomus, II Le vieux château, III Les Tuileries, IV Bydlo, V Ballet des poussins dans leur coque, VI Samuel Goldenberg et Schmuyle, VII Le Marché de Limoges, VIII Catacombe, IX Cum mortuis in lingua mortua, X la Cabane sur des pattes de poule, XI La Grande porte de Kiev
Aix-en-Provence le 17 avril 2017
Le Festival de Pâques d’Aix-en-Provence donne, à un public de plus en plus nombreux, la possibilité de découvrir, retrouver, écouter des artistes et des orchestres toujours de haut niveau, mais souvent difficiles d’accès. Là ils viennent à vous et semblent heureux de participer et de vous faire partager ces moments privilégiés. C’est donc toujours avec bonheur que l’on se rend à ces concerts. Gianandrea Noseda, déjà connu du fidèle public du Festival de Pâques pour avoir dirigé en 2015  Shéherazade de Rimsky-Korsakov, allait, toujours à la tête de La Filarmonica Teatro Regio Torino, diriger, inspirer et animer cette soirée musicale. Cet orchestre, relativement jeune puisque fondé en 2003, voyage beaucoup et a aussi comme particularité de vouloir faire connaître des oeuvres plus contemporaines. C’est sans doute pour cette raison que le compositeur Luigi Dallapiccola (1904-1975) prendra place aux côtés de Piotr Ilitch Tchaïkovski et Modeste Moussorgski. Alexandra Conunova, lauréate en 2012 du concours international de violon Joseph Joachim de Hanovre, allait interpréter le célébrissime concerto de Tchaïkovski. Alexandra Conunova déjà applaudie sur cette scène en 2015, n’est donc pas une inconnue pour les auditeurs de ce festival. C’est dans un jeu très personnel, quelquefois musclé mais toujours avec charme, que la jeune violoniste moldave fait sonner son violon Santo-Serafino venise 1735. Aussi belle à regarder qu’agréable à écouter, on suit ses arabesques ou ses phrases musicales jouées dans un vibrato intense. Cadence limpide, harmoniques sonores, fermeté de main gauche et déploiement d’archet à la corde font montre d’une technique implacable. Si le troisième mouvement joué dans un tempo très vif est époustouflant avec un détaché solide et sonore, c’est dans l’Andante joué sans lenteur, qu’Alexandra Conunova fait ressortir sa sensibilité avec de légers glissandi ou de subtiles substitutions de doigts dans un joli phrasé. Si l’on peut regretter cette fougue qui l’amène parfois à une vélocité pas toujours bien contrôlée, nous apprécions les nombreuses qualités violonistiques et musicales de cette jeune artiste, démontrées dans ce concerto d’une grande difficulté et suivie avec beaucoup de précision et de justesse par un chef d’orchestre très à l’écoute de la soliste. Très applaudie, Alexandra Conunova nous donnera en bis un moment de musique pure avec la Sarabande de la partita No2 de Jean Sébastien Bach. Nous retrouvons la pureté du son appréciée déjà dans le concerto, la fermeté de main droite dans des changements d’archet pourtant souples, pour une interprétation très baroque et personnelle, qui donne à ce morceau une dimension confidentielle. La  fougue du Tchaïkovski cède ici la place à la sérénité et au calme intérieur. Un grand bravo à cette violoniste aux multiples facettes. Luigi Dallapicola allait nous surprendre avec ses Fragments symphoniques du ballet Marsia. Le compositeur italien a subi les influences d’Arnold Schoenberg  et des compositeurs d’une certaine école qui ira jusqu’à la musique sérielle. S’il est attiré par les découvertes musicales et le dodécaphoniques, le compositeur n’oubliera pas ses premiers émois musicaux dus aux opéras de Richard Wagner. Profondément humaniste, le compositeur qui a aussi été marqué par la domination autrichienne sera ce que l’on peut appeler un compositeur engagé. Nous préparant à écouter Fragments symphoniques du ballet Marsia, nous attendions une musique dont le parti pris serait une musique atonale, tendant vers la musique sérielle. Il n’en est rien. Un engagement descriptif, des thèmes enchevêtrés avec quelques lignes déstructurées ; à peine la force et les accents dans l’harmonie font-ils penser à Chostakovitch. Cette musique convient à Gianandrea Noseda, où puissance et piani s’affrontent dans un discours intéressant. Précision des attaques et des archets, changements d’atmosphères et de couleurs dans des sonorités larges et pleines, puis des passages piano et mystérieux qui évoquent Benjamin Britten, tout ceci dirigé avec rigueur. Cette oeuvre peu jouée, appréciée d’emblée par le public a été une heureuse surprise qui a contribué à mettre l’orchestre en valeur. L’oeuvre, “Tableaux d’une exposition”, magistrale et par moments monumentale (La grande porte de Kiev) devait donner la possibilité à La Filarmonica teatro Regio Torino d’explorer les couleurs de la Russie chère à Modeste Moussorgski. Composée en six semaines, après le décès de son ami le peintre et architecte Victor Hartmann, cette pièce en dix tableaux est une évocation de lieux  admirés par le peintre lors de voyages, de contes ou d’atmosphères. Le compositeur se sert de divers instruments pour imager cette balade à travers l’exposition des différents dessins. Petite trompette ou trompette en ré, saxophone, harpes, cloches et tuba. Modeste Moussorgski trouve le ton juste et les couleurs qui conviennent pour cette évocation picturale. Intermèdes promenades aux diverses tonalités, des harmonies étranges pourGnomus, au son mélancolique du saxophone pour Le vieux château, ou aux espiègleries des jeux d’enfants aux Tuileries, les atmosphères changent d’un dessin à l’autre nous faisant sentir, par le tuba, le poids lourd du boeuf tirant le charriot polonais. L’orchestration de Maurice Ravel suit le cheminement sans trahir le compositeur par une trop grande transformation orchestrale ; il rend à merveille le côté comique et la désorganisation des poussins dans leur coque pour passer au mélange des sonorités avec le discours de Samuel Goldenberg et Schmuyle aux personnalités différentes, puis au papotage sur Le marché de Limoges, qui fait place aux accords d’une dimension sépulcrale qui nous plongent dans les profondeurs des Catacombes. Après une promenade où le compositeur dialogue avec son ami défunt, La Cabane sur des pattes de poule nous donne une version du conte russe de la célèbre ogresse Baba Yaga dans un climat de tension. La Grande porte de Kiev, offerte par le tsar Alexandre II, termine en apothéose avec cloches tubulaires et gongs. Nous n’avons pas été séduits, dans cette oeuvre, par la proposition faite par le chef d’orchestre italien. trop fort, trop dur trop d’animation dans la gestuelle. Il semblerait que Gianandrea Noseda se soit trompé d’exposition. Sa direction nerveuse et verticale enlève le côté voluptueux ou romantique spécifique à la musique russe. Du volume, de l’éclat, certes, mais dans l’ampleur avec toujours une pointe de lumière. Longuement ovationné, l’orchestre est remarqué surtout par la qualité du quatuor dont l’investissement certain domine l’ensemble de l’orchestre. Pour terminer sur un moment de musique plus apaisée, La Filarmonica Teatro Regio Torino, nous proposait l’Intermezzo de l’acte III de l’opéra de Giacomo Puccini Manon Lescaut avec un beau soli violoncelle, alto, violon. Cette page au lyrisme assuré, démontre encore une fois la belle tenue de l’orchestre et les belles qualités de son quatuor. Si le chef d’orchestre a su moduler son tempérament souvent excessif pour aller vers plus de romantisme, il nous semble encore un peu trop marqué dans sa direction pour ce moment de musique pure. Une soirée qui a soulevé l’enthousiasme du public qui se retrouvera très nombreux nous en sommes sûrs pour le prochain concert. Photo Caroline Doutre

Categorie: Musica corale

“Nabucco” inaugura la 95a edizione dell’Opera Festival 2017 all’Arena di Verona.

gbopera - Mer, 19/04/2017 - 23:30

Venerdì 23 giugno alle ore 21.00 Nabucco di Giuseppe Verdi inaugura la 95a edizione dell’Opera Festival 2017 all’Arena di Verona.
Il dramma verdiano, composto sul libretto di Temistocle Solera, è proposto per 12 serate, fino al 26 agosto, in un nuovo allestimento che porta la firma di Arnaud Bernard per regia e costumi e di Alessandro Camera per le scene. Alla direzione d’orchestra potremo apprezzare Daniel Oren (23, 29/6 – 7/7 – 4, 9, 12, 18, 23, 26/8), che dal 1984 ha guidato magistralmente solisti, Orchestra e Coro areniani in 45 titoli lirici per 28 Festival; mentre per tre serate salirà sul podio Jordi Bernàcer (12, 15, 18/7), talentuoso direttore al suo debutto all’Arena di Verona.
In scena spiccano i nomi di grandi interpreti verdiani: nei panni del protagonista Nabucco troviamo per la Prima e le due recite successive George Gagnidze (23, 29/6 – 7/7), cui seguono Leonardo Lòpez Linares (12, 15, 18/7 – 4/8), Boris Statsenko (9, 12, 18/8), al suo debutto nell’anfiteatro, e Sebastian Catana (23, 26/8). Il personaggio della fiera Abigaille è affidato a Tatiana Melnychenko (23, 29/6 – 7/7) e Anna Pirozzi (4, 9, 12/8) – che proprio in questo ruolo hanno visto il loro debutto in Arena rispettivamente nel 2013 e nel 2015 – e Susanna Branchini (18, 23, 26/8), apprezzata interprete areniana dal 2008, mentre sarà alla sua prima nell’anfiteatro veronese Rebeka Lokar (12, 15, 18/7). Altro debutto con Fondazione Arena, nel ruolo di Zaccaria, per Stanislav Trofimov (23, 29/6 – 7/7 – 23, 26/8), a cui fanno seguito i ritorni di Rafał Siwek (12, 15, 18/7) e In-Sung Sim (4, 9, 12, 18/8). Nei panni di Fenena vedremo Carmen Topciu (23, 29/6 – 7, 12/7 – 4/8), Anna Malavasi (15, 18/7) e Nino Surguladze (9, 12, 18, 23, 26/8), e in Ismaele Walter Fraccaro (23, 29/6 – 7/7), Mikheil Sheshaberidze (12, 15, 18/7 – 4, 9/8) e Rubens Pelizzari (12, 18, 23, 26/8).
Completano il cast, nel ruolo del Gran Sacerdote di Belo Romano Dal Zovo (23, 29/6 – 7, 12, 15, 18/7) e Nicolò Ceriani (4, 9, 12, 18, 23, 26/8); nei panni di Abdallo Paolo Antognetti (23, 29/6 – 7/7 – 18, 23, 26/8) e Cristiano Olivieri (12, 15, 18/7 – 4, 9, 12/8); infine, daranno voce ad Anna Madina Karbeli (23, 29/6 – 7, 12, 15, 18/7 – 4/8) ed Elena Borin (9, 12, 18, 23, 26/8).
Il titolo impegna l’Orchestra, il Coro preparato dal M° Vito Lombardi ed i Tecnici dell’Arena di Verona insieme a numerose comparse.
Repliche: 29 giugno, ore 21.00 – 7, 12, 15, 18 luglio, ore 21.00 – 4, 9, 12, 18, 23, 26 agosto, ore 20.45

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Verona, Teatro Filarmonico: “Norma” dal 23 al 30 aprile 2017

gbopera - Mer, 19/04/2017 - 20:28

Domenica 23 aprile alle ore 15.30 debutta al Teatro Filarmonico di Verona Norma di Vincenzo Bellini, quinto titolo d’opera della Stagione Lirica 2016-2017 di Fondazione Arena.
L’allestimento porta la firma di Hugo de Ana, che ne cura regia, scene e costumi, mentre ritroviamo sul podio Francesco Ivan Ciampa a guidare cantanti e Orchestra e Coro areniani.
Csilla Boross (23, 27, 30 aprile), al suo debutto con Fondazione Arena, e Francesca Sassu (25 aprile) nel ruolo del titolo, accanto a Rubens Pelizzari (23, 27, 30 aprile) e Mikheil Sheshaberidze (25 aprile) che tornano al Filarmonico per vestire i panni del proconsole romano Pollione; darà voce alla giovane sacerdotessa Adalgisa Anna Maria Chiuri (23, 27, 30 aprile), anche lei alla sua Prima con Fondazione Arena, a cui si alternerà Alessia Nadin (25 aprile), mentre nei panni del padre di Norma Oroveso ascolteremo per la prima volta sul palco veronese Marko Mimica (23, 27, 30 aprile) e Mattia Denti (25 aprile). La confidente Clotilde sarà Madina Karbeli e il romano Flavio Antonello Ceron.
Repliche: martedì 25 aprile alle 19.00, giovedì 27 aprile alle 20.00 e domenica 30 aprile alle 15.30.
Per informazioni e prenotazioni: Ufficio Formazione della Fondazione Arena di Verona
tel. (+39) 045 8051933 – fax (+39) 045 590638 –

 

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“Progetto Opera Rovereto 2017: La Traviata”

gbopera - Mer, 19/04/2017 - 18:26

Dopo il grande successo del 2016, torna a Rovereto il festival lirico Progetto Opera che, giunto ormai alla sua quinta edizione, sarà dedicato quest’anno a “La Traviata” di Giuseppe Verdi. Promosso dall’Associazione Culturale Euritmus, fondata nel 2006 dal Trio d’archi Broz, composto dai fratelli roveretani Barbara (violino), Giada (violino e viola) e Klaus (violoncello) Broz, in collaborazione con le Associazioni Spagnolli-Bazzoni Onlus e Anthropos di Rovereto, l’Accademia della Belle Arti di Verona, l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli e GBopera Magazine, il Festival inizierà mercoledì 26 aprile e si concluderà domenica 30 aprile. “Progetto Opera – spiega il direttore artistico Klaus Broz –trasforma Rovereto in un crocevia dove giovani artisti di tutto il mondo possono dialogare e confrontarsi attraverso la musica con un pubblico altrettanto giovane e se pensiamo all’Opera, non convenzionale”. La quinta edizione di Progetto Opera si sviluppa intorno a “La Traviata” che, scritta da Giuseppe Verdi nel 1853, è ad oggi l’opera lirica più rappresentata al mondo.
Il Festival ha ottenuto quest’anno il patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali italiano, avviando al contempo un’importante collaborazione internazionale con il Regno di Giordania. “La Traviata”, in scena a Rovereto il 29 aprile, verrà infatti riproposta tra il 19 e il 22 luglio al Teatro romano di Hamman alla presenza di Re Abdallah II, per il tramite dell’Associazione Culturale Euritmus. Mai fino ad ora un’opera lirica era stata messa in scena in tale cornice. Per suggellare il ruolo della musica come veicolo di pace e dialogo interculturale e interreligioso, la principessa madre della Casa Reale di Giordania Muna al-Hussein ha deciso di patrocinare il concerto di apertura del Festival Progetto Opera, che si terrà mercoledì 26 aprile alla Sala Filarmonica alle 20.45. Il concerto, diretto da Silvia Mazzarelli, vedrà la partecipazione dell’Orchestra delle Alpi e della soprano giordana Zeina Barhoum. Sarà presente all’evento una delegazione ministeriale in rappresentanza del Regno di Giordania.
Il 28 aprile alle 20.45 sempre alla Filarmonica, si terrà il recital pianistico “Clair de lune”, con Valentina Fornari e Alberto Nosè, vincitore di alcuni tra i più prestigiosi riconoscimenti internazionali come il “Top of the World International Piano Competition” di Tromsø (Norvegia) e il concorso di Marsiglia, a cui possono accedere solo i pianisti che abbiano già vinto una competizione internazionale.
Sabato 29 aprile alle 20.45 il Teatro Zandonai ospiterà la prima de “La Traviata”, diretta dal Maestro Lorenzo Tazzieri, con la regia di Luigi Orfeo, le scene di Caterina Pinelli e i costumi di Giorgio Bagnoli. Nei ruoli principali Mirella Di Vita/Laura Alonso Padìn (Violetta), Romolo Tisano/Hyunjung Song (Alfredo), Daniel Ihn-Kyu Lee/Franco Rossi (Germont), Serena Romanelli (Flora), Thayana Roverso (Annina), Tiziano Barontini (Gastone), Franco Montorsi (Barone Douphol), Nicola Ebau (Marchese Obigny), Francesco Leone (Dottor Grenvil). Coro Lirico Trentino diretto da Simone Zuccatti, in collaborazione con il Coro Polifonico del Laboratorio Musicale Ravina. 
Particolare attenzione è stata data durante l’allestimento agli intrecci cromatici tra luci e fari che valorizzano la tensione musicale e letteraria offerta dal libretto e permettono allo spettatore di immergersi nelle vivide atmosfere create dal genio verdiano. L’opera verrà riproposta in replica pomeridiana domenica 30 aprile alle 17.00. I gruppi classe potranno invece assistere alla pièce in anteprima sabato 29 a partire dalle 10.30. Nell’ambito di questa produzione si colloca l’intervento del Liceo coreutico dell’Istituto polispecialistico Suor Orsola Benincasa di Napoli che, nell’ambito dell’alternanza scuola-lavoro ministeriale, ha trovato il giusto spazio per otto alunni selezionati e quattro solisti prifessionisti, per le coreografie di Andrea Doria.  Nel “doppiaggio” dei cantanti per i ruoli principali Viviana Petrone, docente di tecnica classica del Liceo coreutico Suor Orsola Benincasa e Andrea Doria, coreografo e danzatore freelance. I ruoli solistici dell’atto II saranno affidati a Monica De Benedetta e Alessandro Amoroso, docenti rispettivamente di Tecnica classica e di Tecnica contemporanea del Suor Orsola Benincasa. Prima esperienza lavorativa in un’opera per gli alunni Simona Aprea, Elisa Cuomo, Marika Morra, Elena Sofia Petti, Annalisa Senesi, Andrea Serrao, Margherita Uttieri, Vincenzo Varchetta. Responsabile del progetto di partnership per il Suor Orsola Benincasa, la professoressa Maria Venuso, docente di Storia della danza.
Per tuttle le info riguardanti gli eventi e i percorsi in progrmma, www.progetto-opera.it
Le prevendite sono disponibili nel circuito “Primi alla prima” delle Casse rurali trentine.

Per informazioni:
Klaus Broz – Direttore Artistico
Progetto Opera Rovereto 2017
+39 347 9180902 +39 340 0579545

Martina Dei Cas – Ufficio Stampa
stampa@euritmus.com
39 340 0579545

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Robbins, Preljocaj, Ekman. Il serio e il non serio della danza al Teatro dell’Opera di Roma

gbopera - Mer, 19/04/2017 - 18:25

Roma, Teatro dell’Opera di Roma, stagione di balletto del Teatro dell’Opera di Roma 2016-2017
THE CONCERT”
Musica  Frédéric Chopin 
Coreografia Jerome Robbins ripresa da  Jean-Pierre Frohlich
Scene  Saul Steinberg e Edward Gorey
Costumi  Irene Sharaff 
Luci  Jennifer Tipton Riprese da Perry Silvey
Ballerina Susanna Salvi 
First Man Manuel Paruccini 
Direttore  David Garforth
“ANNONCIATION”
Musica  Stéphane Roy (Crystal Music), Antonio Vivaldi(Magnificat)
Coreografia  Angelin Preljocaj ripresa da Claudia De Smet
Scene Angelin Preljocaj
Cosumi  Nathalie Sanson
Luci  Jacques Chatelet
L’Archange Eleonora Abbagnato 
Marie Rebecca Bianchi
“CACTI”

Musica  Joseph Haydn, Ludwig van Beethoven, Franz Schubert (arrangiata e orchestrata da Andy Stein), Gustav Mahler 
Direttore David Garforth
Coreografia Alexander Ekman ripresa da Spenser Theberge e Nina Botkay
Scene e costumi Alexander Ekman
Luci  Tom Visser
Testi Spenser Theberge
Quartetto Sincronie

Interpreti principali Claudio Cocino, Annalisa Cianci 
Direttore David Garforth
Orchestra, Primi Ballerini, Solisti e Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma
Allestimento del Teatro dell’Opera di Roma
Roma, 2 aprile 2017

Ancora una volta quest’anno il programma di balletto che l’Opera di Roma proponeè particolarmente interessante con tre coreografie nuove per questo teatro e molto diverse fra loro per genere, stile e provenienza geografica degli autori. Con un ordine invertito dei pezzi però la serata avrebbe avuto un esito più felice. Il giovane e già acclamato Ekman, che chiude il trittico, per quanto originale in alcune scelte, non raggiunge la straordinarietà di Robbins: il suo The Concert (1956) rappresenta quasi un unicum nel repertorio del balletto novecentesco innanzitutto perché è un balletto comico, genere assai poco esplorato dai coreografi “moderni”.Tra il geniale Robbins e il promettenteEkman si inserisce Angelin Preljocaj, ben noto al pubblico italiano, con un pezzo denso e poetico tratto dall’episodio biblico dell’Annunciazione.Ammirevoli nelle tre coreografie sono iprimi ballerini, i solisti eil corpo di ballo del Teatro dell’Opera di Roma, diretti dall’étoile Eleonora Abbagnato, che in questa serata è anche sublime interpretedell’Angeloin Annonciation (1995).
L’esordio di The Concert è già esilarante:ilsipariettodi Saul Steinberg che raffigura l’interno di un teatro si è appena rialzato quando entra in scena una donna vestita di nero, la pianista Enrica Ruggiero; prende posto al pianoforte, sistema nevroticamente lo sgabello esta per iniziare a suonare ma… tutto a un tratto scorge un filo di polvere sui tasti e allora tira fuori un panno per spolverare… Finalmente pronta, inizia il concerto con la Berceuse op. 57, il palco si riempie di spettatori, ognuno con la propria sedia alla mano,che una volta accomodati si lasciano andare all’immaginazione sulle note di Chopin. Sono tutti deliziosi a partire dal composto First man, il primo ballerino Manuel Paruccini, e dalle due romantiche signorine interpretate da Elena Bidini e Arianna Tiberi. Eppure merita una particolare menzione Susanna Salvi nel ruolo della Ballerina,per la sua appassionata pantomima che culmina con un gioioso abbraccioal pianoforte, da cui non si stacca neppure quando a un certo punto le tolgono la sedia rimanendo sospesa sulle punte. La Salvi è notevole soprattutto nell’uso duplice della tecnica, a tratti privata della grazia tipica della danse d’école al fine di realizzarne una caricatura comunque sempre delicata. Più irruenta, ma ugualmente efficace, è Alessia Gelmetti nei panni di una Angry Lady dalle movenze mascoline che irrompe in scena e si abbandona a una gestualità enfatica e più quotidiana come grattarsi una gamba. La risata nasce nel vedere tanta stramberia e soprattutto in un contesto ballettistico, ma buona parte della comicità viene da alcune situazioni comiche inventate da Robbins, come l’entrata di una giovane maschera (Andrea D’Ottavio) intento a controllare i biglietti provocando un curioso scambio di postifra gli spettatori che crea solo apparentemente scompiglio fra loro, tanto sono presi dal potere della musica. Si susseguono in questo unico atto diverse scenette in cui la fantasia sfrenata dei protagonisti si proietta nel mondo della danza,ad esempio l’ensemble di ballerine in tutù che esegue una parodia delle Sylphides è divertentissimo: le sei giovani, “depositate” in scena da altrettanti ballerini, si guardano, non sanno cosa fare e poi iniziano a danzare tra movimenti imbranati, errori di posizionamenti e sguardi alle compagne più brave che ricordano meglio la sequenza.
A un anno dal debutto newyorkese di The Concert nasceva il francesePreljocaj da famiglia albanese, classe 1957. Il suo Annonciation, della stessa delicatezza e intensità del lavorodi Robbins, anche se lontani nel tema e nell’atmosfera, è una coreografia creata nel 1995 sul Magnificat di Vivaldi framezzato dai suoni elettronici del compositore canadese Stéphane Roy, qui su base registrata. In questo pezzo, forte e delicato al tempo stesso, si realizza magnificamente (è il caso di dirlo) la compresenza del Sacro e del Terreno, in un gioco serio di tensioni e distensioni di cui squisite interpreti sono l’arcangelo Gabriele/Eleonora Abbagnato e Maria/Rebecca Bianchi, perfettamente adatte ai due ruoli, l’una dal corpo ginnico e statuario, l’altra più gracile e delicata. I movimenti spigolosi dell’angelo in blu si compenetrano in quelli più morbidi della Vergine in bianco in un lungo passo a due in cui ci sembra di assistere a una sospensione del tempo. Maria è seduta su una panca, quando l’angelo le appare, alcuni suoi gesti sono quotidiani (si tocca i capelli, si sistema il vestito…) ma l’esecuzione lenta è come se li rendesse astratti, o comunque fuori dal nostro tempo.Il registro “recitativo” della corografia è sapientemente utilizzato dalle due danzatrici; il contatto creato dagli sguardi dell’una che si perdono negli sguardi dell’altra è anche rafforzato dalle stupende luci di Jacques Chatelet.
Conclude il triple bill l’atteso Cacti (2010) dello svedese Alexander Ekman, attivo giovanissimo già dal 2006, ma per la prima volta al Teatro dell’Opera di Roma. Certamente la coreografia di Ekman non lascia indifferenti. Lo spettacolo è visivamente potente, ma la lettura drammaturgica è faticosa. Senza una chiarificante nota del coreografo sul programma di sala in cui si spiega che «questo lavoro è una riflessione sul nostro modo di osservare l’arte e sulla nostra necessità di “capirla” e analizzarla» saremmo perduti oppuresemplicemente immersi nel ritmo avvolgente della danza e della musica(Haydn, Beethoven, Schubert e Mahler) diretta dal maestro David Garforth. Un quartetto d’archi (il Quartetto Sincronie) è in scena, mentre una voce fuori campo parla con tono ironico, marcando sulle parole dance, music, collaboration, technology, a new society.
In mezzo a questa molteplicità di suoni, i sedici danzatori si destreggiano piuttosto bene, energici e impetuosi, anche loro partecipano al registro sonoro con grida e battiti di mani, posizionati su altrettante pedane quadrate, al cui fianco sono sono situate le piante grasse che danno il titolo allacoreografia. Ammirevoli i componenti del corpo di ballo, che prendono parte a questo lavoro contemporaneocon un sprint ragguardevole, tra cui si distinguono Annalisa Cianci e Claudio Cocino in un estroso passo a due su un’ironica “conversazione registrata”. Ci auguriamo di rivedere presto questo attraente spettacolo, con le luci scattanti ed eloquenti di Tom Visser, per ritrovare il senso delle parole di Ekman. (foto Yasuko Kageyama)

 

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Premio Internazionale di Danza “Città di Rieti”

gbopera - Mar, 18/04/2017 - 21:49

Il Premio Internazionale di danza “Città di Rieti” è quest’anno in programma al Teatro Flavio Vespasiano dal 22 al 25 Aprile 2017. Circa 400 danzatori suddivisi in solisti, passi a due e gruppi coreografici provenienti dalle più disparate regioni italiane e straniere (Russia, Giappone, Spagna, Brasile, Inghilterra, Francia, Singapore, Romania e Repubblica di San Marino) parteciperanno al prestigioso concorso reatino, da sempre uno dei più importanti a livello internazionale. Ancora una volta Rieti, centro d’Italia, si trasforma nella “Città della Danza” e si appresta a ospitare l’importante evento tersicoreo che gode del patrocinio del Comune di Rieti–Assessorato Cultura, Università, del sostegno fondamentale della Fondazione Varrone, nonché della Fondazione Flavio Vespasiano, Unindustria e Confcommercio Imprese per l’Italia provincia di Rieti. Il Testimonial e Patron del prestigioso Premio è Piero Fasciolo, il Coordinatore artistico Luna Ronchi e il Coordinatore generale Simone Lolli. L’importante manifestazione prevede intense giornate di concorso articolate in diverse fasi e stage con una giuria e docenti d’eccezione provenienti da importanti teatri d’opera italiani ed esteri e da prestigiose compagnie internazionali.
La giuria sarà composta da: Samira Saidi: Inghilterra-Direttrice English National Ballet School, Londra; Patrick Delcroix: Francia-Già danzatore nonché maggior esponente del Nederland Danse Theatre 1. Maestro ripetitore delle creazioni di Jiri Kylian. Incoraggiato da Mr. Kylian viene invitato a realizzare diverse creazioni per il Nederlands Danse Theatre 1/2/3 e per le più grandi compagnie mondiali. Incoronato dal governo francese “Chevalier danz l’Ordre des Art set des Letters”; Maurizio Drudi: professore permanente danza classica Ecole Superior de Danse Cannes Rossella Hightower, Francia; Yury Vyskubenko: Direttore artistico del Moscow State Ballet e coreografo al Chelyabinsk State academic Opera and Ballet Theater. Direttore artistico del “Kremlin Gala Ballet Stars of the XXI Century”; Francesco Nappa: coreografo internazionale freelance. Già danzatore Nederland Danse Theatre, Les Ballet da Montecarlo, Royal Danish Ballet. Vincitore di importanti premi come Danza & Danza e Leonide Massine. Le lezioni saranno tenute da Francesco Nappa per la danza contemporanea e Samira Saidi (quest’ultima terrà una lezione/audizione per la prestigiosa scuola English National Ballet School).
Il 25 aprile, alle ore 18.00, si terrà il tradizionale Gala finale che concluderà la manifestazione. Sul palco saliranno i vincitori del concorso e durante la serata si terranno le premiazioni con riconoscimenti in denaro, targhe e borse di studio per altri importanti concorsi e stage di livello internazionale. Verranno inoltre assegnati ulteriori premi speciali di brand internazionali partner della manifestazione, quali: So Dança, Non Posso Ho Danza, likeG., Ballet, Cristiano Castaldi (quest’ultimo anche fotografo ufficiale dell’ evento) oltre a importanti  riconoscimenti come quello offerto da “GBOpera Magazine”, una delle più importanti di opera lirica, musica sinfonica e danza, nella persona della Responsabile per il settore Danza, Maria Venuso, che consegnerà il Premio della critica. 

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Salmi Domeniche di Pasqua Anno A

Musica Sacra Bari - Mar, 18/04/2017 - 09:45

 

SALMI DOMENICHE DI PASQUA II Domenica di Pasqua Rendete grazie al Signore perché é buono III Domenica di Pasqua Mostraci, Signore, il sentiero della vita   IV Domenica di Pasqua Il Signore é il mio pastore   V Domenica di Pasqua Il tuo amore, Signore, sia su di noi   VI Domenica di Pasqua Acclamate Dio, voi tutti della terra   VII Domenica di Pasqua Contemplerò la bontà del Signore  

Tags: Salmi
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"Un canto nuovo canterò" - Canto di Pasqua

Musica Sacra Bari - Mar, 18/04/2017 - 09:39


Canto di Pasqua dalla raccolta "TU SEI IL MIO MATTINO"

  Spartito Mp3 UN CANTO NUOVO CANTERO'   

Tags: canti
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Pretty Yende: ” A Journey”

gbopera - Lun, 17/04/2017 - 00:08
Gioachino Rossini: “Una voce poco fa” (Il barbiere di Siviglia), “En proie à la tristesse” (Le Comte Ory); Léo Delibes: “Viens Mallika” (Lakmé); Vincenzo Bellini: “Respiro io qui…” (Beatrice di Tenda), “O rendetemi la speme” (I Puritani); Charles Gounod: “Dieu, quel frisson” (Roméo et Juliette); Gaetano Donizetti: “Ancor non giunse!…” (Lucia di Lammermoor). Pretty Yende (soprano), Kate Aldrich (mezzosoprano), Nicola Alaimo (baritono), Gianluca Buratto (basso). Coro del Teatro Municipale di Piacenza, Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, Marco Armiliato (direttore). Registrazione: Torino, Auditorium “Toscanini”, agosto/settembre 2015. T.Time: 69′ 15. 1 Cd Sony 88985321692

La sudafricana Pretty Yende è il volto di una lirica sempre più giovane e globalizzata, capace di superare i confini geografici e culturali tradizionali per conquistarsi nuove fette di pubblico nelle realtà emergenti dello scenario mondiale. Dotata di mezzi di prim’ordine, la cantante si è fatta rapidamente apprezzare ottenendo importanti scritture su palcoscenici del prestigio del Metropolitan o più vicino a noi del Rossini Opera Festival. Registrato nel 2015, questo CD Sony rappresenta il primo recital discografico della cantante e un piccolo bilancio dei primi anni di carriera internazionale, ad accompagnarla è con buona professionalità ma senza particolari slanci Marco Armilliato alla guida dell’Orchestra sinfonica nazionale della RAI. Ad aprire il programma è forse il brano più interlocutorio del programma, Una voce poco fa, nel quale la Yende è una Rosina in versione soprano senza particolari colpi d’ala e con qualche variazione di gusto discutibile. Rossini è però uno degli autori più frequentati e congeniali della Yende ma per apprezzarlo dobbiamo saltare qualche numero e andare a “En proie à la tristesse” da “Le Comte Ory”, ruolo cui è legato il suo debutto al Metropolitan. Certo il francese risulta meno naturale dell’italiano ma la voce è molto bella, mostrandoci un soprano lirico-leggero dal timbro morbido e pastoso, arricchito da suggestive bruniture, colorature nitide e ben sgranate, e solo qualche limite negli acuti dove la voce tende un po’ a stringersi. La pulizia della linea di canto e l’innata musicalità emergono nella grande scena di Elvira da “I puritani” – da segnalare i validi interventi di Nicola Alaimo (Riccardo) e Gianluca Buratto (Giorgio) – con la voce della Yende che si adatta come un guanto alla melodia belliniana mentre l’interprete pur con qualche notazione interessante mostra ancora di dover maturare. A Elvira si può in qualche modo avvicinare Lucia – “Ancor non giunse… Regnava nel silenzio” –, di cui è offerta una lettura sicura e squillante, e Juliette con il timbro e l’energia giovanili della Yende ideali per un ruolo che dell’incanto della giovinezza è quasi una metafora a prescindere da una prosodia francese sicuramente migliorabile. Il duetto della “Lakmé” è legato in modo inscindibile con la carriera della Yende essendo il brano che a fatto sorgere in lei il sogno di dedicarsi al canto come confessato dalla stessa artista. La sua presenza era quindi quasi d’obbligo nel primo recital di carriera ed è sicuramente ben cantato; affiancata da Kate Aldrich la cui voce si fonde perfettamente con quella del soprano e che ritroveremo, lusso quasi eccessivo, nei brevi interventi di Alisa nella “Lucia di Lammermoor”, la Yende mostra alcuni limiti che il soprano sudafricano non ha ancora corretto come la scarsa capacità di giocare con il timbro e gli spessori vocali che restano più o meno sempre uguali e non sono calibrati sulle capacità espressive dei personaggi. Si nota, altresì, una certa genericità d’accento quando la Yende esce dai ruoli  a lei più congeniali. Questi limiti emergono con tutta la loro evidenza nella grande scena “Respiro io qui… Ma la sola, ohimè ! son io…Ah la pena in lor piombò “ della “Beatrice di Tenda”, brano che si ascolta con interesse viste anche le non frequentissime registrazioni. Questo brano, però, va oltre le possibilità della Yende che si impegna con tutti i suoi mezzi ma può solo far intuire le potenzialità di una scena che richiede vocalità di autentico soprano drammatico d’agilità, cosa che la pur volenterosa cantante ancora non è. Un recital sicuramente interessante per far conoscere a un pubblico più vasto un talento emergente – e non si finirà di ribadire quanto validi siano il materiale di base e le qualità tecniche della Yende – ma in molti aspetti ancora legato a una fase formativa con risultati a volte più cercati che ottenuti, in fondo nulla di imprevedibile considerando la giovanissima età dell’artista e un termine di paragone certo per valutarne gli sviluppi che non è difficile prevedere.
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Venezia, Palazzetto Bru Zane: “Trii romantici” con il Trio Karénine

gbopera - Dom, 16/04/2017 - 21:50

Venezia, Palazzetto Bru Zane, Festival “Fernand de La Tombelle, gentiluomo della Belle époque”, dall’8 aprile all’11 maggio 2017
Trio Karénine
Violino Fanny Robilliard
Violoncello Louis Rodde
Pianoforte Paloma Kouider
Fernand de La Tombelle: Trio pour violon, violoncelle et piano en la mineur op. 35
Alphonse Duvernoy: Trio pour violon, violoncelle et piano en mi mineur
Venezia, 13 aprile 2017
Un altro tassello è stato aggiunto ad arricchire di nuovi particolari l’immagine, per troppo tempo misconosciuta, di Fernand de La Tombelle, un musicista attivo a cavallo tra Otto e Novecento e dai posteri relegato nel novero degli “accademici”, che il Palazzetto Bru Zane-Centre de Musique Romantique Française intende riscoprire, rendendogli finalmente giustizia, nel corso dell’attuale Festival di primavera. Nel concerto cui ci riferiamo il musicista veniva presentato in qualità di compositore di un trio per archi e pianoforte, mettendo a proficuo confronto questo suo lavoro con un’analoga composizione di Alphonse Duvernoy. Protagonista della serata, sul piano interpretativo, il Trio Karénine, un gruppo di giovani artisti, che uniscono alla passione per la musica quella per la letteratura, come testimonia il nome che si sono dati, quello della celebre eroina di Tolstoj, in particolare per lo slancio vitale che la caratterizza. E in effetti la cifra distintiva, sul piano interpretativo, di questa formazione è risultata essere perfettamente conseguente a quella scelta.
Si è colto, fin dalle prime battute, che questi giovani solisti hanno raggiunto un’invidiabile intesa e che la loro frequentazione del repertorio romantico tedesco e francese – senza peraltro trascurare il classicismo viennese e la produzione contemporanea – ha loro permesso di affinare il gusto, approfondire la concezione interpretativa, trovare, di volta in volta, il giusto accento, calandosi totalmente in quella dimensione estetica. Forti dell’esperienza e della preparazione, che hanno acquisito proprio in relazione a tale repertorio, i tre solisti hanno affrontato con sicurezza e competenza il Trio di Fernand de La Tombelle, che hanno eseguito in base ad una lettura concettualmente approfondita e variegata nei toni, aderendo a quell’eclettismo – tipico in La Tombelle –, in cui si fondono l’estetica francese e quella tedesca. Un acceso pathos romantico ha percorso il primo tempo (Allegro), dove in particolare il violino ha sfoggiato un bel suono corposo e brillante, mentre il pianoforte ha fornito con eleganza ed efficacia nel tocco un incalzante quanto sensibile supporto armonico. Il violoncello si è imposto nelle battute iniziali del secondo movimento (Lento), nell’intonare con suono rotondo ed espressività la nobile melodia che gli è affidata, intrecciando poi un discorso più teso e animato con gli altri strumenti. Traboccante di energia lo Scherzo, in cui tutti hanno brillato, con un perfetto lavoro d’insieme, nel rendere il dinamismo ritmico e gli esuberanti staccati. Analoga intesa si è colta nel conclusivo – e a tratti anche languido – Allegro vivace, in cui gli strumenti si scambiano il materiale tematico in un dialogo serrato; molto espressivo il pianoforte nello squarcio lirico, che inframezza il movimento.
Introdotto da pianoforte, il Trio di Alphonse Duvernoy si è subito caratterizzato per il piglio deciso e vigoroso, nel carattere dei temi come nelle sonorità, che – soprattutto per quanto concerne lo strumento a tastiera, la cui parte è animata da possenti accordi, arpeggi e ottave su tutta la sua estensione – assumono spesso uno spessore sinfonico. Qui gli strumentisti hanno dialogato alla pari, entrando completamente nello spirito romantico, che aleggia su questa pagine – dove, tra l’altro, fanno capolino i grandi maestri tedeschi del genere: in particolare, Schumann –, affrontando con estrema padronanza la scrittura virtuosistica di questo pezzo, nella cui esecuzione hanno dimostrato, inoltre, di saper efficacemente cimentarsi nell’arte del contrasto, che in questo lavoro oppone calda passionalità a contenuto lirismo. Giudicato, all’epoca in cui apparve (1880) l’opera di un artista di razza, ci sembra che questo Trio meriti a tutt’oggi pienamente – anche grazie alla finezza interpretativa del Trio Karénine – quell’apprezzamento lusinghiero. Successo pieno e caloroso.

Categorie: Musica corale

Buon compleanno a…Leo Nucci!

gbopera - Dom, 16/04/2017 - 15:30

16 aprile 1942 / 16 aprile 2017
Leo Nucci non ha certo bisogno di tante presentazioni…. un semplice e spontaneo buon compleanno da parte di tutti noi!

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Festival de Pâques d’Aix-en-Provence 2017: Nelson Freire en concert

gbopera - Sab, 15/04/2017 - 13:53

Grand Théâtre, Aix-en-Provence, saison 2017
Bamberger Symphoniker
Direction musicale Jakub Hrusa
Piano Nelson Freire
Richard Wagner: Ouverture de “Lohengrin”
Ludwig van Beethoven: Concerto pour piano No 4 en sol majeur, op.58
Johannes Brahms: Symphonie No 4 en mi mineur, op.98
Aix-en-Provence, le 12 avril 2017
Le Festival de Pâques d’Aix-en-Provence en est déjà à sa cinquième édition, et toujours avec le même succès. Il est inutile de préciser que voir des salles pleines pour 22 concerts en seulement 14 jours remplit de joie le coeur des mélomanes que nous sommes. Non, le public ne boude pas la musique en France, non, les préoccupations actuelles ne le détournent pas des moments de grâce que procurent les concerts, mais le public, exigeant certes, a besoin d’être sollicité, et la désertion des spectateurs, annoncée depuis plusieurs années, serait plutôt due à une programmation épisodique, qu’à des offres à foison. La preuve en est faite avec ce festival. Sûr de la qualité des programmes, l’amoureux de musique n’hésite pas à venir écouter plusieurs concerts par jour car, n’en doutons pas, un amour fusionnel existe entre le public, la musique et les interprètes. Le concert offert en cette soirée du 12 avril au Grand Théâtre allait permettre de découvrir, à  Aix-en-Provence, un magnifique orchestre de renommée internationale : le Bamberger Symphoniker. Il est intéressant de rappeler ici l’histoire peu commune de cet orchestre de Bavière qui remonte à 1946, année de sa de fondation. En effet, lors du soulèvement pragois de 1945, les musiciens membres de l’Orchestre Philharmonique allemand de Prague quittent la ville pour la Bavière et fondent avec leur chef Joseph Kleiberth le ” Bamberg Tonkünstlerorchester ” qui deviendra plus tard le ” Bamberger Symphoniker “, ironie de l’histoire, c’est un chef tchèque, Jakub Hrusa qui, succédant à Jonathan Nott, est maintenant à la tête de cette formation depuis 2016. Un programme de musique allemande nous était proposé ce soir avec pour commencer l’ouverture de Lohengrin de Richard Wagner, qui allait mettre à l’honneur la couleur et l’intensité du son des cordes dans le piano. Il est toujours difficile de commencer un concert par cette oeuvre tant elle demande de sérénité et de retenue dans un pianissimo joué sur un crin de l’archet dès les premières mesures. Ce prélude de l’acte I de Lohengrin est un moment d’extase qui élève l’âme tant la sonorité des violons est éthérée. La petite harmonie entre dans ces sonorités pour un lent crescendo qui mène à une apothéose sonore où les cuivres peuvent s’exprimer en puissance, sans dureté, mais avec un son ample et profond. Le moelleux des cordes, la rondeur des cuivres et la clarté de la petite harmonie font ressortir avec sensibilité et naturel la poésie contenue dans ce morceau de musique à nul autre pareil. Jakub Hrusa se sert des possibilités extraordinaires de ses musiciens pour créer l’intensité musicale tout en faisant ressortir les riches harmonies propres au compositeur. Sa direction élégante mais un peu large donne cette impression de lenteur dans un tempo pourtant juste, enlevant par moments au phrasé la tension contenue dans les sons étirés. Mais aucune brusquerie dans le crescendo immense où éclatent les cuivres avec ces sons qui ont fait la renommée de l’orchestre. Un moment suspendu de musique pure. Le concerto No 4 de Beethoven est joué pour la première fois à titre privé en 1807. Ce concerto en trois mouvements donne la parole à l’orchestre d’une façon presque symphonique avec des accords marqués qui ouvrent le dialogue avec le piano. On ne présente plus Nelson Freire tant chacune de ses apparitions est attendue et appréciée. Considéré dès l’âge de cinq ans comme un enfant prodige, sa longue carrière confirmera ses dispositions. Des études à Vienne lui donnent cette technique solide qui lui procure agilité et jeu délié, grâce à laquelle aussi il peut laisser s’exprimer, dans les mouvements lents, un caractère tourné vers la poésie. Sa longue recherche des sonorités va lui apporter ce toucher délicat qu’il garde dans la vélocité et les trilles affirmés. – La vélocité doit être imperceptible – dit-il, et c’est ce qui lui donne cette aisance et ce raffinement dans un jeu perlé et clair. Si le rondo est vif et joyeux avec des moments de force dans le dialogue avec l’orchestre, c’est incontestablement dans l’andante con moto du deuxième mouvement que le pianiste nous livre la profondeur de sa musicalité où les respirations laissent la musique s’exprimer librement, avec plus de phrasé et de cohésion avec l’orchestre. Nelson Freire est sans conteste le pianiste des phrases poétiques. S’il se laisse quelques fois emporter, dans la rapidité du texte, par sa technique éblouissante, laissant les doigts couler sans trop de respirations, il est plus en phase avec l’orchestre dans les mouvements lents. Et c’est encore dans orphée et Eurydice de Gluck, donné en bis, que l’on retrouve un pianiste inspiré. Cette mort d’Orphée est un moment de musique où tristesse et sensibilité montent vers le sublime. La symphonie No 4, en quatre mouvements,  de Johannes Brahms est créée avec succès en 1885 à Meiningen. Il était intéressant de voir comment, prenant la suite de Jonathan Nott, Jakub Hrusa allait faire sonner l’orchestre. Cette dernière symphonie de Brahms, comme les autres d’ailleurs, demande une grande continuité dans l’intensité malgré les changements d’atmosphères, que ce soit dans la nostalgie, la force ou la gaîté du troisième mouvement. Le son Brahms est particulier et doit se reconnaître du début à la fin de l’oeuvre sans aucune rupture et sans dureté. Nous retrouvons le son plein, ample, avec un quatuor investi dans un grand déploiement d’archets ou des pizzicati sonores. Cet orchestre réceptif suit le chef qui cherche la lumière dans les phrases lyriques du deuxième mouvement sans la trouver toujours, mais de beaux moments nous sont proposés quand la fougue de ce jeune chef l’entraîne vers des forte passionnés. La vivacité et l’impétuosité de sa direction se retrouvent dans l’allegro giocoso du troisième mouvement avec une netteté du détaché et une grande précision dans les attaques. Chaque pupitre de l’harmonie fait ressortir les phrases musicales dans des solos remarqué. Soli de cors superbes, choral de cuivres au son ample, clarinette nostalgique ou flûte apaisée ; des moments magnifiques. La direction est inégale avec un chef qui semble parfois chercher son chemin, mais quel plaisir lorsqu’il rencontre Brahms ! Si nous avons été quelquefois surpris par la direction de Jakub Hrusa, nous avons été, comme le public, enthousiasmés par la rencontre avec cet orchestre dont le talent individuel et l’investissement collectif sont remarquable. Soutenus par un timbalier irréprochable de rigueur et de plénitude de son, les musiciens du Bamberger Symphoniker, longuement ovationnés, nous ont proposé une soirée de musique de haute tenue. Photo Caroline Doutre

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In memoriam…Kathleen Cassello (1958-2017)

gbopera - Ven, 14/04/2017 - 23:48

Dopo gli studi di canto con D.Pressley a Newark, Delaware, nel 1984, grazie alla vittoria ottenuta al Concorso “Austrian-America” di Wilmington, sua città natale, ha potuto seguire un corso di perfezionamento a Salisburgo (1984). Ancora tra il 1984 e il 1985 ha ottenuto importanti riconoscimenti in vari concorsi di canto, tra cui quelli intitolati a “Francesco D’Andrade” a Oporto, il “Francisco ‘Vinas” di Barcellona, il “Pavarotti” di Filadelfia e il “Mozart” di Salisburgo. Grazie a quest’ultima affermazione ha potuto esordire all’Opera di Amburgo come Regina della Notte nel Flauto Magico (1985),un ruolo che ha o interpretato con grande successo a Francoforte, Berlino, Mosca, Vienna, Ginevra… Grazie alla sua vocalità essenzialmente di soprano lirico, corposa nei centri, estesa e particolarmente predisposta alla coloratura, la Cassello ha affrontato, oltre a numerosi ruoli mozartiani (Donna Anna, Fiordiligi, Costanze, Vitellia…) quelli di protagonista in Traviata, Rigoletto, Lucia di Lammermoor, Manon, Thais ecc.
Aldilà di queste note biografiche di questa artista, forse non notissima sulle scene italiane, per chi, come il sottoscritto, ha avuto il piacere di averla conosciuta, ne ha impresso il  sorriso, unito a un carattere caratterizzato da una spontanea e diretta semplicità.

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Johann Sebastian Bach (1685 – 1750): “Johannes Passion” (Passione secondo San Giovanni) BWV 245

gbopera - Ven, 14/04/2017 - 08:11

Johannes Passion (Passione secondo San Giovanni) per soli, coro e orchestra BWV 245
Durata: 120’ca
Non è certa la data di composizione della Passione secondo Giovanni, che, eseguita per la prima volta il Venerdì Santo del 1724 nella chiesa di San Tommaso a Lipsia, fu scritta da Bach probabilmente nel 1723 o ancor prima nel 1717. Di questa Passione Bach fece altre tre versioni nel 1725, nel 1728 e nel 1746, anche se la fonte per le moderne esecuzioni è costituita da una partitura parzialmente autografa che risale al 1739-40. Come per le altre Passioni, che secondo il Nekrolog sarebbero addirittura cinque, anche quella Secondo San Giovanni si basa sul testo evangelico al quale furono aggiunti alcuni  brevi passi del Vangelo di Matteo. Il rispetto del testo evangelico nella Passione secondo Giovanni costituì certamente una novità per il pubblico dell’epoca non abituato; fino a quel momento, infatti, il testo utilizzato per la Passione era un adattamento in versi della Scrittura, Gesù torturato e morente per i peccati del mondo, realizzato da Barthold Heinrich Brockes, che era stato musicato da Händel e da Telemann. Bach, pur utilizzando alcuni testi di  Brockes per i corali e per le arie, decise di rispettare in modo scrupoloso il testo evangelico nella narrazione da parte dell’Evangelista (tenore) e negli interventi degli altri personaggi: Gesù, Pietro e Pilato (bassi), un’ancella (soprano), un servo (tenore) e il coro che impersona i soldati e gli Ebrei in tumulto. Al Vangelo sono aggiunti i testi di libera invenzione dei corali e quelli di arie ed ariosi che contribuiscono a inquadrare la Passione su due piani ben distinti ma tra loro complementari, quello della lectio evangelica, essenziale, drammatica e tragica nel racconto della sofferenza patita dal Cristo, e quella musicale dei cori e delle arie, che configurano un’estatica contemplazione del mistero cristiano. La Passione, che si svolge interamente in questa continua alternanza tra momento narrativo e pausa contemplativa, si apre e si chiude con due superbe pagine corali, delle quali la prima è maestosa, mentre la seconda è semplice. Formalmente suddivisa in due parti da eseguirsi rispettivamente prima e dopo il sermone, la Passione ha il suo centro drammatico nei 34 numeri della seconda parte, ben più lunga della prima, corrispondente ai momenti che vanno dall’interrogatorio di Pilato fino alla crocifissione sul Golgota. In questo passo Bach ottenne uno straordinario equilibrio tra episodi lirici e drammatici costruendo una pagina di grande impatto espressivo grazie ad un realismo realizzato con il coro che interviene tra le parole dell’Evangelista e di Pilato; la forte tensione, accumulata in questa seconda parte, si stempera in due episodi lirici, in corrispondenza della flagellazione e della salita al Golgota. Molto bello è il finale, del quale assoluto protagonista è l’Evangelista, mentre di grande forza drammatica è il passo in cui è rappresentato il terremoto realizzato onomatopeicamente da interventi degli archi.

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Venezia, Palazzetto Bru Zane: “Se i miei versi avessero le ali” con Yann Beuron e Jeff Cohen

gbopera - Gio, 13/04/2017 - 00:00

Venezia, Palazzetto Bru Zane, Festival Fernand de La Tombelle, gentiluomo della belle époque dall’8 aprile all’11 maggio 2017
Tenore Yann Beuron
Pianoforte Jeff Cohen
Mélodies di Gabriel Fauré, Charles Gounod, Camille Saint-Saëns e Fernand de La Tombelle
Venezia, sabato 8 aprile 2017
Dopo aver proposto nel corso di precedenti stagioni Gouvy, Godard e Dubois, il Palazzetto Bru Zane prosegue nella riscoperta di musicisti romantici francesi degli anni Ottanta dell’Ottocento che – lontani dal wagnerismo quanto dalla modernità di un Debussy – sono oggi bollati come accademici e quindi del tutto dimenticati. Fernand de La Tombelle, cui è dedicato quest’anno il Festival di primavera, è uno di questi. Dotato di un temperamento fieramente indipendente senza per questo essere rivoluzionario, è una figura interessante sotto diversi aspetti. Questo musicista – che nella sua vita ha mantenuto assidui rapporti con Grieg, Gounod, d’Indy, Massenet e, in particolare, con Saint-Saëns – ci ha lasciato un’opera considerevole, proteiforme, stilisticamente eclettica, se non atipica, che merita di essere riconsiderata non solo per quello che vale in sé, ma anche in quanto è testimonianza di una forma di attività sociale e artistica presente in Francia a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Il suo catalogo abbraccia tutti i generi ed è corredato da fotografie, disegni, dipinti, scritti – teorici o letterari – e opere riguardanti l’astronomia o l’arte culinaria (tra cui un opuscolo sui pâtés di Périgueux). L’insieme costituisce il frutto del lavoro di un artista dotato di una notevole cultura generale, degna di un “honnête homme”, che si adoperò non poco anche a favore dell’educazione musicale delle classi popolari.
Il primo concerto della rassegna è dedicato alla mélodie, proponendo composizioni di La Tombelle e di altri musicisti francesi, in gran parte contemporanei – Charles Gounod, Camille Saint-Saëns e Gabriel Fauré – allo scopo di mettere in prospettiva il lavoro del musicista dedicatario del festival, collocandolo al termine di una filiazione che ha le sue radici nel cuore del XIX secolo. Interpreti, assolutamente ideali per un simile repertorio, il pianista Jeff Cohen, ben noto al pubblico veneziano, e il tenore Yann Beuron.
La mélodie francese – talvolta per due voci e pianoforte, più spesso per un solo cantante accompagnato – rappresenta, nell’Ottocento e nel primo Novecento, il genere indubbiamente più elevato. Lanciata da Gounod e Berlioz, la moda della mélodie fiorisce successivamente sia nei conservatori (per opera di Dubois, Massé, Delibes, Paladilhe, Hahn…) sia tra gli innovatori come Chausson, Debussy, Ravel e Poulenc, accanto ai quali il posto d’onore spetta al maestro incontestato del genere, Gabriel Fauré. Nella mélodie è prevalente la componente letteraria, così un suo adeguato apprezzamento presuppone una cultura poetica e un amore per il dettaglio spinti all’estremo. In conseguenza a questa raffinatezza – che è stata giudicata talora elitaria – essa rimane un genere poco apprezzato dal grande pubblico, dato che una parte di questa musica (curiosamente proprio quella più eseguita nei concerti) rifugge molto spesso dall’espressione diretta dei sentimenti. Dicevamo dell’adeguatezza degli interpreti: in effetti Yann Beuron si è rivelato – oltre che un cantante in possesso di una vocalità davvero ineccepibile, quanto a bellezza ed omogeneità timbrica, nonché dotato di uno spiccato senso delle sfumature – un fine dicitore di poesia, dal fraseggio scolpito e sempre aderente al testo, mentre Jeff Cohen lo ha accompagnato – com’è suo costume – con sensibilità e raffinatezza, talora evocando un’orchestra immaginaria. I due musicisti hanno saputo aderire con sensibilità e padronanza tecnica ai diversi temi, che caratterizzano i brani proposti: l’ineluttabile trascorrere del tempo in Le Livre de la vie di Latombelle, da Lamartine, e Pages d’amour (1912), una raccolta di sei poesie, scritte e musicate – in base a una salda architettura tonale – ancora da La Tombelle, costituenti un vero e proprio ciclo nel corpus delle opere di un compositore incline piuttosto alla pagina isolata: L’Ultime idole, Nuits d’amour, Sérénade, Retour, L’Apaisement, La Flambée. Di queste mélodies il tenore ha saputo rendere con giusto accento la sensualità delle immagini e le effusioni appassionate, che vi ricorrono e – come recitano, in particolare alcuni versi de La Flambée – scaldano “i tetri inverni”, trasformandoli in un’eterna primavera. Analogamente espressiva l’interpretazione delle mélodies d’altri autori in programma per questo concerto: Le Soir di Lamartine (musicata da Gounod e datata 1840); Rêverie, La Cloche e L’Enlèvement di Victor Hugo (Saint-Saëns, rispettivamente: 1851, 1856, 1866); C’est l’extase, En sourdine e Prison di Verlaine (Gabriel Fauré, rispettivamente:1891, 1891 e 1894, in cui i compositori affinano la loro arte lirica, adattandola nel contempo all’intimismo dei salotti. Più appassionato il Madrigal de Shylock, tratto dalle musiche di scena composte da Fauré per lo Shylock di Edmond Haraucourt (1889). Successo pieno e caloroso. Tre fuoriprogramma: Offrande di Reynaldo Hahn, da Verlaine, e due romanze di Francesco Paolo Tosti, un autore particolarmente amato da Yann Beuron (Chanson d’adieu e “Il pescatore canta”).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Opéra de Toulon: “Die Entführung aus dem Serail”

gbopera - Mer, 12/04/2017 - 09:10

Toulon, Opéra, saison 2016 / 2017
“DIE ENTFÜHRUNG AUS DEM SERAIL” (L’enlevement au serail)
Singspiel en trois actes, livret de Johann Gottlieb Stephanie Jr, d’après Bretzner
Musique Wolfgang Amadeus Mozart
Constance ALEKSANDRA KUBAS-KRUK
Blonde JEANETTE VECCHIONE
Belmonte OLEKSIY PALCHYKOV
Pedrillo KEITH BERNARD STONUM
Osmin TARAS KONOSHCHENKO
Pacha Selim TOM RYSER
Orchestre et Choeur de l’Opéra de Toulon
Direction musicale Jurjen Hempel
Chef de choeur Christophe Bernollin
Mise en scène Tom Ryser
Décors David Beluglou
Costumes Jean-Michel Angays & Stéphane Laverne
Lumières  Marc Delamézière
Coproduction Opéra de Fribourg, Opéra de Lausanne, Opéra de Tours, Théâtre du Capitole de Toulouse
Toulon, le 7 avril 2017 
En nous présentant l’oeuvre de Wolfgang Amadeus Mozart ” L’Enlèvement au sérail ” dans cette production qui avait conquis le public du Théâtre du Capitole de Toulouse en début d’année, l’Opéra de Toulon a, comme très souvent, fait passer une soirée agréable en tous points aux amateurs d’art lyrique de Toulon et de la région. Wolfgang Amadeus Mozart a vingt six ans lorsque ce singspiel en 3 actes est créé à Vienne au Burgtheater le 16 juillet 1782. C’est en langue allemande, selon le souhait de Joseph II qui voulait faire de ce lieu un théâtre allemand, que Mozart écrira cette comédie qui met en scène des sentiments sérieux et sincères sur une musique légère et imagée. Cédant à la mode des turqueries, et peut-être en souvenir des guerres qui avaient opposé l’Autriche à l’Empire ottoman, le compositeur n’hésite pas à se moquer d’Osmin, le gardien du sérail. C’est sur des dialogues, mais sans récitatifs que la musique construit l’oeuvre. Une musique spontanée, audacieuse, qui laisse entrevoir l’impertinence d’un jeune Mozart répondant à l’empereur qui trouvait qu’il y avait trop de notes ” Sire, Il n’y en a pas une de trop ! ” L’enlèvement au sérail sera un succès immédiat. Des airs écrits avec élégance et intelligence, donnent une grande luminosité à l’ouvrage. Le metteur en scène Tom Ryser, qui apprécie toutes les formes du théâtre vivant, livre ici une mise en scène d’une grande clarté. Un jeu d’acteurs en ombres chinoises pour débuter, ou des voiles de bateaux passant au loin, nous font entrer dans une forme de théâtre minimaliste avec l’évocation en vidéo d’un amour perdu qui rend le Pacha Selim mélancolique et prompt à pardonner. Peu de moyens dans le choix des décors sinon un mur couvert de zelliges ou des panneaux  de tissus aux motifs orientaux très agréables à regarder. Jeux de transparence grâce aux lumières créées par Marc Delamézière qui se sert des différents coloris pour animer et rythmer l’oeuvre en accord avec la musique. Les costumes de Stéphane Laverne paraissent mélanger les styles, espérant sans doute leur donner une allure intemporelle, avec des robes peu seyantes pour les dames du choeur, et une tenue franchement laide pour Blonde, tout en cédant à l’appel des kalachnikovs. Il semblerait que l’on ne puisse plus représenter l’Orient qu’avec ces armes à la main. Dommage ! Dans cette production traitée avec un sens de l’esthétique certain, le plateau jeune et homogène donne vivacité et crédibilité aux personnages. Aleksandra Kubas-Kruk est une Constance au charme incontestable qui passe de la mélancolie aux airs plus lyriques toujours dans une voix limpide aux contre-ré nombreux et lumineux. Des vocalises à l’aise et un chant qui allie style, force et élégance, dans un phrasé musical qui laisse ressortir délicatesse et pudeur de sentiments. Peut-être manque-t-elle un peu de passion dans les dialogues parlés, c’est bien peu de chose tant ses airs Ach ich liebte ou Matern aller arten sont chantés dans un joli vibrato coloré, laissant apprécier une esthétique musicale de chaque instant. Musicalité que l’on retrouve dans les ensembles et les duos. Blonde est chanté par la brune Jeanette Vecchione. Vive, pétillante, amusante ou mutine, elle est aussi agile vocalement que scéniquement. Austaccato percutant s’ajoutent des aigus clairs et projetés ainsi qu’un phrasé très musical. Sa voix d’une grande fraîcheur vocalise avec légèreté dans un chant intelligent, bien conduit des aigus aux graves. On regrette son accoutrement qui n’apporte rien à l’ouvrage, bien au contraire, mais on retiendra son interprétation juste. Le ténor ukrainien Oleksiy Palchykov prête sa voix mélodieuse à Belmonte. Cintré dans un pantalon, gilet de cuir, il évolue avec agilité et s’impose vocalement dès son air d’entrée “Hier soll ich dich denn sehen..” Si la voix n’est pas très puissante, elle n’en est pas moins percutante avec un grand soutien du souffle. Dans un style mozartien indéniable, il impose ses aigus ronds, soutenus jusqu’au pianissimo, et un phrasé musical aux respirations justes. Dans un medium mélodieux, il conduit avec souplesse vocalises et phrases musicales avec un jeu affirmé, tout en mettant beaucoup de poésie dans son chant. Pedrillo, est lui chanté par le ténor américain Keith Bernard Stonum. Il apporte vivacité et humour à ce rôle qu’il interprète avec justesse. Sa voix solide aux aigus percutants garde sa couleur dans les phrases parlées et dans la romance, alors qu’il est accompagné par les pizzicati de l’orchestre. C’est un quatuor vocal très équilibré dont l’intelligence musicale de chacun est mise au service de la musique et du compositeur, conférent charme et élégance à un ouvrage qui n’en manque pas. La voix grave d’Osmin est confiée à la basse ukrainienne Taras Konoshchenko. Sa voix timbrée aux graves assurés qui descendent jusqu’au ré impose ce personnage sans jamais le forcer malgré des mots d’une grande violence. La romance agréable chantée d’une voix ronde et chaleureuse séduit dans un rôle souvent plus ridicule que séduisant. Dans un jeu amusant avec mesure, Taras Konoshchenko impose sa voix forte aux nuances justes dans un phrasé fluide et harmonieux qui se fond dans la ligne musicale pour former un quintette vocal des plus équilibrés. C’est sans doute à cette homogénéité des voix que nous devons la réussite de cette soirée. Le rôle du Pacha, interprété ici par le metteur en scène Tom Ryser nous livre unSelim dans cette continuation d’idée qui fait de lui un grand amoureux nostalgique d’un passé à jamais révolu, mais jamais oublié. Nous l’aurions aimé un peu plus affirmé, avec une voix au timbre plus puissant ; mais dans cette optique de légèreté et de pardon, il participe aussi à l’équilibre du plateau. Le choeur, bien préparé par Christophe Bernollin fait une prestation de qualité malgré des costumes peu seyants et une direction d’acteurs sans grand intérêt. Jurjen Hempel était à la tête de l’orchestre de l’Opéra de Toulon. Ce chef très inspiré a tenu l’orchestre avec beaucoup de fermeté, mais avec une finesse de direction digne des plus grands Mozart. Dans des tempi allants qui soutiennent l’action et l’attention, il laisse sonner l’orchestre tout en insufflant à chaque pupitre les inflexions et les respirations caractéristiques du style mozartien. Jurjen Hempel est un chef d’orchestre attentif qui suit et soutient les chanteur dans le phrasé musical sans l’imposer avec rigidité. A la vélocité des cordes répond la rondeur de son des cuivres dans des accents qui donnent la couleur et le rythme. Si nous n’adhérons pas toujours à cette idée d’un Sélim obsédé par l’image de cet amour perdu au point de vouloir que chacune des femmes de son sérail lui ressemble, force est de reconnaître que cette production présente une cohérence qui a séduit le public. Sans excès, et dans une grande homogénéité musicale, cet Enlèvement au sérail est une réussite. Un grand bravo à ces jeunes chanteurs venus d’horizons différents, mais réunis dans un souffle très mozartien.

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