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Musica corale

“Senza trucco!”… Elizabeth DeShong

gbopera - 6 ore 39 min fa

Italian & English version
Variazioni verbali sull’originale questionario di Marcel Proust con il mezzosoprano americano Elizabeth DeShong.
Si definisca con tre aggettivi…
Onesta. Intuitiva. Determinata.
Qual è il suo segno zodiacale? Si riconosce nei suoi tratti salienti?
Sono una Bilancia e mi riconosco davvero in molti dei tratti caratterizzanti del segno. Tendo molto all’equilibrio e alla giustizia in tutte le situazioni.La propensione all’indecisione è un’altra caratteristica nella quale mi riconosco in certe situazioni. Riesco a impiegare un bel po’ di tempo valutando i pro e i contro anche della decisione più semplice… la scelta del negozio di alimentari può essere una vera e propria sfida. Inoltre disprezzo fortemente l’ingiustizia, gli spacconi e il conformismo, il che è perfettamente coerente col mio segno.
È superstiziosa? E se si, riguardo a cosa? Segue qualche particolare rituale a riguardo?
No. Nessuna superstizione o gesti scaramantici
È una persona spirituale? E se si, in che modo?
Non sono spirituale in senso religioso. Riesco, tuttavia, a comprendere il valore della consapevolezza. Fa bene essere in contatto con sé stessi e trovare del tempo per connettersi con la natura. Trovare la tranquillità ad un certo punto della giornata è molto importante per me.
Ha mai invidiato qualcuno? E se si, chi?
Non saprei dire se ho invidiato una persona in particolare.  A volte  invidio le persone che hanno delle vite più lineari. Sarebbe bello dormire nel mio letto più spesso di quanto in realtà faccia. Benefici, come l’assistenza sanitaria (grazie, America…) e la pensione, sarebbero anche una buona cosa.
Che lavoro avrebbe fatto, se non fosse diventata una cantante lirica?
Non saprei. La musica è sempre stata parte della mia vita ed è sembrata come il percorso professionale più ovvio, sin da bambina. Detto ciò, ogni tanto mi fermo a pensare cos’altro mi piacerebbe fare. Una carriera nella giustizia sociale e nella salute femminile sarebbero di particolare interesse per me.
La sua famiglia ha influenzato le sue scelte?
Mi ha semplicemente sostenuto nel mio desiderio di dedicarmi alla musica. Non mi sono mai sentita orientata diversa dalla mia famiglia.
Qual è il profumo che associa alla sua infanzia?
Sono cresciuta in campagna. L’odire dell’erba appena tagliata e del  fieno mi riportano sempre alla mia infanzia.

Qual è il momento in cui si è sentita più orgogliosa?
Uno dei miei momenti di maggior orgoglio è stato quando Ruth Bader Ginsburg ha assistito al mio recital al Kennedy Center. Lei è per me luna grande fonte di ispirazione.
Qual è la sua più grande delusione?
Lo stato attuale della politica americana. Donald Trump è una vera sciagura. La sua presenza alla Casa Bianca è una disgrazia. È riuscito solo ad ampliare  l’odio e l’intolleranza, sia negli USA che all’estero. Il sessismo, il razzismo, l’avversione nei confronti degli intellettuali, i bigottismi sfacciati e violenti che vomita quotidianamente sul mondo vanno al di là dell’umana comprensione. Sostenere  un uomo che mette i bambini in gabbie, desidera negare l’assistenza sanitaria alla gente, promuove la violenza verso le donne, cerca di criminalizzare l’aborto, nega gli aiuti essenziali a Porto Rico, nega attivamente la realtà dei cambiamenti climatici mentre grandi parti del pianeta bruciano. Si permette di scherzare  sulle  Sacre Scritture mentre corteggia il diritto cristiano, mente patologicamente, twitta insulti ai leader mondiali, desidera distruggerei nostri Parchi Nazionali, rimuovere le protezioni acquatiche fondamentali  e poi non sa nemmeno dove si trovi Kansas City? Mi da’ il voltastomaco pensare che quasi la metà della nazione voglia continuare a ignorare queste atrocità. La parola delusione è un termine troppo debole per quello che provo davanti a tutto ciò…
C’è qualcosa che manca nella sua vita attualmente? E se si, cosa?
Se avessi tutto ciò che potrei volere, la vita perderebbe di significato. Non mi manca niente, sono certa che c’è molto altro ancora da scoprire.
Si emoziona facilmente?
Non direi. Nella vita di ogni giorno, mantengo un approccio piuttosto razionale e logico. Quando però mi confronto con questioni di ingiustizia, crudeltà verso uomini o animali, abuso fisico o emotivo, ignoranza, molestie, ecc. mi emoziono profondamente e immediatamente.
Che cosa le fa più paura?
Il fallimento, e lo intendo nel senso più ampio del termine, non solo per quanto riguarda gli obiettivi della mia carriera. Mi piace riuscire in tutto quello che affronto. Può essere stressante cercare di equilibrare questo aspetto di me.
Che cosa considera noioso?
Tutto ciò e tutti coloro che appaiono finti e molto pretenzosi.
Che cosa la fa ridere di cuore?
Scoppio a ridere per le cose più banali. I video di YouTube in cui i gatti si spaventano (purchè non vi sia violenza su di loro) e le persone che inciampano e cadono (ovviamente indolori) mi fanno sorridere.
Crede di più nell’amore o nell’amicizia?
Penso che entrambi i tipi di rapporti siano estremamente preziosi e, ad un certo punto, sono il frutto di una scelta che fai. Istintivamente  si è attratti dalle persone che diventano amori o amici. Alla fine, scegli se valorizzare o meno quei rapporti donando loro il tuo tempo e le tue energie.
Ha un sogno ricorrente?
Sinceramente no. Anche se ogni cantante vive con l’incubo di “dimenticare le parole” o di “aver preparato il pezzo sbagliato”.
Quanto conta per lei il denaro?
Conta, ma non è la cosa più importante. Credo nel meritare un compenso equo per il lavoro che svolgo e che non venga sottovalutato. Detto ciò, sopra tutto c’è la mia salute fisica e mentale, perciò se il carico di lavoro è eccessivo, non penso certo ai soldi.
In che cosa è più spendacciona?
Viaggi ed esperienze sono probabilmente ciò in cui mi piace spendere di più. Tutto ciò che crea un ricordo duraturo credo che valga la pena di spenderci soldi.
Colleziona qualcosa? E se si, come ha iniziato questa collezione?
Nei miei viaggi, mi piace acquistare piccoli oggetti strani. Sulle mensole di casa mia potete trovare di tutto: feticci dei Nativi Americani, scatolette antiche di pillole lassative, minuscole tessere di domino e altro ancora. Mi diverte che la mia collezione attiri l’attenzione di chi frequenta la mia casa.
Quale o quali città sente più vicine al suo modo di essere?
Santa Fe, in New Mexico, è uno dei miei posti preferiti. C’è qualcosa di magico in quel paesaggio.
Qual è il suo colore preferito?
Il verde.
E il suo fiore preferito?
La peonia.
Cantante/i preferito/i?
Lorraine Hunt Lieberson, Etta James, Janis Joplin, Judy Garland, Sarah Vaughan, Dusty Springfield.
Il film che ha amato di più?
“Spiagge” e “Il Favoloso Mondo di Amélie.”
La sua stagione preferita e perché?
L’autunno, senza dubbio. Il solo pensiero di maglioni, foglie, brezze fredde, sidro di mele e falò mi danno piacere e serenità.
Com’è il suo rapporto con la tecnologia e qual è il gadget elettronico di cui non può fare a meno?
La tecnologia può essere una gran risorsa quando si viaggia. Ho sempre con me i miei laptop, iPad e iPhone. L’ iPhone è ormai essenziale, anche se cerco ogni tanto di allontanarmi dal controllarne lo schermo. È molto facile fare di questa tecnologia una sorta di compagno di vita. Trovo però fondamentale mettere tutto da parte quando sono in compagnia di altre persone. Il mio laptop è essenziale per aggiornare il mio blog fotografico, “ A Singer’s Suitcase”.
Com’è il suo rapporto con la politica?
Complicato oggigiorno posizionarsi politicamente. Direi che sono una Democratica Liberale. Credo che la domanda sulla delusione più grande riassuma abbastanza i miei attuali sentimenti al riguardo. Ne riparliamo a Novembre…
Ha delle cause che le stanno particolarmente a cuore?
Sono una sostenitrice attiva di Planned Parenthood, Human Rights Campaign e ACLU [American Civil Liberties Union, ndt].
Giorno o notte?
Dipende da dove mi trovo e dal mio umore del momento. Per natura tendo a essere più una creatura notturna, ma c’è qualcosa di magico nel guardare il sole che sorge e nell’assaporarne la tranquillità prima che il mondo si svegli.
Qual è la situazione che considera più rilassante?
A casa mia.
Qual è la colonna sonora della sua vita di tutti i giorni?
Ho quattro playlist che alterno nell’ascolto, a seconda dell’umore. Quella che ascolto di più si intitola “Morning Mix” e include I miei brani preferiti di Dusty Springfield, Etta James, Sarah Vaughan, e Judy Garland. La “Yes, Please” include Slash, The Heavy, Jeff Beck, James Gang, e Styx. La “Moody” contiene canzoni di by Hozier, Iron & Wine, Tim Minchin, Kesha, Bruno Mars, e Macklemore. Se sono in macchina e voglio ascoltare della musica divertente che mi tenga sveglia, ascolto la “Party” che include The Beatles, Queen, Missy Elliot, Amy Winehouse, Whitney Houston, Ben Folds, ecc… Sono piuttosto eclettica nei gusti e tendo ad ascoltare cose che non mi ricordino del lavoro. Se dovessi ascoltare musica classica, generalmente, tenderei alla musica sinfonica.
La vacanza o il viaggio che vorrebbe fare?
Ho viaggiato in tutto il mondo, ma non sono ancora stata alle Hawaii. Spero di andarci molto presto.
Come definirebbe il suo rapporto col cibo?
Etico. Amo il cibo e mi piace provarne di nuovoi. Sono una consumatrice coscienziosa e faccio del mio meglio per supportare sistemi di produzione alimentare che credo siano sostenibili e umani. A casa, sono vegana. Quando viaggio, sono flessibile e divento vegetariana. Eccezionalmente, in rare occasioni, se ne conosco la provenienza e si tratta di pesce locale e da allevamenti sostenibili, mangio crostacei e frutti di mare.
Dieta mediterranea, cucina macrobiotica o fast food?
Nessuna delle tre.
Il suo piatto preferito?
La mia cucina preferita in assoluto è quella etiope. Non riesco a pensare a niente di meglio di una sperlunga di assaggino vegetariani del mio ristorante preferito di Chicago, l’Ethiopian Diamond.
Sa cucinare? Qual è la sua specialità? E qual è il piatto che cucina più spesso?
Amo cucinare, in particolare diversi tipi di zuppe. Il  mio cavallo di battaglia  è lo sformato di cavolfiore con cavolo giapponese croccante e pinoli. È assolutamente delizioso!
Vino rosso o bianco?
Non mi sembra giusto sceglierne per forza solo uno!
Qual è il posto in cui la cucina è la peggiore in assoluto?
Gli hotel serviti dal servizio catering..No, grazie.
La musica è stata una vocazione?
Si. Sin dalla tenera età, la musica è stata il mio interesse. Suonavo il piano e poi ho studiato canto. Il tutto nella massima natueralezza.
Cosa vorrebbe che una persona che non conosce la sua voce ascoltasse?
Vorrei  semplicemente trasmettere e far vivere le emozioni che provo mentre canto.
Come tiene sotto controllo l’evoluzione della sua voce?
La percepisco. Quando fai del tuo corpo il tuo strumento musicale, diventi estremamente conscia di ogni piccolo cambiamento. Un pezzo che cantavi anni fa, potrebbe improvvisamente non essere più adatto a te. Devi esaminare te stessa, il tutto il tuo repertorio e rivalutare ciò che meglio mette in mostra le tue capacità. Cosa ti permette di comunicare efficacemente in questa fase della tua vita?
Se le fosse concesso di scegliere un ruolo da cantare, quale sarebbe?
Mama Rose in Gipsy di Sondheim.
Le piace il successo? Fino a che punto?
Mi rende orgogliosa guadagnarmi il rispetto degli addetti ai lavori per la qualità del mio lavoro, il tipo di collega che sono e vedere quel rispetto e quella fiducia riflessi nei contratti che mi permettono di lavorare sempre a un livello alto. Se il successo si misura in follower su Twitter o Instagram, la cosa mi interessa poco. Amo condividere una singola esperienza musicale DAL VIVO con il pubblico, in un teatro e sentire l’immediata risposta del pubblico alla musica. Questo è il successo che amo.
Che cosa fa un’ora prima di salire sul palco?
Arrivo minimo due ore prima di andare in scena. Fare le cose di fretta non è contemplato nella mia impostazione lavorativa: cerco di bere sempre molto, ripasso la parte con calma, già truccata e in costume.
Che cosa non manca mai nel suo camerino?
Se posso decidere io, un pianoforte.
Che cosa pensa quando si guarda allo specchio?
“Che ora è?”. Se mi sto guardando allo specchio, significa che mi sto preparando per la giornata che mi aspetta.
Il suo umore al momento?
Sto lavorando sul sentirmi più a mio agio nel correre rischi e non cercare di avere sempre il controllo su tutto. Ho capito che talvolta la crescita può avvenire solo se ti allontani dalla tua comfort zone.
Qual è il suo motto?
Ascolta più di quanto parli. Fai sempre più di quanto ci si aspetti da te. Metti sincerità, vulnerabilità e verità nella tua arte… dai tutta te stessa, ma non cercare di accentrare tutto su di te.


Define yourself with three adjectives…
Honest. Intuitive. Determined. 
What is your star sign? Do you recognize yourself in its features?
I am a Libra, and do recognize a lot of the sign’s traits in myself. I am very focused on balance and fairness in all situations. The propensity toward indecision is also something I can relate to in certain situations. I can spend a good bit of time weighing the pros and cons of even the tiniest decision…grocery stores can be a challenge. I also strongly dislike injustice, loudmouths, and conformity, which falls squarely in line with my star sign.
Are you superstitious? And if yes, about what? Is there any particular ritual related?
I am not superstitious.
Are you a spiritual person? And if yes, in what way?
I wouldn’t call myself a spiritual person per se, and certainly not in a religious sense. I do, however, see the value in mindfulness. It is good to check in with yourself and find moments to connect with nature. Finding stillness at some point each day is very important to me.
Have you ever envied someone? And if yes, who?
I can’t say I’ve ever envied a particular person. There are times that I am envious of people who have more straightforward lives. It would be nice to sleep in my own bed more often than not. Benefits, like healthcare (thanks, America…) and a pension, would also be nice.
What would you have done, hadn’t you become an opera singer? I really don’t know. Music has always been a part of my life and seemed like the obvious career path, from a very early age. That said, I do consider from time to time what else I might like to do. Careers in social justice and women’s health are of particular interest to me.
Did your family influence your choices? Only in the sense that they supported my desire to pursue music. I never felt pushed in any one direction by my family.
What’s the smell you associate with your childhood? I grew up in the country. Freshly cut grass and/or hay will always take me back to my childhood.
What’s the moment you felt the proudest?
One of my proudest moments was having Ruth Bader Ginsburg attend my recital at the Kennedy Center. She is such an inspiration.
What’s your greatest disappointment?
The current state of American politics. Donald Trump is a disgrace. His White House is a disgrace. He has only served to amplify hate and intolerance, both in the US and abroad. The blatant and violent sexism, racism, antiintellectualism, bigotry, etc. that he spews on the daily to the world is beyond comprehension. What type of person supports a man that puts children in cages, wishes to deny people healthcare, promotes violence toward women, seeks to criminalize abortion, denies critical aid to Puerto Rico, actively denies the reality of climate change while large portions of the planet burn, makes a joke about scripture while courting the Christian right, lies pathologically, tweets insults at world leaders, wishes to destroy our National Parks, removes critical water protections, and doesn’t even know where Kansas City is located? It sickens me that almost half of the nation still wishes to ignore these atrocities. Disappointment hardly covers it…

Is there anything missing in your life today? And if yes, what?
f I had everything that I could possibly want, life would lose meaning. Nothing is missing, but I’m certain there is more to be found.
Do you get emotional easily?
Not really. In everyday situations, I maintain a pretty rational and logical approach to things. That said, when I am confronted with issues of injustice, cruelty to humans or animals, physical or emotional abuse, ignorance, harassment, etc. I feel deeply and immediately.
What are you afraid of the most?
Failure, and I mean that broadly, not just in terms of career goals. I like to be successful in everything I attempt. It can be stressful trying to balance that aspect of myself.
What do you find boring?
Anything/anyone that appears fake or full of pretense.
What makes you laugh heartily? I crack up at pretty random things. YouTube videos of cats getting scared (if they aren’t of an abusive nature) and people tripping or running into things (if they aren’t seriously injured) tend to give me the giggles.
Do you believe more in love or friendship?
I think both relationships are of extreme value and, at some point, are both a choice that you make. You are instinctively drawn to people as friends or lovers, and you eventually choose to value those relationships with your time and energy, or not. In the best relationships, both people choose to give equally.
Do you have a recurrent dream?
No, although, I think every performer has had the “forgotten words” or “prepared the wrong piece of music” dream.

How important is money to you?
It is important, but not the MOST important thing. I believe in being compensated fairly for the work that I do and not allowing my contributions to be undervalued. That said, I value my sanity and health above all, so if the workload is too much, I will pass on a paycheck in order to feel balanced.
Which is the item you like spending money on the most?
I don’t have a specific weakness. Travel and experiences are probably what I enjoy spending money on the most. Anything that creates a lasting memory is worth spending money on, in my opinion.
Do you collect anything? And if yes, how did this collection start?
I have an antique printers tray that hangs on a wall in my home. In the course of my travels, I pick up very small items that are somewhat odd in nature. You will find anything from Native American fetishes to antique laxative pills to miniature dominoes on the shelves. It is fun bringing little treasures home from all over the world. I like that the collection piques the curiosity of people who take the time to look.
Which city or cities do you relate to the most?
Santa Fe, NM is one of my favorite places. There is something magical about the landscape. I also enjoy the London theatre scene.
What’s your favorite color?
Green.
And your favorite flower?
Peony.
Your favourite singer(s)?
Lorraine Hunt Lieberson, Etta James, Janis Joplin, Judy Garland, Sarah Vaughan, Dusty Springfield.
The film you love the most?
Beaches and Amélie.
Your favorite season and why?
Fall, hands down. The very thought of sweaters, leaves, crisp breezes, apple cider, and campfires brings a smile to my face.
How is your relationship with technology and what is the electronic gadget you can’t do without?
Technology can be a great asset when traveling. I always have my laptop, iPad, and iPhone with me. My iPhone is probably the most essential item, although I try to take some breaks from staring at the screen. It is so easy to make these gadgets a companion, of sorts, and I really try to keep technology on the sidelines whenever I am in the company of others. My laptop is essential equipment for updating my photo blog, “ A Singer’s Suitcase”, but I can easily set it aside.
How is your relationship with politics?
Labels are getting a bit troublesome these days, but I’ll go with Liberal Democrat. I think the question regarding disappointment pretty much sums up my feelings on things at the moment. Check back in with me this November…
Do you have causes that are very important for you?
I am an active supporter of Planned Parenthood, Human Rights Campaign, and the ACLU.
Day or night?
Depends on where I am and my current mood. I am naturally more of a night person, but there is something magical about watching the sun rise and savoring the stillness before the rest of the world wakes up.
Which is the situation you consider the most relaxing?
Being at home.
What’s the soundtrack to your everyday life?
I have four playlists that I rotate between, depending on my mood. My most played list is called “Morning Mix” and includes favorites by Dusty Springfield, Etta James, Sarah Vaughan, and Judy Garland. My “Yes, Please” list includes Slash, The Heavy, Jeff Beck, James Gang, and Styx. My “Moody” list has songs by Hozier, Iron & Wine, Tim Minchin, Kesha, Bruno Mars, and Macklemore. If I’m in the car and want fun things to keep me awake, I play my “Party” list that includes The Beatles, Queen, Missy Elliot, Amy Winehouse, Whitney Houston, Ben Folds, etc.. As you can see, I’m pretty eclectic in my taste and tend to listen to things that don’t remind me of work. If I do listen to classical music, I will generally turn to orchestral music.
The holiday or the trip you’d like to take?
I’ve travelled all over the world, but still have not yet made it to any of the Hawaiian Islands. I hope to take this trip in the very near future.
How would you define your relation with food?
Ethical. I love food and enjoy trying new things. That said, I am a conscientious consumer and do my best to vote with my dollar for the systems of food production
that I believe are sustainable and humane. At home, I am vegan. On the road, I am flexible to vegetarian. On exceptionally rare occasions, if I know from where the seafood is sourced and it is local and sustainable, I will have shellfish.
Mediterranean diet, macrobiotics or fast food?
None of the above.
Your favourite dish?
My favorite food of all time is Ethiopian. I can think of nothing better than a vegetarian sampler platter, especially from my favorite Chicago restaurant, Ethiopian Diamond.
Can you cook? What’s your specialty?
And what’s the dish you cook more often? I can cook. If I have a recipe, I’m good to go. It is a boring answer, but I really like to make different kinds of soup. That said, my showstopper dish for guests is a cauliflower sformato with crispy kale and pine nuts. It is absolutely delicious!
Red or white wine?
It really doesn’t seem right to pick just one.
Which is the place where cooking is the worst ever?
Hotels with efficiency kitchens. No thanks.
Was music a vocation?
Yes. From a very early age, music was my focus. I played piano and then studied voice. It all followed a natural progression.

What would you want someone who doesn’t know your voice to listen to?
The intention behind my words. Just listen to what I am saying and feel it with me.
How do you monitor the evolution of your voice?
I feel it. When your body is your instrument, you become very in tune with even little changes. A piece that you sang 5-10 yrs ago, might all of a sudden feel less or more comfortable. You have to check in with yourself. Sing through old and new repertoire and reassess what best showcases your abilities. What can you communicate best with at this time?
If you were granted the chance to chose a role, which one would it be?
Mama Rose in Sondheim’s Gypsy .
Do you enjoy success? To which extent?
I take pride in earning respect in the industry for the quality of work that I produce, the type of colleague that I am, and having that respect and trust reflected in contracts that enable me to work at a consistently high level. If success is reflected in numbers of Twitter or Instagram followers, I have little interest. Sharing a singular musical experience with an audience LIVE in a theater and feeling the immediate human response to the music and storytelling is what I love. That is success, and that is what I enjoy.
What do you do an hour prior to going on stage?
I arrive at the theater a minimum of two hours before curtain. Rushing is not a part of my process, ideally. An hour prior to going on stage, I will be calmly hydrating and going over my text, with makeup finished and costume in place.
What’s never missing in your dressing room?
If I have my way, a piano.
What do you think of when looking at yourself in the mirror?
“What time is it?” If I’m looking in the mirror, I must be getting ready for the day ahead.
Your mood at the moment?
I am working on being more comfortable with taking chances and letting go of control. It has occurred to me that sometimes growth can only occur when we step outside of our comfort zone.
What’s your motto?
Listen more than you speak. Always do more than is expected of you. Bring sincerity, vulnerability, and truth to your art…give all of yourself, but never make it about you.
Photo credits: Kristin Hoebermann, Dario Acosta, Larry Lapidus
Versione italiana a cura di Paolo Tancredi

 

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Ludwig van Beethoven 250 (1770 – 1827): Piano Pieces and Fragments

gbopera - Lun, 24/02/2020 - 10:20

Sergio Gallo (pianoforte). Registrazione: 15–17 april 2019 presso Hahn Hall, Music Academy of the West, Santa Barbara, California, USA. T. Time: 85′ 46″ 1 CD Naxos 8.574131
Tra le recenti pubblicazioni discografiche che intendono celebrare il duecentocinquantesimo anniversario della nascita di Beethoven, l’etichetta Naxos propone l’ascolto della sua produzione minore per pianoforte. Si tratta, infatti, di ben 36 brani molto brevi e, a volte, tali da non superare la durata del minuto, di cui solo pochi e, in particolar modo, la Pastorella in do maggiore e lo Schizzo in la maggiore Hess 60 mai incisi in precedenza. Per la loro struttura e per il fatto che molti di questi brani sono già conosciuti, essi, pur permettondoci di entrare nell'”officina” di Beethoven, aggiungono veramente ben poco alla conoscenza del pianismo del grande compositore di Bonn. Nella ricca ma frammentaria antologia, accanto alla famosissima Per Elisa, qui presentata, però, nella meno eseguita trascrizione di Cooper di un tardo manoscritto del 1822, è possibile ascoltare, per non  citare che i lavori più interessanti, le 13 Variazioni in la maggiore sull’arietta Es war einmal ein alter Mann, la Sonatina in fa maggiore, le 9 Variazioni in do minore su una marcia di Dressler e le 2 Cadenze rispettivamente per il primo e il terzo tempo del Concerto n. 20 di Mozart, e due studi risalenti al 1800. I brani proposti, di scarso se non inesistente impegno virtuositico, sono eseguiti, comunque, con attenzione alle dinamiche e al fraseggio, nel complesso corretti, da Sergio Gallo che comunque fa sfoggio di un tocco espressivo e di un buon bagaglio tecnico nei passi, per la verità, non molti, in cui quest’ultimo è richiesto.

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Napoli, Teatro di San Carlo: “Norma”

gbopera - Dom, 23/02/2020 - 10:20

Napoli, Teatro di San Carlo, Stagione d’opera e danza 2019/20
NORMA”
Tragedia lirica in due atti su libretto di Felice Romani, dalla tragedia Norma ou l’infanticide di Louis-Alexandre Soumet.
Musica di Vincenzo Bellini
Norma MARIA JOSÉ SIRI
Adalgisa ANNALISA STROPPA
Pollione FABIO SARTORI
Oroveso FABRIZIO BEGGI
Clotilde FULVIA MASTROBUONO
Flavio ANTONELLO CERON
Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo
Direttore Francesco Ivan Ciampa
Regia Lorenzo Amato
Scene Ezio Frigerio
Costumi Franca Squarciapino
Luci Vincenzo Raponi
Napoli, 20 febbraio 2020
Norma ritorna al San Carlo di Napoli, dopo quattro anni di assenza, in una messinscena felicemente priva di inutili trasfigurazioni o modernizzazioni sceniche, poiché calata in una dimensione fiabesca, quasi soprannaturale. Il regista Lorenzo Amato si orienta in una visione tradizionale, concretizzazione del desiderio comune. Un mondo primordiale determinato da videoproiezioni di foreste  e da poche ma essenziali coordinate spaziali; l’impianto scenico di Ezio Frigerio (completata dall’austera eleganza dei costumi di Franca Squarciapino) reca in sé una potenza mitica, tra massi e sacre querce avvolte dalle rarefatte e bluastre luci di Vincenzo Raponi. Una regia che tutela la la parola scenica dei personaggi, pienamente personalizzati attraverso una austera e tragica gestualità. Una Norma che riacquista se stessa, paga d’una orchestra in stato di grazia, sotto la direzione di Francesco Ivan Ciampa, apprezzabile per il doppio carattere della strumentazione, tra foga prorompente e timbro elegiaco. La ricerca d’una intimità espressiva è la chiave di volta d’una illuminata orchestrazione, avveduta nei disegni ritmici di accompagnamento, sommessi, melodicamente espansi o, all’occorrenza, vigorosamente scanditi. Spiace ancora una volta assistere a una on hanno interessato la regia, altrettanto non possiamo dire dei soliti tagli di tradizione che colpiscono la partitura dell’Atto I (in primis “Me protegge, me difende” di Pollione “Ah! bello a me ritorna” di Norma), magari per assecondare le esigenze dei cantanti, non adusi al repertorio belcantistico; interpreti rivelatisi comunque corretti. Il soprano Maria José Siri (Norma) padroneggia uno strumento vocale apprezzabile: l’ampio fraseggio, la morbidezza degli acuti e una buona  padronanza delle agilità, sommati alla costante afflizione emotiva, costituiscono la cifra distintiva d’una interpretazione appassionata. Parimenti valida, il mezzosoprano Annalisa Stroppa. Abile fraseggiatrice, garantisce alla sua Adalgisa una voce vellutata, all’altezza delle difficoltà del ruolo. Il tenore Fabio Sartori, invece, presta al proconsole Pollione un eroico temperamento teatrale, romanticamente ispirato; vocalità solida e omogenea, fraseggio adeguatamente vario, sostenuto da un impeto drammatico.  Il coro, magistralmente preparato da Gea Garatti Ansini, c’appare pienamente convincente nei suoi contrastanti caratteri: ora contrassegnato da toni elegiaci, ed ora violentissimo e sanguinario. Corrette, poi, le prove vocali e teatrali di Fabrizio Beggi (Oroveso); Fulvia Mastrobuono (Clotilde); Antonello Ceron (Flavio). In conclusione, successo di pubblico per una Norma che s’accontenta di sé, di ciò che è, e noi con essa, pienamente convinti della paralizzante pericolosità delle regie regressive e fintamente rivoluzionarie.

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Wolfgang Amadeus Mozart (1756 – 1791): “Il Sogno di Scipione” K126 (1772) -“Apollo et Hyacinthus” K38 (1767)

gbopera - Sab, 22/02/2020 - 11:41

Serenata drammatica in un atto su libretto di Pietro Metastasio. Stuart Jackson (Scipione), Klara Ek (Costanza), Soraya Mafi (Fortuna), Krystian Adam (Publio), Robert Murray (Emilio), Chiara Skerath (Licenza). The Choir and Orchestra of Classical Opera, Ian Page (direttore). Registrazione 2017. 2 CD Signum Classics SIGCD499.

E’ un Mozart poco più che adolescente quello che nel 1772 – o forse più probabilmente nel 1771 – riceve l’incarico di comporre una serenata teatrale per il principe vescovo di Salisburgo. Sull’anno di composizione a lungo si è data per certa la data al 1772 e l’occasione dell’incarico l’istallazione sulla cattedra arcivescovile di Geronimo Colloredo apertamente citato nella Licenza conclusiva. Studi recenti hanno scoperto non solo l’esistenza di una precedente versione dell’aria della Licenza ma una correzione con abrasione del nome Sigismondo e la sua sostituzione con Geronimo. Appare quindi verosimile datare la committenza almeno all’anno precedente e prima della morte di Sigismund von Schrattenbach e una variazione della dedica con l’arrivo del nuovo arcivescovo. Il lavoro su libretto di Metastasio riprende con notevole libertà il dialogo filosofico di matrice stoica e neo-platonica inserito quasi come corpo autonomo nel “De re pubblica” di Cicerone, testo che proprio per la sua compiutezza ha potuto vivere a lungo in proprio anche per l’interesse che certe tematiche vicine alla dottrina cristiana hanno suscitato a partire dalla tarda antichità. Riferimento quindi che per il suo carattere mistico e morale ben si adattava a essere usato come spunto per un lavoro di nomina arcivescovile. Pur geniale Mozart era all’epoca ancora lungi da una propria maturità espressiva e lo stile è quello in voga all’epoca con successioni di arie da opera seria alternate a recitativi secchi con qualche concessione al recitativo accompagnato che negli ultimi interventi di Costanza e Scipione assume le forme di un declamato quasi gluckiano.
Storicamente è poco verosimile che la composizione sia stata eseguita per cui di prassi si considera come prima esecuzione quella salisburgese del 1979 diretta da Leopold Hager con Peter Schreier, Lucia Popp ed Edita Gruberova. Da quel momento non molte sono state le esecuzioni della partitura che ancora manca di un’incisione di sicuro riferimento. Allo scarno catalogo si aggiunge ora questa nuova proposta della Signum Classics la cui esecuzione affidata a un gruppo di giovani promettenti ottiene un esito decisamente apprezzabile. Alla guida della Classical Opera Orchestra il direttore Ian Page fornisce una lettura di classico equilibrio, elegante e rigorosa. Il direttore dosa con maestria tempi – brillanti ma mai eccessivi – e spessori orchestrali evidenziando la cura che già mostra in molti punti la scrittura mozartiana ed evitando di farsi travolgere dalla ricchezza di sonorità fin eccessiva da cui spesso il giovane Mozart sembra lasciarsi a tratti trascinare.
I cantanti non sono certamente stelle di prima grandezza ma si tratta di giovani di qualità e particolarmente motivati. Abbiamo tre soprani abbastanza simili e con richieste vocali più o meno analoghe – risulta difficile trovare voci in grado di distinguersi a sufficienza pur alle prese con scritture similari – per le personificazioni divine. Tre tenori di importanza crescente per Scipione e le ombre degli antenati. Tutti i personaggi sono destinatari di arie solistiche alquanto impegnative.
Come spesso accade in questi tempi nel complesso migliore la prestazione della parte femminile del cast. Con la sua voce non grande ma cristallina Soraya Mafi gorgeggia sicura nelle alte tessiture del canto di Fortuna ma sa anche rendere il carattere falsamente lusinghiero di “A chi serena io miro”. Meno pirotecnica ma non meno sicura nel canto di bravura – fatta salva qualche durezza nei picchettati – Klara Ek con il suo timbro più morbido e vellutato rende bene il carattere austero della Costanza. La dizione è buona e l’accento curato, Mozart affida al ruolo un momento non trascurabile con la grande aria di tempesta “Biancheggia in mar lo scoglio”. La Ek esce ne esce vincitrice nonostante qualche tensione sugli estremi acuti.
La parte della Licenza  si circoscrive a un’unica aria “Ah perché dovrei cercare” ma ampia e impegnativa. Clara Skerath si muove agile e precisa nei rapidi passaggi di coloratura e fonde in modo suggestivo il suo timbro luminoso con la sonorità dei fiati che caratterizza l’aria.
Meno sicuro nel canto di bravura Stuart Jackson si mostra però all’altezza dell’impegno richiesto dalla parte di Scipione pur con qualche patteggiamento nei momenti più virtuosistici. La voce, chiara,  ha comunque una sua robustezza. La linea di canto è elegante e musicale. In pagine come “Di che sei l’arbitra” o il grande declamato finale – in cui già si sente palpitare il futuro Idomeneo – non sarebberorichiederebbero altra propensione drammatica ma nell’insieme la prestazione può considerarsi più che convincente. Krystian Adam manca forse un po’ di quell’autorità che l’Africano dovrebbe avere nei recitativi ma supera con sicurezza il banco di prova rappresentato da “Se vuoi che te raccolgano”. Valida e funzionale la prova di Rudolph Murray come Emilio e ottima quella del coro alle prese con pagine pienamente radicate nella tradizione dei corali sacri di matrice post-händeliana.Intermezzo latino in tre parti su libretto di Rufinus Widl. Andrew Kennedy (Oebalus), Klara Ek (Melia), Sophie Bevan (Hyacinthus), Lawrence Zazzo (Apollo), Christopher Ainslie (Zephyrus), Marcus Farnsworth e David Shipley (Due sacerdoti di Apollo). The Mozartists, Ian Page (direttore). 2 CD Signum Records SIGCD577
La stessa collana – nel progetto di una registrazione integrale delle opere giovanili di Mozart – presenta questa nuova esecuzione di “Apollo et Hyacinthus” l’intermezzo latino composto nel 1767 e che rappresentò per l’undicenne Mozart il primo confronto con il teatro musicale. Commissionato dal liceo gesuitico di Salisburgo per essere eseguito come intermezzo fra gli atti di una tragedia latina allestita dagli studenti l’opera risente del contesto di destinazione e del clima del tempo. Il mito di Apollo e Giacinto, carico di suggestioni oviadiane, viene nel libretto radicalmente stravolto in modo da escluderne tutte le connotazioni omoerotiche e concentrando il contrasto sull’immaginario personaggio femminile di Melia.
La parte musicale risente invece dell’età del compositore. Per quanto si tratti di Mozart sarebbe illogico pretendere maturità artistica da un musicista poco più che bambino e probabilmente non secondario fu l’aiuto offerto nell’occasione dal padre Leopold. Desta comunque ammirazione la facilità inventiva del giovane talento che mostra di possedere un’innata vocazione per il teatro musicale oltre che una conoscenza al limite del prodigioso degli schemi formali dell’opera seria contemporanea.  In specie i duetti mostrano già una sensibilità per il raccontare in musica le relazioni umane che sembra aprirsi verso i futuri sviluppi.
Un lavoro quindi il cui ascolto non si presenta come un semplice dovere culturale ma rivela una innegabile piacevolezza nonostante l’ovvia mancanza di una per personalità artistica più formata. Come molti lavori giovanili di Mozart è stato a lungo trascurato dalla discografia e quindi non può che essere ben accolta questa nuova registrazione. A Brillare è soprattutto la direzione di Ian Page sicuramente la migliore fra le registrazioni disponibili. Il maestro inglese affronta quest’opera con convinzione è senza intellettualismi ma con sincero slancio teatrale, sia agli antitesi della impeccabile ma pesante e in fondo noiosa lettura di Leopold Hager – che pure poteva contare su un cast di altissimo livello – qui con molti meno mezzi si respira una vita e una giovinezza che la non si sarebbe neppure immaginata. Sonorità terse, pulite, articolazioni nitide, tempi sempre scelti con gran cura, brillanti ma non eccessivi; grande cura per la dimensione espressiva non solo nel canto ma anche nei recitativi pienamente sentiti nel loro valore teatrale.
Il cast è composta da un tenore e quattro voci femminili affidate per l’occasione a due controtenori e due soprani.  Nella parte del re spartano Oebalus ottima la prova di Andrew Kennedy, tenore di buona presenza vocale e dal canto agile e sicuro anche nei passaggi virtuosistici di cui la parte abbonda (aria di tempesta “Ut navis in aequore luxuriante”). Voce chiara ma non esangue e attento gioco dinamico gli permettono di rendere in modo convincente la prima delle figure paterne del catalogo mozartiano già non priva di umanità specie nel duetto con la figlia. Più o meno equipollenti pur nella loro diversità le prove dei due controtenori. Christopher Ainslie (Zephyrus) canta molto bene, sfoggiando una grande facilità e sicurezza nei passaggi di bravura. Il timbro è molto chiaro, il volume alquanto flebile e l’espressività non si discosta da una manierata eleganza. Lawrence Zazzo (Apollo) non è altrettanto pulito sul terreno prettamente vocale, si ascolta però una voce ben più solida, il colore più suggestivo, ben più convincente il gioco dinamico e accenti  ben più ricco e vario. Decisamente positiva la prova dei due soprani. Klara Ek già apprezzata nel “Sogno di Scipione” è una Melia impeccabile. Molto sicura vocalmente affronta con ammirevole sicurezza le difficoltà vocale non trascurabili della parte; è intensa nei duetti con il padre e Apollo, giustamente leggera nell’aria “Laetari, iocari”. Meno personale – per altro il ruolo stesso è abbastanza inconsistente sul versante interpretativo – ma cantato in modo delizioso lo Hyacinthus di Sophie Bevan.

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Milano, Teatro alla Scala: recital del soprano Aleksandra Kurzak

gbopera - Sab, 22/02/2020 - 08:53

Domenica 23 febbraio – ore 20
Soprano Aleksandra Kurzak
Pianoforte Julius Drake
Viola Tomasz Wabnic
In programma:  Frydryck Chopin: da Diciasette Canti Polacchi op. 74 – n. 1. Zyczenie, n. 8. Śliczny Chłopiec, n. 9 Melodya, n. 16. Pionska Litewska
Robert Schumann:  Frauenliebe und – Leben
Johannes Brahms: Zwei Gesänge op. 91 per voce, viola e pianoforte I. Gestillte Sehnsucht, II. Geistliches Wiegenlied
Frydryck Chopin / Pauline Viardot:   Separation – Mazurka n. 14 in G minor op. 24 n. 1, La Beauté – Mazurka n. 44 in G major op. 67 n. 1, Aime moi – Mazurka n. 23 in D major op. 33 n. 2, Coquette – Mazurka n. 5 in B flat major op. 7 n. 1
Pëtr Il’ič Čajkovski:  da Sei Romanze op. 6 n. 5 and n. 1 – Ne ver’ moj drug, da Sei Romanze op. 38 n. 2 and n. 3 –  To bylo ranneju vesnoj,  Stred’ sumnogo bala, da Sei Romanze op. 16 n. 1,  Kolybel’ naja pesnja da Sei Romanze op. 6 n. 5 and n. 1, Otcego

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Torino, Teatro Regio: “Nabucco”

gbopera - Sab, 22/02/2020 - 00:58

Torino, Teatro Regio, Stagione d’opera e balletto 2019-2020 NABUCCO”
Dramma lirico in quattro parti su libretto di Temistocle Solera
Musica di Giuseppe Verdi
Nabucco GIOVANNI MEONI
Ismaele STEFAN POP
Zaccaria RICCARDO ZANELLATO
Abigaille CSILLA BOROSS
Fenena ENKELEJDA SHKOSA
il Gran Sacerdote di Belo ROMANO DAL ZOVO
Abdallo ENZO PERONI
Anna SARAH BARATTA
Orchestra e Coro del Teatro Regio di Torino.
Direttore Donato Renzetti
Maestro del Coro Andrea Secchi
Regia Andrea Cigni
Scene Dario Gessati
Costumi Tommaso Lagattolla
Luci Fiammetta Baldisseri
Nuovo allestimento del Teatro Regio di Torino in coproduzione con Teatro Massimo di Palermo.
Torino, 18 Febbraio 2020.
La più celebre catena di discount è stata fondata da un certo Schwarz. Prodotti buoni, per una clientela media che si accontenta, prezzi tirati. Speriamo che lo Schwartz tuttofare del Teatro Regio abbia un’altra visione del prodotto e che per la stagione prossima, tutta a sua responsabilità, trovi la chiave per fornire un prodotto più appetibili e di richiamo, scontato che oggi neppure un Nabucco, atteso da più di 20 anni, accende entusiasmi e un “va pensiero”, ben cantato da un coro appassionato, suscita applausi di cortesia. Abbiamo già  trattato esaurientemente della parte visiva, orchestrale, corale e del cast altro, per cui qui mi limito ad alcune note sulla prestazione dei 5 artisti, le parti principali, della prima compagnia e sulle reazioni del pubblico, nella serata a cui ho assistito. Mancavano le 2 “stelle” del cartellone iniziale: Leo Nucci, Nabucco ancora oggi di riferimento, ancorché ultrasettantenne, si è riservato due sole recite extraesaurite, impraticabili per gli imprevidenti come me. Saioa Hernandez, già Abigaille di successo a Dresda e a Parma nel 2019, ha dato forfait per motivi di salute. Giovanni Meoni veste quindi i panni di Nabucco. Canta bene con bel legato e voce aggraziata. Il timbro chiaro si sbianca ulteriormente quando azzarda piani e mezzevoci. Il carattere protervo di Nabucco gli è precluso. Credo che la sua personalità si esprima meglio in Germont padre, Rigoletto e Simone, per limitarmi a ruoli verdiani, che non nell’imperioso re di Babilonia. “O vinti il capo a terra! Il vincitor son io!” della prima parte non incute né terrore ai vinti, né testimonia la tracotante esultanza dei vincitori. Nel duetto con Abigaille nella terza parte, con troppa arrendevolezza, per un re, cede alla figlia che aggressivamente lo sovrasta e in “oh di quall’onta aggravasi” si fa troppo lamentoso. L’avvio della quarta parte presenta un “Dio di Giuda” di morbido bel legato, sfogo lirico nelle corde dell’artista di Genzano, con una sicura espansione in acuti precisi e timbrati. Peccato che il pubblico trattenga eccessivamente la propria approvazione: applausi di circostanza. Questo, purtroppo, è il clima della serata. A questo punto dell’opera attendo sempre con impazienza il liberatorio, “O prodi miei” , ma quello di Meoni non è stato tale da trascinar armate. A ennesima riprova del carattere poco incline alla regalità del baritono: prima di uscir di scena egli stesso si piega a raccoglier da terra l’elmo e un foglio (pagina di bibbia?) piovuto dal cielo. Ma chi glielo ha fatto fare? Csilla Boross è Abigaille che, forse con sorpresa, si è trovata nel primo cast del teatro in cui la sua grande connazionale Sylvia Sass era stata Lady Macbeth in una produzione storica del 1977. Come alla Sass, alla Boross non manca coraggio ed ardimento. Tutto quanto scarseggia al Nabucco della serata, in lei abbonda … fin troppo! Non ha, di natura, una gran voce ma quella che c’è la usa tutta, la gonfia , la sforza al limite dell’urlo. Per l’intonazione si creano molti scogli che, con difficoltà e non sempre, vengono superati. È una Abigaille dimentica delle origini belcantiste del personaggi0, si sottrae al patetismo del “anch’io dischiuso un giorno” in cui potrebbe eccellere e si sprofonda nel livoroso “Prode Guerrier” della prima parte e nell’esaltato “Salgo già del trono aurato”. Nella terza parte veste poi di sadismo il duetto col non-padre. Il re spodestato e sconvolto soccombe alla violenta ambizione della non-figlia. La resa dei recitativi, grazie ad una corretta dizione e a un fraseggio scolpito, è buona, non altrettanto i cantabili.Zaccaria, ha la voce e il maestoso portamento del basso Riccardo Zanellato. Che sfoggia la linea interpretativa e di canto vincente del grande protagonista. Il timbro è ancora quello a tratti morbido e suadente del pastore di popoli che, a necessità, muta in quello di imperioso baluardo all’invasore. C’è il dominio della parola intonata nei recitativi e cantata nelle arie. Il volume, per il tempo e forse per la stanchezza di repliche troppo ravvicinate, tende ad affievolirsi e a perdere di smalto. Le lunghe frasi legate e le discese ai bassi soffrono, a tratti, di un sostegno incerto. Le salite all’acuto sono ancora baldanzose. Se la preghiera “Tu sul labbro dei veggenti” è stata vittima del clima generale della serata, segnato da una inspiegabile apatia del pubblico, “vieni o Levita” e la profezia della terza parte sono state correttamente apprezzate. Stefan Pop , Ismaele, interprete di gran lusso per un personaggio dai pochi interventi, ha brillato per la bellissima tenorilità squillante. Si è rivelato carta vincente della serata ed ha illuminato, in concertati e insiemi, una recita che, per il resto, poteva scivolare verso toni più foschi. E’ un piacere sentire una voce sana e sicura riempire la sala con armonici ben risuonanti. “ Fenena o mia diletta” è energico e volitivo, peccato che a dargli replica sia una incerta Enkelejda Shkosa, Fenena a cui un vibrato poco gradevole preclude anche la buona riuscita di “Oh dischiuso il firmamento” . Costante nelle recite del Regio, la qualità dei comprimari, qui confermata da Romano Dal Zovo come Gran Sacerdote; Enzo Peroni come Abdallo; Sarah Baratta come Anna. Validissima l’appassionata prestazione del coro del Regio ottimamente istruito da Andrea Secchi. Il pubblico, a discapito della buona prestazione, l’ha poco gratificato; purtroppo il clima della serata era tale da non invogliare all’applauso a scena aperta. In certe recite rimpiangi che non ci sia più una claque a ravvivarle. Andrebbe ripristinata. Si sa, gli applausi sono come le valanghe, basta avviarli. Da ultimo l’orchestra che dopo un incerto avvio dei tromboni, gli accordi in piano dell’inizio sono stati assai sfuocati, ha trovato la giusta calibratura sotto il provato valore dell’esperta bacchetta di Donato Renzetti. Foto Edoardo Piva

 

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Il giardino delle muse danzanti. Roma, Villa Torlonia – Casina delle Civette

gbopera - Ven, 21/02/2020 - 12:05

In occasione della proroga fino al 22 marzo 2020 della Mostra Il Giardino delle meraviglie. Opere dell’artista Garth Speight a proseguimento delle conferenze già ospitate, AIRDanza organizza Il giardino delle muse danzanti. Rassegna di incontri e presentazione di libri in collaborazione con l’Associazione culturale Athena Parthenos., presso la Casina delle Civette, Villa Torlonia – Via Nomentana 70, Roma. La rassegna avrà luogo nei giorni di  venerdì, sabato e domenica dal 21 febbraio al 22 marzo 2020 dalle ore 16.30 alle ore 18.00 (L’incontro di domenica 1° marzo è anticipato alle ore 16.00). 

Conferenze gratuite previo pagamento del biglietto di ingresso al Museo secondo tariffazione vigente.

Venerdì 28 febbraio e venerdì 6, 13 e 20 marzo, dalle ore 16.00 alle ore 16.30 : Visita guidata del Museo della Casina delle Civette e della mostra in corso a cura della dott.ssa Flavia Cecconi.
​Nei giorni 21 febbraio e 22 marzo, a inizio e chiusura della manifestazione, verrà offerto un piccolo rinfresco gentilmente fornito da Forno Lucarelli ed Enoteca Pallotti.

Info www.airdanza.it

Conferenze-dimostrazioni

Questa serie di incontri interdisciplinari tenuti da studiosi, storici e performer, immaginata da AIRDanza, intende avvicinare il pubblico alla danza in ogni sua possibile declinazione. Attraverso proiezioni guidate e interventi performativi dal vivo, gli incontri si concentrano sull’analisi della coreografia (repertori di balletto, danza moderna e contemporanea), della performance (danza di ricerca, sperimentazioni site specific), delle danze popolari (italiane, europee ed extraeuropee) e di quelle più attuali nate nei contesti urbani (Hip-hop, ecc.). Ad accompagnare il pubblico in questo percorso ci saranno degli esperti attenti all’interazione, pronti a facilitare l’osservazione e la verbalizzazione dei contenuti. Analizzando ciò che si vede, lo specialista che guida questo percorso ‘immersivo’ nelle pratiche potrà suggerire chiavi di lettura per l’interpretazione di un’arte plurale e multiforme, a volte di difficile accesso. Il pubblico sarà chiamato a interagire verbalmente, scrivendo o muovendosi per costruire un nuovo rapporto sinergico con la storia della danza e con la sua attualità. La selezione delle immagini e delle brevi performance proposte non intende gettare uno sguardo nostalgico al passato, ma vuole sottolineare, attraverso la lettura delle creazioni coreografiche di ieri e di oggi, il legame della danza col proprio presente. In questo modo la danza potrà offrire una costellazione sempre più variata e articolata di interpretazioni. Di particolare interesse ci sembra una focalizzazione sulla danza italiana che resta misconosciuta fuori dai settori specialistici. Dedicare uno spazio particolare a quanto è accaduto e sta accadendo nella ricerca coreografica nazionale può rendere conto di una tradizione coreografica prolifica che trova i suoi sviluppi nel variegato panorama attuale.

Appuntamenti per presentare i libri dei Soci AIRDanza

Questa iniziativa dedicata alla presentazione di libri sui diversi studi in danza si propone di gettare un ponte tra lo studioso e il pubblico romano, anche il più eterogeneo, per raccontare le pratiche vissute dalla danza non solo sui palcoscenici o in altri luoghi deputati, ma anche in archivi e biblioteche. Danze e coreografie, storie e prassi, tecniche e linguaggi, persone ed eventi trovano spazio nei testi di chi scrive della propria ricerca in danza. Attraverso una scrittura in movimento lo studioso di danza riannoda i fili della propria memoria con la storia; si aggancia al passato per costruire il presente della ricerca in danza. Dagli anni ‘80 ad oggi gli studi in danza hanno sviluppato metodologie transdisciplinari per mettere in luce le interconnessioni della danza con la storia culturale più in generale, cercando di uscire da un settarismo che non rende giustizia all’importanza di quest’arte nelle società e in epoche diverse. AIRDanza, avvalendosi dell’esperienza e delle competenze dei suoi diversi soci, ricercatori indipendenti, universitari e artisti, propone quindi una serie di incontri incentrati sull’attualità delle pubblicazioni di danza che spesso trattano il passato di quest’arte, ma che entrano anche in rapporto con le sue pratiche più attuali.

Venerdì 21/02, PRESENTAZIONE DEL LIBRO : Alberto Testa, Mauro Di Rosa, La Pavana della memoria. Storie, racconti, ricordi di una vita a passo di danza, Amazon Kindle Direct Publishing, [s.l.] 2019. Interviene Cesare Nissirio alla presenza di Mauro Di Rosa.
Sabato 22/02, CONFERENZA : Patrizia Veroli, La danza come patrimonio culturale UNESCO. Memoria, archivio e il caso di Giselle
Domenica 23/02, CONFERENZA-DIMOSTRAZIONE : Alessandra Sini, Osservare, percepire, conoscere, agire: pratiche di trasmissione coreografica, con la partecipazione di Antonella Sini (danza) e Stefano Montinaro (suono).

Venerdì 28/02, PRESENTAZIONE LIBRO : Marian Del Valle, Bianca Maurmayr, Marina Nordera, Camille Paillet, Alessandra Sini (a cura di), Pratiques de la pensée en danse. Les Ateliers de la danse (in corso di pubblicazione con l’editore L’Harmattan).
  Interviene Nika Tomasevic alla presenza delle curatrici Bianca Maurmayr  e Alessandra Sini.
Sabato 29/02, CONFERENZA : Maria Cristina Esposito introduce Stefano Zenni, Los tangos de los negros. Musiche, danze e parole bantu nelle Americhe dal Barocco all’Ottocento.
Domenica 01/03, INCONTRO : La critica di danza in Italia. Riflessione sul panorama nazionale delle riviste cartacee e online. L’invito è rivolto ai critici di danza e agli editori di Riviste cartacee/online per una discussione aperta, finalizzata alla riflessione sul tema della critica nel settore danza.

Venerdì 06/03, PRESENTAZIONE LIBRO : Nicoletta Giavotto, Quasi…apolide o cittadina del mondo, a cura di Maria Rinaldi, con una prefazione di Francesca Falcone (Aracne 2019). Interviene Claudia Celi alla presenza dell’Autrice.
Sabato 07/03, CONFERENZA : Fabiola Pasqualitto, La rivisitazione, oggi, dei grandi balletti. Il Lago dei cigni, dalla prima rappresentazione alle rivisitazioni dei più importanti coreografi del Novecento, a cura di Fabiola Pasqualitto, con la partecipazione del coreografo Fredy Franzutti.
Domenica 08/03, CONFERENZA : Alessandra Sini, Le corporeità eroiche “per uno scenario inedito della danza contemporanea italiana” (LAICC 1993).

Venerdì 13/03, PRESENTAZIONE LIBRO : Valeria Morselli, La danza e la sua storia. Valenze culturali, sociali ed estetiche dell’arte della danza in Occidente (Dino Audino Editore 2019), Volume I: Dalle civiltà greca e romana al XVII secolo; Volume II: Danza e balletto nei secoli  XVIII e XIX; Volume III: Rivoluzioni ed evoluzioni nel XX secolo. Interviene Francesca Beatrice Vista alla presenza dell’Autrice.
Sabato 14/03, CONFERENZA : Carla Di Donato. Luce-Corpo-Movimento: Alexandre Salzmann e la scena del XX secolo.
Domenica 15/03, CONFERENZA-LABORATORIO PARTECIPATO : Noretta Nori, La danza popolare in Italia tra turismo e comunicazione interculturale.

Venerdì 20/03, PRESENTAZIONE LIBRO : Maria Rosaria Paolella, Una storia: un balletto – L’Uccello di fuoco, illustrazioni di Kate Feathers, Apeiron Edizioni, Napoli 2019. Interviene Roberta Albano alla presenza dell’Autrice.
Sabato 21/03, CONFERENZA : Maria Virginia Marchesano, Il pensiero del gesto.
Domenica 22/03, CONFERENZA : Roberta Albano – Maria Venuso, Louis Duport e Domenico Barbaja: la relazione tra arte e management e “il caso” della Virtù premiata. 

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“L’Italiana in Algeri” al Teatro Filarmonico di Verona

gbopera - Gio, 20/02/2020 - 16:41

Domenica 23 febbraio alle 15.30, torna sul palcoscenico del Teatro FilarmonicoL’Italiana in Algeri di Gioachino Rossini, secondo titolo operistico della Stagione Artistica 2020 di Fondazione Arena. L’allestimento della Fondazione Teatro Verdi di Pisa in coproduzione con la Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste ha la regia di Stefano Vizioli, le scene e i costumi del pop artist Ugo Nespolo, i movimenti mimici di Pierluigi Vanelli e le luci di Paolo Mazzon. Sul podio torna il direttore veneziano Francesco Ommassini, già più volte alla guida dei complessi artistici areniani nel repertorio sinfonico e operistico.
Carlo Lepore (23, 25/02 – 1/03) e Alessandro Abis (27/02) daranno voce a Mustafà, Daniela Cappiello sarà Elvira, mentre il giovane mezzosoprano russo Vasilisa Berzhanskaya (23/02 – 1/03) in alternanza a Chiara Tirotta (25, 27/02) daranno voce ad Isabella.  Lindoro sarà interpretato da Francesco Brito, mentre nel ruolo di Taddeo vedremo Biagio Pizzuti (23/02 – 1/03) e Salvatore Salvaggio (25, 27/02);  Zulma sarà Irene Molinari, ed infine il capitano Haly sarà il basso coreano Dongho Kim.La produzione vede impegnati l’Orchestra, il Coro maschile e i Tecnici dell’Arena di Verona.
Repliche: martedì 25 febbraio ore 19.00; giovedì 27 febbraio ore 20.00; domenica 1 marzo ore 15.30.

 

 

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Genova, Teatro Carlo Felice: “Adriana Lecouvreur”

gbopera - Mar, 18/02/2020 - 17:04

Fondazione  Carlo Felice di Genova, Stagione Lirica 2019-20
ADRIANA LECOUVREUR”
Opera in quattro atti. Libretto da Arturo Colautti dal dramma di Eugène Scribe e Ernest-Wilfrid Legouvé
Musica di Francesco Cilea
Adriana Lecouvreur BARBARA FRITTOLI
Maurizio MARCELO ALVAREZ
il Principe di Bouillon FEDERICO BENETTI
la Principessa di Bouillon JUDIT KUTASI
Michonnet DEVID CECCONI
L’Abale di Chazeuil DIDIER PIERI
Poisson BLAGOJ NACOSKI
Quinault JOHN PAUL HUCKLE
Mad.lla Jouvenot MARTA CALCATERRA
Mad.lla Dangeville CARLOTTA VICHI
Un maggiordomo CLAUDIO ISOARDI
Danzatori Michele Albano, Ottavia Ancetti, Giancarla Malusardi
Orchestra e Coro dele Teatro  Carlo Felice di Genova
Direttore Valerio Galli
Maestro del coro Vito Lombardi
Regia, scene e costumi Ivan Stefanutti
Lighting Design Paolo Mazzon
Movimenti mimici Michele Cosentino
Allestimento del Teatro Sociale di Como – As.Li.Co.
Genova, 16 febbraio 2020
Cilea, calabrese di Palmi, musicalmente di scuola napoletana, prodotto del Conservatorio di San Pietro a Majella, ha legato il suo nome e la sua fama a due arie una per tenore “Il lamento di Federico”, l’altra per mezzosoprano “Esser Madre è un inferno”, dell’Arlesiana, opera scomparsa da decenni dai cartelloni dei teatri italiani e ad Adriana Lecouvreur che di tanto in tanto ricompare. L’opera per data, 1902, ed editore, Sonzogno, dovrebbe collocarsi tra quelle “veriste”, ma ha veramente poco della truculenza e della prosaicità delle composizioni veriste. Più le si adatta un’etichetta di manierismo tardo romantico. I chiacchiericci di attrici, abati e nobiltà varia richiamano la settecentesca scuola napoletana e il secondo atto della Manon Pucciniana e certi passi della Manon di Massenet. Il contrasto e lo scontro tra le rivali in amore hanno la temperie di scene equivalenti di Gioconda ed Aida. La festa del terzo atto, a casa del principe e la morte di Adriana paiono modellate sulle circostanze simili di Traviata. Adriana continua ad avere un gran pubblico di affezionati del dramma e soprattutto delle voci che qui hanno ampio spazio di esibizione. Se conferma se ne volesse avere, l’affollamento del Carlo Felice ne ha fornito la dimostrazione. La pomeridiana di Domenica 16, di cui qui si parla, è stata pressoché col tutto esaurito.
Con l’ausilio delle azzeccate luci di Paolo Mazzon, la parte visiva, regia scene e costumi, è interamente sulle spalle di Ivan Stefanutti. L’ambientazione scelta non è il 700 della vicenda narrata ma il primo 900, coevo agli autori di musica e libretto. Le pareti nere dell’unica scena, variante nei 4 atti per dettagli se pur di peso, sono movimentate sulle quinte da 6 grandi colonne, a morbide volute, nere lucenti. Gli arredi, nouveau-deco, essenziali in numero e in forma, sono bianchi. Elegantissimi poi i costumi, anch’essi giocati sul bianco-nero. Il regista sa ben caratterizzare ed allacciare il chiacchiericcio burlesco, quasi comico degli attori della comédie, e della coppia principe abate, con il drammatico scontro delle protagoniste e il patetismo affettuoso di Michonnet. Michele Cosentino imposta la parentesi ballettistica del terzo atto nel ricordo del faune di Debussy e di Nijinskii, qui impersonato dal bravo e prestante Michele Albano, efficacemente affiancato da Ottavia Ancetti e Giancarla Malusardi. La cornice musicale, con un’orchestra protagonista indiscussa, in grane spolvero, è nelle sensibili ed efficaci mani di Valerio Galli. Il giovane direttore viareggino, da annoverarsi ormai tra i massimi non solo della sua generazione, domina con consapevolezza il panorama dell’opera italiana post-verdiana. L’orchestra commuove col convincente melodismo patetico, ravviva le scene d’insieme, supporta e soccorre le debolezze del canto e del palcoscenico. Dà inoltre la nota più verista della recita col sottolinearne ed evidenziarne i tratti più passionali.Il Teatro Carlo Felice, come da prassi che inspiegabilmente si sta consolidando in molti teatri, costringe le recite del medesimo titolo, 5 nel nostro caso, in un pugno di giorni anche immediatamente consecutivi. Di qui la necessità di più cast di livello comparabile, almeno sulla carta, per non avere una produzione  di qualità altalenante.Il trascorrere degli anni e l’accumularsi delle recite, se certamente arricchiscono l’artista di esperienza, scaltrezza interpretativa e consapevole appropriazione del personaggio, non ne favoriscono certamente le prestazioni “atletiche” fisiche e di canto. È naturale ed inevitabile. Anche il pubblico deve apprezzare i risultati raggiunti e dimenticare, evitando comparazioni, quanto visto ed ascoltato in passato. Barbara Frittoli è una encomiabile Adriana. Più attrice che amante. I melologhi recitati, ridicole pietre d’inciampo per molte interpreti, sono di alta qualità. Il canto di conversazione è sempre convincente. Nel duetto con la principessa del secondo atto e nell’invettiva del terzo, esibisce la sicurezza e la protervia che necessitano alla compiutezza del dramma. Il vibrato in io son l’umile ancella e in poveri fiori limita l’espansione lirica delle due arie. La scena della morte è  pregevole. Marcelo Alvarez, ha timbro tenorile tra i più belli ed ammaliatori mai sentiti. E questo potrebbe bastare per un indimenticabile Maurizio. Le mezze voci, i fiati, hanno forse un po’ sofferto del tempo che passa. L’interprete no. Prepotente è il fascino che immette in questo fascinoso ma infido e infimo personaggio che le dame e il pubblico (solo femminile?) ama appassionatamente. L’anima ho stanca e la dolcissima effigie hanno lo smalto e l’aura suadente che sempre si vorrebbero trovare nel personaggio. Judit Kutasi, è un giovane mezzosoprano rumeno, ancora poco conosciuto ma dalle molte doti. Sfodera una vocalità lussureggiante, una dizione inappuntabile e una sicurezza da cantante navigata. La sua Principessa è gretta, bada al sodo, l’incertezza non le appartiene. La voce bella e piena della Kutasi offre un’ acerba voluttà tutta da godere, e degli approcci amorosi tutti da temere. Nei duetti con Adriana e Maurizio mantiene il punto e non teme il confronto con i più noti colleghi. Devid Cecconi,  un Michonnet che canta con timbro autenticmanete baritonale è una piacevole sorpresa. A Cecconi sta bene il personaggio del burbero capocomico dal buon cuore, sa farlo suo con convinzione. Senza esagerare in nuances, il taci mio vecchio cor del quart’atto ha la correttezza in corpo. Il brillante duo Principe ed Abate si avvale rispettivamente della figura prestante del basso Federico Benetti e della sagacia interpretativa e vocale del tenore Didier Pieri. Completano il cast appropriatamente con vivacità ed eleganza: gli attori dellaComédie-Française, Marta Calcaterra, Carlotta Vichi, John Paul Huckle, Blagoj Nakoski ;Claudio Isoardi è il maggiordomo. Il Coro del Carlo Felice, guidato da Francesco Aliberti, per quanto con poco impiego nello spettacolo, ha professionalmente espletato il suo compito scenico e vocale contribuendo al successo dello spettacolo. Caloroso e intenso l’omaggio finale del pubblico, che già aveva interrotto più volte con applausi la recita. Tutti gli interpreti hanno ottenuto un calorosissimo apprezzamento. Forse la sorpresa per la scoperta di una voce nuova e l’incoraggiamento per il prosieguo della carriera ha particolarmente gratificato il mezzosoprano. Il maestro Galli, beniamino del pubblico genovese, dal calore degli applausi ne ha anche potuto misurarne l’affetto. Foto Marcello Orselli

 

 

 

 

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Ludwig van Beethoven 250 (1770 – 1827): “Lieder” – vol.1

gbopera - Lun, 17/02/2020 - 08:41

Beethoven 2020 –  250 anni  della nascita del compositore
Klage, WoO 113 (2nd version)
(1790) (Text: Ludwig Christoph Heinrich Hölty, 1748–1776); Neue Liebe, neues Leben, WoO 127, Hess 136 (1798) (Text: Johann Wolfgang von Goethe, 1749–1832); Erlkönig, WoO 131, Hess 148 (1796); (completed by Reinhold Becker) (Text: Johann Wolfgang von Goethe); In questa tomba oscura, WoO 133 (2nd version) (1807) (Text: Giuseppe Carpani, 1752–1825); Sehnsucht, WoO 134 (1st setting) (1808) (Text: Johann Wolfgang von Goethe); Sehnsucht, WoO 134 (2nd setting) (1808) (Text: Johann Wolfgang von Goethe); Sehnsucht, WoO 134 (3rd setting) (1808) (Text: Johann Wolfgang von Goethe); Gesang aus der Ferne, WoO 137 (1809) (Text: Christian Ludwig Reissig, 1783–1847); An die Geliebte, WoO 140 (1st version) (version for voice and piano) (1811) (Text: Josef Ludwig Stoll, 1778–1815); An die Geliebte, WoO 140 (2nd version) (1811) (Text: Josef Ludwig Stoll); An die Geliebte, WoO 140 (3rd version) (1814) (Text: Josef Ludwig Stoll); Egmont, Op. 84: Freudvoll und leidvoll (elaborated version for voice and piano with prelude) (1809/10) (Text: Johann Wolfgang von Goethe); Egmont, Op. 84: Freudvoll und leidvoll (version for voice and piano, Hess 94) (1809/10) (Text: Johann Wolfgang von Goethe); Egmont, Op. 84: Freudvoll und leidvoll (elaborated version for voice and piano without prelude, Hess 93) (1809/10) (Text: Johann Wolfgang von Goethe); Das liebe Kätzchen, WoO 158/28, Hess 133 (1820); Der Knabe auf dem Berge, WoO 158/29, Hess 134 (1820); Schwinge dich in meinem Dom, Hess 137 (reconstructed by A.W. Holsbergen as ‘Ich wiege dich in meinem Arm’) (1796/97)* (Text: Friedrich Wilhelm August Schmidt, 1764–1838); Dimmi, ben mio, che m’ami (early version of Op. 82, No. 1), Hess 140 (c. 1809?); Dimmi, ben mio, che m’ami (Paris autograph version of Op. 82, No. 1), Hess 140 (1811); Six Songs, Op. 48: No. 6: Busslied (with another version of bars 102–113, Hess 141) (1801/02) (Text: Christian Fürchtegott Gellert, 1715–1769); Wonne der Wehmut (1st version of Op. 83, No. 1), Hess 142 (1810); Feuerfarb (1st version of Opus 52, No. 2), Hess 144 (1792) (Text: Sophie Mereau, 1770–1806); Opferlied (sketch of 1st setting, WoO 126, version for voice and piano), Hess 145 (1794/95) (Text: Friedrich von Matthisson, 1761–1831); An Henrietten, ‘Traute Henriette’, Hess 151 (completed by A. Orel for voice and piano) (c. 1790–92/1949) (Text: Ludwig Christoph Heinrich Hölty); Six Songs, Op. 75: No. 4: Gretels Warnung (1st version) (1795?) (Text: Gerhard Anton von Halem, 1752–1819); Languisco e moro, Hess 229 (version for voice and piano) (1803).
Elisabeth Breuer (soprano). Rainer Trost (tenore). Paul Armin Edelmann (baritono). Ricardo Bojórquez (basso). Bernadette Bartos (pianoforte). Registrazione: 25-26 giugno, 27-28 settembre, 5 dicembre 2018 presso 4tune Audio Productions, Vienna, Austria. T. Time: 56′ 03″. 1 CD Naxos 8.574071

Emarginata dalla produzione sinfonica e strumentale che è entrata con prepotenza nel repertorio dando di Beethoven l’immagine di un compositore che si è dedicato poco alla musica vocale, quella liederistica costituisce una parte di un certo rilievo essendo formata da circa 90 lavori composti in un arco di tempo che va dalla giovinezza al 1816 a testimonianza di un interesse costante da parte del compositore di Bonn. Di questa produzione oggi è possibile ascoltare  ben 26 liriche registrate  per l’etichetta Naxos dal soprano Elisabeth Breuer, dal tenore Rainer Trost, dal baritono Paul Armin Edelmann e dal basso Ricardo Bojórquez, accompagnati al pianoforte da Bernadette Bartos.
Nella ricca antologia trovano spazio composizioni giovanili come Klage (Lamento), composta nel 1790 su testo di Ludwig Hölty, un membro del gruppo dei poeti romantici conosciuto con il nome di ‘Göttinger Hainbund’,  liriche su testi Wolfgang Goethe, tra cui Freudvoll und leidvoll, Op. 84, tratta dalle musiche di scena per l’Egmont e altre come In questa tomba oscura su un testo in italiano del poeta Giuseppe Carpani scritto su un’aria improvvisata dalla contessa Rzewuska che diede vita ad una gara musicale alla quale parteciparono ben 63 compositori o, ancora, Dimmi, ben mio, che ami, su un testo di autore anonimo, che fa parte della raccolta Quattro arie e un duetto, di cui sono proposte entrambe le versioni. In questo CD, a dimostrazione del lavoro di cesello con il quale Beethoven trattò questa sua produzione, è possibile ascoltare le tre versioni di Nur wer die Sehnsucht kennt, WoO 134, su testo di Goethe o di An die Geliebte, WoO 140 su un testo di Josef Ludwig Stoll, che fu messo in musica anche da Franz Schubert.
In questa produzione si evidenzia il gusto raffinato di Beethoven che si esplica attraverso una scrittura che riesce a trovare una sintesi tra la linea del canto sempre bella ed elegante, che per certi aspetti sembra vicina alla vocalità italiana, e i valori espressivi dei testi che risultano esaltati anche attraverso un sapiente uso delle dinamiche.

Buona nel complesso la qualità del Cd dal punto di vista dell’esecuzione. Voce dal timbro chiaro, il soprano Elisabeth Breuer, grazie a una tecnica solida, interpreta con grande attenzione ai valori espressivi dei testi, le liriche a lei affidate tra cui Nur wer die Sehnsucht kennt, WoO 134 e Freudvoll und leidvoll, Op. 84 nelle tre versioni in cui sono proposte, e Languisco e moro, dove sfoggia una dizione perfetta. Fraseggio e intonazione curati contraddistinguono anche le performances del tenore Rainer Trost, bravo nell’interpretare sia i brani maggiormente connotati in senso lirico (Klage) sia quelli più brillanti (Neue Liebe, neues Leben), sfoggiando anche una buona dizione in Dimmi, ben mio, che ami,  e del baritono Paul Armin Edelmann, voce dal timbro chiaro, che trova degli accenti particolarmente espressivi nelle liriche a lui affidate tra cui An die Geliebte, WoO 140 nelle sue tre versioni. Infine il basso Ricardo Bojórquez affronta In questa tomba oscura con attenzione agli aspetti espressivi del testo e con una dizione ottima.

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Torino, Teatro Regio: “Nabucco” (cast alternativo)

gbopera - Lun, 17/02/2020 - 01:20

Torino, Teatro Regio, Stagione d’opera e balletto 2019-2020
“NABUCCO”
Dramma lirico in quattro parti su libretto di Temistocle Solera.
Musica di Giuseppe Verdi
Nabucco DAMIANO SALERNO
Abigaille TATIANA MELNYCHENKO
Ismaele ROBERT WATSON
Zaccaria RUBÉN AMORETTI
Fenena AGOSTINA SMIMMERO
Il gran sacerdote di Belo ROMANO DAL ZOVO
Abdallo ENZO PERONI
Anna SARAH BARATTA
Orchestra e Coro del Teatro Regio di Torino
Direttore Donato Renzetti
Maestro del Coro Andrea Secchi
Regia Andrea Cigni
Scene Dario Gessati
Costumi Tommaso Lagattolla
Luci Fiammetta Baldiserri
Nuovo allestimento Teatro Regio Torino, in coproduzione con Teatro Massimo di Palermo
Torino, 13 febbraio 2020
Rivedere la sala del Teatro Regio traboccante di pubblico riempie il cuore. Una recita ordinaria di Nabucco col cast alternativo, senza nomi da star system in locandina, da questo punto di vista è riuscita dove avevano fallito, con interpreti più rinomati, Tosca e Carmen (forse già tornate troppe volte sul palcoscenico torinese nell’ultimo decennio), Violanta (troppo ignota per un pubblico abitudinario) e Il matrimonio segreto (che, probabilmente, per gli spettatori locali presenta un curioso mix dei due summenzionati fattori). A quanto pare, i torinesi decidono di andare all’opera essenzialmente sulla base del titolo rappresentato; ma di titoli che uniscano una grande popolarità al fatto di non essere stati allestiti a Torino da più di vent’anni (Nabucco mancava dal 1997), non se ne contano molti nel catalogo universale. Urge quindi adottare qualche strategia per fidelizzare il pubblico occasionale, risvegliando in esso il fascino per l’opera ascoltata dal vivo. Una strategia potrebbe essere quella di garantire sempre un’alta qualità esecutiva, di modo che il torinese di passaggio senta il desiderio di tornare per lo spettacolo successivo, e, magari, di acquistare un abbonamento per la prossima stagione. Non so quanti, tra gli spettatori della recita di cui si sta parlando, abbiano provato questo desiderio; e quanti non abbiano invece avuto la sensazione di assistere a una performance condotta stancamente in porto, dopo la quale ci si può rimettere le pantofole finché non compaia in cartellone, diciamo a caso, una Forza del destino (altro titolo assente da quasi un ventennio).
La componente visiva dello spettacolo, curata da Andrea Cigni, si può iscrivere alla voce “regia tradizionale”. I costumi sgargianti di Tommaso Lagattolla immergono nell’atmosfera storica della vicenda, il trucco sul volto di Abigaille la fa curiosamente assomigliare a Elisabetta I d’Inghilterra (che si sia voluta istituire una similitudine tra due virago di potere?). Le scene di Dario Gessati risultano tanto più efficaci quanto più sono spoglie ed evocative, come il quadro della prigione di Nabucco: una parete aperta da una sola fessura verticale, sufficiente a far percepire al recluso la luce del giorno e a fargli vedere la scena dello sterminio degli Ebrei che si sta apprestando, ma stretta quanto basta perché un corpo umano non riesca a varcarla. Gli orpelli, ad esempio il bislacco carro bellico sul quale il protagonista entra nel tempio di Gerusalemme, sono inutili. L’azione risulta semplice, limpida (in particolare nelle interazioni tra singoli personaggi, sempre ben delineate) e a tratti un po’ statica. Del resto, Nabucco, con la massiccia presenza di cori e di concertati, ha una spiccata dimensione oratoriale, che è meglio rispettare ove non si abbiano idee alternative forti: è stato assai più convincente il quadro del «Va’ pensiero», con le masse corali ferme e il fondale che si apre su una luce radiosa nel finale d’atto, rispetto ai tentativi di movimentare la stretta del finale I o il concertato del finale II, risoltisi senza trovare un vero accordo con i contenuti musicali.
Protagonista in scena è un Damiano Salerno (Nabucco) abile nel valorizzare quei passi in cui il re babilonese deve far trasudare la malcelata sofferenza interiore che lo assale nel momento in cui prende coscienza delle proprie fragilità senili, come il finale II e il duetto con Abigaille. Dove il cantabile dovrebbe distendersi, tuttavia, viene meno la continuità della legatura, sicché nella scena della prigione si finisce per apprezzare il recitativo e la gagliarda cabaletta più che «Dio di Giuda». Il basso Rubén Amoretti dispone di uno strumento chiaro e leggero, che risulta inadatto a esprimere la fede ferma e la salda autorevolezza che sono proprie del pontefice ebraico Zaccaria, cui Verdi affida anche il compito di pronunciare le ultime parole del dramma. Il soprano Tatiana Melnychenko ‒ subentrata a seguito del forfait di Saioa Hernández, che ha fatto slittare in primo cast Csilla Boross ‒ dispone di uno strumento importante, corposo ed esteso, ma dominato con fatica. La sua Abigaille nella I parte è alquanto imbarazzante, il suono sgraziato e l’intonazione insicura; si avverte un sensibile miglioramento nel seguito, ma più nei passi cantabili («Anch’io dischiuso un giorno», morbido e delicato) che nella coloratura drammatica, cui manca la dovuta precisione. Il mezzosoprano Agostina Smimmero è corretta quale Fenena, ma emette suoni troppo penetranti in un’aria intimistica quale «Oh dischiuso è il firmamento». Poco si può dire del tenore Robert Watson, Ismaele piuttosto incolore. Tra le seconde parti, comuni al cast principale, ha suscitato un’ottima impressione l’Anna del soprano Sarah Baratta. La direzione di Donato Renzetti si può definire di buona routine: capace di estrarre un suono gradevole dall’orchestra, di garantire un buon rilievo alle melodie verdiane e di agevolare quanto più possibile i solisti. Non pare doversi attribuire a lui troppa responsabilità per gli sfilacciamenti che si percepiscono nei concertati dei primi due finali. Gli applausi ci sono stati, per tutti; ma senza eccessi di entusiasmo, in specie alla fine delle arie, talvolta cadute nel silenzio. Lo stesso «Va’ pensiero» non è stato bissato a furor di popolo, e questo un po’ è dispiaciuto, perché il Coro del Regio è stato indubbiamente il protagonista più meritevole in campo (sì, in quest’opera lo si può tranquillamente definire protagonista). Ma, al di là di questo dettaglio, l’impressione è di aver assistito a una ripresa in tono minore di un titolo assente da 23 anni sul palcoscenico torinese. Le recite di questo febbraio saranno probabilmente ricordate per aver ospitato, in due sole date, le (forse) ultime esibizioni di Leo Nucci nel ruolo protagonistico, da lui affrontato centinaia di volte nel corso della carriera.

 

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Marseille, Opéra Municipal: “Evgenij Onegin”

gbopera - Lun, 17/02/2020 - 00:23
Marseille, opéra municipal, saison 2019 /2020 “EVGNIJ ONEGIN” (Eugène Onéguine)
Scène lyrique en 3 actes et 7 tableaux, livret de Piotr Ilitch Tchaïkovski et Constantin Chilovski d’après le roman en vers de Pouchkine Musique de Piotr Ilitch Tchaïkovski Tatiana MARIE-ADELINE HENRY Olga EMANUELA PASCU Madame Larina DORIS LAMPRECHT Filipievna CECILE GALOIS Eugène Onéguine REGIS MENGUS Lenski THOMAS BETTINGER Le Prince Gremine NICOLAS COURJAL Monsieur Triquet ERIC HUCHET Un Capitaine SEVAG TACHDJIAN Zaretski JEAN-MARIE DELPAS Un Paysan WILFRIED TISSOT Orchestre et Choeur de l’Opéra de Marseille Direction musicale Robert Tuohy Chef de Choeur Emmanuel Trenque Mise en scène Alain Garichot Décors Elsa Pavanel Costumes Claude Masson Lumières Marc Delamézière Marseille, le 11 février 2020 En ce mois de février, l’Opéra municipal de Marseille programmait “Eugène Onéguine” et nous étions impatients de voir ces Scènes lyriques, chantées en russe, et écouter la sublime musique  d’un TchaÏkovski toujours très inspiré. Loin des fresques historiques, le compositeur cherchait un sujet plus intime mais toujours en écho avec l’âme russe propice aux envolées lyriques. Le roman en vers de Pouchkine lui donnera l’envie et les impulsions créatrices pour se lancer dans ce nouvel opéra, peut-être le plus beau; non seulement pour la véracité d’un drame provoqué par des sentiments exacerbés, mais pour ses airs merveilleux qui collent aux caractères des personnages:Tatiana, jeune fille rêveuse découvre l’exaltation des premiers émois dans la rencontre d’un Onéguine blasé, méprisant, en un mot odieux, et qui trouvera la force de le rejeter bien des années plus tard alors qu’il se découvre passionnément amoureux; Olga sa soeur, joyeuse, et dont l’insouciance poussera son amoureux le poète Lenski à provoquer son ami Onéguine dans un duel qui lui sera fatal. Quoi de plus romantique comme sujet, quoi de plus approprié à la musique de Tchaïkovski ? La production qui nous est présentée n’est pas une nouveauté ; elle voyage avec le même succès depuis Nancy où elle a été créée en 1997. Alain Garichot signe ici une mise en scène superbe et qui correspond aux exigences du compositeur. Dépouillée, sans audace, mais forte et d’une réelle beauté visuelle avec une direction d’acteurs millimétrée qui n’exclut pas une sorte de modernité. Alain Garichot nous plonge dans un drame où la tension est palpable jusqu’à la dernière image, celle d’un Onéguine seul, dévasté par l’échec de sa vie. Il est aidé en cela par les lumières qui recentrent l’attention sur les personnages. Marc Delamézière est un poète subjugué par les vers de Pouchkine. Cela se voit, cela se sent. Lumières dorées d’un crépuscule, plus blanches éclairant un chant joyeux de paysannes, ou presque noires pour un bal qui pourrait resplendir de mille feux mais qui restera sombre, à l’image des pensées d’Onéguine, uniquement éclairé par une lune rousse toute ronde. C’est beau, poétique et dramatique. Elsa Pavanel signe les décors. Nous sommes chez madame Larina, mi dehors, mi dedans.De hauts arbres omniprésents qui s’envoleront dans les cintres après le duel. Une table, une méridienne, figureront la chambre de Tatiana dont le plafond sera suggéré de façon romantique par un long voile blanc, drapé, traversant la scène. La salle de bal, nue, à l’acte III donnera de l’espace aux artistes du Choeur qui esquissent quelques pas de danse un masque blanc dans la main, mobile, il laisse voir le visage ou le cache suivant les sentiments, permettant ainsi à Tatiana de dissimuler son trouble. Les costumes de Claude Masson sont beaux, somptueux même par la coupe et le choix des tissus. Les couleurs restent sobres contrastant avec le blanc ou le beige des vêtements simples portés par les paysans. Ce qui ressort de tout l’aspect scénique est une grande élégance sans ostentation porteuse d’une sorte de magie. Pour cet opéra typiquement russe, on pourrait attendre des voix slaves. Il n’en est rien. A part Emanuela Pascu d’origine roumaine, les chanteurs sont français. On pourrait peut-être regretter certaines harmoniques contenues dans les voix russes, mais dans son parti pris, Maurice Xiberras, directeur général de l’Opéra de Marseille, a su composer un plateau d’une grande homogénéité et une grande crédibilité vocale. Marie-Adeline Henry est cette Tatiana exaltée du début, bien dans son rôle, bien dans sa voix, elle a les accents de la jeune fille, une voix claire ou plus tragique, laissant passer ses diverses émotions alors qu’elle écrit à Onéguine accompagnée par le cor ou le hautbois. Phrases musicales piano, médium timbré, puissant. Peut-on lui reprocher une légère stridence dans l’aigu, au summum de l’exaltation ? Sûrement pas. Son soprano devient tragique à la fin de l’acte III alors qu’elle repousse Onéguine dans un duo/duel où elle ne cèdera pas. Superbe interprétation scénique et vocale. Belle voix aussi celle d’Emanuela Pascu, mezzo-soprano qui frise le contralto. Ligne de chant parfaite, phrasé musical aux jolies tenues piano. Scéniquement bien dans son rôle elle anime la scène tout en chantant avec Tatiana dans un duo équilibré. Une voix profonde, chaleureuse que l’on écoute avec grand plaisir. Autre voix de mezzo bien placée, celle de Doris Lamprecht qui chante madame Larina. Une prestation sans faute de justesse scénique et vocale. Toujours en place, toujours timbrée et à l’aise dans ses déplacements. Etonnante Cécile Gallois que l’on a pu entendre dans des rôles amusants. Elle est ici la nourrice Filipievna. Voix solide, sûre, au timbre chaleureux. Sobre mais présente, elle marque son rôle de son empreinte et de sa voix. Méprisant, ou plus tard passionné, mais toujours imbu de lui-même l’Onéguine de Régis Mengus. Bien dans ce rôle qu’il chante pour la première fois et bien dans sa voix au médium homogène, il assume ce personnage peu sympathique avec présence et détermination. Un peu sur son quant à soi alors qu’il répond à la lettre de Tatiana, sa voix devient plus incisive dans l’ironie. Mais c’est à l’acte III, alors qu’il expose ses doutes et dans toute la fureur de sa passion, sous les lettres qui volent, les siennes, celles de Tatiana, que la voix donne toute sa dimension en puissance mais avec une belle sincérité vocale qui semble la libérer. Une prise de rôle qui laisse augurer de superbes Onéguine tant l’implication lui va bien. Remarquable aussi de sincérité, de musicalité et de beauté vocale, le Lenski de Thomas Bettinger. Une allure de poète, une voix jeune et claire mais surtout une musicalité et une compréhension parfaite du rôle et de la musique romantique de Tchaïkovski. Amoureux, coléreux, révolté mais sans concession, sa voix prend tous les accents de ses états d’âme. Mais, c’est dan son air “Kuda, kuda !” d’une sincérité à tirer les larmes que sa musicalité prend toute sa mesure dans des nuances sensibles, des aigus rayonnants ou en demi-teinte, accompagné par le cor ou la clarinette. Poignant de sincérité Thomas Bettinger est dans cette prise de rôle un magnifique Lenski. Nous retrouvons ici un Nicolas Courjal transcendé par l’amour. Il faut dire que l’air du prince Gremine -son seul air d’ailleurs- est une pure merveille d’écriture, d’intension et de sensibilité. Nicolas Courjal utilise sa voix de basse sans forcer et trouve des trésors de tendresse dans le phrasé, soutenu par une clarinette nostalgique. Cet air, un des plus beaux écrits pour cette voix est ici remarquablement interprété avec des graves tenus et jamais appuyés. Très beau ! Les seconds rôles sont aussi remarqués. Le monsieur Triquet de Eric Huchet, chanté avec une voix de ténor mélodieuse et dans une élégance toute française, le bayton-basse Sévag Tachdjian, pour un Capitaine convaincant, Jean-Marie Delpas pour un Zarestki assuré scéniquement et vocalement ou la voix d’un paysan de Wilfried Tissot venue des coulisses.Admirable, le Choeur de l’Opéra de Marseille toujours très bien préparé par Emmanuel Trenque. Dansant, chantant en russe avec des voix généreuses aux accents slaves. Joyeux, a capella ou avec puissance mais toujours avec fluidité. Un choeur qui nous transporte immédiatement dans la campagne russe ou dans les salons mondains avec une compréhension scénique et musicale naturelle et évidente. Un grand bravo ! On aurait peut-être aimé un peu plus d’énergie dans la direction du chef d’orchestre Roberto Tuohy, mais la musique de Tchaïkovski s’imposant d’elle même le maestro réussit avec plus de passion à faire ressortir chaque thème ou chaque intention dramatique. Trouvant les couleurs et les envolées, l’Orchestre nous livre de belles phrases lyriques ou des rythmes plus marqués. Les instruments solistes dialoguent ou soutiennent les chanteurs en contrepoint dans de belles nuances. Une représentation réussie dont le charme et la beauté garderont longtemps des résonances particulières. Photo Christian Dresse
 
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Rovereto, Progetto Opera 2020: Audizioni per il “Don Giovanni” di W.A.Mozart

gbopera - Dom, 16/02/2020 - 21:42
Mail di riferimento per info è: euritmus@gmail.com Sito di riferimento per le audizioni è: http://www.progetto-opera.it Telefono per informazioni è: 347 9180902 (orario di chiamata: 10.00 – 13.00 lun – gio). In allegato il bando per le audizioni Allegati
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Jaromír Weinberger (1896 – 1967): “Wallenstein” (1937)

gbopera - Dom, 16/02/2020 - 20:00

Tragedia musicale in sei scene di Jaromír Weinberger  su libretto di Miloš Kareš tratto dal poema drammatico di Schiller (versione tedesca di Max Brod). Roman Trekel (Wallenstein), Martina Welschenbach (Thekla), Ralf Lukas (Octavio Piccolomini), Daniel Kirch (Max Piccolomini), Dagmar Schellenberger (Gräfin Terzky), Roman Sadnik (Graf Terzky),  Edwing Tenias  (Illo), Georg Lehner (Butler),  Benno Schollum (Wrangel / Wachtmeister), Dietmar Kerschbaum (Graf Questenberg / Schwedischer Hauptmann / Seni / 2. Kürassier), Oliver Ringelhahn (Gordon / 1. Kürassier / Soldat), Nina Berten  (Marketenderin),  Claudia Goebl (Ein junges Mädchen), Johannes Schwendinger (Jäger / Bedienter). ORF Radio-Symphonieorchester Wien.  Cornelius Meister (direttore). Registrazione live: Wiener Konzerthaus, 16 giugno 2012. T. Time: 130′ 33″ 2 CD CPO 777 963-2

Nato a Praga l’8 gennaio 1896, Jaromír Weinberger, autentico bambino prodigio, mostrò sin dalla più tenera età le sue doti musicali, tanto che, all’età di 10 anni, diresse in pubblico un coro di voci bianche in un arrangiamento di una delle sue canzoni. Dopo aver studiato al Conservatorio di Praga composizione con Vítězslav Novák e pianoforte con Karel Hoffmeister ed essersi perfezionato, a Lipsia, con Max Reger le cui lezioni egli seguì solo per due anni, dal 1915 al 1916, a causa della morte del suo insegnante, Weinberger, ritornato a Praga, lavorò, come compositore, pianista e direttore d’orchestra senza riuscire ad avere stabili introiti. Nel 1922 emigrò negli Stati Uniti, dove, pur avendo ottenuto una cattedra di teoria e composizione al Conservatorio di Ithaca nello Stato di New York, non riuscì ad integrarsi a causa anche delle difficoltà linguistiche e dopo solo un anno ritornò in Cecoslovacchia dove compose la sua prima opera, Švanda dudák (Svanda il pifferaio) che, dopo aver ricevuto un’accoglienza piuttosto fredda da parte della critica a Praga, rivista dall’autore e rappresentata in una versione tedesca realizzata da Max Brod, arrivò a contare circa 2000 rappresentazioni in tre anni. Sembrava che per Jaromír Weinberger incominciassero ad aprirsi le porte del successo, ma l’ascesa al potere del nazismo costrinse il compositore ebreo e la sua famiglia a fuggire prima in Francia e, poi, negli Stati Uniti dove sarebbe morto nel 1967 per un’overdose di barbiturici che egli assumeva per curare una stato depressivo di cui era affetto. Prima di emigrare definitivamente negli Stati Uniti, Weinberger aveva composto Wallenstein, opera in sei scene su libretto di Miloš Kareš che venne rappresentata a Vienna in una versione in tedesco approntata sempre da Max Brod il 18 novembre 1937. Protagonista dell’opera è Wallenstein, comandante delle truppe dell’Imperatore Ferdinando II durante la guerra dei Tent’anni, che, accusato di tradimento e di aver trattato con i nemici Svedesi, venne ucciso da una congiura di ufficiali capeggiata dal suo luogotenente Octavio Piccolomini; all’interno di questa trama di natura politica e militare si ristaglia uno spazio la storia dell’amore impossibile tra Max Piccolomini, figlio di Octavio, e Thekla, figlia di Wallenstein, che alla fine muore di dolore.
Nella vicenda di Wallenstein non mancano alcuni richiami allegorici alla situazione politica contemporanea dal momento che sembra evidente il parallelismo tra Ferdinando II e Hitler che coltivava le sue mire espansionistiche sull’Austria, il cui cancelliere Engelbert Dollfuss era stato assassinato da una congiura nazista, come, del resto, Wallenstein da una congiura di suoi ufficiali.
Musicalmente l’opera è estremamente interessante dal momento che a passi caratterizzati da una scrittura marziale, a volte, orecchiabile come nel coro Helm auf dem Kopfe della scena iniziale, si accompagnano altri ai confini dell’atonalità ad altri lirici, come il bel duetto della terza scena tra Max e Thekla, realizzato inizialmente con una scrittura di carattere intimistico nella parte orchestrale quasi cameristica con episodi solistici.
Di recente i lavori di Weimberger, a partire da Švanda dudák, ripreso a Palermo qualche anno fa, stanno destando un certo interesse di cui è testimonianza anche quest’incisione di Wallenstein, risalente a una registrazione dal vivo presso la Konzerthaus di Vienna nel 2012 e pubblicata di recente dall’etichetta CPO, che si segnala per l’ottima qualità dell’esecuzione. Cornelius Meister, alla guida dell’Orchestra Sinfonica della Radio di Vienna, si conferma uno specialista di questo repertorio. La sua concertazione si impone, infatti, per un’ottima scelta dei tempi e delle sonorità e per una particolare attenzione ai colori della partitura all’interno della quale ci sono anche momenti solistici ben delineati dalla sua attenta bacchetta. Dotato di una voce possente dal timbro scuro, Roman Trekel è un Wallenstein particolarmente convincente anche perché del suo personaggio rende bene le zone d’ombra. Tra i momenti più significativi della sua performance si segnala il monologo Wär’s möglich? (È possibile?). Un fraseggio e un intonazione curati caratterizzano la prova di Martina Welschenbach, che, grazie a una voce dal timbro affascinante, è una Thekla  partecipe soprattutto nei momenti lirici. Al suo fianco Daniel Kirch, alle prese con una parte non semplice che sollecita spesso il settore acuto, è un Max Piccolomini dal possente mezzo vocale che, comunque, si mostra corretto nel fraseggio e nell’intonazione, come, del resto, Ralf Lukas, al quale è affidato il compito ingrato di sostenere una parte poco coinvolgente come quella di Octavio Piccolomini. In ruolo tutti gli altri comprimari: Dagmar Schellenberger (Gräfin Terzky), Roman Sadnik (Graf Terzky),  Edwing Tenias  (Illo), Georg Lehner (Butler),  Benno Schollum (Wrangel / Wachtmeister),  Dietmar Kerschbaum (Graf Questenberg / Schwedischer Hauptmann / Seni / 2. Kürassier), Oliver Ringelhahn (Gordon / 1. Kürassier / Soldat), Nina Berten  (Marketenderin),  Claudia Goebl (Ein junges Mädchen), Johannes Schwendinger (Jäger / Bedienter) e ottima la prova del coro.

Categorie: Musica corale

Novara, Teatro C. Coccia: “Donna di veleni”

gbopera - Dom, 16/02/2020 - 14:01

Novara, Teatro C. Coccia, stagione 2019/20
“DONNA DI VELENI”
Opera in un atto su libretto di Emilio Jona
Musica di Marco Podda
Maria JÚLIA FARRÉS-LLONGUERAS
Ruggero DANILO FORMAGGIA
Donna dei veleni PAOLETTA MARROCU
Amante MATTEO MEZZARO
Paesani, giovani, ragazzi SOLISTI DELL’ACCADEMIA AMO DEL TEATRO COCCIA
Orchestra Dèdalo Ensemble
Direttore Vittorio Parisi
Coro San Gregorio Magno
Maestro del coro Mauro Rolfi
Coro di voci bianche del teatro Coccia
Direttore Paolo Beretta e Alberto Veggiotti
Regia Alberto Jona
Scene Alice Delorenzi
Immaginario visivo Cora de Maria e Jenaro Meléndrez Chas
Sagome originali Coro de Maria
Prima esecuzione assoluta
Produzione Fondazione Teatro Coccia e Controluce Teatro d’Ombre
Novara, 14 febbraio 2020
La vita musicale nella provincia italiana gode di uno stato di salute più che apprezzabile e spesso mostra un coraggio che i grandi teatri non hanno. Il Teatro Coccia di Novara si sta creando un proprio interessante spazio. Dopo la ripresa della “Cendrillon” di Pauline Viardot la stagione lirica riprende con “Donna di veleni”, opera originale appositamente commissionata dal teatro novarese, che conferma la sua attenzione per la scena contemporanea italiana già riscontrata nelle scorse stagioni.
Il nuovo lavoro firmato da Marco Podda per la musica e da Emilio Jona per il libretto è d’impianto tradizionale. La vicenda è sostanzialmente senza tempo; il libretto dello scrittore piemontese ci porta in un mondo arcaico e violento in cui il dramma “verista” del matrimonio imposto alla giovane orfana Maria dal ricco possidente Ruggero, oltre ad essere causa di laceranti frustrazioni, s’incontra con la sfera magica della Donna di Veleni, strega e sciamana, portatrice di conoscenze arcane e misteriose. Una vicenda che si muove sul confine tra realtà e simbolismo, con suggestioni che richiamano l’estrema produzione pirandelliana – quella de “La favola del figlio cambiato” e de “I giganti della montagna”- così come quell’immaginario magico mediterraneo così presente nella cultura popolare sud-italiana come ricostruita dagli studi di De Martino e della sua scuola.
Anche la musica di Podda affonda le radici in una cultura musicale novecentesca. Il linguaggio è sostanzialmente tonale e la scrittura melodica nasce dalla prosodia del testo e si sviluppa dalle parole spesso autonomamente dalla struttura armonica sottostante. È evidente come per Podda sia la parola con le sue componenti fonetiche e prosodiche il generatore primo della scrittura musicale palesando un’attenta conoscenza della lezione di Bartók e Janáček. L’organico orchestrale ridotto suona con taglio decisamente sinfonico, con sonorità ricche e pastose. La costruzione delle impegnative linee  vocali poggia sia su ragioni espressive che prettamente melodiche.
L’ascolto è piacevole anche se può, alla lunga, risultare poco vario. Sono di maggior impatto teatrale e musicale le situazioni dove a prevalere è la sfera magica e rituale dominata dalla Donna di Veleni. In particolare il finale con l’invocazione alla Grande Madre, intenso e poetico costituisce il momento migliore dell’opera, mentre più statici risultano quelli dove a prevalere sono i rapporti psicologici tra Maria e Ruggero, troppo cristallizzati nelle rispettive psicosi e incapaci di evolversi nel corso dell’opera.
Ottima la prova del Dèdalo Ensemble sotto la guida di Vittorio Parisi. Il complesso bresciano specializzato nell’esecuzione di musiche dal Novecento alla nostra contemporaneità fornisce un suono denso e corposo pienamente in linea con le richieste della partitura. L’orchestra valorizza la preziosità di certe soluzioni timbriche così come la capacità atmosferica di questa musica. I cantanti sono ben sostenuti, cosa non secondaria vista la complessità delle linee vocali. Podda affida al coro il ruolo di creare l’atmosfera magica e arcana di molte pagine con interventi di tipo strofico tra il canto popolare e il rituale magico. Il Coro San Gregorio Magno si impegna a fondo dando una prestazione nell’insieme convincente anche se nel complesso sembra emergere maggiormente la componente femminile.
Pensato per un’autentica cantante attrice il ruolo della protagonista non potrebbe trovare interprete migliore di Paoletta Marrocu. La Donna di veleni è una figura ambigua: bollata come strega dalla società, è piuttosto una sacerdotessa sciamanica, la portavoce di una sapienza ancestrale femminile e pagana legata a un privilegiato rapporto con la Grande Madre mediterranea contrapposto a un mondo prevaricante maschile e cristiano. Il suo canto è essenzialmente declamatorio anche se si arricchisce di melismi arcaicizzanti. La voce della Marrocu imponente per volume, omogenità e sicurezza impressionanti. Oltre che cantante ragguardevole la Marrocu è però soprattutto un’interprete raffinata. La chiarezza della dizione e l’autorità dell’accento esaltano l’autorevolezza della figura completata dalle qualità di attrice e dalla forza di una presenza scenica austera e arcana. Al suo fianco Júlia Farrés-Llongueras è una Maria di taglio lirico il cui timbro più chiaro crea un efficace contrasto con la fonda drammaticità della Marrocu. La voce ha una bella presenza e una buona sicurezza che la fa emergere sul tessuto orchestrale. L’accento è al calor bianco e, se si riscontra una certa ripetitività nell’estremismo parossistico dell’espressione, questa è da attribuire alla natura del personaggio.
Qualche difficoltà in più si riscontra negli interpreti maschili.  Danilo Formaggia ha nel corso degli anni sviluppato una vocalità robusta e di propensione drammatica; la scrittura è però scomoda e in più punti si nota una necessità di patteggiare con le difficoltà vocali. Riesce comunque ad uscirne positivamente nonostante qualche forzatura in zona acuta dove il controllo della voce non è sempre ottimale. Il timbro è godibile anche se non troppo personale e si nota un notevole impegno sul versante espressivo.
Matteo Mezzaro (Amante) comincia con non poche difficoltà ma va riprendendosi durante la recita e la voce appare decisamente più centrata nel finale. La parte è drammaturgicamente di poco peso con il suo comparire in scena in modo estemporaneo senza mai interagire autenticamente con la vicenda. Bravi i ragazzi dell’Accademia del Teatro Coccia negli interventi dei popolani durante le scene corali (ed è un peccato che i loro nomi non vengano citati in locandina).
Merito non secondario della riuscita complessiva spetta all’allestimento scenico. Alberto Jona realizza una regia essenziale e suggestiva con pochi elementi scenici, suggestivi giochi di luci e ombre cinesi ad evocare presenze reali o immaginarie.  Il palcoscenico si apre su un grande letto a baldacchino affiancato da due pannelli decorati con dettagli del “Trionfo della morte” di Palazzo Abatellis a Palermo che nel corso della scena lasciano il posto a proiezioni e giochi di ombre cinesi – molto suggestivi – che riflettono lo stato d’animo dei protagonisti. Dopo la spoglia scena d’esterni si giunge alla casa della Donna di veleni costituita da una struttura ciclopica, quasi un edificio nuragico, ricoperta di simboli esoterici. Nell’ultima scena il grande spazio aperto dell’altare dove celebra la Donna vede il fondale aprirsi su un mondo altro balenante di luci arcane, una grotta o un ventre della Dea, porto sicuro dove infine verrà condotta Maria bisognosa di pace e redenzione. Costumi di un Novecento indefinito tendente all’atemporalità. Buona presenza di pubblico e successo per l’opera e tutti gli interpreti.

Categorie: Musica corale

Verona, Teatro Camploy: “Nudità” di Virgilio Sieni

gbopera - Ven, 14/02/2020 - 22:13

Verona, Teatro Camploy, l’Altro Teatro, XVI ed., sezione danza, 2020  C
“NUDITÀ”
di e con Mimmo Cuticchio e Virgilio Sieni
Compagnia Virgilio Sieni
Luci Marco Cassini
Verona, 7 febbraio 2020
Più che una coreografia, Nudità è una performance; e più che un’allusione a un poema epico, sebbene alla fine compaia il pupo paladino Orlando, è un colto riferimento al racconto di formazione in cui l’uomo impara a camminare e a prendere una strada nella vita. Quanto detto potrebbe sembrare irriverente al cospetto di un intento così nobile e anticamente conosciuto, quello che delinea l’essere umano come qualcosa di fragile e insicuro, perché costantemente sottoposto a prove di sopravvivenza civile.
In questo spettacolo Sieni va al di là della danza contemporanea e rompe la coreografia a beneficio del processo narrativo, qui assistito da una colonna sonora da film drammatico: un breve estratto del “Love theme” di Angelo Badalamenti (da “Mulholland Drive” di D. Lynch). Il ritornello cucito sulle figure di Virgilio Sieni e Mimmo Cuticchio, prima con toni cupi e sommessi, poi alti e drammatici, dona un’atmosfera sospesa, carica di aspettative. Conoscendo molto bene Lynch e tutta la sua produzione artistica, dai film all’arte pittorica, avrebbe forse potuto rendere meglio un estratto da “Lost Highway”, considerata la strada tracciata sul palco. Proprio una strada, delimitata da due bande bianche, è quella che ospita le acrobazie, i gesti e le toccate del pupo, manovrato da Mimmo e le sue imitazioni ad opera di Virgilio; tutti e tre sul palco molto ben affiatati e coesi. Impossibile non avvertire la potenza scenica di Sieni, ultimamente sempre più performer (Solo Goldberg variazioni), ovvero garanzia di successo di pubblico e di critica. Infatti, la nudità non è solo riferita alla messa in evidenza delle parti e degli snodi semoventi del pupo (che non è una marionetta, né un burattino), ma anche alla purezza del gesto di Sieni, costantemente al centro del racconto. Perché Virgilio Sieni è nume dell’estetica, prima che della poetica, nonché maestro della danza terapia, per il coinvolgimento di gente comune nelle sue coreografie e per quel suo modo di usare il gesto ai fini di un’indagine introspettiva. Paradossalmente potremmo dire che in Nudità, il coreografo fiorentino, è a suo agio nelle vesti del pupo (che ha la sua fisionomia), e sembra stare alla sperimentazione informale come Manganelli (che lui cita) sta alla neoavanguardia. Sto gioco continuo e ricorsivo, dettato dall’urgenza di abitare il mondo; che procede ininterrotto dal prologo al bel epilogo (con Cuticchio che urla la sorte del paladino Orlando in dialetto siciliano), fatto di adiacenza, tangenza, vicinanza e tattilità, è molto affascinante e seduttivo.
Nudità è un tributo all’arte scenica tanto da meritare nientemeno che il sostegno del Mibac, sia perché Mimmo Cuticchio, puparo cantastorie, è continuatore di un’arte riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio orale e immateriale dell’umanità, sia perché Sieni è cavaliere dell’ordine delle arti e delle lettere per il Ministero della cultura francese.

Categorie: Musica corale

Novara, Teatro Coccia: “Donna di veleni” – intervista al compositore Marco Podda e al regista Alberto Jona

gbopera - Ven, 14/02/2020 - 07:57

La condizione di oggettiva disabitudine dei teatri italiani all’opera contemporanea è cosa nota su cui non è necessario tornare. È per questo ancora più interessante la scommessa che il Teatro Coccia di Novara sta facendo in questi giorni, portando in scena un’opera appositamente commissionata dal Teatro al Maestro Marco Podda e per la regia di Alberto Jona, dal titolo “Donna di Veleni”. Abbiamo avuto l’occasione di intrattenere una breve quanto piacevole conversazione con entrambi.
Maestro Podda, com’è nata “Donna di Veleni”?
Componevo le musiche per il centenario del Teatro Greco di Siracusa, sono venuto a conoscenza della storia di alcune maghe avvelenatrici siciliane, e ne ho trascritto un soggetto. Quando in un secondo momento a Catania ho incontrato il Direttore Artistico del Coccia e mi ha chiesto se avessi un’idea per un’opera inedita, io gli ho proposto questo soggetto e gli è piaciuto subito. Ho contattato Emilio Jona [il librettista, ndr] tramite sua nipote, che casualmente era una mia allieva: Emilio ha trasformato poeticamente il mio soggetto, dandogli una seconda vita; quando poi è tornato a me per la composizione della partitura, ho dovuto modificarlo ancora, per dargli una terza vita, che è grossomodo quella che portiamo in scena in questi giorni.
La vicenda di “Donna di Veleni” è tutto sommato semplice (un triangolo amoroso, con un twist sovrannaturale dato dalla presenza della protagonista), la durata è contenuta, ma le parti musicali sono tante, soprattutto quelle corali. Che funzione hanno tutti questi cori?
Io amo moltissimo il teatro greco, e per me il coro è un personaggio vero e proprio. Tuttavia qui ho voluto inserire, oltre a un coro scenico, anche un coro orchestrale, che sia un vero strumento musicale, e in più un gruppo di otto solisti che incarnano lo sguardo esterno alla vicenda dei protagonisti, come in un film dove si fa la carrellata su coloro che assistono a un avvenimento.
Si riferisce spesso al cinema parlando della sua musica…
Certo! Il cinema è la vera arte del nostro tempo. Abbiamo il dovere di non ignorarne le potenzialità comunicative, anche nella musica! So bene che i puristi della disgregazione subparcellare ritmica e armonica troveranno quest’opera banale, come coloro che cercano solo un impianto tonale la troveranno distorta. Invece la sfida sta proprio nell’unire le dinamiche narrative e comunicative delle soundtrack con l’operismo contemporaneo, per creare suoni nei quali l’ascoltatore si possa riconoscere.
Riportare dinamiche “filmiche” nel musica d’opera (come l’uso di cori orchestrali, e la frammentazione dei punti di vista musicali) è quindi la sua personale forma di sperimentazione?
Sì. Oggi l’avanguardia non può più nutrirsi di intellettualismi avulsi dalla vera contemporaneità: la costante ricerca di emozione e la creazione di empatia con l’ascoltatore si raggiungono, nella musica “leggera”, con l’uso dell’elettronica, ma possono essere ancora benissimo ottenute anche con l’orchestra. La musica da film racconta, accompagna lo spettatore, ne evidenzia le reazioni. Tutte cose che nell’opera sembrano rétro, ma che in effetti si sono perse lungo il XX secolo. Io tento di riproporle non in senso archeologico, ma di farle rinascere alla luce del nostro presente.
Oltre al cinema, anche il teatro di prosa ha un posto di rilievo nella sua vita.
La più importante, senz’altro. Per me non esiste differenza tra musica per il teatro e teatro musicale, se non che il primo è parlato e il secondo è cantato. Ma così come dal primo non può essere eliminata la dimensione musicale (e per questo ho spesso lavorato con registi che chiedevano grandi performance vocali ai propri attori, anche a rischio di aspre critiche), anche nell’opera non dovrebbe essere “proibita” la parola. Io amo lavorare nella prosa perché ha meno paura di una sperimentazione finalizzata alla comunicazione col pubblico. Sono felice che, invece, il Teatro Coccia abbia deciso di fare una scelta più rischiosa, rispetto ad altri teatri d’opera che avevo contattato, accettando “Donna di Veleni”. D’atronde, le prime parole di “Donna di Veleni” sono parlate, e ho voluto che fossero così, per ricordarmi da dove vengo e cosa amo.
Maestro Jona, per la regia di “Donna di Veleni” ha avuto l’opportunità non frequente di potersi confrontare sia col compositore sia col librettista, suo padre. Com’è andata?
Mi sento molto fortunato per questa opportunità, che, inevitabilmente, se si lavora su Verdi o Bellini non si può avere. Mi sono confrontato sulla drammaturgia, anche criticamente, con mio padre: ho dovuto prima comprendere a fondo quale fosse la sua idea, per poter poi costruire la mia. Lui ad esempio ha inserito la vicenda in un contesto storico molto preciso, la Sicilia del XVII secolo, con un’idea naturalista dell’impianto drammaturgico. Per me, invece, la storia di “Donna di Veleni” è assoluta, e per questo ho deciso di tendere a una regia astratta, simbolica. Per i pochi riferimenti storici presenti, come ad esempio i costumi, si è pensato a un avvicinamento alla nostra sensibilità, portandoli alla fine degli Anni Cinquanta: un periodo le cui dinamiche forse sappiamo intendere meglio rispetto al Barocco.
La più eclatante cifra stilistica di questa regia è l’utilizzo del teatro d’ombre. Com’è nata questa idea e come si sviluppa?
Venticinque anni fa ho fondato con Jenaro Meléndrez Chas e Corallina De Maria la Compagnia Controluce, che si occupa proprio di teatro d’ombre, e considerato che venivamo dalle arti figurative e dalla musica, ci è sempre parsa la cosa più naturale unire questi due aspetti. Tanto più che l’ombra, come la musica, è effimera, entrambi sono inafferrabili, si perdono; ed entrambi sanno raccontare, su livelli diversi. Non è sempre detto che tutto vada raccontato con l’ombra, altrimenti si banalizzerebbe la sua funzione. L’ombra è l’inconscio, la paura, i ricordi: quando un’opera si apre a questi aspetti, allora noi tentiamo di creare questo connubio artistico. Ci piacerebbe contribuire alla creazione di una Gesamtkunstwerk, l’opera d’arte totale, stabilendo un secondo livello di lettura. Tuttavia è importante usare le ombre con parsimonia, per non soffocare la dimensione scenica e musicale; oppure, al contrario, si può decidere di usare solo le ombre, come abbiamo fatto qualche anno fa in un “Dido and Aeneas” di Purcell, nel quale il cast rimaneva esterno alla scena. È un equilibrio affascinante, ma occorre saperlo calibrare bene: in “Donna di Veleni” ci sono solo quattro momenti in cui l’ombra interviene, ma sono momenti densi di significato.
Il teatro d’ombra potrebbe essere anche una sorta di “risposta” all’abuso di proiezioni che a volte si vede sulle scene odierne…?
Potrebbe, perché no? L’ombra è diversa dalla proiezione perché è antica, in lei giace una tradizione anche artigianale, perché l’ombra si deve fare fisicamente, non è automatica.
Infine, con che spirito, secondo lei, lo spettatore dovrebbe avvicinarsi a “Donna di Veleni”?
Il teatro è un altrove, un’altra possibilità del reale, e a me piace perdermi dentro alla scena. Lo spettatore dovrebbe lasciarsi ugualmente portar via, anche perché la vicenda, i valori dell’opera di Podda, non sono rigidi: anche il “cattivo” Ruggero, cattivo non è davvero. È un violento, incarna una mascolinità esecrabile, ma ha un vissuto, un carattere multisfaccettato; così la “vittima” Maria, in realtà, ha una grande capacità di trasformazione. Questi sono i caratteri del grande teatro, personaggi profondi in grado di coinvolgere lo spettatore. Anche Azucena o Medea sono delle infanticide, ma cosa le porta a quel gesto irreparabile? Questo è lo spirito con cui avvicinarsi e lasciarsi rapire dalla “Donna di Veleni”. Foto Finotti

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Arena di Verona 98° Opera Festival 2020: presentati i cast della prossima stagione

gbopera - Gio, 13/02/2020 - 18:28

L’Arena di Verona Opera Festival  per l’edizione 2020 il Festival Lirico sfida se stesso alzando ancora il valore artistico, la varietà, la creatività e la fama partendo proprio dalle voci, cuore pulsante di ogni produzione e di ogni serata, per dare ad ogni singola serata il sapore di una première. La straordinaria macchina produttiva di Fondazione Arena si è messa in moto ed il cast rispecchia il principio fondante di una stagione che, non avendo abbonati, deve quindi necessariamente considerare ogni singola recita come un evento unico, garantendo al proprio pubblico le migliori voci dalla prima all’ultima serata, senza distinzione alcuna, con direttori di consolidata esperienza e allestimenti di grande impatto visivo, alternando la grande tradizione storica areniana ad innovazioni sapientemente calibrate, prima fra tutte quest’anno, la regia del pluripremiato regista internazionale Gabriele Muccino al suo debutto nel teatro d’opera con Cavalleria rusticana e Pagliacci, quindi il debutto sul podio areniano del trentenne venezuelano Diego Matheuz, già affermato a livello mondiale. Oltre a questo esordio, tornano grandi direttori d’orchestra apprezzati nelle precedenti edizioni del Festival, forti dell’esperienza instaurata con i complessi areniani: Daniel Oren, che più di ogni altro ha creato una straordinaria empatia con l’Arena tanto da confermarsi anche per la stagione 2020 Direttore Musicale del Festival, Francesco Ivan Ciampa, maestro dalla carriera in continua ascesa, e ancora Plácido Domingo, eccezionalmente per una sera sul podio per Aida, Jordi Bernàcer, Marco Armiliato, Ezio Bosso e il veronese Andrea Battistoni.Ma sono le voci il cuore pulsante del teatro d’opera, voci in grado di convincere per la loro consolidata presenza nei più prestigiosi teatri, voci in grado di creare un dialogo intimo e toccante con ciascuno spettatore. Dunque l’imperdibile recita di Cavalleria e Pagliacci dell’8 agosto con la coppia d’arte e di vita formata dal tenore Roberto Alagna e dal soprano Aleksandra Kurzak, per la prima volta protagonista di entrambi i ruoli femminili del dittico, cosa di per sé rarissima.
In allegato trovate i titoli e i relativi cast!

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Al Teatro Coccia di Novara in scena l’opera contemporanea “Donna di Veleni” di Marco Podda

gbopera - Mer, 12/02/2020 - 12:21

Riparte la stagione lirica del Teatro Coccia con un titolo contemporaneo. Il teatro novarese intensifica il suo interesse e la sua attenzione verso opere inedite e compositori contemporanei, investendo così di fatto sul futuro della lirica italiana, Venerdì 14 e domenica 16 febbraio prima esecuzione assoluta di Donna Di Veleni, opera composta da Marco Podda su libretto di Emilio Jona. Direttore Vittorio Parisi, regia di Alberto Jona. Una storia che affonda le sue radici nel mondo popolare e nella Sicilia barocca. Un triangolo amoroso su cui domina una imponente figura femminile, sorta di grande madre e Acabadora, che guida i destini di vita, amore e morte. Un libretto lirico poetico che prende spunto a sua volta da antichi strabotti e ottave popolari. Infine il teatro d’ombre che racconta il mondo ora oscuro ora onirico che regge il meccanismo dell’opera.
L’Immaginario visivo è a cura Cora De Maria (autore anche delle sagome originali) e Jenaro Meléndrez Chas, le scene sono firmate da Alice Delorenzi. Nel ruolo di Maria il soprano Júlia Farrés-Llongueras, Ruggero è il tenore Danilo Formaggia, la Donna di Veleni è interpretata dal soprano Paoletta Marrocu, l’Amante è il tenore Matteo Mezzaro. Paesani, giovani, ragazzi sono i solisti dell’Accademia AMO del Teatro Coccia, che tornano a calcare il teatro novarese e portare mettere in pratica le nozioni acquisite in corso di Accademia. Ombristi Elena Campanella Alice De Bacco Samuel Maverick Zucchiati. Il coro è il San Gregorio Magno di Trecate, maestro Mauro Rolfi, in scena anche il Coro delle Voci Bianche del Teatro Coccia, maestri del coro Paolo Beretta e Alberto Veggiotti.
In allegato note e notizie sull’opera

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“Il flauto magico” al Teatro Real di Madrid

gbopera - Mer, 12/02/2020 - 10:10

Teatro Real de Madrid, Temporada 2019-2020
“DIE ZAUBERFLÖTE”
Singspiel in due atti su libretto di Emanuel Schikaneder
Musica Wolfgang Amadeus Mozart
Sarastro ANDREA MASTRONI
Tamino STANISLAS DE BARBEYRAC
La regina della Notte ALEKSANDRA OLCZYK
Pamina OLGA PERETYATKO
Tre dame ELENA COPONS, GEMMA COMA-ALABERT, MARIE-LUISE DREßEN
Papagena RUTH ROSIQUE
Papageno ANDREAS WOLF
Monostatos MIKELDI ATXALANDABASO
Tre fanciulli CATARINA PELÁEZ, CELIA MARTOS, PATRICIA GINÉS (Pequeños Cantores de la JORCAM)
Due armati ANTONIO LOZANO, FELIPE BOU
Orquesta y Coro Titulares del Teatro Real
Direttore Ivor Bolton
Maestro del Coro Andrés Máspero
Maestra dei Pequeños Cantores de la JORCAM Ana González
Regia Suzanne Andrade, Barrie Kosky
Ideazione 1927 (Suzanne Andrade & Paul Barritt), Barrie Kosky
Animazione Paul Barritt
Scene e costumi Esther Bialas
Luci Diego Leetz
Produzione Komische Oper Berlin
Madrid, 7 febbraio 2020

Come il Singspiel prevedeva l’unione di due generi teatrali all’interno della stessa rappresentazione, il teatro recitato e quello cantato, così i registi Suzanne Andrade, Paul Barritt e Barrie Kosky hanno inteso unire il cinema d’animazione e le strutture visive dell’opera per dare forma a un originalissimo Flauto magico, originariamente prodotto per la Komische Oper di Berlin nel 2012. Il parallelismo strutturale con il Singspiel, evocato dagli stessi artisti, in realtà è piuttosto riduttivo, perché lo spettacolo del collettivo londinese 1927 produce un’omogeneità visiva che elimina qualsivoglia alternanza di forme teatrali: i dialoghi parlati sono sostituiti dalla proiezione delle parole, mentre i cantanti si impegnano in esercizi di mimo e pantomimo; sullo sfondo sonoro, un pianoforte (ma di poche pretese) accompagna lo scorrere dell’azione con musiche mozartiane più o meno interpolate, proprio come in ogni cinema degli anni Venti una pianola offriva un tappeto sonoro al fluire dei fotogrammi. Tuttavia, non è il caso di parlare di un Mozart tecnologico o post-moderno; al contrario, l’estetica privilegiata è quella del cartone animato d’antan o del film di Murnau, Wiene e Lang: un ritorno agli anni Venti, ma senza le inquietudini per quanto sarebbe accaduto di lì a poco in Europa. Non si tratta di una produzione recente, ma il Teatro Real ha visto giusto nel rimetterla in scena a Madrid, dove sta riscuotendo notevole successo e unanime consenso (con ben tredici recite a carico di due distinte compagnie vocali); in effetti, la qualità musicale dello spettacolo è molto alta, perché riunisce un gruppo di cantanti preparatissimi, guidato da un eccellente concertatore. Ivor Bolton trae dall’Orquesta Titular del Teatro Real un suono immediato e diretto, non troppo rifinito; da specialista mozartiano, il direttore persegue infatti un Mozart genuino, artigianale, spontaneo, certamente molto apprezzabile, sebbene a volte si percepisca come un’eccessiva facilità, o si provi la sensazione di aver perduto qualche particolare. La voce più educata, risonante di armonici e pastosa è quella del baritono tedesco Andreas Wolf nel ruolo di Papageno, con le cui musicalità e doti attoriali il pubblico entra immediatamente in sintonia. Garbata, con timbro capace di scaldarsi di emozione, è la voce del tenore francese Stanislas de Barbeyrac, il cui porgere diventa poco a poco sempre più convincente nel corso della recita; alcune inflessioni baritonali aiutano a caratterizzare il suo Tamino come personaggio in crescita verso l’età adulta. Il giovane soprano polacco Aleksandra Olczyc è una specialista della parte della Regina della Notte, e in effetti la esegue benissimo: affronta con prudenza la prima aria, per risparmiare tutte le forze in vista della seconda, nella quale sgrana alla perfezione tutte le note di coloratura e le puntature acute (sfortunatamente, data la conformazione della produzione, la si ascolta esclusivamente nei pochi minuti delle due arie, e per di più le si vede soltanto la testa, giacché il resto del corpo è proiezione di un gigantesco ragno che perseguita Tamino e Pamina). Molto buono Andrea Mastroni, un basso italiano che molto spesso è impegnato nelle produzioni del Teatro Real di Madrid, e sempre con ottimi risultati: l’aria di Sarastro del II atto è uno dei pochi momenti in cui il pubblico interrompe il fluire dello spettacolo per applaudire il cantante. Ritorna al Real, dopo il Rigoletto del 2015, il soprano russo Olga Peretyatko, per interpretare molto bene la parte di Pamina: anche la sua aria del II atto è uno dei numeri musicali più felici della serata. Completano il gruppo dei solisti due eccellenti comprimari di molte produzioni del Real: il tenore basco Mikeldi Atxalandabaso nel ruolo di Monostatos e il soprano andaluso Ruth Rosique come Papagena. Una menzione speciale meritano i Pequeños Cantores de la JORCAM che si alternano nelle parti dei genietti, bene istruiti da Ana González. Ottimo, come sempre, il Coro del Teatro Real preparato da Andrés Máspero. Lo spettacolo è divertente, godibile, fine, anche poetico in non pochi momenti. Si può dire che proponga un concetto alternativo di regia, in cui la presenza fisica di alcuni cantanti-attori è ridotta al minimo (come nel caso della Regina della Notte, di Sarastro e dei fanciulli genietti), perché l’obbiettivo è inscrivere la voce dentro un’entità visuale autonoma (in forma di porta o finestra aperta sulla parete che si affaccia sul palcoscenico), a sua volta animata dalle proiezioni e dal cartoon. Anche se si compiace dell’estetica del cinema muto tedesco del periodo di Weimar, l’idea registica obbedisce alla tendenza dominante della comunicazione contemporanea, in cui la sola immagine detiene il ruolo principale. Animazione, graphic novel, costumi ispirati a personaggi di celebri pellicole (dal Doktor Caligari a Buster Keaton), perfino le didascalie in caratteri gotici o espressionisti: tutto esalta l’immediatezza emozionale generata dall’immagine. L’interazione tra i movimenti reali degli interpreti e l’elaborazione elettronica del disegno è perfetta, così da risultarne accresciuta la coerenza, quasi la necessità dell’immagine stessa: i cuoricini delle tre dame che si dirigono verso Tamino per scoppiare attorno al suo capo, il gatto nero che accompagna ogni comparsa di Papageno, i lupi feroci di Monostatos o le sgargianti infiorescenze dell’amore tra Tamino e Pamina … tutto peculiare e attinente, ma tutto virtuale, e dunque fragile e sospeso. Si diceva in apertura del ripensamento del Singspiel; ebbene, eliminare l’interazione dialogica parlata significa ridurre l’opera a una giustapposizione di sublimi numeri musicali, arie solistiche o pezzi d’insieme; in una parola, vuol dire semplificare la complessità letteraria e allegorica, nonché lo stesso senso teatrale della Zauberflöte. È questa una considerazione forse pedante, ma chi non resterebbe perplesso se si decidesse di sottrarre tutti i recitativi durante un’esecuzione del Così fan tutte? Sul piano strutturale, si tratterebbe esattamente della stessa operazione. La parola, a onor del vero, ha un suo spazio di rivalsa con le apparizioni di Sarastro, proiezione di un enorme cervello meccanico in cui risaltano a lettere cubitali i termini Sapienza, Verità, Lavoro, Arte … Ma si tratta di una compensazione moralistica necessaria a giustificare lo zelo di Tamino, più che di un recupero della complessità del testo. È un peccato che, a fronte di tanta caleidoscopica immaginazione, gli oggetti magici della fiaba siano quasi irrilevanti nella dimensione visiva: né il flauto magico né il Glockenspiel appaiono mai in forma riconoscibile. Il mezzo magico ha perduto la sua attrattiva oggettuale, e occorre prenderne atto serenamente, anche quando l’opera si presenta in forma di favola; oggi la magia imprescindibile consiste in un fluire implacabile di immagini, sempre più originali, sempre più divertenti.   Foto Javier del Real ©Teatro Real de Madrid

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