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Musica corale

RAI 5: “Le creature di Prometeo – Le creature di Capucci”

gbopera - Gio, 13/06/2024 - 16:51

RAI 5
LE CREATURE DI PROMETEO – LE CREATURE DI CAPUCCI
Stasera, 13 giugno, va in onda su RAI 5 alle ore 22.05 il film Le Creature di Prometeo – Le Creature di Capucci, realizzato con il contributo del MIC, Direzione Generale Cinema e Audiovisivo. Si tratta della testimonianza video di un progetto realizzato dal produttore di danza Daniele Cipriani per il 63° Festival di Spoleto, durante uno dei pochi spiragli lasciati vivibili dalla pandemia COVID del 2020. Sposando un’idea del Sovrintendente del Teatro Carlo Felice di Genova, Claudio Orazi, a Daniele venne in mente che la musica del balletto di Ludwig van Beethoven Le Creature di Prometeo (1801) si potesse felicemente coniugare al frutto del “fuoco” creativo di Roberto Capucci, geniale creatore di moda e autore di una serie di bozzetti che nella loro plasticità architettonica arricchita dall’uso espressivo del colore si prestavano a divenire “fantasmagoriche creature danzanti”. Nel film diretto con grande sensibilità dal giovane figlio d’arte Maxim Derevianko si seguono i passaggi creativi del progetto, che coinvolge non solo Capucci e Cipriani, ma anche la costumista Anna Biagiotti e Paola D’Inzillo, responsabile dell’omonima sartoria. La coreografia è invece affida alla coreografa Simona Bucci, che si pone “in ascolto dei costumi” con l’intento di tradurli in sculture danzabili. Ecco che di conseguenza uno stesso movimento sarà ripetuto anche quattro volte di seguito prima di passare oltre, per l’esigenza di renderne incisivo il disegno grafico. Alle urgenze del dinamismo si sostituirà l’obiettivo primario di costruire un’illusione teatrale che non si interrompe. E la coreografia dei costumi si incastonerà sul lavoro dei musicisti dell’orchestra del Carlo Felice diretti dal Maestro Andrea Battistoni. L’aspetto più difficile sarà in ogni caso realizzare gli stessi geniali costumi di Capucci, adattandone le girandole e gli sbuffi alle esigenze dei danzatori. In questo la sartoria prescelta mostra una cura assoluta, ma è soprattutto aiutata dalla disposizione d’animo estremamente bonaria di Capucci, entusiasta che le sue creature prendano vita sul palcoscenico. Come ha raccontato Capucci durante l’anteprima tenutasi il 6 giugno scorso presso l’Aula dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati, il lavoro con Cipriani lo ha allontanato per un attimo dalle clienti, permettendogli di vivere il lavoro come uno sfogo creativo e una necessità spirituale, come del resto da sempre lui stesso lo ha inteso. Nella tenerezza dei suoi 93 anni non inizia una giornata senza disegnare, dimostrando un’infinita gioia di vivere. Fin dall’inizio della sua attività negli anni Cinquanta, quando aprì il primo atelier in via Sistina, ha sempre saputo che un grande couturier deve essere libero, ed ha perseguito questa strada non temendo di inimicarsi le giornaliste di moda. Ad amarlo sono stati i critici d’arte, ma anche le principesse, intellettuali come Oriana Fallaci, e finanche Rita Levi Montalcini che proprio da Capucci si fece disegnare l’abito da sera quando vinse il premio Nobel per la medicina nel 1986. La Musa personale di Capucci è stata l’attrice Silvana Mangano. Non sono mancate allo stilista le collaborazioni a produzioni teatrali del Teatro San Carlo o dell’Arena di Verona. E le sue esposizioni internazionali sono divenute grandi eventi artistici. In fondo, come afferma alla fine del film, “nella vita si può fare di tutto, l’importante è farlo con amore”. Foto Massimo Danza, Cristiano Minichiello, Enrico Ripari

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Milano, Teatro alla Scala: “La Bayadère”

gbopera - Gio, 13/06/2024 - 10:00

Miilano, Teatro alla Scala, Stagione lirica e di balletti 2023/24
“LA BAYADÈRE”
Balletto in tre atti su Libretto di Marius Petipa e Sergej Kudekov.
Coreografia Rudolf Nureyev da Marius Petipa
Musica Ludwig Minkus con orchestrazione di John Lanchbery
Nikiya VIRNA TOPPI
Solor NICOLA DEL FREO
Gamzatti GAIA ANDREANÒ
Lo Schiavo GABRIELE CORRADO
L’Idolo d’oro DOMENICO DI CRISTO
Danza “Manou” BENEDETTA MONTEFIORE
Tre ombre soliste AGNESE DI CLEMENTE, CATERINA BIANCHI, ASIA MATTEAZZI
Solisti, Corpo di ballo e Orchestra del Teatro alla Scala di Milano
Direttore Kevin Rhodes
Scene e Costumi Luisa Spinatelli
Luci Marco Filibeck
Milano, 11 giugno 2024
Torna in Scala Bayadère con la coreografia di Nureyev. L’ultima volta che è andata in scena, l’organizzazione soffriva dei fastidiosi effetti della pandemia, come posticipi di date e ballerine-ombre ridotte al minimo a causa della diffusione del contagio nel corpo di ballo. Oggi, per fortuna, tutto ciò evoca solo brutti ricordi – anche se, a dire il vero, sostituiti da un’odierna situazione geopolitica non confortante. Difatti, ricordiamo di aver visto in quell’occasione una serata da tutto esaurito con l’allora étoile ospite Svetlana Zakharova, sparita in seguito a queste tensioni internazionali; e con Jacopo Tissi, appena nominato principal a Mosca, e poi dovuto fuggire all’Ovest, peregrinando per troppo tempo senza una compagnia (con effetti negativi sulle sue capacità, almeno a nostro giudizio). Fatto curioso, considerato il contesto in cui nacque la coreografia di Nureyev, che trafugò gli spartiti di Minkus, all’epoca blindati dalla Cortina di Ferro di una cadente Unione Sovietica sulla via del tramonto. Ad ogni modo, per quanto riguarda la coreografia di Nureyev, essa fu rappresentata qui in Scala per la prima volta due anni fa, rompendo una sorta di esclusiva che l’Opera di Parigi aveva. Sulla sua costruzione estetica, non ripetiamo quanto già detto e rimandiamo alle considerazioni fatte all’epoca nell’approfondimento disponibile a questo link. Concentriamoci sulla serata a cui abbiamo assistito. Siamo tornati in occasione di un Invito alla Scala per giovani e Anziani. Si tratta di importanti spettacoli dedicati soprattutto alle scolaresche, ma coinvolgenti il cast della prima, tra i cui alunni forse qualcuno potrà poi interessarsi di danza. Successe anche per chi vi scrive: nell’aprile del 2001 assistette per la prima volta a un balletto, la Carmen di Roland Petit, che fu galeotta. Questa Bayadère ha visto come protagonisti Virna Toppi e Nicola Del Freo. Virna Toppi torna proprio in questa serata al repertorio classico dopo la maternità e un graduale reinserimento. Tutto è andato bene tecnicamente, anche il delicato pezzo di Nikiya del secondo atto (per cui ci permettiamo un piccolo appunto sul costume, non proprio tra i migliori disegnati per questo ruolo). A latere, possiamo solo sottolineare una resa forse un po’ troppo scarna delle braccia di Toppi, che in balletti come questi aggiungono un tocco di poesia alla rappresentazione. Riguardo a Nicola Del Freo non possiamo che registrare il meritato successo del suo Solor a suon di “bravo” alla fine dei suoi pezzi solistici. Notiamo, in questo ultimo periodo (come abbiamo già riscontrato in Coppelia, o nel Gala Fracci, in cui aveva strappato applausi a scena aperta), un quid in più, un qualcosa di risolto nella sua presenza in scena, più sciolta ma controllata, e giocata sull’esecuzione brillante dei movimenti e sulla cura nella loro chiusura. Ad maiora! Gaia Andreanò è stata una Gamzatti sufficientemente pulita tecnicamente, ma un po’ meno convincente da un punto di vista espressivo (ad esempio, nei fouettés finali del II atto – ben compiuti, e seguiti con partecipazione dal pubblico – non sappiamo se fosse impassibile per questioni legate al personaggio, o se si stesse divertendo, essendo quella la sua festa di fidanzamento, ma tutto ciò trasparisse poco). Gabriele Corrado, danzatore veterano del palco scaligero, ha condotto in maniera sostenuta ed elegante il passo a due dello schiavo con Nikiya, mentre Domenico di Cristo si conferma solista di valore nella sua variazione dell’idolo d’oro, seppur non perfettissimo nei difficili atterraggi dei pas de chat en tournant. Molto graziosa Benedetta Montefiore nella Danza “Manou”. Non sempre impeccabili, infine, sono invece state le tre ombre soliste. Lo spettacolo è stato molto applaudito ed apprezzato, con commenti favorevoli in sala su Del Freo. Prossime repliche  il 13, 14, 17, 18 e 21 giugno. Il 12 e 14 giugno prevedono come artista ospite Kimin Kim, ottimo danzatore che abbiamo visto protagonista in un Gala dedicato a Nureyev agli Arcimboldi lo scorso anno. La Bayadére rappresenta uno dei suoi cavalli di battaglia, dove mette in luce  la grande forza nei salti e nei giri. Foto Brescia & Amisano

 

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Roma, Teatro Argentina: “Accabadora”

gbopera - Mer, 12/06/2024 - 23:59

Roma, Teatro Argentina
“ACCABADORA”
dal romanzo di Michela Murgia edito da Giulio Einaudi Editore
drammaturgia Carlotta Corradi
regia Veronica Cruciani
con Anna Della Rosa
luci Gianni Staropoli
Produzione Savà Produzioni Creative, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale
Roma, 12 Giugno 2024
Da qualche anno, “Accabadora” ha trovato nuova vita come monologo teatrale, magistralmente diretto da Veronica Cruciani. Recentemente, lo spettacolo ha fatto tappa al Teatro Argentina di Roma, presentato fuori cartellone ma riscuotendo un grande successo di pubblico. “Accabadora” di Michela Murgia emerge come un testo che non soltanto narra una storia, ma si immerge profondamente nelle complesse dinamiche delle relazioni umane attraverso la lente della cultura sarda. La narrazione si avvolge attorno alla figura di Maria, l’ultima nata in una famiglia troppo grande per darle attenzioni e cura adeguata. È in questo contesto che entra in scena Bonaria Urrai, una donna avvolta in un’aura di mistero, che adotta Maria non solo per aiutarla, ma anche per seguire un bisogno intimo e profondo di maternità tardiva. Il concetto di “figlialità elettiva” che Murgia esplora nel romanzo è un riflesso acuto delle dinamiche di accettazione e di alienazione, dove la comunità, con le sue voci bisbiglianti e giudicanti, gioca un ruolo chiave nella definizione dell’identità di Maria. Le figure materne in “Accabadora” sono poliedriche: da una parte c’è la madre biologica di Maria, incapace di fornire un ambiente di crescita stabile, dall’altra Bonaria, che offre a Maria una nuova vita ma con un senso di distacco emotivo. La narrativa si addentra poi nelle profondità psicologiche del rifiuto e dell’accettazione. Maria cresce percepita come un “errore”, un sentimento che permea la sua concezione di sé e delle sue relazioni con gli altri. La scelta di Bonaria di non integrare completamente Maria come una figlia “di casa” riflette una profonda comprensione della realtà di Maria come ‘altro’ da sé, un riconoscimento doloroso ma necessario della loro separazione intrinseca. Il personaggio di Bonaria è complesso e contraddittorio. Svolge il ruolo di “accabadora“, una figura tradizionale in alcune comunità sarde, responsabile di concedere una morte misericordiosa agli incurabili. Questa pratica, radicata in un profondo senso di pietà e in una comprensione intima della sofferenza, si contrappone alla percezione esterna di Bonaria come una figura quasi mitologica, oscillando tra il rispetto e il sospetto. Il ritorno di Maria, adulta e cambiata, per accudire Bonaria morente, simboleggia un completo ribaltamento dei ruoli e un apprendimento delle lezioni più profonde su vita, morte, e accettazione. Maria, che per tutta la vita ha lottato contro l’ombra dell’abbandono e del rifiuto, trova nella cura dell’anziana una possibilità di riconciliazione, non solo con Bonaria, ma anche con se stessa. “Accabadora” è un’indagine delicata e intensa sulle ferite nascoste dell’animo umano, sul potere trasformativo della cura e sull’ineludibile ricerca di riconoscimento e appartenenza. Michela Murgia, con uno stile incisivo e sensibile, riesce a tessere un’affascinante rete di relazioni e simbolismi, facendo del testo una meditazione profonda sulla vita e sulla morte, arricchita dalla potente evocazione del paesaggio sardo, che diventa, a sua volta, un personaggio vivente e respirante nella storia. L’adattamento scenico del romanzo “Accabadora” di Michela Murgia, curato da Carlotta Corradi, rappresenta un notevole esempio di come il teatro possa estendere e reinterpretare la letteratura.  Sebbene l’adattamento utilizzi esclusivamente le parole dell’autrice, le impiega in maniere innovative, attribuendo così al testo una nuova dimensione di originalità autoriale. Tuttavia, l’adattamento scenico si confronta con sfide significative legate al trascorrere del tempo, una tematica centrale sia nella regia che nella ricezione dell’opera. La direzione teatrale, orientata a sottolineare la performance solistica di Anna Della Rosa, dimostra un’eccellenza nel rendere autonomia alla recitazione, ma tale scelta non riesce pienamente a liberarsi dalle restrizioni di uno spettacolo che combatte per rimanere attuale. In particolare, le tensioni emergono quando si considera l’evoluzione del discorso sull’immaginario femminile, oggi caratterizzato da una fluidità e un impegno all’emancipazione da legami sessuali, filiali e territoriali che differiscono marcatamente dalle impostazioni più statiche e definite del romanzo. Nello specifico, i personaggi di Maria e Bonaria sembrano ancorati al loro contesto letterario, senza trovare un adeguato senso di urgenza o una rilevanza immediata nel contesto teatrale attuale. Ciò solleva questioni riguardo alla capacità del linguaggio teatrale di attualizzare e trasmettere efficacemente il messaggio originale del romanzo in modo da dialogare con le correnti socio-politiche e religiose contemporanee. In questo senso, la messinscena necessita di un’interpretazione più dinamica e contestualmente rilevante che possa trascendere il testo originario, facilitando un dialogo più incisivo e pertinente con il pubblico odierno. L’adattamento teatrale, quindi, si trova di fronte alla sfida di bilanciare fedeltà e innovazione, cercando di armonizzare la potente narrativa di Murgia con le mutevoli esigenze espressive e tematiche del teatro contemporaneo. Nella messa in scena dello spettacolo, la narrazione e l’evoluzione personale dei personaggi sono magnificamente enfatizzate dalle luci soffuse e multicolori di Gianni Staropoli, che modulano l’atmosfera in perfetta armonia con i cambiamenti emotivi della storia. Il design scenico, che varia di colore in risposta alla drammaturgia intensifica la connessione tra spazio scenico e narrazione. L’incontro con la morte viene evocato attraverso una musica delicata e eterea, che a tratti si contorce in suoni che ricordano rantoli e latrati, suggerendo la tensione e il disagio del momento finale. La resa sonora permette agli spettatori di percepire quasi fisicamente l’affanno del trapasso, evocando persino il tanfo della morte. L’esibizione, nonostante la complessità della trama e l’approccio quasi didascalico, si distingue per la linearità e la precisione nell’interpretazione di Della Rosa, la cui performance è autentica e misurata, senza mai esagerare l’accento sardo. Tuttavia, ciò che sembra mancare sono gli strati più profondi di disperazione, quegli sguardi che potrebbero riflettere pienamente le travagliate vicissitudini di una storia tanto tormentata e di un personaggio così profondamente segnato dalle avversità. Nel romanzo di Michela Murgia, il finale è lasciato alla libera interpretazione del pubblico. Tuttavia, nell’adattamento teatrale, le frasi conclusive pronunciate dall’attrice, avvolta in un manto nero, sono cariche di un’intensità emotiva così potente da guidare inequivocabilmente il pubblico verso un’unica interpretazione del finale. Photocredit@MarinaAlessi

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Staatsoper Stuttgart: “Il Trovatore”

gbopera - Mer, 12/06/2024 - 20:07
Staatsoper Stuttgart, Stagione Lirica 2023/2024 “IL TROVATORE” Dramma in quattro parti su libretto di Salvadore Cammarano e Leone Emanuele Bardare, da una tragedia di Antonio Garcia Gutiérrez Musica di Giuseppe Verdi Il Conte di Luna ERNESTO PETTI Leonora SELENE ZANETTI Azucena KRISTINA STANEK Manrico ATALLA AYAN
Ferrando
 MICHAEL NAGL
Inez
 ITZELI JÁREGUI
Ruiz
 PIOTR GRYNIEWICKI
Un vecchio zingaro WILLIAM DAVID HALBERT
Un messo RUBÉN MORA Orchestra e Coro della Staatsoper  Stuttgart Direttore Antonello Manacorda Maestro del Coro Manuel Pujol Maestro del Coro di voci bianche Bernhard Moncado Regia Paul-Georg Dittrich Scene Christof Hetzer Costumi Mona Ulrich Luci Alex Blok Drammaturgia Ingo Gerlach Stuttgart, 9 giugno 2024

l sipario si apre con una pantomima dal significato oscuro, prima del rullo di timpani che anticipa la fanfara introduttiva in mi maggiore (speculare agli accordi di mi bemolle minore che concludono la partitura: in Verdi, la discesa di un semitono significa immancabilmente sventura avvenuta) poi ripetuta dagli archi soli. La scena ci mostra una Spielplatz in rovina nella quale un coro di bambini intona le parole che dovrebbero essere affidate ai soldati, e il perché di questo rimane ignoto. Proseguendo, sulla scena appaiono Leonora e Manrico vestiti da cow-boys al primo atto e in seguito come Barbie e Ken nella scena della Pira, acrobati, ballerini di break dance che si agitano freneticamente nei momenti più drammatici di un’ azione scenica che la regia interrompe a suo piacimento con letture di versi in tedesco, declamati in stile da film Horror. Questo è solo una piccola parte di ciò che si è visto nell’ allestimento del Trovatore alla Staatsoper Stuttgart, ultima nuova produzione della stagione che sta per concludersi. L’ideatore di questa specie di Hellzapoppin’ era Paul-Georg Dittrich, quarantunenne regista originario del Brandeburg, che nel 2019 aveva provocato uno scandalo a Damstadt con una produzione del Fidelio in cui aveva fatto riscrivere la musica della scena finale. Come nel caso del controverso Boris Godunov allestito nel 2020 qui a Stuttgart, anche questa produzione ha dimostrato che la specialità del regista brandeburghese è quella di stravolgere e manomettere i testi per adattarli alle idee che vuole esprimere. al contrario di lui, anche a costo di sembrare conservatore, io continuo a pensare che il compito di un’ interpretazione musicale o scenica sia quello di mettere in evidenza ciò che l’ autore ha voluto dirci e non quello di usare il suo lavoro come pretesto per diffondere le idee del regista. In definitiva, questo spettacolo era la perfetta dimostrazione dell’ equivoco di fondo che invalida quasi tutto il cosiddetto Regietheater. Il problema più grosso della maggior parte dei registi di oggi è a mio avviso l’ incapacità di confrontarsi col mito e con le storie del passato. Loro vedono il teatro solo come dramma borghese e/o groviglio di conflitti psicologici, oppure come esibizione puramente estetica di installazioni artistiche. Una simile mentalità induce a riflettere sulla “moda” attuale del dramma borghese a tutti i costi, sulla rinuncia alla fabula come metafora (sostituita dalle valenze metaforiche della realtà) e sull’ insistenza – spesso davvero eccessiva – a visualizzare tutto secondo gli elementi di uno junghianismo da quattro soldi. A questo proposito diceva bene Emil Cioran quando affermava che mille anni di guerre hanno plasmato l’ Occidente ma è bastato un secolo di psicologia per ridurlo in frantumi.
In casi come questo, lo spettatore frastornato da quello che vede cerca conforto nella prova dei cantanti. Purtroppo, questa esecuzione offriva poco di pregevole anche sotto questo aspetto. Antonello Manacorda ha diretto in maniera pulita, precisa e ordinata ma anche terribilmente carente di senso del teatro e di tensione. Non basta far suonare bene l’orchestra per interpretare bene un’ opera come il Trovatore che si basa su contrasti drammatici estremizzati al massimo, e quindi tutta l’ esecuzione suonava terribilmente pallida e smorta. In due parole, un Verdi che sembrava Mozart. Per quanto riguarda la compagnia di canto, l’unica prestazione pienamente sufficiente era quella del tenore brasiliano Atalla Ayan, che possiede i requisiti vocali necessari alla parte di Manrico e ha messo in mostra un canto sicuro e note alte di buono squillo. Il soprano vicentino Selene Zanetti, che debuttava scenicamente Leonora dopo aver cantato il ruolo in forma di concerto a Budapest, ha una voce insufficiente per reggere le difficoltà  vocali della parte, nelle note gravi della prima scena del quarto atto il suono si stimbra e la voce nell’ ottava alta suona sotto sforzo, con tutte le vocali che diventano “I”. Gravemente insufficiente era anche l’ Azucena del mezzosoprano renano Kristina Steifeld, che nell’ ottava bassa annaspava ed era costretta a sforzi tremendi per tirare fuori note che, puramente e semplicemente, non possiede in natura. Il baritono siciliano Ernesto Petti ha una voce di bel colore gestita in modo tecnicamante abbastanza corretto, ma per un ruolo come quello del Conte di Luna dovrebbe curare molto di più le sfumature dinamiche e l’ eleganza del fraseggio, che qui appariva abbastanza trascurata. Semplicemente fuori parte il Ferrando di Michael Nagl, che essendo un baritono mozartiano non possiede la consistenza del suono e la cavata nelle note centrali necessaria per le parti verdiane di basso. Alla fine il pubblico della Staatsoper ha applaudito molto cordialmente i protagonisti della parte musicale e poi ha riservato una violenta ondata di fischi ai responsabili della parte scenica. Verdetto ineccepibile. Sei vendicato, o Verdi! Foto Matthias Baus
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101° Arena di Verona Opera Festival 2024: dal 14 giugno torna l'”Aida” firmata da Stefano Poda

gbopera - Mer, 12/06/2024 - 17:13

Aida torna in Arena per la 750a volta. Dopo un weekend da tutto esaurito, con la grande inaugurazione del 7 giugno e la première di Turandot, l’anfiteatro è pronto ad alzare il sipario su una nuova prima. Venerdì 14 giugno, alle 21.30, Aida ‘di cristallo’ preannuncia un nuovo sold out. E conferma l’opera verdiana regina incontrastata della scena areniana dal 1913 ad oggi. Il programma 2024 prevede ben due diversi allestimenti per il capolavoro di Giuseppe Verdi: il primo, in scena per 10 rappresentazioni fino al 1° agosto, è quello originale firmato per il 100° Festival dal visionario regista Stefano Poda. Una produzione che è stata definita ‘di cristallo’ per il grande impatto visivo sul bimillenario anfiteatro areniano, di cui valorizza le linee originali con inediti effetti di luce, raggi laser, un grande palcoscenico trasparente animato su diverse altezze e una ricca simbologia che, tanto per i costumi quanto per l’attrezzeria, unisce in modo originale elementi dell’Antico Egitto, arte contemporanea, alta moda, ammiccando alle creazioni di Capucci, Hirst, Rabanne. Il 14 giugno sul podio farà il suo esordio stagionale Marco Armiliato, esperto maestro molto applaudito in Anfiteatro nelle ultime edizioni, alla guida di Orchestra e Coro di Fondazione Arena e di un cast internazionale di prestigio: protagonista, al debutto areniano, sarà Marta Torbidoni accanto a Gregory Kunde come Radames. Amneris sarà interpretata da Clémentine Margaine, come Amonasro debutta a Verona Igor Golovatenko,  Ramfis e il  re degli egizi, sono affidati rispettivamente ai bassi Alexander Vinogradov e Riccardo Fassi. Completano il cast i Riccardo Rados e Francesca Maionchi quali messaggero e sacerdotessa.
Molti grandi interpreti del panorama lirico internazionale si alterneranno nelle recite successive, tra graditi ritorni e attesi debutti: Maria Josè Siri ed Elena Stikhina come Aida, i tenori Yusif Eyvazov, Martin Muehle, Carlo Ventre, Ivan Magrì; Ekaterina Semenchuk e Agnieszka Rehlis come Amneris, i bassi Giorgi Manoshvili, Marko Mimica, Simon Lim, Rafał Siwek e i baritoni Amartuvshin Enkhbat, Youngjun Park e Ludovic Tézier. Alternanza anche sul podio, per le recite di 7 e 11 luglio dirette da Alvise Casellati, e per quelle di 26 luglio e 1 agosto affidate a Daniel Oren.
In questa veste, Aida replica anche il 20, 23 e 28 giugno (sempre alle 21.30), il 7, 11, 18, 21, 26 luglio (alle 21.15) e il 1° agosto (alle 21).

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Opéra de Marseille: “Un ballo in maschera”

gbopera - Mar, 11/06/2024 - 23:33
Marseille, Opéra municipal saison 2023/2024 UN BALLO IN MASCHERA Opéra en 3 actes, livret de Antonio Somma Musique Giuseppe Verdi Amelia CHIARA ISOTTON Oscar SHEVA TEHOVAL Ulrica ENKELEJDA SHKOZA Gustave III ENEA SCALA Comte Anckarström GEZIM MYSHKETA Comte Ribbing MAUREL ENDONG Comte Horn THOMAS DEAR Cristiano GILEN GOICOECHEA Le serviteur d’Amelia REMI CHIORBOLI Le juge NORBERT DOL Orchestre et Chœur de l’Opéra de Marseille Direction musicale Paolo Arrivabeni Chef de Chœur Florent Mayet Mise en scène Waut Koeken Chorégraphie Jean-Philippe Guilois Décors/costumes Luis F. Carvalho Lumières Nathalie Perrier Marseille, le 4 juin 2024 Pour clôturer sa saison 2023/2024, l’Opéra de Marseille avait programmé l’opéra de Giuseppe Verdi “Un ballo in maschera” et le public marseillais, toujours amateur de grande voix, était venu nombreux en ce soir de première. Cette coproduction dans la mise en scène de Waut Koeken est une réussite totale et a remporté tous les suffrages. Initialement écrit pour le Théâtre San Carlo de Naples, dans un livret d’Antonio Somma d’après Scribe, le sujet délicat d’un régicide sur scène sera refusé par la censure et ce n’est qu’après de multiples changements que l’opéra sera enfin créé à Rome en 1859 après avoir transporté l’action à Boston. C’est la version originelle qui nous est donnée à voir ici avec l’assassinat du roi Gustave III de Suède. Waut Koeken conçoit sa mise en scène de façon spectaculaire représentant un théâtre dans le théâtre avec une scène tournante qui laisse parfois apparaître les coulisses. Une mise en abyme réussie pour un assassinat en direct lors d’un bal masqué donné à l’Opéra Royal de Stockholm en 1792. En principe nous ne sommes pas fans des mises en scène qui investissent les ouvertures mais ici le côté somptueux des rideaux rouges, qui s’ouvrent sur un roi en pleine introspection nous laissant goûter les mélodies et les thèmes qui composent l’ouvrage, nous plonge au cœur de l’histoire avec les couleurs enveloppantes et les jeux de lumières conçues par Nathalie Perrier. Le rouge, les ors de la royauté, le bleu sombre et froid d’un lieu où se dresse le gibet… La conception de ce petit théâtre tournant permet de changer de décor avec facilité, passant de la scène théâtrale à l’antre de la devineresse. Peu de mobilier mais des effets de lumières qui créent les espaces. Une grande cohérence visuelle qui séduit, dans les décors et costumes signés par Luis F. Carvalho, et qui finit en apothéose avec la prise de vue particulière de l’intérieur du Théâtre San Carlo, où l’opéra aurait dû être créé, avec en fond de scène le plafond peint par Giuseppe Cammarano. Effet spectaculaire réussi pour ce Bal masqué où les choristes évoluent dans des robes magnifiques et colorées. Superbe ! L’on aime, l’on n’aime pas (très rare), l’on est ébloui. Evidemment, au-delà des décors et de la chorégraphie de Jean-Philippe Guilois qui utilise deux couples de danseurs avec talent et à-propos, le succès viendra des voix pour un plateau homogène dans un cast très bien choisi, chanteurs connus ou découvertes. Enea Scala (Gustave III). Toujours très apprécié du public marseillais, le ténor italien habitué des colorature Rossiniennes développe sa voix vers des côtés plus lyriques avec une ligne de chant irréprochable aux accents verdiens. Chanteur investi, Enea Scala séduit dans ses trois airs, passant du sentiment amoureux à plus de légèreté ou de dramatique, changeant les couleurs de sa voix avec un sotto voce mélodieux ou des aigus éclatants et faciles. Rondeur du timbre, soutien du souffle et énergie vocale rendent le personnage convaincant. Une réussite ! L’Amelia de Chiara Isotton, fait  preuve ici d’une grande sensibilité dans une voix ductile et pleine qui allie noblesse et tendresse. Dans un vibrato qui laisse percevoir l’émotion, accompagnée par le son nostalgique du cor anglais à l’acte II, sa voix homogène et suave séduit par son style et ses prises de notes délicates. La sincérité contenue dans sa voix réussira à émouvoir son mari et un public conquis. Le Comte Anckarström, le solide baryton Gezim Myshketa, voix énergique d’une grande puissance. Le timbre est rond avec des aigus affirmés dans une projection efficace malgré une légère raideur effacée par des phrases musicales. Le baryton nous propose un Renato aux émotions contrastées où la jalousie l’emporte dans un superbe trio aux accents de vengeance. La voix profonde et chaleureuse de la mezzo-soprano Enkelejda  Shkoza nous propose une Ulrica d’une grande crédibilité, avec un vibrato qui laisse résonner des harmoniques de contralto très sombres qui séduisent. Les aigus pleins sont projetés dans un air puissant qui appelle les ténèbres. Superbe interprétation !  Espiègle, joyeuse  l’Oscar de Sheva Tehoval fait merveille dans cette production. Vive dans son jeu et dans les rythmes elle anime avec talent ce drame dans une voix fraîche et claire aux aigus cristallins faisant de ses interventions et de son air des moments de plaisir joyeux, de ceux que Verdi aime à parsemer ses drames. La soprano belge est une artiste dont le talent mérite d’être suivi. Maurel Endong et Thomas Dear proposent les rôles des deux conspirateurs dans des voix de basses aux accents sombres et inquiétants. On remarque aussi la voix solide et projetée du Cristiano de Gilen Coicoechea ainsi que celles de Remi Chiorboli et Norbert Dol bien dans leur rôle et dans leur voix. Toujours bien préparé par Florent Mayet, le Chœur participe du succès avec ces ensembles d’hommes aux voix homogènes dans des attaques nettes et des rires sarcastiques. Belle homogénéité aussi dans les interventions mixtes ou féminines, avec puissance et musicalité. Paolo Arrivabeni était à la baguette. Le maestro a su trouver les nuances et les tempi spécifiques à cet ouvrage qui allie mélodies, dramatique et puissance dans un savant dosage. Ne couvrant jamais les voix, les soutenant ou laissant ressortir les instruments solistes, le chef d’orchestre italien a laissé écouter les solos de la harpe, la flûte, la clarinette et le violoncelle, mais aussi de la trompette et du violon solo dans des effets chambristes pour créer des atmosphères ou accompagner les chanteurs. Une direction toute musicale très applaudie qui a su mettre l’orchestre à en valeur. Au final…un immense succès.
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Torino, Auditorium RAI: “American Landscapes” con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI diretta da David Greilsammer

gbopera - Mar, 11/06/2024 - 16:34

Torino, Auditorium RAI “Arturo Toscanini””
“AMERICAN LANDSCAPES”
Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI
Direttore David Greilsammer
Charles Ives :Three places in New England;  Ferde Grofé: “Mississippi suite”;  Aaron Copland: “Appalachian Spring”. Suite, versione per orchestra sinfonica, dal balletto in un atto; Michael Daugherty: (1954) Route 66 (1998)
Torino, 7 giugno 2024
È consuetudine dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, terminata la programmazione concertistica stagionale, proseguire con alcune serate “più leggere” che, in questo mese di giugno, vengono etichettate “pop”. L’Orchestra al super completo, prima della trasferta a Pesaro, per il Festival Rossini, si cimenta con: Paesaggi Americani, per poi fare una crociera da Napoli a Buenos Ayres con successivo ritorno europeo suddiviso tra le operette viennesi e le zarzuelas madrilene. A dirigere la tappa statunitense doveva esserci l’apprezzatissimo, almeno nei programmi a stelle e strisce, John Axelrod che un qualche disguido ha purtroppo tenuto lontano da Torino. Gli è subentrato, pare su sua indicazione, il giovane David Greilsammer che le note di sala garantiscono dotato di prestigioso curriculum, sia direttoriale che pianistico. Tutti i pezzi in programma richiedono, sia all’orchestra che al direttore, spiccate doti virtuosistiche. I ritmi e i tempi sono mobilissimi, si intrecciano, si sovrappongono e si contrastano. Ives, nelle Three places in New England, ci immerge nei riti autocelebrativi dell’epopea nordamericana. Si ricordano generali e battaglioni che hanno mantenuta unita una nazione che, per la guerra civile, poteva disfarsi a pochi anni dalla nascita. Boston e il vicino Connecticut sono le piazze in cui Ives è vissuto ed ha esercitato, con successo, la sua vera professione di assicuratore. Con la musica ci giocava nel dopo-lavoro e si permetteva quelle libertà grammaticali e sintattiche che i musicisti, accademici di professione, non azzardavano. Un “dilettante” può divertire con le marcette e gli strombazzamenti che arricchiscono le parate patriottiche, festose esplosioni inserite lungo l’intera partitura. Il direttore avrebbe forse potuto assecondare la strepitosa orchestra, legni, ottoni e percussioni al settimo cielo, con maggior leggerezza e scioltezza. Per Ives si vorrebbe comunque una maggior visibilità nei programmi di concerto, è il 150tesimo anno dalla nascita e pare che nessuno se ne sia accorto. La Mississippi suite di Grofé, come una Moldava americana, si abbandona su un fiume che scorre e racconta di sé e della vita che gli si svolge intorno. Si va, con un iniziale mormorio di acque scorrenti, dal raggelato territorio degli indiani nativi, immerso nel freddo nord dei laghi, ai racconti delle gesta dello scapestrato Huckleberry Finn, eroe di Mark Twain e novello Till Eulenspiegel, per approdare ai gospel afroamericani dei raccoglitori di cotone della Luisiana. In tutto il percorso prevale, con grande efficacia, folklore e colore locale. Una paletta variopinta di pigmenti primari, di grande leggera piacevolezza, che sia l’orchestra che il direttore riescono a proporre al meglio. Non è descrittivismo paesaggistico quello che Copland propone in Appalachian spring, né di primavera né di monti si tratta, ma di una cerimonia nuziale in una comunità Shaker, setta cristiana insediata nel New England. La grande danzatrice Martha Graham richiese il lavoro al compositore, ne fu quindi dedicataria e prima interprete. Se il pezzo, per il soggetto, potrebbe ricollegarsi a Les noces di Stravinskij, nella realtà rimane lontanissimo dalla carica inventiva e rivoluzionaria che il russo diede al suo lavoro. In Copland emerge sempre l’impronta francese, appresa fin dagli insegnamenti parigini di Nadia Boulanger, in cui, non sempre felicemente, si innestano le tradizioni americane ed ebraiche delle proprie origini. Un colorismo impressionista irruvidito, forse a ragione, dalla bacchetta di Greilsammer.  La Route 66 è stata per moltissimi, anche se non “fricchettoni”, il mito della giovinezza. Lasciar tutto per un po’, attraversar l’oceano, andare alla fermata dei grayhound e fare un ticket per le 2400 miglia del cost to cost sulla Route 66. Si era certi che il mondo intero e la Libertà stazionassero ai bordi di quella strada. Michael Daugherty finge di crederci ancora e, nel 1998, con un trentennio di ritardo, ci si butta, grazie a una commissione di una fantomatica orchestra di Kalamazoo, con molta spavalderia, malafede e avidità. Il pezzo prende dalle avanguardie, dall’attualità e dallo studio, tutto quanto è necessario a trasformarlo in un piatto appetitoso anche per il più bacchettone dei tradizionalisti. Vera eccitazione e vera gioiosa inventiva. Una bacchetta meno intransigente e più divertita, di quanto non fosse quella di Greilsammer, avrebbe centrato con mira più accurata il “pop” del bersaglio. Il poco pubblico presente non ha lesinato in  applausi  di ringraziamento verso un’Orchestra smagliante che ha supportato, senza riserve e con slancio, una direzione forse eccessivamente cauta.

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Roma, Museo Nazionale Romano, Terme di Diocleziano: “Collòculi” : Un’Opera che Ridefinisce il Legame tra Persona, Arte e Ambiente

gbopera - Mar, 11/06/2024 - 15:30

Museo Nazionale Romano, Terme di Diocleziano
COLLÒCULI / INTRO-SPECTIO
opere di Annalaura di Luggo
curata da Gabriele Perretta
Roma, 11 Giugno 2024
Dopo il grande successo ottenuto presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, l’installazione “Collòculi” di Annalaura di Luggo arriva alle Terme di Diocleziano, curata da Gabriele Perretta. Il termine “Collòculi” nasce dall’unione di due parole, sintetizzandone i significati in una forma circolare che rappresenta sia una geometria essenziale sia una struttura concettuale di sostenibilità. Questo progetto scultoreo ideato da Annalaura di Luggo è una fusione di immagine mediale e rimediazione multisensoriale. Attraverso la sua installazione, Collòculi trasforma il contesto in cui è inserito, attivando una nuova consapevolezza. Non si tratta più solo di un monumento, ma di un’occasione per rileggere le dimensioni umane in contesti in continuo mutamento. La forma di Collòculi non si limita a se stessa: essa è forza effettiva e corporea, richiedendo un coinvolgimento fisico per essere vista, fruita e vissuta. La sua plasticità è determinata dall’accumulo di filamenti di alluminio riciclato, che creano un nido per un movimento interno rinnovabile e intercambiabile. Questo movimento è reso visibile attraverso uno schermo dotato di un sistema di telecamere con riconoscimento gestuale, integrando il fruitore nell’azione stessa. Un aspetto distintivo dell’installazione è il coinvolgimento di ragazzi con varie disabilità nella creazione dei filamenti di alluminio riciclato. Questo elemento trasforma il pregiudizio in una visione trasfigurata e interattiva, permettendo di percorrere storie di affermazione individuale e di alimentare il senso della ricerca. Collòculi diventa così un’interazione artistica e umana orientata verso orizzonti inclusivi e comprensivi. L’installazione “Collòculi” di Annalaura di Luggo si integra perfettamente con l’ambiente circostante, evocando l’antico splendore di processioni misteriche. Questo connubio tra arte contemporanea e patrimonio storico permette ai visitatori di immergersi in un’esperienza unica, dove il presente si fonde con il passato e stimola la percezione del futuro. Le Terme di Diocleziano, con i loro magnifici reperti, amplificano l’impatto di “Collòculi”. L’installazione non si limita a essere una semplice opera d’arte, ma diventa un mezzo per esplorare la nostra realtà attraverso il prisma della storia. Questo processo di conoscenza e percezione è reso ancora più intenso dalla cornice storica che ospita l’opera, trasformando la visita in un’esperienza multisensoriale e meditativa. La magia di questa istallazione, quindi, risiede nella sua capacità di farci riflettere sul presente, immaginare il futuro e rimanere radicati in un passato ricco di capolavori. Questo dialogo tra tempi diversi è ciò che rende l’installazione così potente e significativa, offrendo agli spettatori una prospettiva unica e arricchente sul nostro percorso umano e artistico. Il progetto prende vita dagli occhi di quattro ragazzi, vittime di bullismo, discriminazione, alcool e criminalità. Attraverso i linguaggi della videoarte, del sound design e della realtà immersiva, questi giovani si spogliano delle loro barriere per rivelare il loro universo umano e poetico. L’osservatore è coinvolto in un confronto che non può lasciare indifferenti, perché “guardarsi negli occhi” significa aprirsi al dialogo e all’incontro. L’immedesimazione in questo contesto afferma il valore di ogni individuo nella società, stimolando una nuova prospettiva sul mondo. Se l’arte è vita, allora tutti siamo opere d’arte: WE ARE ART!

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Roma, MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo: “Nuove Avventure Sotterranee” dal 14 giugno al 25 settembre 2024

gbopera - Mar, 11/06/2024 - 06:00

Roma, MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo
NUOVE AVVENTURE SOTTERRANEE
a cura di Alessandro Dandini de Sylva
Dal 14 giugno al 25 settembre 2024 lo Spazio Extra del MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma accoglie Nuove avventure sotterranee, mostra a cura di Alessandro Dandini de Sylva che raccoglie le immagini di Stefano Graziani, Rachele Maistrello, Domingo Milella, Luca Nostri e Giulia Parlato. Dopo la selezione fotografica che nel 2021 raccontava la storia avventurosa di cinque grandi cantieri disseminati per il mondo, tornano con Nuove Avventure sotterranee le campagne fotografiche commissionate da Ghella ad alcuni tra i più interessanti autori della fotografia italiana contemporanea.  Per Nuove avventure sotterranee i cinque fotografi scelti hanno documentato liberamente la nascita di grandi opere in Italia, Canada, Argentina, Australia e Nuova Zelanda. Il percorso di mostra comprende oltre centocinquanta immagini: quelle degli artisti che hanno osservato e interpretato le infrastrutture, lasciando una “distanza poetica” tra i cantieri e la loro rappresentazione, e quelle provenienti dagli archivi di Ghella, che documentano infrastrutture realizzate tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Duemila. “Nuove avventure sotterranee è un progetto che affronta lo scavo in sotterraneo come una straordinaria possibilità di viaggio nel paesaggio, nella sua storia e nel suo presente in divenire – spiega Alessandro Dandini de Sylva, curatore della mostra –. Le campagne fotografiche che formano questa raccolta rappresentano una risorsa preziosa perché contribuiscono a rinnovare l’immaginario dei grandi cantieri di ingegneria infrastrutturale, combinando sapientemente documentazione e sperimentazione, e tracciano la direzione delle future trasformazioni delle città nel XXI secolo“. Ghella è la più antica azienda italiana di grandi infrastrutture: fondata nel 1894 e specializzata in scavi in sotterraneo, ha realizzato i tunnel della Transiberiana (1898) come quelli sottomarini della metropolitana di Sydney e, ancora oggi, i suoi cantieri sono attivi in tutto il mondo per realizzare soprattutto strategiche opere infrastrutturali. Il 2024 è un anno particolarmente importante per l’azienda che festeggia il suo 130° anniversario: la mostra al MAXXI rappresenta dunque, uno dei progetti speciali in programma quest’anno, immaginati per celebrare questo importante traguardo. La mostra è accompagnata dalla pubblicazione di un cofanetto con sei volumi monografici, disegnato da Filippo Nostri e edito dalla casa editrice Quodlibet.

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86º Festival del Maggio Musicale Fiorentino: Daniele Gatti interpreta Petrassi e Šostakovič

gbopera - Lun, 10/06/2024 - 10:26

Firenze, Teatro del Maggio Musicale Fiorentino – LXXXVI Festival del Maggio Musicale Fiorentino
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Daniele Gatti
Maestro del Coro Lorenzo Fratini
Goffredo Petrassi: Salmo IX per coro e orchestra; Dimitri Šostakovič: Sinfonia n.5 in re minore op. 47
Firenze, 7 giugno 2024
Un programma decisamente bifronte che completava quello del 5 maggio scorso (cfr. la precedente recensione). Ancora il Petrassi delle grandi opere sinfonico-corali, ora con il Salmo IX, e Šostakovič con la Sinfonia n. 5, autentica denuncia ideologica. Nella prima parte è bastato il gesto icastico e deciso del direttore Daniele Gatti (Mosso in 6/8) per percepire subito la perfetta concordanza di propositi tra coro e orchestra. Il lapidario incipit, intonato dalle voci, oltre a far intuire l’attenta concertazione del maestro del coro Lorenzo Fratini, innalza a Dio ogni ringraziamento: «Confitébor tibi, Dómine, in toto corde meo: narrábo ómnia mirabília tua». Partitura maestosa, iniziata nel 1934 e conclusa nel ’36 che sembra essere sostenuta da reminiscenze della sua esperienza di puer nelle basiliche romane e da opere come lo stravinskijano Oedipus Rex di quasi un decennio precedente. Riecheggiano fiamme dal coro e dall’orchestra ove, per la massiccia presenza degli ottoni, il resto dell’organico, nel variegato percorso sonoro concepito in due parti, offre risultati possenti, taglienti e ruvidi che si differenziano da altri più intensi ed intimi, necessari per esplicitare il contenuto del testo. In alcuni momenti sembra addirittura di percepire un’alternanza di luci e ombre ove la coscienza umana sente il bisogno di interrogarsi. Si sottolinea un’attenzione precisa ad ogni dettaglio della partitura da parte di Gatti e non di rado si è colta l’intenzione di esigere qualcosa in più dal coro pur di valorizzarne la straordinaria duttilità e potenzialità. Degna di nota la prestazione della sezione degli ottoni, a volte chiari e squillanti ma anche malinconici ed epici, tanto da rafforzare la monumentalità di una partitura che fino alla conclusione, grazie ad un’attenta interpretazione del testo, ha restituito stupore ma anche la speranza di poter riascoltare al Maggio opere di questo genere.
Nella seconda parte, pensando all’ondata di terrore staliniano proprio nell’anno in cui Šostakovič compone la Sinfonia n. 5 (1937), sembravano echeggiare le parole di Nono su una partitura che «può contribuire, può fondare una coscienza se le sue qualità tecniche si mantengono allo stesso livello di quelle ideologiche». La sinfonia, nata come «risposta concreta di un artista sovietico alla critica giusta» va intesa come reazione alla stroncatura apparsa sulla «Pravda» della sua Lady Macheth, fu eseguita il 21 novembre dello stesso anno a Leningrado con l’orchestra Filarmonica, per il ventesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre da Mravinsky. Aleksei Tolstoj scrive: «La Quinta è la ‘Sinfonia del Socialismo’. Comincia con il Largo delle masse che lavorano sottoterra, un ‘accelerando’ corrisponde alla ferrovia sotterranea: l’Allegro, poi, simboleggia il gigantesco macchinario dell’officina e la sua vittoria sulla natura. L’Adagio rappresenta la sintesi della natura, della scienza e dell’arte sovietica. Lo Scherzo rispecchia la vita sportiva dei felici abitanti dell’Unione. Quanto al Finale, simboleggia la gratitudine e l’entusiasmo delle masse». Il compositore, riferendosi alla sinfonia, dichiarava: «Il mio nuovo lavoro può esser definito una sinfonia lirico eroica». L’impresa, sia per il direttore che per la poderosa orchestra, cui vanno aggiunte 2 arpe, pianoforte e celesta, non era facile. Occorreva rimanere nella logica della forma-sonata (I movimento), ‘sprigionare’ il melos ed attenuare il dramma di un’umanità sofferente pur gravitando nell’alveo di sonorità a tratti violente. Grazie ad una folgorante prestazione dell’orchestra, Gatti restituiva della complessa partitura ogni aspetto della scrittura con forte aderenza stilistica. Si tratta di un’imponente cattedrale di suoni ove ogni sezione è chiamata ad un impegno notevole. L’inizio è severo e forte in forma di canone tra bassi (Cb e Vc) e violini (Moderato); la figura caratterizzata da una sesta ascendente riesce a coinvolgere ben presto anche in ottava i due fagotti con una bella raffinatezza timbrica; così i due strumenti si presentano ‘incupiti’ pur sostenuti dal raddoppio dei bassi che suonano pizzicando le corde (pizz.). Nel II movimento (Allegretto) l’esordio, ancora affidato ai bassi, non tarda a proiettarsi verso un certo umorismo affine ai Ländler di Mahler coinvolgendo e lasciando ben presto più visibilità anche ai legni.
Ma la timbrica degli archi, nell’interpretazione di Gatti, nell’ottima prestazione dell’orchestra e nel rapporto quasi simbiotico tra il violino di spalla (Salvatore Quaranta) e il direttore, diventa anche un’affascinante e pensierosa cantabilità come nel III movimento (Largo) dalle tinte più elegiache. Pur nei preziosi inserimenti degli altri strumenti (comprese arpe e celesta) gli archi non solo reggono l’intero movimento ma assolvono anche il compito di concludere sull’accordo di tonica (fa diesis minore) in pianissimo e morendo. L’ultimo movimento secondo il compositore è «una soluzione ottimistica e gioiosa agli episodi intensamente tragici degli altri tempi». Il perentorio attacco del direttore, l’esplosione dei suoni affidati agli strumenti a fiato, il reiterare dei colpi dei timpani (tonica-dominante) che accompagna il melos delle trombe, tromboni e tuba che coinvolgerà tutta l’orchestra, la valorizzazione timbrica di ogni sezione strumentale e tutta una serie di nuances mostrano che è innegabile il voler allinearsi da parte di Gatti ad una certa tradizione mahleriana. I vibranti slanci sonori, talvolta quasi assordanti, nella sua interpretazione, evidenziano altresì il destino dell’uomo che in questo caso, per sopravvivere, ha bisogno di trasformare il dolore in apparente letizia in cui la forza e l’esplosione di tutta l’orchestra, sottolineata alla fine con percussioni ed ottoni che troneggiano, vuole richiamare l’attenzione della sinistra ombra del regime. Ovazioni per coro e orchestra la quale ha applaudito insistentemente il direttore insieme al pubblico. Foto Michele Monasta-Maggio Musicale Fiorentino

 

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Venezia, Teatro Malibran: “Il Bajazet” di Antonio Vivaldi

gbopera - Lun, 10/06/2024 - 08:01

Venezia, Teatro Malibran, Lirica e Balletto, Stagione 2023-24 del Teatro La Fenice
IL BAJAZET”
Dramma per musica in tre atti su libretto di Agostino Piovene
Musica di Antonio Vivaldi
Bajazet RENATO DOLCINI
Tamerlano SONIA PRINA
Asteria LORIANA CASTELLANO
Andronico RAFFAELE PE
Irene LUCIA CIRILLO
Idaspe VALERIA LA GROTTA
Mimi GIOVANNI IMBROGLIA, MARCO MANTOVANI
Orchestra del Teatro La Fenice
Direttore Federico Maria Sardelli
Regia Fabio Ceresa
Scene Massimo Checchetto
Costumi Giuseppe Palella
Light designer Fabio Barettin
Video designer Sergio Metalli
Venezia, 7 giugno 2024
Con un nuovo allestimento del Bajazet/Tamerlano di Antonio Vivaldi, nell’edizione critica a cura di Bernardo Ticci, il Teatro La Fenice prosegue – dopo Dorilla in Tempe (2019), Farnace (2021), Griselda (2022) e Orlando furioso (2018, 2023) – nel mirabolante percorso alla riscoperta della produzione operistica del Prete Rosso. Se lo spettacolo sarà un ‘pasticcio’, vorrà dire che avremo fatto centro”: con questo apparente paradosso Fabio Ceresa esprime sinteticamente il criterio in base al quale ha ideato la propria messinscena. Il regista lombardo, insieme agli altri responsabili dello spettacolo, ha inteso affrontare il lavoro di Vivaldi, riproponendo l’edonismo, le tecniche, le “meraviglie”, che caratterizzavano il teatro barocco. Se nel ‘pasticcio’ Bajazet convivono arie da opere di vari compositori insieme ad arie, appositamente composte o mutuate da lavori precedenti, dello stesso Vivaldi, autore anche di buona parte dei bellissimi recitativi, è inevitabile che si crei uno scollamento tra tali arie e i rispettivi recitativi. Lungi dal regista, dunque, cercare una coerenza drammaturgica, che tradirebbe lo spirito originale del lavoro, destinato a un pubblico, che andava a teatro per assistere alla “rivista” delle arie più in voga sulla scena musicale del momento. Nel nuovo allestimento di Ceresa gli interpreti intonano i recitativi – raccontando il progredire della vicenda – in costume neutro come durante una prova o un’esecuzione in forma di concerto, mentre in corrispondenza delle numerose arie è previsto lo schiudersi di altrettanti siparietti, diversi tra loro per ambientazione, interpretazione, linguaggio scenotecnico. Per esempio, durante la prima aria – di Bajazet – “Del destin non dee lagnarsi”, un siparietto coloratissimo rivela il gusto per le turcherìe, in una scena da Le Mille e una notte, tra turbanti e pantofole arricciate. Diversamente nella successiva aria – di Idaspe –, “Nasce rosa lusinghiera”, l’ambientazione si trasforma, mostrando ventagli di piume e luccichìo di brillanti in un teatro di varietà, dove la showgirl si esibisce circondata dai boys. Successivamente, Tamerlano canta la sua aria, “In si torbida procella”, a cavallo di una motocicletta davanti a uno schermo su cui scorre una strada con effetto cinematografico. In un’ambientazione domestica – stile anni Cinquanta – resa con colori pastello, Andronico canta la sua disperazione (“Non ho nel sen costanza”), tentando poi goffamente e reiteratamente il suicidio. Il secondo atto, invece, contiene un omaggio a Venezia: “Sposa son disprezzata”, aria di Irene, è accompagnata da un video con una gondola notturna che scorre nei canali. Varie le ambientazioni anche nel terzo atto. Durante l’aria di Asteria, “Veder parmi or che nel fondo”, si vede Bajazet immergersi in un abisso e confondersi in un ambiente sottomarino popolato di pesci, per poi innalzarsi verso le stelle. Davanti a uno sfondo, su cui campeggia lontana una città medievale, Andronico intona “D’ira e furor armato” in una scena caratterizzata da costumi rossi ed enormi pennacchi sugli elmi. Un videogioco con Super Mario che corre viene proiettato mentre Bajazet canta “Verrò crudel spietato”. Uno squarcio “noir” di Londra – tra nebbia, fiochi lampioni e qualche ‘passeggiatrice’ – fa da contorno a “Son tortorella” di Irene, in una scena culminate con la sinistra – micidiale – apparizione di Jack Lo Squartatore. In tal modo ogni aria vive di vita propria, sottolineando ogni volta la sua diversa ispirazione e la sua unicità, creando uno spettacolo a suo modo capace di destare “meraviglia” in linea con i dettami del secentista Cavalier Marino. Magistrale l’esecuzione musicale sotto l’esperta guida di Federico Maria Sardelli, specialista del teatro barocco e di Vivaldi, che si è fatto come sempre apprezzare per l’estrema cura riservata al suono – rotondo e brillante negli archi, ovviamente senza vibrato, come nei fiati –, nonché per lo stile scevro da ogni compiacimento fine a se stesso e finalizzato alla valorizzazione delle voci e a un estremo nitore a livello sia ritmico che strutturale; il che si è apprezzato fin dalla vivace Ouverture. Aggiornato il suo approccio filologico alla partitura, con un Basso Continuo senza la tiorba, come si usava a Venezia al tempo del Bajazet. Di eccellente livello il Cast. Un Bajazet oscillante tra l’amore per la figlia Asteria e il desiderio di vendetta contro l’usurpatore (Tamerlano) ci è stato offerto dalla voce timbrata del baritono Renato Dolcini, che si è segnalato in “Dov’è la figlia/Dov’è il mio trono”, aria particolarmente concitata, resa con fraseggio scolpito. Spietato ma alla fine clemente il Tamerlano delineato dal contralto Sonia Prina, che ha esibito indubbie doti nei passaggi virtuosistici come in quelli più espressivi. Il che si può affermare anche riguardo al mezzosoprano Loriana Castellano, nei panni della contesa Asteria, che tra l’altro ha brillato nello splendido recitativo accompagnato “È morto sì, tiranno”. Positiva la prova offerta dal controtenore Raffaele Pe – capace, in certe scene, come quella dei tentati suicidi, di dimostrare una certa vena comica –, che ha esibito un timbro dalle venature metalliche, forse con qualche fugace stridore. Molto ben interpretata dal mezzosoprano Lucia Cirillo la fedele Irene, che ha conquistato il pubblico nella pirotecnica “Qual guerriero in campo armato”, oltre che in arie di intensa espressività come “Sposa son disprezzata”. Ragguardevole, per la purezza del timbro e la sensibilità, il soprano Valeria La Grotta, quale Idaspe – confidente di Andronico – segnatamente nell’aria “Anch’il mar par che sommerga”. Esaltante, nel finale, “Coronata di gigli e di rose”, affidata a Tutti e Coro, con la comparsa della scritta “That’s all Folks” (“È tutto, gente”), tratta da Looney Tunes, la celebre serie animata della Warner Bross, che ha concluso – in linea con alcuni precedenti rimandi alla contemporaneità – questo intrigante Bajazet. Grande successo, anche per il regista (a parte qualche cenno di contestazione).

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Kaifeng: Music School of Henan University: l’incontro di due civiltà attraverso la musica e la cultura

gbopera - Dom, 09/06/2024 - 23:49

Kaifeng, Auditorium della Music School of Henan University: Progetto “Esperto straniero di alto livello”
Orchestra e Coro della Music School of Henan University (Cina)
Direttore Salvatore Dell’Atti
Maestro del Coro Wang Li
Soprano Xu Mingli
Tenore Zhu Qiheng
Erhu Xu Hongzhan
AA.VV. (musiche del XIII-XVI secolo) Tradizionale, Tarantella del Seicento;G. F. Haendel: “Lascia ch’io pianga”; J. B. Lully: “Marche pour la cérémonie des Turcs”; W. A. Mozart,:  Ave Verum Corpus (K 618); J. B. Rameau: Danse du Grand Calumet de la PaixE. Morricone:  Gabriel’s Oboe;E. Di Capua-A. Mazzucchi,:”O sole mio”.
Kaifeng, 31 maggio 2024
Provate ad immaginare un concerto di musiche europee (dalla fine del XIII secolo alla musica contemporanea), conclusosi con O sole mio, eseguito da un’orchestra ed un coro di studenti e docenti dell’Henan University, e sentire cantare qualcuno anche dal pubblico con gioia smisurata: «Che bella cosa na jurnata ‘e sole / N’aria serena dopo na tempesta / Pe’ ll’aria fresca pare già na festa […] ‘O sole mio Sta ‘n fronte a te». Accanto al classico organico orchestrale occidentale vi erano altri strumenti: [a corde pizzicate simili alla cetra (guzheng), al liuto (pipa e Yueqin), al violino (erhu), al flauto traverso (dizi), ecc.] un’esecuzione colorata e luminosa tanto da restituire all’ascoltatore un ricco arcobaleno di colori e nuances: una percezione pienamente caleidoscopica. È accaduto il 31 maggio scorso presso il gremitissimo Auditorium della Music School of Henan University a Kaifeng (provincia dell’Henan), una delle capitali storiche nel periodo della dinastia Song e il concerto è stato trasmesso in tutta la Cina. Fuori non era na jurnata ‘e sole ma dentro si percepiva quel calore che fa rima con cuore: un autentico crogiolo di bellezza, amicizia e umanità. A dirigere il concerto il maestro Salvatore Dell’Atti – direttore d’orchestra, compositore, musicologo italiano, docente presso il Conservatorio “F. Morlacchi” di Perugia – invitato a tenere conferenze e concerti con un progetto internazionale coordinato dal prof. Chen Wenge dell’Università di Henan. Si è trattato di una full immersion di iniziative (24-31 maggio 2024) in cui protagonista era la cultura e la musica della tradizione italiana: La musica popolare in Italia (con la partecipazione online del prof. Vincenzo Caporaletti dell’Università di Macerata), Puccini e il melodramma, L’improvvisazione nella musica barocca con particolare riferimento ai compositori italiani ed una Masterclass di Composizione per gli studenti dei bienni e docenti in cui sono stati presentati ed analizzati lavori di compositori contemporanei di aerea europea ed italiana. Il prof. Dell’Atti, invitato a presentare alcuni suoi lavori, ha organizzato l’evento come un autentico laboratorio entrando in dettagli tecnici-compositivi, commentando e proponendo suggerimenti ai lavori dei giovani compositori. Di particolare rilievo il pomeriggio del 30 presso l’Istituto Professionale della Musica di Xin Yang dove, dopo una bellissima performance di musiche e danze cinesi, sono seguiti gli interventi dei proff. Chen, Dell’Atti e Caporaletti (online): un’occasione in cui ogni studioso ha illustrato nuovi spunti di ricerca musicologica sul tema della musica popolare e per il prof. marchigiano occasione per esporre il suo studio sulle “musiche audiotattili”. Ritornando al concerto, si è trattato di un autentico successo: le compagini corale-orchestrale si esprimevano nella lingua «del bel paese là dove ‘l sì suona», il maestro ha valorizzato le ‘diversità’ avvicinandosi il più possibile al modo di fare musica in Cina. Il programma si riallacciava ai contenuti delle conferenze; per la musica popolare si segnala l’esecuzione di Bedda ci dormi, esempio di brano della tradizione salentina, a cura di musicisti cinesi e del solista Zhu Qiheng che, oltre a cantare in dialetto, è riuscito ad esprimere con sentimento l’amore di un uomo che chiede all’amata di alzarsi per farlo entrare poiché è fuori a sospirare d’amore per lei. Non poteva mancare il ballo con la Tarantella del Seicento in cui, negli interventi in alternatim tra la delicatezza degli strumenti a corde a quelli a fiato, sembrava cogliere i movimenti coreutici del ballo in coppia. Inoltre si segnalano l’ispirata interpretazione del soprano Xu Mingli nell’aria Lascia ch’io pianga (da Rinaldo) e la Marche pour la cérémonie des Turcs (da Le bourgeois gentilhomme) ove l’orchestra ha evidenziato la solennità del brano alludendo alla marcia del Re Sole mentre la qualità degli interventi e l’equilibrio sonoro tra le famiglie orchestrali evidenziava una raffinata concertazione da parte del direttore. Il celebre Ave Verum Corpus ha confermato la bella prestazione del coro, accuratamente preparato dalla professoressa Wang Li, sottolineando, con una interessante vocalità, la bellezza del testo. Il risultato, grazie al rapporto simbiotico tra coro e orchestra creato dal direttore italiano, è stato quello di un’autentica pace interiore. Il tema della pace risuonava nella Danse du Grand Calumet de la Paix la cui briosa interpretazione ha ‘ipnotizzato’ il pubblico. Particolarmente toccante è stata l’esecuzione della solista Xu Hongzhan del brano Gabriel’s Oboe, noto al grande pubblico come colonna sonora del film Mission, in cui la scelta di far suonare il tema con l’erhu, anziché l’oboe, ha evidenziato maggiore cantabilità, più vicina alla voce umana. Anche l’orchestra, grazie alla guida sicura di Dell’Atti, restituiva una lettura della partitura dove si percepiva una vibrante e calorosa espressività. Il concerto, conclusosi con moltissimi applausi per tutti, ha visto un particolare fuori programma in quanto il direttore ha estratto dal taschino della giacca un flauto dolce sopranino interpretando con estrema delicatezza il Largo dal Concerto in do maggiore per flautino, archi e bc. RV 443 di Vivaldi che in tale contesto assumeva il carattere della “maraviglia” barocca della gloriosa scuola italiana.

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Roma: “Nuovi appuntamenti didattici con il tenore Massimo Iannone”

gbopera - Dom, 09/06/2024 - 15:37

NUOVI APPUNTAMENTI DIDATTICI CON IL TENORE MASSIMO IANNONE
Di ritorno da un lungo ciclo  di masterclasses tenutosi in Cina nella scorsa primavera che hanno riscosso vivo successo tanto da fargli conferire il prestigioso titolo di Professore Onorario dall’Università di Hanan, il tenore Massimo Iannone si appresta a proseguire la sua attività didattica. Massimo Iannone, avviato agli studi musicali fin da ragazzo ha intrapreso lo studio del pianoforte e poi del canto presso il conservatorio San Pietro a Maiella di Napoli, apprendendo per tre anni le basi della tecnica vocale e dell’interpretazione del repertorio con Ettore Campogalliani e perfezionandosi successivamente con Alfredo Kraus. Dopo una iniziale carriera da solista è stato per trenta anni tenore presso il coro dell’Accademia di Santa Cecilia, esperienza di vita che gli ha permesso di collaborare e avvicinare molti dei più grandi musicisti di questi ultimi decenni ampliando notevolmente l’orizzonte  della propria formazione. Giornalista regolarmente iscritto all’albo, da sempre ha affiancato all’attività di esecutore, un impegno costante nella diffusione della cultura musicale operistica italiana riconosciuta recentemente Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, nella didattica, testimoniate dalle numerosissime masterclasses tenute con successo  in tutto il mondo e  dall’essere stato fra l’altro membro della Consulta della Cultura del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo, vocal coach per il festival pucciniano di Torre del Lago e dall’aver rappresentato nel 2017 il belcanto italiano presso l’Istituto di Cultura dell’Ambasciata Italiana a Londra con una masterclass incentrata sulla Giovane Scuola. I prossimi impegni infatti vedranno Massimo Iannone impegnato  a  Monaco di Baviera il 21 e 22 giugno 2014 organizzato da Opera Co-Pro presso la prestigiosa sede della  Steinway & Sons di Monaco, a Barcellona il 27 e 28 giugno 2014 presso lo studio del maestro Josep Buforn con una serie i lezioni incentrate sul tema  “Verdi e la sua eredità in Giacomo Puccini” ed infine a Spoleto dal 24 al 28 luglio presso la Menotti Arts Academy al termine dei quali sono sempre previsti concerti finali.
https://youtube.com/@massimoiannonevocalcoach?si=jqWPqRCoIxt1B5x_
https://www.facebook.com/max.iannone1

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Museo Nazionale Romano, Terme di Diocleziano: “COLLÒCULI / INTRO-SPECTIO” dal 12 giugno al 08 settembre 2024

gbopera - Dom, 09/06/2024 - 08:00

Museo Nazionale Romano, Terme di Diocleziano
COLLÒCULI / INTRO-SPECTIO
opere di Annalaura di Luggo
curata da Gabriele Perretta
dal 12 giugno al 08 settembre 2024
Dal 12 giugno all’8 settembre 2024 il Museo Nazionale Romano – Terme di Diocleziano ospita la mostra COLLÒCULI / INTRO-SPECTIO con opere dell’artista Annalaura di Luggo. Collòculi è una gigantesca interpretazione scultorea dell’occhio umano, realizzata in alluminio riciclato al cui interno è posta un’iride interattiva. L’installazione assume espressione di vitalità grazie alla tecnologia: la “pupilla” di Collòculi, infatti, trasmette contenuti multimediali interattivi “real time”, attraverso un sistema di telecamere “gesture recognition” che permette al fruitore di diventare parte integrante dell’azione. In mostra anche una selezione di opere dal ciclo Intro-Spectio realizzate attraverso un duplice processo di stampa e foratura su Dibond e Plexiglas. Questi lavori di Annalaura di Luggo si propongono in una suggestiva tridimensionalità, con fori sulla superficie fotografica che appaiono come un “grembo di luce”: qui si annidano iridi di uomini e animali, fotografati dalla stessa artista con uno speciale obiettivo. Con il supporto del Ministero della Cultura, la mostra è curata da Gabriele Perretta mentre il catalogo di Silvana Editoriale contiene testi di Demetrio Paparoni. L’evento, che vede il coordinamento di Marcello Palminteri, è organizzato con il supporto dello Jus Museum di Napoli, della Fondazione Banco Napoli, di Luca de Magistris Private Fideuram e della Lead Broker & Consulting.

 

Categorie: Musica corale

Roma, Palazzo Merulana: “Saverio Ungheri. Visioni Metapsichiche” dal 12 giugno al 25 agosto 2024

gbopera - Dom, 09/06/2024 - 08:00

Roma, Palazzo Merulana
SAVERIO UNGHERI. VISIONI METAPSICHICHE
a cura di Andrea Romoli Barberini
Da mercoledì 12 giugno a domenica 25 agosto 2024
Palazzo Merulana, sede della Fondazione Elena e Claudio Cerasi, gestito e valorizzato da Coopculture, è lieto di presentare  “Saverio Ungheri. Visioni Metapsichiche”, a cura di Andrea Romoli Barberini. Il progetto, promosso e organizzato dal prof. Andrea Romoli Barberini, docente di Storia dell’arte presso l’Accademia di belle arti di Napoli, dalla Dott.ssa Andreina Ciufo Guidotti, storica dell’arte e autrice della nuova monografia sull’artista, e dal Dott. Andrea Ungheri, figlio dell’artista, ideatore della mostra e Presidente dell’Associazione Culturale “Amici del Polmone Pulsante”, si incentra sulla figura di Saverio Ungheri, artista calabrese, attivo sulla scena capitolina del secondo Novecento, dal 1950 fino alla scomparsa, nel 2013 a Roma. Saverio Ungheri si forma e inserisce in un tessuto culturale connotato, nell’arte, dalle ricerche d’avanguardia che avevano trovato nuovo slancio e vigore dalla fine del Secondo conflitto mondiale. Il fascino dell’arte astratta, quasi una rivelazione per gli artisti più giovani, che potevano così tentare un allineamento con le più avanzate esperienze d’oltreconfine, si stava progressivamente imponendo, suscitando anche la conversione di molti pittori figurativi e la nascita di gruppi come Forma e Origine. Pur rimanendo ai margini di tali esperienze, osservandole da un angolo privilegiato, Ungheri se ne lascia talvolta contaminare, ma attraverso un filtro fortemente selettivo, per farsi portatore di una cifra pittorica e scultorea di grande originalità nell’ambito di quello stesso panorama. La sua produzione principalmente pittorica si affianca alla ricerca nel campo scultoreo, che diverrà cifra connotativa del suo contributo al movimento Astralista e a quello dell’Arte Bionika. Il progetto prevede un allestimento concepito secondo una scansione cronologica e tematica, che metta in risalto i diversi periodi e gli apporti più significativi e originali della ricerca artistica del Maestro. Le sezioni della mostra sono così contraddistinte: Formazione e opere giovanili, Pitture di impronta sironiana, Astralismo, Eden/Finestre, Arte Bionika, Artigianal Art (Art-Art). Saverio Ungheri (Rizziconi/RC, 1926 – Roma, 2013) si diploma prima al Liceo Classico di Cittanova (RC), poi al liceo artistico di Roma, dove si trasferisce negli anni ’50 e dove concentrerà tutta la sua produzione artistica, frequentando per due anni il corso di scenografia all’Accademia di Belle Arti, entrando in contatto con Sante Monachesi e lavorando come disegnatore tecnico e insegnante d’arte in diverse scuole. Si sposa nel 1951 con Teresa Nasso, sua musa ispiratrice e giudice inflessibile delle sue opere. Collabora con l’Accademia di Belle Arti di Roma e comincia a produrre numerosi dipinti, affreschi e decorazioni per diverse committenze. La sua attività espositiva si avvia con i primi anni Cinquanta per protrarsi fino al 2000 con mostre presso spazi pubblici e gallerie private. Il nome di Ungheri è legato a vari movimenti artistici e alla stesura dei rispettivi manifesti: il sopracitato movimento Astralista (Astralismo), da lui cofondato insieme a Sante Monachesi, Claudio Del Sole, Sandro Trotti e Grazioso David, formalizzato con il “Manifesto Astralista” del 14 settembre 1959, cui ne seguiranno altri due; il movimento “Art-Art” (Artigianal Art) il cui manifesto viene pubblicato da “Paese Sera” nel 1968; il “Progetto D’Arte Metapsichica”, la cui visione è esplicitata nel volumetto “Pantenergheia” scritto dallo stesso Ungheri nel 1970 e pubblicato dalla Casa editrice “La parola” nel 1977. Parallelamente al periodo astralista fonda, nel 1961, a coronamento di una ricerca individuale, l’“Arte Bionika”, termine ispirato alla perpetuazione dell’attimo di vita (dal greco Bios), rappresentata attraverso le sue caratteristiche ed uniche Sculture Pulsanti.

Categorie: Musica corale

Le Cantate di Johann Sebastian Bach: seconda domenica dopo la Trinità

gbopera - Dom, 09/06/2024 - 00:51

Dopo la Cantata BWV 76 che abbiamo analizzato lo scorso anno, la seconda partitura dedicata alla seconda domenica dopo la Trinità è la BWV 2, “Ach Gott, vom Himmel sieh darein” eseguita la prima volta a Lipsia il 18 giugno del 1724. Alla base della composizione troviamo un inno di Martin Lutero ispirato al Salmo 12 che ritroviamo nel Coro d’apertura concepito in stile “antico” in tempo “a cappella con strumenti”, fra cui 4 tromboni raddoppianti le parti vocali. Questo tipo di condotta “arcaica” con il “cantus firmus” al contralto, lo troviamo solo in un’altra cantata la BWV 96 e contrasta nettamente con il trattamento rilevato ad altri brani introduttivi di altre cantate contemporanee ed è particolarmente sottolineato da una figura di “ostinato” nelle vesti  di una successione cromatica discendente nell’ambito che però come è caratteristica dello stile bachiano, presenta continuamente la proposta del suo contrario, una figura cromatica ascendente, in una sorta di accostamento di figure musicali di struttura uguale ma dal significato differente, quello che nella retorica viene definito come “paronomasia”.  Il Corale emerge anche nei due recitativi presenti nella Cantata (Nr.2 e 4) nei due episodi  “adagio”  in stile arioso, così come nell’aria tripartita cantata dal contralto (Nr 3) che vede la presenza di un violino obbligato. Una pagina che contrasta con la severità inizialmente  espressa nella pagina iniziale. Il violino sembra quasi voler sottolineare le parole “Rottengeisten” (spiriti settari) e il “Ketzerei” (eresia). Nell’altra aria tripartita (Nr.5) cantata dal tenore si apprezza l’abilità contrappuntistica e la bella invenzione melodica, anche frutto dallo studio appreso da Bach nella  trascrizione dei concerti italiani, coniugati con l’eredità contrappuntistica tedesca. Il corale finale, mostra una maggiore morbidezza rispetto l’austero coro iniziale.
Nr.1 – Coro
O Dio, guarda giù dal cielo
e abbi pietà di noi!
Quanto pochi sono i tuoi fedeli
tra di noi, poveri e abbandonati;
nessuno crede più alla verità
della tua Parola e la fede
è quasi scomparsa tra gli uomini.
Nr.2 – Recitativo (Tenore)
Ci insegnano vane e false astuzie
che contraddicono Dio e la sua verità;
ed i pensieri concepiti dalle loro menti
-miseria che dolorosamente affligge la Chiesa-
prendono il posto della Bibbia.
Scelgono ora una cosa , ora l’altra,
guidati dalla loro sciocca ragione;
sono come sepolcri
in apparenza puliti all’esterno
ma che contengono solo puzza e muffa
e non rivelano che sporcizia.
Nr.3 – Aria (Contralto)
O Dio, estirpa le dottrine
che distorcono la tua Parola!
Respingi le eresie
e tutti gli spiriti settari;
poichè essi parlano senza timore
sfidando colui che deve essere loro sovrano!
Nr.4 – Recitativo (Basso)
I poveri sono smarriti,
i loro sospiri, i loro lamenti angosciati
provocati dal dolore e dai tormenti
con cui i nemici affliggono le anime giuste
raggiungono l’orecchio pietoso dell’Altissimo.
Per questo Dio dice: devo essere il loro soccorso!
Ho ascoltato i loro lamenti,
ora sorge l’aiuto,
il sole splendente della pura verità
che con rinnovata potenza
crea consolazione e vita,
rinfranca e rallegra.
Avrò pietà della loro sofferenza,
la mia Parola di vita sarà la forza dei deboli.
Nr.5 – Aria (Tenore)
L’argento si purifica per mezzo del fuoco,
la Parola si verifica per mezzo della croce.
Perciò il cristiano deve sempre
portare con pazienza la sua croce e il suo dolore.
Nr.6 – Corale
O Dio, conserva pura la tua Parola
in mezzo a questa generazione malvagia;
facci restare obbedienti a te
senza essere macchiati.
La moltitudine dei senza-Dio ci circonda,
quanti dissoluti
sono esaltati dal tuo popolo.
Traduzione Emanuele Antonacci

www.gbopera.it · J.S.Bach: Cantata “Ach Gott, vom Himmel sieh darein” BWV 2

 

Categorie: Musica corale

Roma, Accademia Filarmonica Romana: “La nuova stagione tra riconferme e giovani talenti”

gbopera - Sab, 08/06/2024 - 14:22

Roma, Accademia Filarmonica Romana
Presentazione della nuova stagione 2024-2025
Una stagione gazzella. È così che si fa definire il cartellone delle proposte dell’Accademia Filarmonica Romana che dal prossimo autunno rinnova collaborazioni e iniziative autoctone negli ambiti della musica classica, della musica contemporanea, ma anche della danza e dell’educazione musicale rivolta a giovani o piccolissimi. «Non apparteniamo al mondo degli elefanti — ha detto il presidente della Fondazione di via Flaminia Paolo Baratta — ma a quello delle gazzelle sì!». L’animale agile e poco appariscente dovrebbe corrispondere all’idea di una proposta che, anche quest’anno, conferma artisti di sicura presa sul pubblico — tornano i MomixMiguel Angel ZottoDavid Parsons — e contemporaneamente osa invitando giovani talenti a salire sui tre palchi ospiti, che sono quelli dei teatri Argentina e Olimpico e della Sala Casella. La stagione è curata dal nuovo direttore Domenico Turi, compositore e pianista classe 1986, già assistente dell’istituzione da una decina d’anni, ispirato dall’idea che «la musica è una cosa seria, non seriosa. Noi vogliamo recuperare la gioia e la leggerezza». In ordine di tempo si parte il 19 settembre con i Dialoghi d’autunno, concerti introdotti dal musicologo Valerio Sebastiani, all’interno della sezione «Progetti filarmonici» dove avrà grande spazio il pianoforte. Si tratta di serate dedicate ai compositori dal Novecento a oggi, da Olivier Messiaen (cui è dedicata la proposta del 23 gennaio) a Goffredo Petrassi. Spazio anche a giovani contemporanei come Jacopo Petrucci (27 febbraio). Il sipario vero e proprio si alza il 7 novembre sul ballet pour enfants di Claude Debussy La boîte à joujoux nella versione per pianoforte, voce recitante e danzatori con la Compagnia Du’K’to, coreografia di Carlo Massari (Teatro Argentina). Proseguendo con «Lezioni di musica», ciclo in quattro appuntamenti condotto da Giovanni Bietti (dal 20 ottobre, Sala Casella), si torna all’Argentina con la pianista ucraina Anna Fedorova il 28 novembre con un recital tra Ravel Musorgskij. I già direttori della Filarmonica Andrea Lucchesini ed Enrico Dindo suonano insieme Schumann, Beethoven e Chopin a dicembre, mentre arriva dalla Russia il violinista Ilya Gringolts (19 dicembre, Argentina). Concerto de’ Cavalieri è il nome della formazione guidata da Marcello Di Lisa che accosta la musica del Settecento a quella di Arvo Pärt (gennaio), mentre il Trio di Parma, già applaudito lo scorso anno, torna con un programma dedicato a Brahms, stesso compositore protagonista della proposta del Quartetto Noûs (entrambi a febbraio). Curioso il debutto di Adélaïde Ferrière, che suona le percussioni adattando la musica barocca alla marimba o interpretando con inventiva il Novecento (13 marzo, Argentina). Giovane anche il pianista Filippo Gorini, di scena il 27 marzo. E mentre la proposta musicale prosegue fino a maggio chiudendo con la novità proposta dall’Ensemble l’Astrée e Francesco D’Orazio dedicata anche al centenario di Berio, la danza riconferma nomi conosciuti nella sala del Teatro Olimpico. Tra questi: TangoHistorias de Astor di Zotto (ottobre), la modern dance di David Parsons (novembre), gli inossidabili Momix (aprile) e la proposta per tutte le età Slava’s Snowshow del clown Slava Polunin a marzo.

Categorie: Musica corale

Madrid, Teatro Real: “La Bayadère”

gbopera - Sab, 08/06/2024 - 09:20

Madrid, Teatro Real, Temporada 2023-2024
“LA BAYADÈRE”
Balletto in due atti e sei quadri nella versione di Patrice Bart
Musica di Ludwig Minkus con adattamenti di Maria Babanina
Solor JINHAO ZHANG
Nikiya LAURETTA SUMMERSCALES
Gamzatti MARIA BARANOVA
Idolo d’oro SHALE WAGMAN
Gran Bramino NORBERT GRAF
Raja Dugmanta KRZYSZTOF ZAWADZKI
Nutrice ANNA BEKE
Primo spirito MARGARITA GRECHANAIA
Secondo spirito MARGARITA FERNANDES
Terzo spirito ELVINA IBRAIMOVA
Orquesta Titular del Teatro Real de Madrid
Corpo di ballo del Nationaltheater di Monaco
Direttore Kevin Rhodes
Coreografia Patrice Bart (ispirata a Marius Petipa)
Scene e costumi Tomio Mohri
Realizzazione del disegno scenico Kumiko Sakurai
Luci Maurizio Montobbio
Drammaturgia Wolfgang Oberender
Produzione del Nationaltheater di Monaco (1998)
Madrid, 2 giugno 2024
Nel 2008 il Teatro Real di Madrid ospitò La Bayadère nell’allestimento del Nationaltheater di Monaco, che risaliva a dieci anni prima. Ha ventisei anni, dunque, la versione di Patrice Bart (1945), che deve moltissimo all’originale di Marius Petipa. Per non cadere nel solito luogo comune di rilevare che “tanti anni di una produzione inevitabilmente si sentono”, che “lo spettacolo è bello ma un po’ datato”, che “il brillio e la sontuosità di scene e costumi appartengono forse a gusti di altri decenni”, e altre banalità del genere, converrà concentrarsi sugli aspetti che davvero importano. Prima di tutto, la musica di Minkus. Pochi balletti classici hanno subito tante interpolazioni e rimaneggiamenti come La Bayadère, sulla cui partitura intervennero Cesare Pugni, Ricardo Drigo e lo stesso Minkus, in varie occasioni; spesso, il risultato di queste revisioni è consistito nell’accentuare gli orientalismi, gli esotismi più o meno circensi, ma sempre alquanto discutibili, insomma gli “effetti” musicali più oleografici. A Madrid, per fortuna, non solo è giunta la versione ricostruita dalla musicologa russa Maria Babanina (che l’aveva preparata appunto per Monaco circa trent’anni fa), ma c’è anche un direttore esperto ed equilibrato come Kevin Rhodes. Grazie a lui, le sonorità e i volumi dell’Orquesta Titular del Teatro Real sono sempre perfettamente controllati, al servizio tanto della coreografia quanto della drammaturgia (nessuna concessione a facili orientalismi; piuttosto, qualche dose massiccia di martellanti percussioni). La bayadère di Rhodes insiste sui colori scuri e sulle sonorità degli ottoni, senza trascurare però le trame interne di una partitura tutt’altro che semplice (non solo fanfare e marcette, secondo certo cliché della vulgata esecutiva). Al termine della recita, infatti, il pubblico di Madrid tributa una calorosa acclamazione al direttore d’orchestra, oltre che ai tersicorei. Il versante coreografico, di livello molto apprezzabile, è meno entusiasmante di quello musicale, sia in termini generali sia per la qualità dei solisti. Prima di tutto, alcuni personaggi minori (ma importanti per lo sviluppo narrativo), come il Gran Bramino, il Maragià e la Nutrice, sono ingessati in uno stile pantomimico di cent’anni fa, al punto da risultare quasi comici; qui, il lavoro del coreografo avrebbe urgente bisogno di essere svecchiato. Quanto ai protagonisti, la prova migliore è senza dubbio quella di Maria Baranova (la crudele Gamzatti), che sostituisce un’altra interprete indisposta; pur con qualche piccolissimo cedimento dei piedi, dovuto alla stanchezza delle recite accumulate, questa artista dimostra una notevole professionalità, dando il massimo di sé nei fouettés e nei momenti più travolgenti. Corretta e precisa Laurretta Summerscales nella parte principale della baiadera Nikiya. Ugualmente diligente, ma un po’ distaccato dal personaggio, il Solor di Jinhao Zhang. Entusiasmano il pubblico le acrobazie di Shale Wagman (L’idolo d’oro) e i numeri virtuosistici delle apparizioni dei tre spiriti: Margarita Grechanaia, Margarita Fernandes ed Elvina Ibraimova. Il corpo di ballo di Monaco si presenta perfettamente preparato e disimpegna molto bene le scene corali. Impeccabile il celebre corteo di spiriti che apre il II atto: uno dei momenti più emblematici della storia del balletto romantico, che solo l’estetica di Petipa esprime nelle modalità più convincenti ed emozionanti.   Foto Javier del Real © Teatro Real de Madrid

Categorie: Musica corale

Roma: “Fondo Andrea Camilleri: Uno spazio aperto al pubblico”

gbopera - Sab, 08/06/2024 - 08:00

Roma, Via Filippo Corridoni, 21
FONDO ANDREA CAMILLERI: UNO SPAZIO APERTO AL PUBBLICO
Il Centro Culturale Andrea Camilleri, ideato dallo stesso scrittore e dallo studio SDB architettura dell’architetto Simone Di Benedetto, è situato a Roma nel quartiere Della Vittoria, luogo di lunga residenza di Camilleri.
Questo spazio, realizzato nel 2018, mira a preservare e promuovere l’eredità culturale di Camilleri, fungendo da hub identitario per esplorare le sue opere e il suo impatto come scrittore, autore teatrale, regista e intellettuale. Ospitato in un ex bar degli anni ’90, il centro accoglie l’archivio e la biblioteca dello scrittore in un ambiente intimo e accogliente, progettato per riflettere la fusione linguistica e stilistica che caratterizza l’opera di Camilleri. Andrea Camilleri, nato il 6 settembre 1925 a Porto Empedocle, ha lasciato un’impronta indelebile nella letteratura italiana, distinguendosi come scrittore, sceneggiatore, regista e drammaturgo. La sua risonanza culturale si intensificò significativamente dalla fine degli anni ’90, con l’adattamento televisivo delle sue opere nella serie “Il commissario Montalbano”, che riscosse un vasto successo su Rai 1, contribuendo a immortalare il suo nome tra i grandi della narrativa contemporanea. La carriera accademica di Camilleri iniziò precocemente ma fu contrassegnata da eventi storici tumultuosi. Dopo un breve periodo nel Collegio Vescovile Pio X, proseguì gli studi al Liceo Classico Empedocle di Agrigento, dove, a causa degli incessanti bombardamenti durante la Seconda Guerra Mondiale e l’imminente sbarco alleato in Sicilia, ottenne il diploma nel 1943 senza sostenere gli esami finali. Gli eventi bellici portarono le autorità scolastiche a chiudere le istituzioni educative, considerando valido il secondo scrutinio trimestrale come sufficienza per il conseguimento della maturità. Il suo interesse per il teatro lo vide assumere il ruolo di regista teatrale già nel 1942. Successivamente, si iscrisse alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Palermo, anche se non completò il percorso di studi. Durante questi anni, Camilleri aderì al Partito Comunista Italiano e iniziò a pubblicare poesie e racconti, emergendo come finalista nel Premio Saint Vincent. La sua produzione letteraria iniziale, incentrata su poesie e racconti per riviste e quotidiani come “L’Italia socialista” e “L’Ora di Palermo”, lo consolidò come una voce critica e influente. Le sue prime opere, che univano l’italiano al siciliano, mostrarono una predilezione per un linguaggio ricco e composito, segno distintivo che permeava molte delle sue narrazioni. Tale peculiarità linguistica trovò ampia risonanza e le sue pubblicazioni raggiunsero tirature medie di circa 60.000 copie per edizione. Dopo un periodo di fervente attività poetica, durante il quale importanti figure come Giuseppe Ungaretti e Salvatore Quasimodo promossero le sue poesie nelle loro antologie, Camilleri decise di dedicarsi maggiormente alla narrativa e al teatro, spostando così il fulcro della sua produzione creativa. Con oltre 100 opere all’attivo e traduzioni in 120 lingue, Camilleri ha venduto più di 10 milioni di copie. I suoi riconoscimenti includono il Premio Letterario Chianti e il Premio Vittorio De Sica per la cultura. Nel 2003, ricevette anche la medaglia di Grande Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana, a testimonianza del suo contributo all’arte e alla cultura italiana. Per salvaguardare l’enorme patrimonio documentale e intellettuale di Camilleri, la sua famiglia ha istituito l’Associazione Fondo Andrea Camilleri a Roma, con l’obiettivo di conservare e promuovere la sua eredità. Il Fondo, avviato nel 2021, si occupa del recupero, dell’ordinamento dell’archivio, della digitalizzazione, e dell’organizzazione di servizi per la fruizione pubblica e la realizzazione di iniziative culturali. Queste attività, mirate a preservare e valorizzare il patrimonio culturale, sono pianificate con un approccio a medio e lungo termine, seguendo metodologie e prassi consolidate nel campo della conservazione culturale. Il Fondo Andrea Camilleri si propone, quindi, non solo come custode della memoria storico-letteraria dell’autore, ma anche come polo dinamico di ricerca e divulgazione, inteso a promuovere l’accesso e l’approfondimento delle sue opere e a sostenere iniziative culturali che ne perpetuino lo studio e la valutazione, nel segno di un patrimonio condiviso e fruibile dalla collettività. L’archivio di Andrea Camilleri offre una panoramica esauriente che copre un arco temporale ricco di svolte significative in vari settori, esplorando in particolare le radici e gli sviluppi meno noti della sua carriera artistica e professionale. Questo periodo è contrassegnato da una crescita straordinaria nella notorietà e popolarità dell’autore, fenomeni che hanno delineato il profilo pubblico dello scrittore dalla fine degli anni novanta del ventesimo secolo. Documenti manoscritti, articoli, e materiale iconografico, come fotografie e manifesti teatrali, sono solo alcune delle risorse attraverso le quali l’archivio facilita l’accesso alla trama umana e intellettuale di Camilleri, immerso nei mondi della letteratura, del teatro, della televisione e della radio. L’approccio espositivo dell’archivio è definito da una metodologia filologica e scientifica, basata sui documenti conservati. La sua ricca attività artistica, sviluppata in un contesto storico e culturale profondamente radicato nel Novecento, fornisce una testimonianza vivida dell’epoca. Il lavoro iniziale di catalogazione e riordino, iniziato nel 2021, ha rivelato l’organizzazione originale data dall’autore ai principali nuclei documentali, sia durante la produzione sia in una fase di maggiore celebrità, quando Camilleri ha iniziato a riesaminare le proprie carte per recuperare dati su eventi e incontri chiave della sua carriera passata. L’archivio, estendendosi per circa 35 metri lineari, conserva una varietà di documenti che riflettono l’eclettico percorso professionale di Camilleri, dalle opere pubblicate e inedite, alle regie teatrali, fino al suo lavoro in RAI come regista e produttore. Elementi multimediali, come fotografie e registrazioni, arricchiscono ulteriormente la collezione, che è stata dichiarata di rilevante interesse storico dalla Soprintendenza Archivistica e Bibliografica del Lazio. Parallelamente, la biblioteca privata di Camilleri riflette un’evoluzione continua, dai primi taccuini conservati dal 1940, che illustrano gli interessi che hanno influenzato la sua traiettoria artistica. La biblioteca, curata personalmente da Camilleri, comprende una vasta gamma di generi, dalla poesia alla narrativa mondiale, dimostrando un’intensa interconnessione con i materiali dell’archivio. Con la crescente attenzione verso la sua opera nei primi anni 2000, la biblioteca si è arricchita di una sezione dedicata alle opere saggistiche e pubblicazioni su di lui. Attualmente, il fondo Andrea Camilleri è impegnato nella catalogazione di questo prezioso patrimonio, che presto includerà tutte le traduzioni delle sue opere in trentanove lingue, così come le pubblicazioni relative alla sua vasta attività artistica.

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Roma, Teatro Argentina: “Accabadora” dal romanzo di Michela Murgia solo il 12 e 13 giugno 2024

gbopera - Sab, 08/06/2024 - 08:00

Roma, Teatro Argentina
ACCABADORA
dal romanzo di Michela Murgia edito da Giulio Einaudi Editore
drammaturgia Carlotta Corradi
regia Veronica Cruciani
con Anna Della Rosa
Accabadora, uno dei più bei romanzi di Michela Murgia nonché uno dei libri più letti in Italia negli ultimi anni (Einaudi 2009; vincitore Premio Campiello 2010), è lo spettacolo di Veronica Cruciani interpretato da Anna Della Rosa. Il testo teatrale è scritto da Carlotta Corradi su richiesta della regista che da subito ha pensato di farne un monologo partendo dal punto di vista di Maria, la figlia di Bonaria Urrai l’accabadora di Soreni. Michela Murgia racconta una storia ambientata in un paesino immaginario della Sardegna, dove Maria, all’età di sei anni, viene data a fill’e anima a Bonaria Urrai, una sarta che vive sola e che all’occasione fa l’accabadora. La parola, di tradizione sarda, prende la radice dallo spagnolo acabar che significa finire, uccidere; Bonaria Urrai aiuta le persone in fin di vita a morire. Maria cresce nell’ammirazione di questa nuova madre, più colta e più attenta della precedente, fino al giorno in cui scopre la sua vera natura. È allora che fugge nel continente per cambiare vita e dimenticare il passato, ma pochi anni dopo torna sul letto di morte della Tzia. È a questo punto della storia che comincia il testo teatrale. Maria è ormai una donna, o vorrebbe esserlo. Ma la permanenza sul letto di morte della Tzia mette in dubbio tutte le sue certezze. La drammaturgia di Carlotta Corradi parte proprio dal ritorno di Maria sul letto di morte di Tzia Bonaria. C’è un tempo di separazione tra le due donne che pesa in questo incontro. La verità, la rabbia che la ragazza ancora prova per il tradimento subito dalla Tzia viene a galla prepotentemente, nonostante gli sforzi che Maria compie per galleggiare tra i migliori ricordi dell’infanzia accanto alla lunga gonna nera della Tzia.

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