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ASSOCIAZIONE CULTURALE NO PROFIT
Aggiornato: 2 ore 45 min fa

Le opere e la musica su RAI 5 a febbraio

Mar, 31/01/2023 - 16:48
Mercoledì 1 febbraio
Ore 10.00
“I PURITANI”
Musica Vincenzo Bellini
Direttore Matteo Beltrami
Regia Fabio Ceresa
Interpreti: Jessica Pratt, Antonino Siragusa, Massimo Cavalletti, Gianluca Buratto…
Ore 17.40
Ri…cominciamo da Mozart
episodio 1
Hanno mantenuto le distanze sociali, non quelle spirituali, e sono tornati per regalare una nuova alba in musica, liberando nell’aria le note di Mozart. I Solisti Aquilani con Daniele Orlando, violino solista e concertatore, e la partecipazione di Francesco Antonioni, sono i protagonisti di un progetto, discografico e televisivo, dedicato a Wolfgang Amadeus Mozart.
Ore 18.46

In itinere – Dialoghi musicali tra Maestro e allievo Affermato solista e didatta, Davide Cabassi presenta l’allievo Antonio Alessandri (classe 2006), già emerso in concorsi internazionali per nuovi talenti. Insieme sono protagonisti di una lezione in – musica sul I Concerto per pianoforte e orchestra di Beethoven, che richiede all’interprete notevole bravura virtuosistica.

Giovedì 2 febbraio
Ore 10.00
“TANCREDI”
Musica Gioachino Rossini
Direttore Riccardo Frizza
Regia Pier Luigi Pizzi
Interpreti: Raúl Giménez, Daniela Barcellona, Marco Spotti, Darina Takova, Barbara di Castri e Nicola Marchesini.
Firenze, 2009
Ore 17.07
Dalla Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, Antonio Pappano alla guida dell’Orchestra e del Coro dell’Accademia di Santa Cecilia con l’oratorio Elias di Felix Mendelssohn-Bartholdy eseguito nella versione tedesca di Julius Schubring.
Roma, 2021
Ore 21.14 replica Domenica 6 febbraio
Ore 16.41

“SEMIRAMIDE”
Musica Gioachino Rossini
Direttore Michele Mariotti
Regia Graham Vick
Interpreti: Salome Jicia, Varduhi Abrahamyan, Nahuel Di Pierro, Antonino Siragusa…
Pesaro, 2019
Venerdì 3 febbraio
Ore 10.00
“MEFISTOFELE”
Musica Arrigo Boito
Direttore Bruno Bartoletti
Regia Carlo Maestrini
Interpreti: Daniela Dessì, Alberto Cupido, Samuel Ramey…
Firenze, 1988
Ore 16.52
Orchestra Sinfonica di Torino della RAI
Direttore Frank Shipway
Musiche di F.Mendelssohn, R.Schumann, F.Schubert
Ore 21.15
“LE CORSAIRE”
Musica Giacomo Puccini
Direttore Valery Ovsyanikov
Coreografia  da Petipa e Sergeyev, è di Anna-Marie Holmes,
Interpreti: Nicoletta Manni, Timofej Andrijashenko
Sabato 4 febbraio
Ore 07.38 /18.52
Promenade Sciarrino
Salvatore Sciarrino
incontra per la prima volta i musicisti dell’ensemble Opificio Sonoro, impegnati nella fase di preparazione di un concerto dedicato alle sue composizioni. Dal lavoro di prova e – confronto nascono riflessioni sulla musica, sull’arte e sulla vita artistica di Del Buono con Autore: Marco Momi 
Ore 08.25 / 19.52
Orchestra Sinfonica di Torino della RAI
Direttore Rafael Frühbeck de Burgos
Violino Salvatore Accardo.
 Salvatore Sciarrino: Allegoria della notte per violino e orchestra;  Igor Stravinskij: “L’uccello di fuoco” – suite.
Torino, 1990
Ore 10.05
“LA BELLA ADDORMENTATA”
Musica Pëtr Il’c Čajkovskij,
Coreografia Rudolf Nureyev
Direttore Felix Korobov
Interpreti: Polina Semionova, Timofej Andrijashenko….
Domenica 5 febbraio / Sabato 11 febbraio
Ore 10.02 / 10.05
“CARMEN”
Musica Georges Bizet
Direttore Marco Armliato
Regia Franco Zeffirelli.
Interpreti: Clémentine Margaine, Gilda Fiume, Brian Jadge, Luca Micheletti…
Verona, 2022
Lunedì 6 febbraio
Ore 10.02
“LA FORZA DEL DESTINO”

Musica Giuseppe Verdi
Direttore Zubin Mehta
Regia Nicolas Joel
Interpreti:Violeta Urmana, Roberto Frontali, Salvatore Licitra, Elena Maximova, Roberto Scandiuzzi, Roberto de Candia…
Firenze, 2010
Ore 18.08
Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai
Direttore Giampaolo Bisanti
Pianoforte Benedetto Lupo
Violino Marco Rizzi
Violoncello Jean-Guihen Queyras
C.M von Weber, Rondò brillante op.65, L.van Beethoven, Concerto in do maggiore op.56 e F.Schubert, Sinfonia n.3 in re maggiore.
Torino, 2013
Martedì 7 febbraio
Ore 09.58
“AIDA”
Musica Giuseppe Verdi
Direttore Zubin Mehta
Regia Ferzan Ozpetek
Interpreti: Hui He, Marco Berti, Luciana D’Intino, Ambrogio Maestri, Giacomo Prestia…
Firenze, 2011
Meroledì 8 febbraio
Ore 10.00
“DON CARLO”
Musica Giuseppe Verdi
Direttore Zubin Mehta
Regia Giancarlo Del Monaco
Interpreti: Roberto Aronica, Dmitry Beloselskiy, Julianna Di Giacomo, Massimo Cavalletti, Ekaterina Gubanova, Eric Halfvarson
Firenze, 2017
Giovedì 9 febbraio
Ore 10.00
“FALSTAFF”
Musica Giuseppe Verdi
Direttore Zubin Mehta
Regia Luca Ronconi
Interpreti: Ambrogio Maestri, Yijie Shi, Roberto De Candia, Eva Mei, Ekaterina Sadovnikova, Elena Zilio, Laura Polverelli, Gianluca Sorrentino, Mario Luperi, Carlo Bosi
Firenze, 2014
Venerdì 10 febbraio
Ore 10.00
“AFTER THE RAIN” – “LA VALSE”
Musiche Arvo Pärt, Maurice Ravel
Direttore Zubin Mehta
Coreografia Davide Bombana, Christopher Wheeldon
Orchestra e Corpo di Ballo Maggiodanza
Firenze, 2014
Ore 10.30
“CAMPI MAGNETICI”
Musica Franco Battiato
Coreografia Paco Decina
Corpo di Ballo Maggiodanza
Firenze, 2000
Ore 11.20
“DIVINA COMMEDIA – BALLO 1265”
Ideazione e coreografia Virgilio Sieni
Musica Michele Rabbia
Danzatori: Jari Boldrini, Ramona Caia, Claudia Caldarano, Vittoria De Ferrari Sapetto, Davide Di Pretoro, Patcharaporn Distakul, Maurizio Giunti, Giulia Mureddu, Giulio Petrucci, Rafal Pierzinski, Sara Sguotti, Davide Valrosso
Firenze, 2015
Ore 12.20
“DON CHISCIOTTE”
Musica Ludwig Minkus
Compagnia Balletto Classico
Interpreti Liliana Cosi e Marinel Stefanescu
Viareggio, 1979
Domenica 12 febbraio
Ore 10.00
“RIGOLETTO”
Musica Giuseppe Verdi
Direttore Jan Latham-Koenig
Regia Stefano Trespidi da un’idea di Franco Zeffirelli
Interpreti: Ambrogio Maestri, Dmitry Korchak, Giuliana Gianfaldoni, Riccardo Zanellato
Muscat, 2022
Ore 18.50

“IL TROVATORE”
Musica Giuseppe Verdi
Direttore Pier Giorgio Morandi
Regia Franco Zeffirelli
Interpreti: Anna Netrebko, Yusif Eyvazov, Luca Salsi, Dolora Zajick, Riccardo Fassi, Elisabetta Zizzo, Carlo Bosi.
Verona, 2019
Lunedì 13 febbraio
Ore 10.00
“LADY MACBETH DEL DISTRETTO DI MZENSK”

Musica Dmitrij Sòstakovic
Direttore James Conlon
Regia Lev Dodin
Interperti: Jeanne-Michèle Charbonnet, Sergej Kunaev, Vladimir Vaneev, Vsevolod Grivonov, Nanà Miriani,  Julian Rodescu, Valdimir Martorin…
Firenze, 2008




Categorie: Musica corale

Trieste, Teatro Verdi: “Macbeth”

Mar, 31/01/2023 - 16:29

Trieste, Teatro Giuseppe Verdi, stagione d’opera e balletto 2022-23
MACBETH”
Melodramma in quattro parti su libretto di Francesco Maria Piave da Shakespeare.
Musica di Giseppe Verdi
Macbeth GIOVANNI MEONI
Lady Macbeth SILVIA DALLA BENETTA
Macduff ANTONIO POLI
Banco DARIO RUSSO
Dama di Lady Macbeth CINZIA CHIARINI
Malcolm GIANLUCA SORRENTINO
Medico FRANCESCO MUSINU
Domestico di Macbeth/Apparizione DAMIANO LOCATELLI
Sicario/Apparizione GIULIANO PELIZON
Araldo FRANCESCO PACCORINI
Apparizioni ISABELLA BISACCHI, MARIA VITTORIA CAPALDO, SOFIA CELLA, CRISANTHI NARAIN
Orchestra e Coro della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Direttore Fabrizio Maria Carminati
Maestro del coro Paolo Longo
Con la partecipazione de I Piccoli Cantori della Città di Trieste
diretti da Cristina Semeraro
Regia  Henning Brockhaus
Scene Josef Svoboda ricostruzione dell’allestimento scenico Benito Leonori
Costumi Nanà Cecchi
Coreografie Valentina Escobar
Allestimento in coprudione Fondazione Pergolesi di Jesi e Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Trieste,  29 gennaio 2023
Il Verdi di Trieste propone  Macbeth, nello storico allestimento con le scene di Josef Svoboda, ricostruite da Benito Leonori , i costumi di Nanà Cecchi e la regia di Henning Brockhaus. Si tratta di un allestimento storico, che il tempo rende ancora più prezioso ed attuale, anche grazie all’enorme lavoro di preparazione seguito in persona da Svoboda, che ha permesso a quasi tutti gli interpreti una grande immedesimazione nei propri ruoli. Una struttura scenica mobile, delle proiezioni di grande suggestione, effetti eleganti, specchi, i costumi, a cavallo fra Shakespeare e Kurosawa,trasportano lo spettatore in una dimensione onirica, affascinante e sconvolgente, che ha richiesto a tutti un impegno enorme e non solo per le tante prove, o per la vicinanza delle repliche, che ha portato la prima compagnia ad esibirsi di fatto tre volte in cinque giorni. Il coro, diretto da Paolo Longo, ha cantato con misura e grande equilibrio e si è esibito, soprattutto nel versante femminile, in movimenti coreutici complessi e molto ben eseguiti, diretti da Valentina Escobar, in questa occasione coreografa, che ha guidato anche il gruppo di sei ballerine e due acrobate volanti. Il Maestro Fabrizio Maria Carminati ha diretto con sicurezza , calibrando i volumi sonori, supportando le voci e scegliendo una interpretazione misurata, che facesse emergere il lavoro sul significato del testo.
Gli interpreti sono stati tutti all’altezza della parte. Bene I Piccoli Cantori della Città di Trieste diretti da Cristina Semerano, brave e ben impostate le apparizioni di Isabella Bisacchi. Maria Vittoria Capaldo, Sofia Cela, Crisanthi Narain, Damiano Locatelli e Giuliano Pellizzon, questi ultimi due impegnati anche in altri ruoli. Interessante la Dama di Cinzia Chiarini e corretto il Medico interpretato da Francesco Musinu. Gianluca Sorrentino era un adeguato Malcolm. Dario Russo (Banco), basso dalla voce generosa, con acuti sicuri ed un colore non particolarmente scuro, costruisce un personaggio ieratico ed al tempo stesso generoso. Antonio Poli (Macduff) racconta, con la sua baldanza vocale, un personaggio intenso, pervaso dalla volontà di vendetta di figlio di marito, di padre. In questa lettura emerge forte il significato drammaturgico del suo ruolo e la ricchezza degli acuti sicuri e squillanti non è autocelebrazione dell’interprete, ma racconto teatrale intenso, coinvolgente, di straziante bellezza ed intensità. Giovanni Meoni è un Macbeth corretto, tecnicamente sicuro, con un bel timbro, cui però sembra non corrispondere un attento lavoro sulla parola, una lettura profonda e personale sul personaggio che appare avaro di sfumature e piuttosto generico nell’interpretazione. Arduo dire se questa sia la cifra interpretativa dell’interprete od una raffinata scelta attoriale, mirata a portare in scena un Macbeth succube, arrendevole, schiacciato dalla moglie. Silvia Della Benetta, tratteggia una Lady dalla fortissima personalità, sicura tecnicamente, con un centro solidissimo, acuti centrati, agilità ben eseguite. Il suo lavoro sulla parola, sulle sfumature, sul significato di ogni accento, è minuzioso. Ne esce una Lady affamata di potere, sottoposta ad una crescente follia, che all’inizio sembra lucida, per poi esplodere deflagrante. Movimenti, espressioni, respiri, sono in sincronia con la musica: tutto è sotto controllo e consente di far prendere forma di volta in volta una donna meravigliata; una regina compiaciuta; una tigre che si aggira nella notte; una bimba in cerca di giochi perduti; una moglie determinata, che canta con un timbro metallico che non lascia spazio a mediazioni; una donna sensuale che vuole sedurre lo sposo in preda al panico e che accompagna alle tinte voluttuose del canto i movimenti di un corpo che improvvisamente sembra imprigionato della rigidità dell’abito. La Dalla Benetta gioca con i volumi, alternando canto possente a pianissimi calibrati con eleganza, trova colori bruniti e sfumature che profumano di lava; incanta in una scena del sottambulismo intensissima (nonostante l’infelice re bemolle acuto in chiusura), nella quale forse mancherà la componente del sogno, ma sicuramente è ben presente quella dell’incubo e che la fa rientrare nel novero delle Lady più interessanti ed originali di oggi. Alla fine, il teatro, affollatissimo, ha tributo un successo trionfale a tutti gli interpreti, con particolare entusiasmo per la coppia di protagonisti.

 

Categorie: Musica corale

“Il piccolo principe” dall’1 al 12 febbraio 2023 al Sistina di Roma

Mar, 31/01/2023 - 13:27

Di Antoine de Saint-Exupéry
Regia Stefano Genovese
Direzione e arrangiamenti musicali Paolo Silvestri
scene Carmelo Giammello
costumi Guido Fiorato
disegno luci Giovanni Pinna
con: Alessandro Stefanelli/Gabriele Tonti (Principe), Davide Paciolla (Aviatore), Adele Tirante (Rosa), Matteo Prosperi (Re/Prim’attore/Geografo), Giulio Lanfranco (Uomo d’affari/Ubriacone), Ludovico Cinalli (Volpe),  Vittorio Catelli (Lampionaio)
In scena al Teatro Sistina di Roma

Categorie: Musica corale

Torino, Teatro Regio: Riccardo Frizza dirige il concerto per il giorno della memoria 2023

Mar, 31/01/2023 - 13:05

Torino, Teatro Regio, Concerti 2023
Orchestra Teatro Regio Torino
Direttore Riccardo Frizza
Felix Mendelssohn-Bartholdy: “Le Ebridi” (La Grotta di Fingal) ouverture da concerto op.26 (1829-32); Franz Schubert: Sinfonia n.8 in si minore D759 “Incompiuta” (1822). Dmitrij Šostakovič: Sinfonia n.9 in Mi bemolle Maggiore op.70 (1945).
Torino, 27 gennaio 2023
Il 27 di gennaio, Giorno della Memoria, le istituzioni sinfoniche celebrano la ricorrenza con un concerto. Così ha anche fatto il Teatro Regio di Torino con la sua Orchestra. Un folto gruppo di giovani rinforza le presenze, in una platea del teatro prossima al tutto-esaurito. Per rispetto della liturgia della circostanza, il musicologo Sergio Bestente introduce la serata illustrando, con commozione e commovendo, le terribili circostanze che vengono commemorate. Il musicologo presenta inoltre i tre brani della serata, fatto questo quanto mai opportuno vista la presenza di molti giovani neofiti. Le Ebridi di Mendelssohn, apre il concerto. L’autore ebreo, congruente quindi con l’assunto, vi rielabora i ricordi di un suo viaggio in Scozia. Il luogo, anche noto come la Grotta di Fingall, si trova su un’isoletta ad ovest della costa scozzese ed è caratterizzato dal freddo pungente, dal mare agitato e da formazioni di rocce basaltiche, muraglioni di colonne esagonali in cui si insinuano buie cavità. I ricordi del musicista sfiorano solamente la romantica tregenda del luogo, preferendo una visione conciliante e serena. È il tipico romanticismo “leggero” di Mendelssohn, restio ad immergersi nel tumulto dei sentimenti. Anche Franz Schubert, un decennio prima di Mendelssohn, nella Sinfonia “incompiuta”, tiene una linea discreta e lieve. Il tumulto sentimentale che gli agita il petto è, a forza, tenuto a freno e dissimulato. Sorride sempre Franz, ma col pianto nel cuore, ovvero piange col sorriso sulle labbra. Riccardo Frizza, con un’interpretazione da brividi, conduce l’altrettanto stupefacente ed inattesa Orchestra del Teatro Regio, a zone profonde ed inesplorate dell’animo umano. Dopo aver reso magnifica la limpidezza serena dell’isola di Mendelssohn, sa turbare, con intima commozione, le pure melodie di Schubert. Dagli arruffati e celati sentimenti di Franz, il Viennese, all’irriverente sberleffo della di Šostakovič il passo non è poi così lungo. La Russia, anche in quei tempi, aveva dittatura, tortura, campi di “lavoro”, morti e sofferenze. Dimitrij, come moltissimi suoi connazionali, da anni dormiva con un occhio solo e sobbalzava ad ogni passo per le scale. 1945, Berlino era caduta, la patria aveva vinto, da dipendente a lista paga dello stato, era suo dovere produrre una musica che celebrasse la vittoriosa fine della guerra. Era al corrente che i militari, suoi compatrioti, avevano però scovato e sfondato i cancelli di immensi campi di dolore e di morte. I campi del nemico, non quelli siberiani dove ancora, se vivi, c’erano amici, colleghi e milioni di innocenti. La denuncia e la ribellione non stavano nelle sue corde, la paura gli chiudeva la bocca e gli bloccava la penna, quindi dissimulava. Angoscia nel cuore e pifferi che grottescamente zufolano beffardi, per una recitata allegrezza. L’Orchestra del Regio raggiunge livelli stratosferici di irridente leggerezza. Sulla base solidissima di archi prestigiosi, timpani ed innumerevoli altre variopinte percussioni, con legni e ottoni protagonisti, fanno meraviglie. Il flauto di Federico Giarbella, l’ottavino di Roberto Baiocco, il clarinetto di Luigi Picatto e il fagotto di Nicolò Pallanch, sono balzati perentori all’orecchio e all’occhio di tutti. Rimane straordinaria e per molti versi inattesa la superlativa comprensione dei pezzi eseguiti e la conseguente splendida concertazione e direzione di Riccardo Frizza. Il pubblico, trascinato dall’entusiasmo dei tanti giovani, ha applaudito abbondantemente e rumorosamente, non solo al termine delle sinfonie ma pure al passaggio di ogni loro singolo movimento. Non si sono notate defezioni nel corso del concerto e gli applausi finali ad orchestra, direttore ed esecutori hanno frenato, per un bel tratto, le corse al guardaroba.

Categorie: Musica corale

Staatsoper Stuttgart: “Götterdämmerung”

Mar, 31/01/2023 - 12:25

Staatsoper Stuttgart, Stagione Lirica 2022 / 23
“GÖTTERDÄMMERUNG“
Terza giornata della sagra scenica Der Ring des Nibelungen, in tre atti.
Libretto e musica di Richard Wagner
Siegfried DANIEL KIRCH
Gunther SHIGEO ISHINO
Gutrune ESTHER DIERKES
Waltraute STINE MARIE FISCHER
Erste Norn NICOLE PICCOLOMINI
Zweite Norn IDA RÄNZLÖV
Dritte Norn BETSY HORNE
Woglinde ELIZA BOOM
Wellgunde LINSEY COPPENS
Floßhilde MARTINA MIKELIC
Staatsorchester e Staatsopernchor Stuttgart
Direttore Cornelius Meister
Maestro del Coro Manuel Pujol
Regia Marco Štorman
Scene Demian Wohler
Costumi Sara Schwartz
Luci Henning Streck
Drammaturgia Ingo Gerlach
Stuttgart, 29 gennaio 2023
Con la premiere della Götterdämmerung la Staatsoper Stuttgart ha completato il progetto del nuovo allestimento del Ring des Nibelungen, il monumentale lavoro di Richard Wagner. Si trattava del più ambizioso progetto della gestione artistica guidata da Viktor Schoner, che dal 2018 è Intendant del teatro. Al momenti di valutare complessivamente la riuscita del progetto, direi che la riuscita della parte musicale è stata di gran lunga superiore a quella della parte scenica. L’ idea di affidare le quattro parti della sagra scenica wagneriana a quattro differenti registi era il concetto su cui si basava anche il precedente allestimento, prodotto durante la gestione di Klaus Zehelein. Anche allora i risultati erano stati disuguali, perché le messinscene di Siegfried e Götterdämmerung erano qualitativalente molto superiori rispetto a quelle delle prime due giornate della Tetralogia. Per questa nuova produzione, dopo l’esito complessivamente abbastanza insoddisfacente della Walküre con i tre atti affidati a tre diversi team registici e la ripresa del classico allestimento del Siegfried ideato da Jossi Wieler e Sergio Morabito, per la quarta parte del ciclo l’ incarico della regia è stato affidato a Marco Storman, quarantaduenne nativo di Amburgo che qui a Stoccarda aveva riscosso un buon successo con la sua messinscena di Nixon in China e la scorsa estate con L’ Orfeo di Monteverdi eseguito negli spazi di Im Wizemann. Per la sua concezione visuale dell’ opera wagneriana, Storman ha puntato su simboli ed elementi scenici provenienti da epoche diverse: le scene ideate da Demian Wohler alternavano la raffigurazione di atmosfere primitive contenenti simboli sciamanici con interni in rovina che somigliavano a un aula senatoriale dell’ antica Roma. Anche i costumi di Sara Schwarz non evocavano un’ epoca precisa ma piuttosto una generica atemporalitá. A mio avviso l’ errore principale commesso dal regista era che su questo sfondo, sicuramente non banale, l’azione scenica era condotta in maniera confusa e non convincente nella caratterizzazione dei personaggi. Un Siegfried che si muove come un bambino viziato sminuisce gravemente la raffigurazione del personaggio e anche l’ atteggiamento scenico da commedia borghese degli altri ruoli appariva banale e spesso noioso. Ad ogni modo, nei primi due atti il gioco scenico funzionava in maniera passabile. La situazione però precipitava nel terzo, durante il quale si svolgeva un’ azione scenica assolutamente confusa, completamente staccata dalla trama e assolutamente mancante di logica e credibilitá. Decisamente brutta e priva di gusto è apparsa la conclusione, con Siegfried che non era morto e si allontana con Brünnhilde a cavallo di un unicorno mentre sulla scena entrano una mezza dozzina di bambini, che ultimamente sembrano un elemento indispensabile nelle regie à la page.
Come accade spesso in simili occasioni, il successo della serata è stato garantito da un’ esecuzione musicale veramente di alto livello. La direzione di Cornelius Meister appariva decisamente più matura e consapevole rispetto alle recite della scorsa estate a Bayreuth. Nonostante qualche calo di tensione dovuto a eccessi di analisi, il Generalmusikdirektor della Staatsoper ha ottenuto una splendida esecuzione orchestrale da una Staatsorchester che ha suonato come un ensemble di prima categoria. Magnifica è stata anche la prova del coro preparato da Manuel Pujol, che ha confermato ancora una volta la sua statura artistica di complesso vocale tra i migliori delle scene tedesche. Di buon livello complessivo è stata la prestazione del cast, apparso equilibrato e omogeneo in tutti i ruoli. Il tenore Daniel Kirch, che impersonava Siegfried, ha messo in mostra un canto molto sicuro e ben controllato, decisamente superiore alla sua raffigurazione di Parsifal che avevamo ascoltato alcuni anni fa qui a Stuttgart. molto buona anche la prestazione di Christiane Libor, la cantante berlinese che nei teatri tedeschi è considerata una tra le migliori Brühnhilde del momento e che, pur senza grandi intuizioni di fraseggio, ha risposto molto bene alle difficoltà che la complicata tessitura della parte presenta. Molto brava anche Esther Dierkes, il trentaduenne soprano di Münster scritturata nell’ ensemble della Staatsoper direttamente dall’ Opernstudio, che come Gutrune ha messo in mostra tutti i pregi di una voce dal bel timbro argentato, omogenea in tutta la gamma e gestita molto bene dal punto di vista del controllo dell’ emissione. Anche dal punto di vista interpretativo la caratterizzazione tratteggiata dalla giovane cantante è apparsa davvero interessante e teatralmente molto ben riuscita. Nella parte di Gunther il baritono giapponese Shigeo Ishino, da diversi anni membro dell’ ensemble della Staatsoper, ha esibito ancora una volta tutti i pregi di una voce robusta e ben timbrata, oltre che di una pregevole intelligenza musicale. Ma la prestazione migliore della serata è stata quella del basso Patrick Zielke, proveniente dall’ ensemble del Nationaltheater di Mannheim, che nel doppio ruolo di Hagen e Alberich ha mostrato un carisma scenico e vocale davvero di gran classe, rendendo in maniera assolutamente impeccabile la scena iniziale del secondo atto, trasformata dalla regia in un soliloquio interiore con un effetto davvero molto riuscito e di grande efficacia teatrale. Molto fresche e timbricamente gradevoli erano anche le voci dei due gruppi femminili delle Norne e delle Figlie del Reno.
Alla fine, piú di dieci minuti di applausi hanno sottolineato il grande successo della rappresentazione.

 

 

Categorie: Musica corale

“La dolce ala della giovinezza” in scena al Quirino di Roma dal 31 gennaio al 12 febbraio

Mar, 31/01/2023 - 01:22

Fondazione Teatro della Toscana – Best Live presentano
“LA DOLCE ALA DELLA GIOVINEZZA”
di Tennessee Williams
traduzione Masolino D’Amico
Con: Elena Sofia Ricci e Gabriele Anagni 
e con: Chiara Degani, Flavio Francucci, Giorgio Sales, Alberto Penna, Valentina Martone, Eros Pascale, Marco Fanizzi
Regia, scene e costumi Pier Luigi Pizzi
Da qui tutte le informazione

Categorie: Musica corale

Venezia, Teatro Malibran: “Satyricon” di Bruno Maderna

Lun, 30/01/2023 - 16:29

Venezia, Teatro Malibran, Lirica e Balletto, Stagione 2022-2023
SATYRICON”
Opera in un atto, dal romanzo omonimo di Petronio.
Musica e libretto  Bruno Maderna
Trimalchio MARCELLO NARDIS
Habinnas CHRISTOPHER LEMMINGS
Niceros WILLIAM CORRÒ
Eumolpus FRANCESCO MILANESE
Criside FRANCESCA GERBASI
Fortunata/Quartilla MANUELA CUSTER
Mimi Estella Dvorak, Emanuele Frutti, Roberta Piazza, Giulio Venturini, Aaron Weber
Orchestra del Teatro La Fenice
Direttore Alessandro Cappelletto
Regia Francesco Bortolozzo
Scene Andrea Fiduccia
Costumi Marta Del Fabbro
Light designer Fabio Barettin
Regia del suono Giovanni Sparano
Nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
Venezia, 26 gennaio 2023
Nel cinquantesimo anniversario della prima assoluta – nonché unica rappresentazione a Venezia – del Satyricon di Bruno Maderna e insieme della prematura scomparsa dell’autore, la Fondazione Teatro La Fenice propone, al Teatro Malibran, un nuovo allestimento dell’ultima opera del musicista veneziano: doveroso contributo alla definizione di un giudizio più sereno e meditato su un compositore, direttore d’orchestra, docente, animatore culturale, che Massimo Mila considerava il prototipo del musicista europeo, ma su cui Mario Bortolotto espresse sempre forti riserve. È, comunque, innegabile che Maderna sia stato una figura di primo piano nel panorama musicale italiano ed europeo del Novecento, distinguendosi per la sua posizione “non allineata” rispetto a certo radicalismo dell’“avanguardia”. Così, anche quando adottò le tecniche seriali più rigorose, rivelò un’attitudine artigianale nella propria attività creativa, evitando ogni applicazione meccanica di quelle teorie e temperando i rigori di Darmstadt tramite un eclettismo di mezzi espressivi, che non trascurava le esigenze comunicative. Ciò si coglie, tra l’altro, nelle sue due ultime composizioni teatrali, Hyperion (1964) e Satyricon (1973), entrambe “opere aperte”, cioè basate su una struttura aleatoria. Satyricon – tratta dall’omonimo romanzo di Petronio – consta di vari numeri, che possono essere ordinati liberamente ad ogni rappresentazione, ma nasce anche come work in progress, passibile di modifiche e rifacimenti. L’opera ebbe una gestazione piuttosto lunga, a partire dal 1971, e fu presentata per la prima volta al pubblico il 16 marzo 1973 a Scheveningen (Olanda), sotto la direzione dello stesso compositore.
Il lavoro di Maderna si basa prevalentemente sull’episodio più famoso del romanzo di Petronio, la Cena Trimalchionis con la sua galleria di personaggi caricaturali, a rappresentare il tramonto di una civiltà, che l’autore veneziano assimilava a certi aspetti decadenti del Novecento. Al multilinguismo del libretto – con parti in italiano, inglese, francese e latino – corrisponde il polistilismo della partitura, infarcita, tra l’altro, di citazioni musicali, che creano effetti di straniamento funzionali all’azione scenica. Nell’opera – formata da sedici numeri chiusi, vocali e strumentali, e cinque inserti su nastro magnetico – le voci spaziano dal canto lirico al declamato, dallo Sprechgesang al parlato, mentre la piccola orchestra le accompagna con interventi, che confermano la teatralità intrinseca alla partitura.
Per questa nuova produzione fenicea, Francesco Bortolozzo – coadiuvato da Andrea Fiduccia per le scene, Marta Del Fabbro per i costumi, Fabio Barettin per le luci e Giovanni Sparano per il suono – ha ideato una messinscena minimalista, che lascia emergere la drammaturgia interna alla musica di Maderna: quinte e sfondi a tinta unita decisamente spogli, pochi arredi dalle linee essenziali, disposti secondo conformazioni diverse, a seconda delle situazioni drammaturgiche, rispecchiando con quest’ultima sua scelta l’impostazione “modulare” della partitura, che l’autore volle fosse pubblicata divisa in tanti fascicoli separati quanti sono i numeri dell’opera, perché fossero variamente assemblabili. La “semplicità” dell’apparato scenico viene ravvivata dalla performance di cinque abili mimi-danzatori come dalla proiezione di alcune pagine “social” e di particolari relativi a dipinti del “visionario” Bosch, oltre che dai colori pastello prevalenti nei costumi, su cui però spicca il rosso shocking di quelli indossati dalla vanitosa Fortunata.
Efficace è risultata la direzione e concertazione di Alessandro Cappelletto, che ha trovato, di volta in volta, il giusto accento nell’affrontare la poliedrica scrittura maderniana, con particolare attenzione al parametro timbrico e a quello ritmico, potendo contare su un enseble di validi solisti. Nel cast, di indiscutibile professionalità, si è segnalato Marcello Nardis, che ha offerto un Trimalchio istrionico nel gesto e nel canto, mettendone in luce i vezzi e gli umori in una pluralità di stili e di generi: vagamente ipocondriaco e prosaico nella chanson da cabaret, in cui si lamenta per la fastidiosa stitichezza che lo affligge; grottescamente retorico nel vantare le sue enormi ricchezze; sprezzante, ma anche a tratti sentimentale, nella sua variegata invettiva contro la moglie Fortunata; buffamente enfatico e misticheggiante quando parla del proprio testamento, descrive il proprio sepolcro e dà l’addio al mondo, concludendo con l’aria di Gluck “J’ai perdu mon Eurydice”. Analogamente encomiabile è stata la Fortunata di Manuela Custer – acclamata Juditha, qualche anno fa alla Fenice, nell’oratorio vivaldiano – quanto a presenza scenica e duttilità espressiva: spregiudicata nell’aria con cui esordisce, introdotta da uno stacco delle percussioni, dove decanta la propria vita sfarzosa quanto oziosa, grazie alle ricchezze del marito, terminando con un song alla Kurt Weill, estremo inno ai lussi domestici; sensuale nel dialogo con Eumulpus, con la citazione dell’Habanera della Carmen di Bizet, in cui cerca – invano – di blandire l’ex-soldato, dedito alla filosofia, confessandogli falsamente la sua attrazione per i filosofi. All’altezza del proprio ruolo si è dimostrato anche Christopher Lemmings nei panni di Habinnas, intimo amico di Trimalchio – marmista con il compito di realizzare il monumento sepolcrale del ricco liberto – nel suo apologo sulle virtù del denaro – un canto spezzato, spigoloso, dissonante, con dei brevi incisi più lirici – e nel racconto relativo alla Matrona di Efeso – la vedova in gramaglie presso la tomba del marito, consolata da un centurione, che per salvare l’amante consente che venga messa in croce la salma del caro estinto –, in cui la parte vocale alterna squarci lirici e lunghe sequenze parlate, con una grande varietà di accompagnamenti. Valido l’apporto di Francesco Milanese (il neghittoso Eumolpus), William Corrò (Niceros), Francesca Gerbasi (Criside). Grandi applausi alla fine da parte di un pubblico divertito e appagato.

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“La Valigia” al Teatro Nuovo di Verona dal 31 gennaio al 5 febbraio 2023

Lun, 30/01/2023 - 11:29

Dopo il grande successo di “Così è (se vi pare)” di Luigi Pirandello, il Grande Teatro, rassegna organizzata dal Comune di Verona in collaborazione col Teatro Stabile di Verona, prosegue con “La valigia” del giornalista-scrittore russo Sergei Dovlatov scomparso nel 1990 non ancora cinquantenne. Lo spettacolo è in scena al Nuovo da martedì 31 gennaio a sabato 4 febbraio alle 20.45 e domenica 5 alle 16.00. Ne è protagonista Giuseppe Battiston che ne cura anche l’adattamento a quattro mani con Paola Rota, regista dello spettacolo. “La valigia”, che giunge a Verona subito dopo il suo debutto, è prodotto da “Gli Ipocriti – Melina Balsamo”.
Giovedì 2 febbraio alle ore 18.00 Giuseppe Battiston incontra il pubblico nel Piccolo Teatro di Giulietta. L’incontro, a ingresso libero, sarà condotto dalla giornalista Alessandra Galetto e da Carlo Mangolini, direttore artistico Spettacolo del Comune di Verona.
Biglietti in vendita al Teatro Nuovo (dal lunedì al sabato, ore 15.30-19.30) e a Box Office (dal lunedì al venerdì, ore 9.30-12.30 e 15.30-19.00, e il sabato dalle 9.30 alle 12.30). Biglietti on line su www.boxol.it/boxofficelive e www.boxofficelive.it

 

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Roma, Mercati di Traiano, Museo dei Fori Imperiali: “1931, L’elefante ed il colle perduto”

Lun, 30/01/2023 - 01:12

 

Dall’8 aprile al 24 maggio 2022, PROROGATA al 5 marzo 2023

Prorogata sino al 5 Marzo la mostra “1932, L’Elefante ed il colle perduto”continua ad occupare gli spazi dello straordinario complesso dei mercati di Traiano. La mostra presenta i resti fossili di elefante (Elephas antiquus) trovati alla base della collina Velia e un centinaio di reperti archeologici, progetti grafici e opere d’arte, interamente provenienti dalle collezioni capitoline, alcuni dei quali identificati in occasione di recenti ricerche ed esposti al pubblico per la prima volta. Promossa da Roma Culture, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali con l’organizzazione di Zètema Progetto Cultura ha come tema centrale un anno che vedeva Roma protagonista/vittima di importanti lavori urbanistici :il 1932. In soli due anni infatti tra 1931 e 1932, fu sbancato nel cuore di Roma un colle, la Velia, che si estendeva tra le pendici dell’Oppio e le propaggini del Palatino, separando l’area dei Fori Imperiali dal Colosseo. L’intervento da un lato risolveva la necessità di collegare piazza Venezia, via Cavour e i nuovi rioni del Celio e dell’Esquilino, dall’altro consentiva la realizzazione di una strada monumentale e scenografica da piazza Venezia al Colosseo. Si trattava di una passeggiata unica al mondo fiancheggiata dai monumenti della città antica che si andavano recuperando con le demolizioni del Quartiere Alessandrino, in atto dal 1924. La nuova arteria cittadina, che prese il nome di via dell’Impero (l’attuale via dei Fori Imperiali), fu inaugurata il 28 ottobre 1932 in occasione della celebrazione del decennale della Marcia su Roma, divenendo da quel momento luogo privilegiato delle parate e dei riti del regime fascista.
Il prezzo pagato dal patrimonio artistico e archeologico, a causa di questo sbancamento, fu molto alto. Si iniziò con lo smantellamento pressoché totale del giardino di Villa Rivaldi, che si estendeva sulla sommità del colle fino alle spalle della Basilica di Massenzio. Fu quindi intaccata la stratificazione archeologica, che si rivelò ricchissima di testimonianze di epoca romana, in particolare i resti di una domus con affreschi ben conservati e numerose statue. Ma la scoperta più sorprendente fu fatta il 20 maggio 1932, quando vennero alla luce numerosi resti di fauna fossile, tra i quali il cranio e la zanna di elefante Elephas (Palaeoloxodon) antiquus costituiscono il reperto più famoso. La notizia ebbe immediata risonanza sulla stampa. Antonio Muñoz, Direttore della X Ripartizione Antichità e Belle Arti del Governatorato di Roma e supervisore dei lavori, scrisse che «qui, sotto la collina della Velia era il giardino zoologico della Roma preistorica». Le operazioni di recupero si svolsero con grande celerità: l’Elephas, rimosso frettolosamente, fu poi trasportato nell’ Antiquarium Comunale del Celio, «dove è stato dimenticato», come avrebbe poi scritto Antonio Cederna.
Interessante ricordare come i ritrovamenti di fossili avvenivano anche nell’antichità , anche se piuttosto raramente. Nell’antica Grecia per esempio alcuni li consideravano resti di organismi viventi (Erodoto, Senofone ) altri scherzi della natura. Tra questi Aristotele, il cui parere influenzò la Chiesa che durante il medioevo sosterrà questa tesi. Alcuni fossili venivano spiegati come originati dagli dei (Ammoniti = corna di Ammon, dio egizio). Altri venivano identificati come ossa dei giganti. I crani fossili di piccoli elefanti che vivevano in Sicilia circa 500 mila anni fa, erano indicati dai romani per esempio come la prova dell’esistenza dei ciclopi. Il foro della proboscide era infatti interpretato come il grande occhio centrale. Lo studioso romano Plinio il Vecchio teorizzò l’origine biologica dei fossili.
Le quattro sezioni dell’allestimento ripropongono l’intervento dello sbancamento del colle Velia, alcune pitture che ritraggono i vari lavori di distruzione del giardino di Villa Rinaldi ,  testimonianze della decorazione pittorica del criptoportico di una grande domus di epoca imperiale romana intercettata dagli sterri ed infine sono esposti i resti del cranio e della difesa (zanna) sinistra dell’elefante antico Elephas (Palaeoloxodon) antiquus, rinvenuto nello strato geologico a circa 11 metri dalla sommità della collina. Come spesso accade nelle mostre archeologiche al di là del reperto la fruibilità e la giusta introduzione temporale del ritrovamento e quindi la contestualizzazione sono da ritenersi tra le prime cose che il visitatore “consuma” non solo in termini di lettura ma nell’insieme in una dimensione estetica. Questa mostra contenuta ma di grande eleganza per esposizione e scelte di allestimento regala al di là dei reperti esposti bellissimi disegni , acquerelli e chine di autori spesso fin troppo dimenticati come Odoardo Ferretti (un pittore romano, acquerellista, professore e maestro di disegno e ornato) e di Maria Barosso (pittrice torinese stabilitasi a Roma e nota per la riproduzione della pittura della Villa dei Misteri). Il sonoro poi dei filmati dell’Istituto Luce dovevengono raccontati gli interventi di demolizione echeggiano tra le sale immergendoci totalmente in quella dimensione di propaganda quando l’arte era un mezzo di propaganda politica.
“Dopo secoli, l’impero riappare sui colli fatali di Roma” ebbe a dire Mussolini durante il comizio del 9 maggio 1936, mentre nel frattempo accostava la sua figura a quella dell’imperatore Augusto generando dei danni non solo reali e fisici al patrimonio archeologico di Roma ma alla storia dell’Antica Roma in genere.
Ancora oggi, simboli propri della romanità come il fascio littorio, emblema del potere dei consoli, non può essere esibito in pubblico per motivi precauzionali, così come alcuni luoghi comuni (come il saluto romano a braccio teso, in realtà inesistente nell’antichità) sono duri a morire.E ancora di più, la commistione fra personali convinzioni politiche odierne e storia, genera una  visione straordinariamente distorta, lontana dalla lungimiranza, seppur brutale, del mondo romano.
La mostra prorogata sino al 5 Marzo è una straordinaria occasione per i romani e non solo di riscoprire cose da anni abbandonate nei depositi e riappropriarsi nuovamente degli spazi straordinari ed unici dei Mercati di Traiano.

 

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Bologna, Teatro EuropAuditorium: “Der fliegende Holländer”

Dom, 29/01/2023 - 23:44

Bologna, Teatro EuropAuditorium, Stagione Opera 2023
“DER FLIEGENDE HOLLÄNDER”
Opera romantica in tre atti, libretto e Musica di Richard Wagner
Daland PETER ROSE
Senta ELISABET STRID
L’Olandese THOMAS JOHANNES MAYER
Erik ADAM SMITH
Mary MARINA OGII
Timoniere di Daland PAOLO ANTOGNETTI
Figuranti della Scuola di Teatro di Bologna “Alessandra Galante Garrone”
Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna, Coro del Teatro Municipale di Piacenza
Direttore Oksana Lyniv
Maestri del coro Gea Garatti Ansini, Corrado Casati
Regia Paul Curran
Scene e costumi Robert Innes Hopkins
Luci Daniele Naldi
Visual designer Driscoll Otto
Nuova produzione del Teatro Comunale di Bologna
Bologna, 28 gennaio 2023
Inaugurazione di stagione 2023 con un titolo di un cittadino onorario bolognese, Riccardo Wagner, uno di quei cinque che hanno avuto la loro prima italiana proprio qui, e che la direttrice stabile Oksana Lyniv ha già diretto, scusate se è poco, a Bayreuth: L’Olandese volante. Fare teatro senza teatro è dura.
La sala felsinea progettata dal Bibiena, senza tema d’esagerare, è una delle più belle al mondo: chi non se ne fosse ancora accorto, ci farà caso adesso che è chiusa per ingenti lavori di ristrutturazione. E dopo averci fatto caso, ci farà anche il callo perché i lavori non dureranno meno di alcuni anni e la vita teatrale deve andare avanti lo stesso. Però si chiede gentilmente al pubblico di fare la tara. Davanti ad impossibilità oggettive, come l’assenza di graticcia, la soluzione inevitabile è consegnarsi alle proiezioni. Le quali però sono terribili usuraie, ricattatrici: con le proiezioni e le retroproiezioni finisce che ti leghi mani e piedi, davanti e dietro, e poi non c’è modo di gestire le luci senza dar vita ad ombre piuttosto fastidiose. Le proiezioni, prerogativa del teatro essendo l’essere in carne ed ossa, sono strumento anti teatrale per eccellenza: difficilissime da gestire, e quindi da temere, ma non da disdegnare. È poi, forse, uno strumento che deve ancora pervenire ad una propria maturità stilistica. Andiamo invece nel merito della regia di Paul Curran (che, ricordiamolo, quando aveva a disposizione un teatro vero lo faceva funzionare a meraviglia, come ha dimostrato nell’Ariadne della scorsa stagione). Il naturalismo romanticone di onde, scogli, nuvole e vascelli, Giudici ammonisce, è stato storicamente superato già dall’allestimento di Dülberg diretto da Klemperer alla Kundry di Berlino nel 1929. E invece noi le onde le abbiamo, non cattivo segno: perché in effetti sarà anche vero che si può dare una lettura freudiana dei complessi di Senta, protagonista assoluta, vittima del mondo borghese che la circonda, e tuttavia le atmosfere sonore e le tinte timbriche evocano qualcosa di più suggestivo d’un salotto borghese, o di qualche prisma astratto. E però poi il secondo atto appare invece molto meglio aggiornato ai ritrovati della regia tedesca: le filatrici lavorano in una fabbrica (in cui la disciplina è invero piuttosto molle), provviste di funzionali macchine da cucire. Di fabbriche se ne sono viste (e di ogni genere, anche di ventilatori) ma servivano a tracciare i lineamenti di un mondo d’affari (borghesi), di interessi (borghesi) e spiegare la decisione del buon padre (borghese) Daland di maritare la figlia all’Olandese pagante, con la stiva colma di tesori. Qui invece Daland somiglia più ad un ingenuo pescatore che ad uno scafato capitano di finanza, e l’Olandese più al leggendario fantasma che al di lui socio in affari. Delle due l’una.
La direzione della Lyniv è elettrizzata ed elettrizzante, energica, fiammeggiante, spumeggiante, inquieta. C’è quel carisma senza il quale una partiturona wagneriana del genere, ancorché ad alto tasso di melodismo italianeggiante, si sgonfia ed implode come le vele bucate del vascello fantasma. Se si volesse far un appunto: in guardia dal rischio di una sovreccitazione fracassona. Ma l’appunto è da girare ai riporti a fondo sala, al sistema di diffusione (o amplificazione?) più fantasma del vascello. Sempre magnifico il coro bolognese, anzi: i cori, bisogna dire, perché per l’occasione sono arrivati i rinforzi da Piacenza. La protagonista, Elisabet Strid, possiede un timbro non privo di lusinga per l’orecchio italiano, con certe morbidezze, una discreta rotondità, un bel colore, e tuttavia dai centri, saldi, salendo verso gli acuti, che la rendono timorosa, la voce si fa aguzza, e talvolta si registrano piccole scivolate. Il fantasma, Thomas Johannes Mayer, nonostante la voce importante, si fa notare soprattutto per l’astuzia di interprete, capace di dosare il suono sul filo del percettibile, con effetti carezzevoli ma carichi di tensione. Il Daland di Peter Rose è scenicamente fin troppo simpatico, ma vocalmente ben più appropriato. La voce di Adam Smith, Erik, è una barra di metallo che niente può spezzare, né piegare: solidissima e dirittissima, raggiunge gli acuti inarcandosi leggermente verso la cavità nasale, senza tuttavia caderci dentro. Il timbro non è esattamente ammaliante ma lo strumento è di grande interesse.Il timoniere, Paolo Antognetti, ha invece un timbro più gradevole e un’emissione più sciolta, rilassata. Va detto che l’orchestra, tacciata da alcuni ascoltatori di eccessiva generosità sonora, non ha mai coperto le voci, tutte molto applaudite. Alcune perplessità soltanto per la direzione, soffocate dal trionfo tributato dalla stragrande maggioranza della sala alla Lyniv, e per l’allestimento che, come si è detto, doveva far fronte a limiti contingenti. E ora, rotta verso la nuova sala del Comunale Nouveau. Foto Andrea Ranzi

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San Daniele del Friuli: “Affari di famiglia” di Antonella Questa

Dom, 29/01/2023 - 14:14

San Daniele del Friuli, Auditorium alla Fratta, ERT stagione 2022/23 “AFFARI DI FAMIGLIA”
di e con Antonella Questa
e con Ilaria Marchianò
Disegno luci Daniele Passeri
Pproduzione laQ-Prod
San Daniele del Friuli,  27 gennaio 2023
Antonella Questa da tempo affronta nei suoi lavori il tema dei rapporti familiari. In  Affari di famiglia, in scena all’Auditorium La Fratta a San Daniele del Friuli tratteggia con determinata delicatezza il complesso rapporto fra le generazioni di genitori e figli; il problematico conflitto fra affetti ed interessi; lo scontro fra amicizia e pregiudizio; il senso del dovere che incombe e che annebbia il diritto alla libertà personale. La storia narra lo scontro fra tradizione e modernità in occasione del passaggio di mano di un’azienda, la Fabrizio Farmaceutica. Da una parte la memoria recente di un padre autoreferenziale, dall’altra la situazione critica di una figlia, Anna Rita, impreparata nonostante dedizione ed impegno. La situazione deflagra con l’arrivo di Fabrizia, nipote e figlia rispettivamente, per i funerali: discussioni, confronti, scontri, accuse, perdoni, risse, abbandoni, riappacificazioni, si abbattono sulle due donne finchè un ritrovato dialogo salverà l’industria dal fallimento, senza però chiarire del tutto se alla fine abbia vinto la famiglia, l’imprenditorialità o finalmente il corretto equilibrio. La scena è ben illuminata da Daniele Passeri ed i movimenti di scena  modulano bene nevrosi, efficientismo, forzature, ossequioso rispetto delle tradizioni. Ilaria Marchianò interpreta con sensibilità il ruolo di Fabrizia, la figlia. I dolori di essersi sentita rifiutata, criticata, contestata, poco amata, sono resi con una recitazione delicata, giocata sui toni bruniti della voce, con una abile azione di sottrazione di enfasi e di repentini cambi di volume e di ritmo. La Questa-Anna Rita, gioca con ironia, delicatezza e melanconia: vittima di incoerenze, schiacciata da un padre autoritario ed un nonno idolatrato. In lei troviamo i pregiudizi e le sicurezze del manager che avrebbe voluto saper essere, le fragilità di una figlia che è convinta di aver deluso generazioni di aspettative, le frustrazioni di una donna che non ha potuto coronare il sogno di amore, i disagi di una madre che non è riuscita a dedicare il giusto tempo alla maternità.Per ogni sfaccettatura la giusta sfumatura, l’espressione che parla, il tono che va oltre la frase.Uno spettacolo intenso, con il giusto ritmo ed una piacevole alternanza di drama ed ironia, che il pubblico di San Daniele del Friuli, inserito nel circuito Ert Friuli Venezia Giulia, premia con applausi convinti e tante chiamate al proscenio.

 

 

 

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Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791): “Idomeneo, re di Creta” K.366 (1781)

Dom, 29/01/2023 - 13:02

Dramma per musica in tre atti su libretto di Gianbattista Varesco. Prima rappresentazione: Monaco, Residenztheater, 29 gennaio 1781
Idomeneo costituisce un punto di svolta nell’ esperienza creativa di Mozart. Le opere serie che il compositore aveva scritto fino a quel momento Mitridate, Lucio Silla, Il re pastore aderivano tutte sostanzialmente al modello metastasiano, con una lunga catena di arie e un ruolo minimo degli insieme e dei cori. In realtà, negli anni Settanta del secolo, questo modello era in piena crisi. Già da quasi vent’anni Gluck aveva proposto, con i suoi capolavori Orfeo ed Euridice e Alceste, una riforma del melodramma basata sui principi della continuità narrativa e dell’integrazione di tutti gli elementi musicali e scenici in un progetto drammatico. La riforma di Gluck aveva trovato tuttavia scarso seguito nell’ambito dell’opera italiana, e si era imposta invece soprattutto a Parigi, con le versioni francesi dei due capolavori e con altri importanti titoli (Iphigenie en Aulide, Iphigenie en Tauride, Armide). Ecco dunque che, con Idomeneo, Mozart si allontana dal modello metastasiano come non aveva mai fatto fino ad allora, e tiene presente come in nessun’altra occasione il modello del teatro di Gluck, senza però aderirvi completamente, ma cercando piuttosto un punto di compromesso.
Intanto la possibilità di avere a disposizione un orchestra di grande qualità, come quella di Monaco, unità alle esperienze acquisite nel viaggio a Mannheim e a Parigi, si traducono in un rilievo straordinario donato allo strumento orchestrale, in termini di gioco fra gruppi strumentali, rilievo concertante di alcuni strumenti, effetti di massa sonora e di “crescendo”, continui chiaroscuri armonici. Si aggiunga, per intendere, come il materiale musicale viene piegato ai fini della continuità drammatica, che estremamente alto è il numero di cori e di danze (incluso un lungo balletto che chiude l’opera, in cui certamente si ripercuote l’esperienza parigina), e non solamente in funzione decorativa, ma anche a sottolineare i momenti di maggiore tensione dell’azione (come le scene del sacrificio del terzo atto) parentesi; che, inoltre, particolarmente complessi ed elaborati sono i recitativi accompagnati che attraversano tutta l’opera., anche se Mozart non rinuncia all’uso del recitativo secco, bandito dal teatro di Gluck.
L’esempio migliore di questo nuovo modo di procedere viene proprio dall’inizio dell’opera, dove troviamo innanzitutto l’ouverture, nella quale si alternano episodi in  maggiori e in minore, che non rimandano a precisi personaggi, ma che certamente anticipano i contrastanti “affetti” dell’opera. Inoltre questa ouverture non ha una conclusione a sé stante, ma confluisce direttamente nel lungo recitativo accompagnato di che costituisce la prima scena; spetta all’orchestra il compito di sottolineare i sentimenti che attraversano la mente il cuore del personaggio; e questo recitativo accompagnato sfocia sua volta direttamente nell’aria “Padri, germani, addio!”, una pagina che dipinge magnificamente, con il suo modo minore, gli accompagnamenti sincopati, l’intensità della linea melodica, i tormenti della fanciulla.
Come si vede, ci troviamo di fronte a un blocco estremamente compatto e insieme articolato. Un altro tratto appare poi estremamente significativo. Come appare già evidente dalla primaria di Ilia, Mozart punta in modo deciso e maturo sulla definizione dei personaggi, che risultano delineati con una pienezza di carattere sconosciuta alle sue precedenti opere serie. Per questo obiettivo egli rinuncia nella maggior parte dei casi all’uso della forma “col da capo” per le arie, a cui preferisce la più moderna forma-sonata senza sviluppo; in sostanza, manca e molte delle arie una sezione centrale contrastante, e dunque ciascuna aria definisce una “affetto “del  tutto  coerente. Ma, prese nel loro complesso, le diverse arie offrono poi anche un profilo preciso di ogni personaggio, nonché della sua evoluzione. Ilia, per esempio, cantata tre arie differenti, una per ogni atto, la prima delle quali attraversata da affanno e dolore, la seconda (“Se il padre perdei”) di contenuto consolatorio (e Mozart intreccia la voce del Soprano con quattro strumenti concertanti), la terza (“Zeffiretti lusinghieri”) di contenuto amoroso, percorsa da estateci vocalizzi.
Altrettanto preciso è il profilo dell’altro personaggio femminile, Elettra, il cui atteggiamento prevalente è quello del furore. Troviamo, nelle seconda delle sue tre arie, il momento della speranza, espressa con una plastica melodia nel modo Maggiore; ma la prima e la terza aria sono quanto di più drammatico Mozart abbia scritto fino a quel momento. La frammentazione della linea melodica con i bruschi salti di registro, la scelta del modo minore, le tinte corrusche dell’orchestrazione, l’armonia cromatica e ricca di settime diminuite: sono tutti fattori che fanno di queste due arie altrettanti vertici espressivi, che Mozart saprà in seguito eguagliare ma mai  superare.
Accuratissima e anche la definizione degli altri personaggi. Idamante, affidato alla voce di castrato, viene restituito nel suo carattere trepido ed eroico, con due arie nel primo atto e una nel terzo, oltre a un duetto con Ilia all’inizio del terzo atto (“S’io non moro”). Relativamente al ruolo del titolo, Mozart puntò principalmente sui tormenti interiori del personaggio, sui suoi sensi di colpa; come nella prima aria (“Vedrommi intorno l’ombra dolente “), in cui impose al tenore Raaf una forma bipartita Andante-Allegro, certamente inconsueta per il cantante, puntando sul contrasto espressivo dei duei movimenti. Ricompensò o poi Raaf attribuendogli nel secondo atto una lunga aria virtuosistica e “col da capo” (“Fuor dal mar”) che gli consentiva di mettere in mostra la sua tecnica di coloratura (anche se scrisse prima una versione più ardua e poi una più semplice per favorire l’interprete, che aveva probabilmente qualche difficoltà nella tenuta delle lunghe arcate di vocalizzi). Quanto al personaggio secondario di Arbace, esso è invece servito con due arie di diversi tipo (dinamica la prima, contemplativa la seconda), entrambe di carattere più arcaico.
Ma uno scatto ulteriore verso un modello personalissimo di teatro musicale è dato dalla presenza di alcuni pezzi d’insieme, e segnatamente di un mirabile terzetto “di addio” fra Idomeneo, Idamante ed Elettra sul finire del secondo atto (“Pria di partire, oh Dio!”), e di un quartetto al principio del terzo per gli stessi personaggi più Ilia p(“N’andrò ramingo è solo”). Nel terzetto come nel quartetto (che non a caso il compositore difese dagli attacchi del vecchio Raaf), Mozart riuscì in uno dei compiti più alti del teatro musicale: dipingere separatamente e fondere insieme le passioni differenti dei vari personaggi.
Con Idomeneo Mozart aveva saputo creare un nuovo modello personalissimo di opera seria; non stupisce quindi del fatto che, nei suoi anni viennesi, egli abbia cercato a più riprese di presentare questa sua opera al pubblico della capitale. Vi riuscì solamente il 13 marzo 1786 con un’esecuzione privata in forma di concerto, nel palazzo del principe Auersperg, senza  però ottenere il  successo sperato. E d’altra parte appare chiaro che il peso della componente decorativa della partitura non potesse venire adeguatamente apprezzato in una esecuzione concertistica, realizzate con interpreti che non erano certo dei grandi virtuosi ma bensì “dilettanti”. Non a caso, per l’esecuzione viennese Mozart sottopose la sua opera a numerose modifiche, le più importanti delle quali consistono nell’adattamento del ruolo di Idamante dalla voce di castrato a quella di tenore, e nell’aggiunta di alcune pagine per il nuovo interprete di questo ruolo. All’inizio del secondo atto viene inserito un mirabile rondò con violino obbligato (“Non più tutto ascoltai…Non temere, amato bene” k490, testo riutilizzato pochi mesi più tardi per l’aria da concerto k505 con pianoforte obbligato), scritto però curiosamente in chiave di soprano (circostanze che ne rende possibile oggi l’esecuzione sia da parte di Soprani che di tenori). Inoltre il duetto Ilia-idamante del terzo atto (“S’io non moro”) venne sostituito da un nuovo duetto (“Spiegarti non poss’io” K 489) di taglio sensibilmente più moderno.

 

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Le cantate di Johann Sebastian Bach: quarta domenica dopo l’Epifania

Dom, 29/01/2023 - 09:11

Eseguita la prima volta a Lipsia, il 30 gennaio 1724, la Cantata Jesus schläft, was soll ich hoffen? BWV 81 è la prima di 2 composizioni dedicate a questo giorno festivo. Il testo originario di Johann Franck (1618-1688), tratto dal  Vangelo di Matteo (cap.8.vers.26) è qui ulteriormente rielaborato da Christian Weiss (1671-1737) e da  Erdmann Neumeister (1671-1756). Il tema è tratto dall’episodio che narra quando Gesù placa una tempesta davanti allo spavento dei discepoli. La dolcezza cullante dell’accompagnamento dell’aria di apertura del contralto (“Gesù dorme, cosa posso sperare?”) ci descrive, come nelle arie  “del sonno” del teatro barocco, un Gesù dormiente. Ma è un riposare visto  dagli apostoli e che presenta già i segnali di apprensione e timore (la tonalità minore) per la tempesta in arrivo. Il successivo recitativo del tenore (“Signore! Perchè resti così lontano?”) esprime chiaramente e con forte carica teatrale, la paura dei discepoli. La tempesta viene chiaramente descritta nella successiva aria tripartita, sempre del tenore (“Le onde spumeggianti delle acque”) che mostra, come nelle arie “di tempesta”, un uso delle colorature alle parole “Verdoppeln die Wut” (“raddopiano i loro flutti”) e “stürmende Flut” (“flutti tempestosi”). Un breve, ma imperiso arioso del basso (“Perché avete paura,
uomini di poca fede?”), che insiste sulla parola “warum? ( sfocia direttamente all’aria, affidata ancora al basso. Gesù placa la tempesta, (presente nel bel disegno dell’orchesta, con l’oboe d’amore in primo piano sullo stacco vibrante degli archi). Anche qui il canto si piega in vocalizzi nella sezione A dell’aria (“Calmati, mare tumultuoso! Tacete, tempesta e vento!). Un tono solenne anima il successivo recitativo del contralto (“Oh gioia, il mio Gesù ha pronunciato una parola”). Il corale finale (“Sotto la tua protezione
mi metto in salvo dalla tempesta”) ribadisce la convinzione del credente: “Gesù mi proteggerà”.

www.gbopera.it · J.S.Bach: Cantata “Jesus schläft, was soll ich hoffen?” BWV 81

Nr.1 – Aria (Contralto)
Gesù dorme, cosa posso sperare?
Non vedo
con pallido viso
l’abisso della morte già aperto?
Nr.2 – Recitativo (Tenore)
Signore! Perchè resti così lontano?
Perché ti nascondi in questo momento di bisogno,
quando tutto minaccia un’orribile fine?
Ah, non si commuovono della mia sofferenza
i tuoi occhi mai inclini al sonno?
Già una volta hai mostrato con una stella
ai Magi appena convertiti
la giusta via da seguire.
Ah, conducimi con la luce dei tuoi occhi,
poiché questo cammino riserva solo pericoli.
Nr.3 – Aria (Tenore)
Le onde spumeggianti delle acque sataniche
raddoppiano la loro furia.
Il cristiano dovrebbe ergersi come una roccia
quando i venti del dubbio soffiano su di lui,
sebbene i flutti tempestosi cerchino
di indebolire la forza della fede.
Nr.4 – Arioso (Basso)
Perché avete paura,
uomini di poca fede?
Nr.5 – Aria (Basso)
Calmati, mare tumultuoso!
Tacete, tempesta e vento!
I tuoi confini sono tracciati,
affinché il mio Figlio prediletto
non patisca alcun danno.
Nr.6 – Recitativo (Contralto)
Oh gioia, il mio Gesù ha pronunciato una parola,
il mio soccorritore si è svegliato, ed ora
le onde della tempesta,
la notte della sventura
e tutte le difficoltà dovranno scomparire.
Nr.7 – Corale (Coro)
Sotto la tua protezione
mi metto in salvo dalla tempesta
di tutti i nemici.
Sia che Satana si infuri,
sia che il nemico si accanisca,
Gesù è al mio fianco.
Anche se lampeggia e tuona,
se il peccato e l’inferno mettono paura,
Gesù mi proteggerà.
Traduzione Emanuele Antonacci

 

Categorie: Musica corale

Camille Saint-Saëns: “Pryné” (1893 – versione 1896)

Sab, 28/01/2023 - 23:04

Opéra-comique in due atti su livretto di Lucien Augé de Lassus. Florie Valiquette (Phryné), Cyrille Dubois (Nicias), Thomas Dolié (Dicéphile), Anaïs Constans (Lampito), François Rougier (Cynalopex), Patrick Bolleire ( Agoragine / Un Héraut). Orchestre de l’Opéra de Rouen Normandie, Chœur du Concert Spirituel, Hervé Niquet (direttore). Registrazione: Opéra de Rouen Normandie, 31 marzo – 2 aprile 2021- 1 CD Palazzetto Bru Zane BZ1047
La sempre tormentata carriera operistica di Saint-Saëns ha conosciuto uno dei pochi e convinti successi con “Phryne” breve commedia musicale – poco più di un’ora di durata – andata in scena nel 1893 e accolta da un sincero successo almeno fino agli anni della Prima guerra mondiale per poi scomparire progressivamente dai palcoscenici. La fondazione Palazzetto-Bru permette ora di godere pienamente di questo piccolo capolavoro.
Originariamente pensata come opéra-comique con i dialoghi parlati l’opera è stata oggetto di una radicale trasformazione nel 1896 quando André Messager orchestrò i parlati trasformandoli in declamati cantati. L’intervento condotto con grande sensibilità porta la nuova musica a fondersi alla perfezione con la scrittura originaria e a dare un aspetto quasi più compiuto alla partitura nel suo complesso.
La storia di Frine, la bellissima etera modella di Prassitele ingiustamente accusata e salvata di fronte all’Aeropago da un geniale colpo di teatro da parte di Iperide che strappandole la veste aveva abbagliato i giudici con la sua bellezza era assai popolare al tempo. Il colossale dipinto di Jean-Léon Gerôme “Phryné devant l’Aréopage” presentato al Salon del 1861 aveva riportato in auge il soggetto declinando il racconto di Iperide e Posidippo con un gusto erotico decisamente francese.
Soggetto quindi alla moda ma che Saint-Saëns e i suoi librettisti declinano in modo assai personale. Nel libretto non resta traccia delle vicende tramandate dagli antichi mentre il tutto si sviluppa secondo i modi della commedia borghese del tempo. Phryné è amante di Nicias nipote scapestrato e pieno di debiti dell’arconte Dicéphile. Dopo una serie di avventure ruotanti attorno alla profanazione del busto di Dicéphile da parte del thyasos di Phryné e di fronte al rischio di un processo l’etera seduce il magistrato portandolo a compiere una serie di passi falsi che – di fronte all’apparire perfettamente coordinato di Nicias e Lampito (ancella di Phryné) costringono il vecchio non solo a placare i bollenti spiriti ma ad accondiscendere alle richieste dei giovani per salvare la propria reputazione. Uno schema narrativo che deriva dall’” Epicœne” di Bel Johnson e che in ambito operistico aveva trovato la sua più compiuta rappresentazione nel “Don Pasquale” donizettiano.
L’esile impianto narrativo è l’occasione per una musica di ammaliante freschezza, per una scrittura musicale nitida, leggera, elegantemente ironica in cui le suggestioni classiche si alleggeriscono in un gusto espressivo già quasi liberty, come un fregio greco rivisto con il gusto di Gallé.
Registrata nella primavera 2021 presso l’Opéra de Rouen Normandie con impeccabile qualità di suono la presente produzione presenta l’opera nella versione del 1896 con i recitativi orchestrati. La parte musicale è affidata ai complessi del teatro cui si aggiunge il coro Concert Spirituel diretti da una frequente presenza di queste registrazioni come Hervé Niquet. Noto soprattutto come interprete del repertorio barocco e neoclassico francese Niquet si mostra però perfettamente a suo agio anche in una partitura come questa fornendone una lettura curata e precisa, dai colori nitidi e morbidi, con un fondo elegantemente sensuale che sempre traspare. Il coro specializzato nell’esecuzione di musica antica si mostra particolarmente a proprio agio nella scrittura arcaicizzante di Saint-Saëns.
La parte di Phryné nasce nel segno di due delle prime donne assolute del tempo. Originariamente pensata per Emma Calvé – quindi con scrittura più mezzosopranile – fu poi adattata alla vocalità di Sibyl Sanderson, il soprano americano prima interprete dei ruoli di Esclarmonde e Thaïs di Massenet. Florie Valiquette è una voce leggera anche sul versante espressivo, non emerge la “femme fatale” tanto cara alla cultura anche francese di fine secolo. La voce della Valiquette. lirica, non grande ma agile e sicura, molto musicale e facile nel settore emerge nei tratti più lirici. In fondo Phryné è una Thaïs più leggera e meno problematica come la luminosità della Grecia classica rispetto alle ombre del tardo antico e questa lettura non le è impropria. Momento culminante il bellissimo inno ad Afrodite chiuso da un corale a quattro voci perfettamente neoclassico. Cyrille Dubois è un Nicias magnificamente cantato – di quale dovizia di tenori possono contare oggi i francesi. Timbro di seta, canto di manierata eleganza, accento venato di un tocco vanesio non improprio per il personaggio. I duetti con Phryné esprimono al meglio tutta la poesia di questa musica. Thomas Dolié è un Dicéphile ottimamente cantato e ancor meglio accentato, con una dizione chiara e nitida fondamentale per un ruolo dal canto prevalentemente declamatorio. Il timbro però è decisamente troppo chiaro e giovanile per il personaggio. Anaïs Costans è un’ottima Lampito. François Rougier presta la sua bella voce tenorile a Cynalopex, uno degli scagnozzi di Dicéphile. Il suo compare Agoragine è affidato a Patrick Bolleire che con autorevole voce di basso affronta anche la parte dell’araldo.

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Roma, Teatro Ambra Jovinelli: “Mettici la mano”

Gio, 26/01/2023 - 15:48

Roma, Teatro Ambra Jovinelli, stagione 2022/23
“METTICI LA MANO”
di Maurizio de Giovanni
Antonio Milo Brigadiere RAFFAELE MAIONE
Bambinella ADRIANO FALIVENE
Melina ELISABETTA MIRRA
Regia Alessandro D’Alatri 
Scene Toni Di Pace 
Costumi Alessandra Torella
Musiche originali Marco Zurzolo
Disegno luci Davide Sondelli
Presentato da Giampiero Mirra per Diana Or.l.S.
Roma,25 Gennaio 2023

Napoli […] è la più misteriosa città d’Europa, è la sola città del mondo antico che non sia perita come Ilio, come Ninive, come Babilonia. È la sola città del mondo che non è affondata nell’immane naufragio della civiltà antica. Napoli è una Pompei che non è stata mai sepolta. Non è una città: è un mondo.CURZIO MALAPARTE

Pochi autori hanno saputo raccontare Napoli come Curzio Malaparte ed è forse lui e nessun altro che ci ha fatto dono di una tra le descrizioni più incisive e riuscite della letteratura di questa città che è entrata nell’immaginario collettivo in tutto il mondo ed avulso dai luoghi comuni.  L’autore dello spettacolo Mettici la mano in scena al teatro Ambra Jovinelli, Maurizio Di Giovanni, non ha potuto certamente non essere contaminato da questo maestoso scrittore riuscendo a riproporre nella sua sceneggiatura quei temi che hanno contraddistinto il romanziere toscano per esempio nella stesura di uno dei suoi più grandi capolavori La Pelle: gli uomini, quando lottano per non morire, si aggrappano con la forza della disperazione a tutto ciò che costituisce la parte viva, eterna, della vita umana, l’essenza, l’elemento più nobile e più puro della vita: la dignità, la fierezza, la libertà della propria coscienza. Lottano per salvare la propria anima. Ed è questa la storia dei tre protagonisti di questo bellissimo spettacolo ambientato a Napoli. È così che il brigadiere Raffaele Maione e Bambinella coppia pilastro del successo televisivo de “Il commissario Ricciardicon Lino Guanciale debuttano in teatro protagonisti di questo spin off che lo stesso Maurizio de Giovanni già autore di romanzi e della serie su Ricciardi ha scritto appositamente per la scena e per i suoi due indivisibili protagonisti.
Se Malaparte racconta gli avvenimenti avvenuti nell’ottobre del 1943 l’autore retrocede temporalmente ambientando i fatti narrati nella primavera dello stesso anno. La vicenda si svolge in un rifugio sotterraneo, tra il fragore delle bombe e l’incombenza della possibile morte, e vede dialogare tra loro Bambinella (un femminiello del quartiere), il Brigadiere Raffaele Maione e Melina, una giovane che Maione ha arrestato, per aver ucciso un Marchese suo datore di lavoro. Un dialogo serrato tra i tre occupanti per capire cosa è realmente accaduto nel palazzo del Marchese di Roccafusca.
Le scene di Toni di PaceLa regia di Alessandro D’Alatri segue un po’ la struttura della fiction (essendo per altro egli stesso regista della prima serie)ma chiaramente è ben calata in un contesto quale quello teatrale che ha esigenze assai diverse:in quasi tutti i momenti riesce a tenere un giusto ritmo soprattutto nei momenti più divertenti, meno ed un pochino più lento nelle parti drammatiche. Adriano Falivene (Bambinella) è il vero motore della scena e non solo:è colui che da incisività ai dialoghi, colui che gestisce gli interventi dei colleghi in scena e gli spazi e sa passare da toni da commedia a quelli più intimistici non perdendo mai di credibilità e regalando a questo personaggio tantissime forme. Al di là infatti degli ammiccamenti stereotipati di un omosessuale effeminato che tanto fanno ancora ridere il pubblico (?), l’attore riesce a calare il suo personaggio all’interno del contesto culturale napoletano dove spiegherà che i così detti femminielli sono amati e difesi dal quartiere perché speciali “perché le cose le sentono prima”. Ancora oggi infatti resiste in alcuni quartieri antichi la figura del femminiello che porta bene al quale viene dato in braccio il neonato per infondere un po’ di buona sorte e che viene invitato ad ogni comunione o cresima. Antonio Milo (Raffaele Maione) non si discosta dalla recitazione di tradizione partenopea e lo fa con zelo e profonda partecipazione:riesce infatti a farci amare Il suo Brigadiere sia quando è quell’uomo ligio alle regole e difensore della giustizia (“quando porto il cappello in testa”) un padre di famiglia, un uomo dal cuore tenero e comprensivo (“quando il cappello lo tolgo dalla testa”). Elisabetta Mirra (Melina) rappresenta le donne di Napoli e forse non solo di Napoli che hanno subito violenze soprusi e sono state usate allora e come spesso accade anche oggi in tutto il mondo :il suo ruolo dunque al di là del contesto in scena si eleva a simbolo del sacrificio femminile. Grande responsabilità per l’attrice che diversamente dai colleghi non ha momenti di ilarità. L’attrice lo risolve con professionalità e credibilità senza eccedere mai in grandi eccessi e questo la porta a contenere delle sfumature del personaggio che forse sarebbe stato interessante sviscerare. Belle le musiche di Marco Zurzolo come belli e di ottimo taglio i costumi di Alessandra Torella. Pubblico numeroso che ha tributato allo spettacolo un’accoglienza calorosa e convinta.In scena sino al 5 febbraio 2023. Credit fotografico Anna Camerlingo.

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Asti, Teatro Alfieri: “Don Giovanni”

Gio, 26/01/2023 - 15:02

Asti, Teatro Vittorio Alfieri, Stagione 2022-2023
“DON GIOVANNI”
Dramma Giocoso in due atti su libretto di Lorenzo da Ponte.
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart
Don Giovanni GIUSEPPE ALTOMARE
Donna Anna IOLANDA MASSIMO
Don Ottavio ENRICO IVIGLIA
Donna Elvira RENATA CAMPANELLA
Leporello FILIPPO POLINELLI
Zerlina SCILLA CRISTIANO
Commendatore /Masetto EMIL ABDULLAIEV
Masetto  EMIL ABDULLAIEV
Orchestra Sinfonica delle Terre Verdiane
Coro dell’opera di Parma
Direttore Stefano Giaroli
Maestro del Coro Emiliano Esposito
Regia Renato Bonajuto 
Scene Danilo Coppola
Costumi Artemio Cabassi
Luci Marco Ogliosi
Asti, 21 febbraio 2023
Il Piemonte, da lungo tempo ormai, non brilla per programmazioni operistiche. Se si esclude Novare e il suo Teatro Coccia, la provincia piemontese pare avere in non cale la musica colta e l’opera. Sorprende quindi che l’amministrazione di Asti e, in particolare, il suo assessorato alla cultura si siano impegnati a “riportare l’opera in città, al Teatro Alfieri”. Fino ad una decina d’anni fa, annualmente, in quel teatro, veniva assegnato un “Premio Pertile” che omaggiava tenori in vista, così la città si guadagnava la presenza di voci illustri: Gregory  Kunde, John Osborn, Fabio Sartori e altri sono stati tra i vincitori, a partire dal 2002, anno di istituzione del premio. In questi ultimi anni all’Alfieri è calato il silenzio lirico fino a questo Don Giovanni. Ancor più lodevole che, per questa azzardata e fiduciosa ripresa di attività, si sia pensato al mozartiano Don Giovanni che caratterizza felicemente il livello culturale dell’attuale scelta e si spera pure quello delle auspicabili future iniziative. Il magnifico teatro Alfieri, di stile italiano, edificato a metà 800, riportato negli ultimi anni allo splendore originario, con circa 300 posti di platea ed altrettanti nei 4 ordini di palchi e nel loggione, in vista di questo Don Giovanni, da settimane denunciava il tutto esaurito. Così la città promuove tangibilmente, senza esitazioni, l’iniziativa dell’amministrazione cittadina. Per la realizzazione dell’opera è stato chiamata l’organizzazzione emiliana Fantasia del RE e la collegata Orchestra sinfonica delle Terre Verdiane, che con professionalità e sagacia occupano importanti spazi nelle programmazioni lirico-sinfoniche dei tanti teatri emiliano-romagnoli e veneti e danno pure disponibilità, se richiesti, a trasferte in altre regioni. La sigla RE fa pensare a Reggio Emilia, in quella provincia emiliana, a Vezzano sul Crostolo, ha sede l’associazione Fantasia del Re. Il Maestro Stefano Giaroli è il fondatore e l’anima dell’iniziativa e qui era anche  direttore e concertatore dell’opera. La prestazione dell’orchestra si è distinta per efficacia ed eccellenza. Nella sinfonia e all’inizio del primo atto, ci sono state alcune esitazioni e alcune timidezze, brillantemente superate nel prosieguo dell’opera. La locandina, pur avendo subito delle variazioni causate dai soliti malanni di stagione, riportava comunque nomi ben conosciuti ed apprezzati. Giuseppe Altomare, basso dal timbro e dall’atteggiamento imperioso, è un convincente Don Giovanni che né nella voce né negli atteggiamenti denuncia debolezze. Un’aria dello champagne e una serenata che dal caldo e tondo timbro di basso guadagna in sensualità. Per tradizione, si è avvezzi a un timbro più baritonale del personaggio, che qui è appannaggio del Leporello di Filippo Polinelli. Chiara eprecisa  la dizione nei recitativi e attorialità spigliatissima. La figura, diversamente esile, ispira un’immediata simpatia e ne fa, con travolgente efficacia, il giovanile motore dell’azione. Nella famosa “aria del catalogo”, senza esibire un’eccessiva invadenza fonica, ci diverte con la maestria di porgere suoni soppesati e calibrati. Altrettanta abilità si trova nelle fascinose “messe di voce” dell’Ottavio di Enrico Iviglia, tenore astigiano. Le sue due arie scorrono e convincono un pubblico entusiasta. L’intero pentagramma viene percorso senza paure ed esitazioni, la zona acuta è ben precisa e, allo stesso tempo, ben sfumata. L’Ottavio di Iviglia ha forte personalità, assolutamente non è il fantoccio e neppure il cavalier servente di Anna. In scena è attore consumato, benchè infastidito da un tricorno dispettoso che non trova riposo sulla parrucca un po’ troppo ingombrante. A completare la parte maschile del cast: Emil Abdullaiev, per forza delle circostanze, si è ritrovato ad essere Masetto  e Commendatore. La figura, nei panni della statua, lo premia, la voce si adatta. Come Masetto, ci ha conquistato non con la vocalità, un po’ acerba, ma per la spontaneità di un personaggio post-adolescenziale, titubante ed insicuro, che reagisce con l’istintiva bruschezza, tipica dell’età. Iolanda Massimo, è la designata sostituta dell’indisposta titolare del ruolo di Donn’Anna. Bella voce di soprano lirico, complessivamente omogenea, se pur con qualche tensione in acuto che non inficia la prestazione. Anche sul piano teatrale la cantante mostra carattere: volitiva e decisa a fronte a un seduttore  che non teme. Renata Campanella (Donna Elvira)   mostra una voce  educatissima, padrona sicura del ruolo. Non ha mai incertezze e l’intonazione non ha pecche. Il timbro penetrante ed invasivo, invero non amabilissimo, e la splendida figura la candidano ad interprete ideale di molte eroine dell’opera. Scilla Cristiano, una Zerlina né timida né impacciata ma soave e seduttiva amante si conferma giusta scelta per il personaggio. Alla destrezza di attrice unisce apprezzabili doti musicali e piacevolezza di timbro, non querulo o bamboleggiante. Questo insieme di personaggi, molto ben trovati ed inseriti, è guidato con efficacia e con discrezione dalla regia di Renato Bonajuto che, con altrettanta sagacia e mestiere sa far tesoro delle ambientazioni essenziali di Danilo Coppola e dell’illuminazione curata da Marco Ogliosi. I costumi di Artemio Cabassi sono giusti per un 700 castigato, non rococò. I soli tricorni maschili necessiterebbero di più stabilità. Ci pare che, per un’opera ben conosciuta e perfetta di per sé, questa sia la strada giusta per una messa in scena efficace: niente fronzoli e distrazioni, essenzialità e pregnanza, e, non ultimo, una probabile economicità.Il Coro dell’Opera di Parma, guidato dal suo Maestro Emiliano Esposito, con consumata professionalità, ha portato a buon fine i suoi due maxi-interventi: nozze di Zerlina, caccia a Don Giovanni.
Il teatro esaurito. Pubblico a digiuno (d’opera) da troppo tempo. Cantanti locali. Recita musicalmente e visivamente eccellente. Tutti elementi che hanno garantito un successo pieno. Ritorno dell’opera ad Asti era lo scopo: l’obiettivo è stato brillantemente centrato. Foto Efrem Zanchettin & Gabriele Picello

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Verona, Teatro Nuovo: “Così è (se vi pare)” di Luigi Pirandello

Mer, 25/01/2023 - 18:10

Verona, Teatro Nuovo, Rassegna “Il Grande Teatro” 2022/23
“COSÌ È (SE VI PARE)”
Di Luigi Pirandello
Con: Eros Pagni, Anita Bartolucci, Valeria Contadino, Giovanna Mangiù, Plinio Milazzo, Giacinto Palmarini, Lara Sansone, Paolo Serra, Irene Tetto
Regia Luca De Fusco
Scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
Luci Gigi Saccomandi
Produzione: Teatro Biondo Palermo, Teatro Stabile di Catania, Teatro Sannazzaro di Napoli, Compagnia La Pirandelliana
Prossime date della tournée
Verona, 24 gennaio 2023
Prossime date
“Io sono realmente come mi vede lei. Ma ciò non toglie cara, signora mia,  che io non sia anche realmente come mi vede suo marito, mia mia sorella e mia nipote e la signora qua… vi vedo affannarsi a cercare di sapere chi sono gli altri e le cose come sono, quasi che gli altri e le cose di per se stesi fossero  così o così”  Così esclama Lamberto Laudisi, il protagonista e portavoce delle idee dell’autore in “Così è (se vi pare). Il signor Ponza e la signora Frola, rispettivamente genero e suocera discutono della signora Ponza. Il signor Ponza dice infatti che la signora Ponza è la sua seconda moglie, mentre la prima,  figlia della signora Frolla, è morta. La Signora Frolla sostiene che invece sua figlia sia l’attuale moglie del signor Ponza. Il paese dove si sono da poco trasferiti i due protagonisti è morbosamente curioso di questa vicenda: tutti vogliono sapere la verità sulla signora Ponza, che inoltre non esce mai di casa e comunica con la signora Frolla con dei bigliettini: L’unico ad avere un atteggiamento distaccato è  Lamberto laudisi,egli cerca di spiegare agli altri che non riusciranno mai risolvere questo caso intricato. Pirandello costruisce una vicenda grottesca e paradossale per affermare, attraverso Laudisi, che l’identità profonda della persona è irriconoscibile, perché questa è anche per se stessa diventa quello che rappresenta per gli altri. Ognuno costruisce la propria personalità a seconda dei diversi ruoli che deve assumere nella società, indossa di volta in volta delle maschere che sovente contrastano con la vita, con la complessità della realtà individuale. Così la signora Ponza, quando viene chiamata a svelare il mistero, dice che per l’uno è la seconda moglie e per l’altra è la figlia e la sua identità si è sgretolata anche per se stessa.
Lo spettacolo firmato da Luca De Fusco, si muove in linea con l’assurto pirandelliano, accentuandone e anche esaperandone il contenuto. Ci troviamo in un grigio luogo astratto, una sorta di palazzo ma che è anche una sorta di teatro-cinema (in bolla mostra i fari e le poltrone, da teatro), ma se vogliamo anche una sorta di aula giudiziaria: un microfono  raccoglie le “confessioni” dei due “accusati”, la signora Frola e il signor Ponza. Predominano le sfumature dal nero al grigio al nero anche nei costumi (scene e costumi sono di risolini Malatesta), ma si staglia però il “chiaro” di Eros Pagni, con la sua presenza quasi iconica, isolata dagli altri, immobile con  poche, ironiche, taglienti battute. Nella regia di De Fusco, Pagni da il via alla “recita” e poi quasi se ne distacca, mentre gli altri si affannano nella loro ricerca della “verità” assumendo, talvolta, degli atteggiamenti da marionette (quando si affacciano alle finestre del palazzo). Abbiamo già fatto cenno alla prova superba di Eros Pagni ma accanto a lui agisce una compagnia prestigiosa. A partire da Anita Bartolucci, una quanto mai partecipe e intensa signora Frolla e via via tutti gli altri Giacinto Palmarini (Il signor Ponza), Valeria Contadino, Giovanna Mangiù, Plinio Milazzo,  Lara Sansone, Paolo Serra, Irene Tetto. Molti i giovani tra il folto pubblico (classi liceali alle prese con Pirandello). Successo pieno. A Verona si replica fino al 29 gennaio.

 

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Roma, Teatro Brancaccio: “Vlad Dracula” il Musical

Mer, 25/01/2023 - 17:42

Roma, Teatro Brancaccio , stagione teatrale 2022/2023
“VLAD DRACULA” IL MUSICAL
Scritto da Ario Avecone e Manuela Scotto Pagliara
musiche di  Simone Martino, Ario Avecone e Manuela Scotto Pagliara
Van Helsing CHRISTIAN GINEPRO
Mina ARIANNA
Vlad Dracula GIORGIO ADAMO
Jonathan MARCO STABILE
Justina CHIARA VERGOSSOLA
Renfield ANTONIO MELISSA
Lucy VALENTINA NASELLI
Seward PAOLO GATTI
Strattford JACOPO SICCARDI
Renfield -X DARIO GUIDI
Ensemble Anna Gargiulo, Alessandro Carradori, Luca Nencetti, Federica Mosca
Regia di Ario Avecone
Aiuto Regia e Dinamica scenica Antonio Melissa
Scenografie Michele Lubrano Lavadera e Ario Avecone
Costumi Myriam Somma
Luci Alessandro Caso
Video Guglielmo Lipari e Alfonso Ruggiero
Produzione WORKINMUSICAL
Prossime date
Roma,24 Gennaio 2022

La vita in fondo cos’è? Solo l’attesa di qualcosa d’altro. E la morte è l’unica cosa che possiamo essere sicuri che viene” (BRAM STOKER, DRACULA)

Le definizioni di vampiro sono numerose e spesso il termine indica figure diverse, come diverse sono le culture che nel loro “apparato folklorico” presentano entità che possono essere considerate come tali.
Nonostante tale variabilità ciò che accomuna le varie interpretazioni è il fatto che si tratti di qualcosa di differente rispetto a un vivente, avendo oltrepassato la soglia della morte, ma anche qualcosa di differente dai “semplici” morti. Si tratta sempre di un cosiddetto revenant, un ritornante, e ciò è un aspetto che non può essere separato da quella paura del ritorno dei defunti presente in quasi tutte le società arcaiche e/o tradizionali. «L’uomo primitivo temeva la notte per paura che il sole potesse non sorgere più il giorno successivo, come se il mondo morisse con lo scomparire della luce e, anche se nel corso dei secoli questa paura ha trovato consolazione nelle risposte della scienza, la morte è rimasta – e rimane ancor oggi – l’ultimo grande mistero, un baluardo oltre il quale non ci è permesso guardare». Il romanzo gotico è un genere narrativo che nasce in Inghilterra nel periodo pre-romantico, circa a metà del 1700. La figura del vampiro fa ingresso nella letteratura gotica con il racconto “Il Vampiro”, pubblicato da John Polidori nel 1819, ma il vampiro che, però, tutti noi conosciamo e che fa parte della storia della letteratura, è Dracula, personaggio principale dell’omonimo romanzo scritto dall’irlandese Bram Stoker nel 1897, ispirato alla figura di Vlad III principe di Valacchia. Dopo il debutto al Teatro Augusteo di Salerno approda nella capitale al Teatro Brancaccio VLAD DRACULA di Ario AveconeManuela Scotto Pagliara e Simone Martino. Gli autori provano a modernizzare il tema centrale del vampirismo di tradizione (il rapporto sangue/vita)e tradurlo in un concetto moderno (tempo/energia vitale).Se veramente il tempo è la cosa che l’essere umano ha di più prezioso dal momento che ha una fine decretata dalla natura caduca dell’esistenza umana, manipolarlo, fermarlo e conseguentemente gestirlo rappresenterebbe l’arma più potente:e quale energia potrebbe mai fare da carburante ad una così potente macchina ? Indubbiamente l’amore. L’amore è quella forza che veicola l’energia degli amanti (“L’amor che move il sole e l’altre stelle”) e che incanalato in un macchinario creato da Renfield riesce a dominare il tempo. Vlad quindi non è più un vampiro tradizionale che si nutre di sangue e quindi di vita ma è un vampiro energetico (anche definito in psicologia vampiro psichico) che lega a sé disilluse fanciulle con l’unico scopo di prosciugarle della loro energia emotiva per poter nutrire il suo macchinario ferma-tempo e confinarle in uno spazio sospeso ed immobile (la sua dimora). Purtroppo questo concetto che parte con un’idea originale ci è parso non pienamente risolto a causa di una sceneggiatura frammentata, poco lineare ed alquanto fragile e da una regia che ci sembra solo un susseguirsi di entrate e uscite, movimenti manierati e poca ricerca del dettaglio. Le straordinarie capacità canore dei singoli interpreti non hanno potuto nascondere l’altrettanto debolezza dei testi e dell’ispirazione musicale:anzi l’eccessivo slancio interpretativo che sopperiva alla pochezza di composizione accentuava i limiti della colonna sonora. Le scene attraverso un impianto digitale straordinario invece erano di grande impatto visivo ed erano funzionali allo svolgimento dello spettacolo: torri e gabbie su ruote e portali ed archi diroccati catapultavano lo spettatore in un atmosfera gotica senza tempo. Poche luci se non occasionalmente direzionate e taglientissime illuminavano una scena quasi sempre in penombra. Definire questo allestimento steampunk sarebbe però alquanto pretestuoso. Giorgio Adamo (Vlad) viene rinchiuso in maniera troppo serrata dall’impianto registico nel ruolo del povero amato sofferente tanto che perde di sensualità e di carattere e nonostante una presenza scenica di per sé fascinosa, il cantante/attore ci sembra non avere il carisma del protagonista. La recitazione ci sembra priva di spontaneità e povera nei fraseggi. Il suo: “Nessuno uccide una leggenda” risulta quasi imbarazzante. Non ci resta che apprezzarne le belle qualità vocali, il timbro assolutamente pieno di armonici, la sicurezza della linea di canto. Lo stesso discorso vale per Arianna (Mina) che ci è parsa a disagio in questo ruolo. Ci sembra quasi smarrita, priva del piglio che il personaggio dovrebbe avere. Certamente anche lei è in possesso di uno strumento vocale notevole, ma anche in questo aspetto emerge un sentore di insicurezza che va a inficiare qua e là l’intonazione. Bravissimo Christian Ginepro (Van Elsing), ci è sembrato essere l’unico in grado di dominare totalmente la scena e di trarre dallo spartito il meglio grazie ad una lettura del personaggio più attenta e meno stereotipata. Emergono per presenza scenica e per capacità interpretative Marco Stabile (Jonatan) Valentina Naselli (Lucy), il bravissimo Dario Guidi (Renfield X) per altro assai apprezzato il suo assolo con arpa e Chiara Vergassola (Justina). Pubblico in sala non troppo coinvolto ed alquanto confuso ma che ha saputo però a ben ragione applaudire tutto il cast seppure con un moderato slancio. Al Brancaccio si replica fino al 29 gennaio 2023.

 

 

 

 

 

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“Mettici la mano”. Dal 25 gennaio al 5 febbraiol alTeatro Ambra Jovinelli di Roma

Mer, 25/01/2023 - 13:45

Dal 25 gennaio al 5 febbraio 2023
al Teatro Ambra Jovinelli di Roma
Di Maurizio de Giovanni
Con: Antonio Milo, Adriano Falivene, Elisabetta Mirra
Regia Alessandro D’Alatri
Primavera del 1943, Napoli.
Una tarda mattinata di sole viene squarciata dalle sirene: arrivano gli aerei alleati e il pericolo di un nuovo e devastante bombardamento.
La scena è uno scantinato che fa da rifugio improvvisato. In un angolo del locale una Statua della Madonna Immacolata, miracolosamente scampata alla distruzione di una chiesa. E’ qui che si ritrova una strana compagnia: Bambinella, un femminiello che sopravvive esercitando la prostituzione e che conosce tutto di tutti, e il Brigadiere Raffaele Maione, che ha appena arrestato Melina, una ventenne che ha appena sgozzato nel sonno il Marchese di Roccafusca, di cui la ragazza era la cameriera

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Novara, Teatro C. Coccia: “Il trovatore”

Mer, 25/01/2023 - 13:04

Novara, Teatro Carlo Coccia, stagione 2023
“IL TROVATORE”
Dramma lirico in quattro parti su libretto di Salvatore Cammarano
Musica di Giuseppe Verdi
Leonora SARA CORTELEZZIS
Manrico GASTON RIVERO
Conte di Luna JORGE NELSON MARTINEZ GONZÁLES
Azucena CARMEN TOPCIU
Ferrando DEYAN VATCHKOV
Ruiz FRANCESCO MARSIGLIA
Ines YO OTAHARA
Un vecchio zingaro ANDREA GERVASONI
Un messo DAVIDE CAPITANO
Ballerina CLAUDIA DI LORENZO
Orchestra Filarmonica Italiana
Coro As.Li.Co.
Direttore Antonello Allemandi
Regia Deda Cristina Colonna
Scene e costumi Domenico Franchi
Novara,  22 gennaio 2022
La stagione 2023 del Teatro Coccia di Novara si apre nel segno di Verdi e con una proposta decisamente coraggiosa essendo sempre un azzardo allestire un’opera come “Il trovatore” quint’essenza del melodramma ottocentesco italiano e banco di prova da far tremare i polsi a qualunque interprete. Il coraggio è stato premiato solo parzialmente e questa produzione ci è parsa nel complesso meno soddisfacente rispetto alle ultime produzioni allestite ma il coraggio di rischiare un titolo così complesso ma comunque apprezzato.
La parte musicale è stata affidata a una bacchetta di sicura esperienza come Antonello Allemandi qui alla guida dell’Orchestra filarmonica italiana. Quella proposta è una lettura tradizionale – purtroppo anche nei tagli con le cabalette eseguite sempre senza da capo ma almeno con la riapertura del taglio di “Tu vedrai che amore in terra” di buon mestiere e attenta all’accompagnamento delle voci. Una lettura che non cerca particolari tagli interpretativi ma che punta a una pulizia d’insieme e alla tenuta complessiva dello spettacolo con professionalità e rigore. Il direttore è ben accompagnato dalla compagine orchestrale mentre il coro As.Li.Co. mostra una netta differenza qualitativa tra la parte femminile assai buona e quella maschile dove soprattutto la sezione dei tenori ha mostrato qualche imprecisione negli attacchi.
Una preferenza per il versante femminile vale anche per quanto riguarda i protagonisti. L’elemento più interessante ci è parsa la Leonora di Sara Cortelezzis. La giovane cantante friulana al debutto nel ruolo ha infatti mostrato un materiale assai interessante. La voce è ancora un po’ leggera e ovviamente si notava una certa immaturità ma la qualità del canto è assai apprezzabile, la voce piacevole e ricca di armonici, l’interprete già capace di dare consistenza al personaggio. Tecnicamente è parsa ben centrata con un ottimo controllo del fiato mentre sul piano teatrale si notano una naturale capacità di stare in muoversi sul palcoscenico e un’innegabile presenza scenica. Una cantante che pur dovendo ancora crescere da molti punti di vista mostra però un materiale assai interessante.
Carmen Topciu (Azucena) è sicuramente più avvezza a palcoscenici anche più importanti. Mezzosoprano dal timbro un po’ chiaro ma dalla voce ricca e sonora almeno fino al settore acuto che non risulta sempre ben controllato – la chiusura su “Sei vendicata, o madre” è parsa parecchio perigliosa – mentre sul piano espressivo tratteggia un personaggio partecipe e vitale anche se con qualche eccesso verista.
Manrico è la quintessenza del tenore romantico dal timbro radioso, nobile nel canto e facilissimo negli acuti. Qui ad affrontarlo abbiamo Gaston Rivero che la parte la conosce bene ma manca di molti dei requisiti. La voce è solida, robusta e ben presente nonostante un timbro non certo particolarmente prezioso e il cantante mostra attenzione e una buona quadratura che emergono soprattutto nei momenti più lirici e cantabili con una bella facilità melodica in “Ah sì, be, mio, coll’essere” e nella sicura autorevolezza degli incisi del “Miserere” nonostante una dizione a tratti perfettibile. Quello che però manca è lo slancio epicheggiante così come lo squillo facile e naturale sugli acuti così che molti passi eroici appaiono un po’ spenti e arrivati alla “pira” – già mutilata dall’assenza del da capo – l’acuto resta come interrotto a metà, non riesce a sfogare e a emergere lasciando purtroppo un senso d’incompiutezza.
Jorge Nelson Martinez Gonzáles è un giovane baritono di origini caraibiche appena uscito dai corsi di perfezionamento dell’Accademia del Teatro alla Scala. Dotata di una voce piacevole, dal bel colore e dalla corretta impostazione vocale è però ancora troppo acerbo per un ruolo come questo. Sia vocalmente sia interpretativamente il cantante deve ancora maturare e molto per rendere in modo convincente la parte. Si apprezzano l’impegno e la buona volontà ma la costruzione del personaggio è – comprensibilmente – ancora carente.
Deyan Vatchkov è un Ferrando di solida professionalità. Buone le prove di Francesco Marsiglia (Ruiz) e Yo Otahara (Ines) e funzionali le parti di fianco.
La parte visiva è affidata alla regia di Deda Cristina Colonna – già autrice di altri spettacoli a Novara – affiancata da Domenico Franchi per quanto riguarda scene e costumi. La regista agisce come nel suo taglio stilistico asciugando e astraendo pur senza stravolgere l’ambientazione tradizionale cui rimandano i costumi in epoca cui forse non sarebbe guastata una maggior ricchezza a creare varietà in confronto all’essenzialità scenica. Questa è composta da pochissime quinte mobili e da rare proiezioni – un albero in lontananza per il giardino del I atto – a evocare i determinati ambienti in uno spazio sostanzialmente vuoto e dai colori spenti dove dominano sfumature di grigio. I costumi invece presentano tinte molto vivaci e creano uno spiccato contrasto cromatico. Qui però – a differenza di alcuni spettacoli precedenti – l’eccesso di astrazione si scontra con l’urgenza del realismo verdiano e la ricerca di un approccio più pulito ed essenziale tende a sconfinare in una sensazione di eccessiva freddezza.
L’aspetto prettamente registico appare discontinuo tra buone soluzioni – come l’attenzione alla maturazione del personaggio di Leonora, il meglio tratteggiato dalla regia – e momenti di caduta stilistica con recitazione trascurata o soluzioni esteticamente o teatralmente poco felici come il ridurre la sfida tra Manrico e il Conte di Luna a una serie di spintoni da cortile scolastico o il finale con una sorta di “pietà” in cui Azucena sorregge il corpo morto di Leonora senza che si comprenda cosa leghi due personaggi fra loro totalmente estranei. Buona presenza di pubblico – anche se non tutto esaurito – e successo convinto per tutti gli interpreti.

Categorie: Musica corale

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