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Musica corale

Brescia, Teatro Sociale: “La casa dei Rosmer” di Henrik Ibsen

gbopera - Ven, 05/04/2024 - 17:43

Brescia, Teatro Sociale, Stagione 2023/24
LA CASA DEI ROSMER”
da Henrik Ibsen
Progetto ed elaborazione drammaturgica Elena Bucci e Marco Sgrosso
Rebecca West ELENA BUCCI
Johannes Rosmer MARCO SGROSSO
Il rettore Kroll  EMANUELE CARUCCI VITERBI
Ulrik Brendel / Madama Helseth FRANCESCO PENNACCHIA
Peder Mortensgaard  VALERIO PIETROVITA
Regia di Elena Bucci, con la collaborazione di Marco Sgrosso
Disegno luci Daria Grispino
Drammaturgia sonora e cura del suono Raffaele Bassetti
Scene Nomadea
Costumi Marta Solari
Produzione Teatro Metastasio di Prato, Centro Teatrale Bresciano, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale in collaborazione con Compagnia Le belle bandiere, sostenuta da Regione Emilia Romagna e Comune di Russi
Brescia, 02 aprile 2024
L’abbiamo detto e lo ripetiamo: non c’è abbastanza Ibsen nei cartelloni italiani. Probabilmente l’andazzo socio-politico che il Belpaese ha adottato negli ultimi dieci anni ha reso l’opera del genio norvegese davvero distante dal nostro modo di sentire e di intendere l’arte e il reale, sebbene sia anche vero che, se mai proponiamo al pubblico testi di una certa complessità, questo mai si abituerà ad apprezzarli. Un buon metodo per riprendere un consapevole discorso ibseniano con il pubblico italiano può essere quello di scegliere i testi più diretti ed emotivamente coinvolgenti e proporli in maniera fortemente evocativa, scenicamente accattivante; sulla base di questi semplici suggerimenti, ci dispiace constatare che “La casa dei Rosmer” prodotta dal Centro Teatrale Bresciano non si riveli una scelta particolarmente felice. In primo luogo, il testo appartiene al filone più introspettivo e psicologico del drammaturgo norvegese, che anticipa le sue ultime produzioni, consapevolmente infarcite di ambiguità, reticenze, simbolismi e questioni di natura etico-spirituale particolarmente sottili. “Rosmersholm” è, infatti, una sorta di testo a tesi, che tenta di rispondere alla domanda: “qual è la vera libertà?”, proponendoci i caratteri complessi e multisfaccettati di Johannes e Rebecca, convinti di essere immuni dalle meschinità della socialità di provincia, per poi accorgersi di esserne essi stessi tanto imbevuti da preferire la morte alla vita. Già in passato pochissimi registi in Italia si sono confrontati con questo testo fondamentalmente senza alcuna azione, e ci permettiamo di aggiungere che solo Massimo Castri riuscì a dargli un esito formidabile, grazie a una rilettura sostanzialmente freudiana dell’esilissima vicenda. Elena Bucci e Marco Sgrosso, per quanto interpreti di chiara fama e riconosciuto talento, non sembrano particolarmente a loro agio qui nelle vesti di registi, proponendo soluzioni di una desolante semplicità: tutti gli attori siedono in scena in attesa del loro turno e quando questo arriva si alzano, si portano al centro e parlano, senza usufruire di un appoggio, di un oggetto di scena, ma nemmeno di una progetto di posizionamento plastico che, forse, potrebbe dare un minimo di significato a ciò che viene detto. Non ci si può aspettare che oggi il pubblico ascolti per interesse quello che questi personaggi ci sciorinano: destare l’interesse è proprio il compito della regia, che qui latita in tutto e per tutto. Rimane irrisolta anche l’unica trovata interessante, che è quella di assegnare ad ogni personaggio un verso animale, come a volerne sottolineare il moralismo favolistico à la Lafontaine: peccato che questa natura animalesca si esprima unicamente all’inizio e alla fine del dramma, o in occasione dell’entrata e dell’uscita in scena, senza che questo contribuisca a una drammaturgia del corpo e del suono. Questa scena semplicissima è di poco arricchita da interessanti giochi di luce e di ombre dietro a teli bianchi sul fondo; occorre però riconoscere all’intero disegno luci di Daria Grispino un certo appwal, quel dinamismo che manca proprio alla regia. Il cast è composto senz’altro da validi professionisti, tra i quali giustamente spiccano i registi Sgrosso e Bucci, ma le performance non raggiungono un livello tale da vivere di vita propria, scavalcando le mancanze sceniche: gli attori recitano bene, con qualche piglio accademico o forza di troppo (specialmente Emanuele Carucci Viterbi, Kroll), con qualche ingenuo autocompiacimento (come Valerio Pietrovita, Mortensgaard), o, più semplicemente, con troppo manierato distacco, che li trasforma sovente in quasi immobili ripetitori sotto dei riflettori. Insomma, questa “Casa dei Rosmer” manca di anima, di una comunica comunicativa diretta e di impatto che parli al cuore e alla pancia del pubblico, preferendo le orecchie e il cervello. Si replica a Brescia fino al 07/04 , in chiusura di tournée. Foto Ilaria Costanzo

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Roma, Teatro Sala Umberto: “Il Giuocatore” secondo Roberto Valerio

gbopera - Gio, 04/04/2024 - 23:59

Roma, Teatro Sala Umberto
IL GIUOCATORE
di Carlo Goldoni
adattamento e regia Roberto Valerio
con Alessandro Averone, Mimosa Campironi, Alvia Reale, Nicola Rignanese,  Massimo Grigò, Davide Lorino, Roberta RosignoliMario Valiani
scene e costumi Guido Fiorato
musiche originali Mimosa Campironi
luci Emiliano Pona
una produzione Teatri di Pistoia – Centro di Produzione Teatrale
Roma, 04 Aprile 2024
Carlo Goldoni, nel prologo della sua commedia “Il Giuocatore”, evidenzia la universalità dei caratteri rappresentati, affermando che ovunque essa fosse stata portata in scena, sembrava creata sul modello di personaggi riconosciuti come genuini. Questa dichiarazione riflette la profondità e l’accuratezza con cui Goldoni affronta i temi universali nell’opera teatrale, scritta nel 1750 e messa in scena nel 1751, durante l’ambiziosa sfida del drammaturgo di produrre 16 nuove commedie. Per Goldoni, questa sfida rappresentava un’improvvisazione audace, un superamento delle convenzioni per creare qualcosa di straordinario e indimenticabile. Il gioco, quindi, non era solo una questione di denaro per lui, ma un intricato sistema di vita. La sua familiarità con i tavoli da gioco d’azzardo e gli ambienti sotterranei dove si scommetteva e si perdeva fortuna era profonda e diretta. Attraverso questa opera, Goldoni mette abilmente in mostra i processi mentali del giocatore, svelando tutte le trappole e gli inganni nei quali esso inevitabilmente cade, coinvolgendo spesso anche coloro che lo circondano. Pur facendo ridere il pubblico, la commedia non trascura di far comprendere la pericolosità e la dipendenza insita nel gioco d’azzardo, equiparandola a qualsiasi altra forma di tossicodipendenza. Il giovane Florindo è imprigionato da un pericoloso vizio per il gioco d’azzardo. Nonostante le vittorie effimere, le perdite superano di gran lunga i guadagni. La sua ossessione lo conduce verso un baratro sempre più profondo, intrappolandolo nelle trame di giocatori disonesti che lo spremono senza pietà. Abbandonato sia dalla sua futura moglie, Rosaura, che dall’amante Beatrice, Florindo si trova sull’orlo della rovina finanziaria e personale. L’ultima speranza sembra essere il matrimonio di convenienza con la ricca ma antipatica Gandolfa. Solo l’intervento di Pantalone de’Bisognosi, padre di Rosaura e fratello di Gandolfa, può ancora salvarlo. La regia di Roberto Valerio mette in evidenza l’oscurità e le potenzialità distruttive del gioco d’azzardo e della follia. Goldoni, senza ambiguità, denuncia come Florindo abbia sacrificato tutto in nome di un’ossessione che non porta alcun beneficio, ma solo rovina e disperazione. La sua pazzia non è quella genuina, quella che porta a vedere il mondo in modo diverso e creativo, ma è una spirale autodistruttiva che lo allontana dall’essenza stessa della vita. L’adattamento di Roberto Valerio arricchisce ulteriormente e attualizza un’opera già intrinsecamente moderna, rendendola più accattivante per il pubblico contemporaneo. Inizialmente affascinati dalla leggerezza e dall’incanto della commedia, ci troviamo poi sommersi dalla profonda angoscia della tragedia. La narrazione si distingue per la sua freschezza e dinamicità, mantenendo un equilibrio delicato tra comicità e dramma senza scivolare né nell’eccesso farsesco né nell’oppressione del dramma. La dipendenza, l’ossessione per il gioco d’azzardo, la corruzione morale ma anche i sentimenti di passione, amicizia e speranza agiscono come catalizzatori per un turbine di emozioni in continua evoluzione. La particolare sensibilità del regista Valerio nei confronti degli interpreti e delle sfumature psicologiche dei personaggi consente una rinnovata espressione dei protagonisti e, di conseguenza, dell’intera opera. I personaggi principali si presentano con una forza e una profondità rinnovate, mentre quelli secondari, spesso ridotti a semplici stereotipi, reclamano spazio e autonomia accanto ai protagonisti, assumendo un ruolo più significativo. Le coordinate temporali vengono lasciate volutamente sfocate, poiché la rilevanza dei temi trattati supera l’importanza del contesto storico specifico, permettendo così alle interpretazioni degli attori, alla musica e alle soluzioni sceniche innovative di plasmare l’atmosfera della rappresentazione in modo coinvolgente e avvincente. Le luci di Emiliano Pona creano atmosfere suggestive ed al contempo quando necessita anche  claustrofobiche, mentre la scenografia di Guido Fiorato offre un ambiente portuale dinamico e versatile. Nella resa scenica di questa opera teatrale, emerge come elemento centrale una maestosa barca, concepita e realizzata con maestria dal brillante scenografo. Questa imponente imbarcazione non è solo un semplice elemento di sfondo, ma assume un ruolo simbolico di grande rilevanza, fungendo da metafora per il viaggio dei protagonisti attraverso le acque tempestose della vita. La presenza della barca evoca un senso di avventura e di destino inevitabile, trasportando i personaggi in un viaggio attraverso le loro esperienze e le loro disgrazie. Simboleggia il percorso che essi intraprendono, affrontando le sfide e le tribolazioni che incontrano lungo il cammino. Inoltre, la barca rappresenta anche il concetto di trasformazione e di cambiamento, poiché i protagonisti sono costretti a confrontarsi con le proprie debolezze e i propri demoni mentre navigano attraverso le acque tumultuose della vita. È un simbolo di speranza e di possibilità di redenzione, nonostante le avversità incontrate lungo il percorso. Le musiche originali e le canzoni di Mimosa Campironi contribuiscono a sottolineare le emozioni e i moti interiori dei personaggi, arricchendo l’esperienza teatrale con la loro intensità e profondità emotiva. Alessandro Averone, nel ruolo di Florindo, ha acquisito una grande esperienza interpretativa che spazia dal teatro alla televisione e al cinema. La sua interpretazione di Florindo è stata un tour de force emotivo e fisico, dimostrando un impegno totale nel dare vita al personaggio in modo autentico e coinvolgente. Mimosa Campironi, nel ruolo di Rosaura, si distingue come un’attrice poliedrica e talentuosa, conferendo al personaggio una forza e una sensibilità che lo rendono una controparte ideale per Florindo. Nicola Rignanese, nel ruolo di Pancrazio, offre una performance che rivela la profondità e la saggezza del personaggio, evitando la trappola della caricatura superficiale e stereotipata. Le interpretazioni dei personaggi  secondari sono tutte eccellenti e sfaccettate, grazie al contributo di Alvia Reale, Davide Lorino, Roberta Rosignoli, Massimo Grigò e Mario Valiani. Il pubblico presente al teatro, che ha riempito la sala, ha tributato applausi calorosi a tutti gli interpreti, dimostrando un’apprezzamento totale per la commedia e per le performance degli attori. Photocredit@IlariaCostanzo

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Aix-en-Provence, Festival de Pâques 2024: Renaud Capuçon en concert

gbopera - Gio, 04/04/2024 - 23:34
Grand Théâtre d d’Aix-en-Provence saison 2024 Orchestre de Chambre de Lausanne Direction musicale Tugan Sokhiev Violon Renaud Capuçon Benjamin Britten: Simple Symphony, op.4; Sergueï Prokofiev Concerto pour violon n°2 en sol mineur, op.63; Ludwig van Beethoven: Symphonie n°4 en si bémol majeur, op.60 Aix-en-Provence, le 31 mars 2024 Concert de musiques attractives en ce 31 mars 2024 au Festival de Pâques d’Aix-en-Provence avec le chef d’orchestre russe Tugan Sokhiev, très attendu, et un Renaud Capuçon en pleine forme pour une interprétation magistrale du concerto n°2 de Sergueï Prokofiev. L’Orchestre de Chambre de Lausanne allait trouver de superbes sonorités sous la baguette inspirée du maestro nous donnant sa propre vision des trois œuvres programmées. Le britannique Benjamin Britten n’a que 20 ans lorsqu’il compose cette œuvre mais déjà ce souffle, cette énergie et ces belles envolées écrites pour un orchestre à cordes. Un peu sage, la Bourrée turbulente qui introduit l’œuvre dans un tempo très modéré enlève peut-être un peu du pétillant de Britten. Le tout pizzicato de ce Pizzicato taquin, joué dans un tempo vif cette fois, nous laisse découvrir la délicatesse tout anglaise du compositeur qui arrive à faire sonner les cordes pincées avec humour, relief et précision. Mais c’est dans le lyrisme de la Sarabande sentimentale que ressort la direction inspirée du maestro dans un style quasi religieux et un tempo allant qui laisse résonner les harmonies sous ces longueurs d’archets à la corde. Nostalgie, modulations, chant, contre-chant sonore des alti et beauté des sons piano des violons. Vif et éclatant est ce Final enjoué dont l’élégance et la légèreté des enchaînements donnent du relief à cette partition originale. Originale aussi est l’écriture percussive du concerto pour violon n°2 de Sergueï Prokofiev qui alterne les ambiances et certaines mesures à 5 temps qui déséquilibrent volontairement l’écoute. Composé dans divers lieux, ce concerto sera créé à Madrid en 1935. Pour sa première interprétation en public, Renaud Capuçon nous livre une version puissante et vigoureuse de cette œuvre dans une technique irréprochable qui fait débuter l’Adagio-Allegro sur une longue phrase du violon aux accents légèrement folkloriques. Changements d’ambiances, de nuances. Soutenant le tempo Tugan Sokhiev fait corps avec le violoniste lui laissant la possibilité d’alterner technique, mélodies de charme et vélocité dans une justesse parfaite et des sonorités colorées pour une fin musicale sur un ultime pizzicato. La clarinette qui marque les temps avec délicatesse introduit un violon romantique au vibrato mesuré dans cet Andante assai. Un concerto intéressant par la variété des atmosphères, des styles et des thèmes qui reviennent dans des sentiments différents ; main gauche du violoniste comme une pièce de dentelle qui peut aussi affirmer son discours ou revenir à des sons plus éthérés soutenus jusqu’à la fin extrême de l’archet. Sentimental et nostalgique ! Accompagnement syncopé pour cet Allegro ben marcato qui change les appuis sans déranger l’assurance d’un violoniste, jamais submergé par l’orchestre, qui laisse résonner la corde grave dans des sons veloutés au vibrato mesuré. Aucun relâchement dans le jeu ou le tempo avec un chef investi qui participe avec précision, tel un instrument de l’orchestre, pour finir dans un accelerando éblouissant. Superbe interprétation dans un savant dosage de puissance et de musicalité qui amène des bravi infinis. Insérée entre les puissantes 3èmes et 5èmes symphonies de Ludwig van Beethoven, Robert Schumann citait la 4ème en disant : “Mince fille de la Grèce entre deux géants nordiques”. Dans un classicisme viennois, cette symphonie, un peu moins jouée, est le reflet d’un Beethoven apaisé, heureux ? Certainement. Douceur, tendresse créent surprises et fraîcheur dans cette interprétation où la légèreté viennoise a remplacé la lourdeur allemande. D’une grande présence, Tugan Sokhiev semble faire partie intégrante de l’orchestre avec une gestuelle précise et aérée qui sculpte le moindre son et pose chaque note apportant simplicité et fraîcheur. Malgré une introduction grave et énigmatique dans un son venu de loin, l’Allegro vivace, léger et joyeux, nous donne à entendre quelques notes qui laissent entrevoir la bucolique Symphonie Pastorale. Sans geste inutile, mais avec une grande précision, le maestro donne la dynamique dans une joie qui s’exprime avec évidence et un grand investissement d’archet aux sonorités pleines et projetées ; jolies nuances et rallentando bien amené. Le quatuor chante avec élégance dans un Adagio sans trop de lenteur et la douceur de la clarinette dans des sonorités qui se fondent. Avec des enchaînements basés sur les sons particuliers de chaque instrument, la direction souple de Tugan Sokhiev crée les diverses atmosphères. Un mouvement de charme et d’intériorité terminé par le son feutré de la timbale. Voulant garder cette légèreté, l’Allegro vivace contrôle les forte pour ne pas briser la fluidité qui illumine ce troisième mouvement et c’est sur le bruissement des violons et l’appui des basses que le dernier Allegro, tel un mouvement perpétuel, laisse éclater une joie teintée d’humour avec le son piqué du basson. Un Beethoven que l’on redécouvre avec ravissement dans l’interprétation subtile et néanmoins magistrale de l’immense chef qu’est Tugan Sokhiev à la tête d’un orchestre magnifique à l’écoute de chacune de ses intentions. Musiques diverses, pleines de surprises. L’on se souviendra longtemps de ce concert… De longs, très longs rappels et des bravos infinis. Photo Caroline Doutre
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Roma, Musei di Villa Torlonia, Casino Nobile: “Riapertura al pubblico del rifugio antiaereo e del bunker di Villa Torlonia”

gbopera - Gio, 04/04/2024 - 16:46

Roma, Musei di Villa Torlonia
RIAPERTURA DEL BUNKER E RIFUGIO ANTAEREO DI VILLA TORLONIA
Recentemente riaperti al pubblico, il Rifugio antiaereo e il Bunker di Villa Torlonia brillano di nuova luce grazie a un significativo intervento di conservazione. Questi siti storici, intrisi delle vicende di Benito Mussolini e della sua famiglia durante il loro soggiorno nella villa, sono ora il fulcro di un innovativo percorso espositivo. Attraverso avanzate tecnologie multimediali, i visitatori vengono immersi in un’esperienza che ricrea vividamente le atmosfere e le tensioni delle incursioni aeree del secondo conflitto mondiale. Questo approccio innovativo nei musei non si limita a documentare un’era cruciale della storia italiana, ma cerca di far rivivere le emozioni e le sfide di un tempo segnato dalla guerra. A Villa Torlonia, a Roma, tra il 1940 e il 1943, furono costruite tre strutture sotterranee per proteggere Benito Mussolini e la sua famiglia: due rifugi e un bunker, ciascuno con caratteristiche e storie uniche. Il primo, il Rifugio Cantina, trasformato nel 1940 da esistenti sottosuoli del parco e situato sotto il laghetto del Fucino, aveva un unico ingresso che portava a un sistema di corridoi. Sebbene fosse attrezzato con porte antigas, un impianto di ventilazione manuale, una linea telefonica diretta, illuminazione e servizi, la sua protezione contro bombardamenti diretti era limitata. Inoltre, il percorso dal Casino Nobile al rifugio richiedeva una passeggiata di circa 150 metri attraverso il parco. Nel 1941, fu deciso di costruire un secondo rifugio, sotto il Casino Nobile, rinforzando con muri di cemento armato spessi 1,20 metri la sala centrale del seminterrato, un tempo adibita a cucine. Questo spazio, protetto da porte antigas e dotato di un sistema di filtrazione dell’aria, consisteva in un unico ambiente con due accessi, entrambi sicuri. L’escalation dei bombardamenti sulle città del nord Italia dall’autunno del 1942 e la vulnerabilità del centro-sud, esposto agli attacchi dopo la conquista del nord Africa, spinsero Mussolini alla realizzazione di una struttura più moderna e sicura: un vero bunker. I lavori iniziarono nel novembre del 1942 sotto la direzione dei Vigili del Fuoco, a breve distanza dalla villa. Il bunker, circondato da 4 metri di cemento armato, aveva una struttura a croce con bracci cilindrici per una maggiore resistenza. Nonostante l’avanzamento dei lavori, Mussolini esprimeva nel suo diario una crescente avversione per il rifugio, preoccupato per i costi e per un oscuro presentimento sulla sua inutilità. Questa sensazione si concretizzò quando, il 19 luglio 1943, Roma fu bombardata per la prima volta mentre Mussolini era in riunione con Hitler. Rientrando precipitosamente, il Duce osservò le devastazioni. Tuttavia, il 25 luglio, con l’arresto di Mussolini, il bunker rimase incompleto, privo di porte blindate, copertura esterna del pozzo e sistema di filtrazione dell’aria, nonostante fosse stato parzialmente utilizzato durante gli allarmi fino al termine della guerra. Queste strutture, testimonianza della turbolenta storia italiana, rimangono oggi custodi di storie di paura, innovazione e resistenza nel cuore di Roma. Scendere le scalinate che conducono ai sotterranei dell’edificio equivale a varcare una soglia che trascende la mera differenza architettonica: ci si trova catapultati da un universo di aria, luce e bellezza, a un regno di buio, umidità e tangibile costrizione. Tale transizione segna l’inizio di un viaggio concettualmente suddiviso in tre segmenti, che si snoda attraverso il piano seminterrato fino a condurre al Bunker, per poi emergere, attraverso un corridoio che pare non avere fine, nel verde respirante del parco. Il percorso espositivo si apre con un video introduttivo che, avvalendosi di fotografie d’epoca, narra la vita di Mussolini e della sua famiglia all’interno della Villa Torlonia, scandita da eventi sociali, feste, cerimonie ufficiali, partite di tennis e sessioni di equitazione. Con l’entrata in guerra dell’Italia, sorge l’imperativa necessità di tutelare il Duce dagli attacchi aerei, dando inizio alla costruzione di rifugi e del Bunker. Le sale che seguono immerge il visitatore nel contesto storico dei bombardamenti su Roma, con un’attenzione particolare rivolta ai devastanti attacchi sul quartiere di San Lorenzo, rievocati attraverso i cinegiornali dell’epoca. Un ruolo centrale nell’esposizione è riservato ai collage fotografici, che adornano le pareti quasi a voler stampare direttamente sulla pietra la memoria storica. Successivamente, tre stanze interconnesse da una sequenza di proiezioni sincronizzate ricreano, in maniera immersiva e avvincente, gli episodi di vita quotidiana all’interno di un rifugio antiaereo durante i raid. Questo segmento offre una narrazione duplice: la distaccata prospettiva di chi effettua il bombardamento senza percepirne direttamente gli effetti, e quella terrena, drammaticamente coinvolta, di chi subisce le conseguenze. Le immagini scorrono sul pavimento, mostrando Roma vista dagli aerei in volo durante un attacco, mentre sulle pareti vengono proiettate le scene di distruzione post-bombardamento, raffigurando così la città ridotta in macerie. E così che nelle viscere di un ambiente sotterraneo, l’oscurità viene interrotta non da semplici proiezioni filmiche, ma da veritabili apparizioni, presenze virtuali che sembrano emergere direttamente dalle mura, dando vita a una dimensione ultraterrena. Con un’attenta regolazione dell’illuminazione, lo spazio si trasforma: il cemento, materiale grezzo e apparentemente inerte, diviene tela vivente. Attraverso un sapiente gioco di collage fotografici, il passato riaffiora, evocando storie dimenticate e memorie sepolti sotto strati di dimenticanza. Questo luogo assume un doppio significato, vibrando al ritmo di emozioni contrastanti. Da un lato, risuona come un tempio dedicato alla paura e all’attesa, testimone silenzioso di attimi sospesi e di tensioni inesprimibili. Dall’altro, si rivela come un crogiuolo di solidarietà, un luogo dove la comunità trova forza nella condivisione e nell’unione, riscoprendo legami profondi che trascendono il tempo e lo spazio. L’ultima fase del percorso conduce, attraverso una ripida scalinata, al cuore del bunker, situato a sei metri di profondità. La sua imponente struttura cilindrica è stata intenzionalmente mantenuta austera, priva di oggetti o proiezioni, per esaltarne le caratteristiche architettoniche. In questo spazio si svolge la simulazione di un raid aereo, reso attraverso effetti sonori di sirene, il rombo degli aerei in avvicinamento, esplosioni, accompagnato dalle vibrazioni del suolo, per offrire un’esperienza sensoriale completa che ricorda il timore e l’ansia vissuti da chi si rifugiava in questi spazi alla ricerca di protezione. Un’aggiunta imperdibile che arricchisce la bellezza di Villa Torlonia e del suo incantevole parco.

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Roma, Teatro dell’Opera: “Trittico Contemporaneo”

gbopera - Gio, 04/04/2024 - 09:34

Roma, Teatro dell’Opera, Stagione 2023/2024
TRITTICO CONTEMPORANEO”
“WINDGAMES”
Musica Pëtr Il’ič Čajkovskij (Concerto per violino e orchestra in re maggiore op. 35)
Coreografia Patrick de Bana
Costumi Agnès Letestu
Luci James Angot
“WOMEN”
Musica Ezio Bosso (Music for Weather Elements: Thunders and Lightnings; String Quartet n.5 “Music for the Lodger”; Violin Concerto n. 1 “The EsoConcerto”; Sixth Breath, The Last Breath)
Coreografia Juliano Nunes
Costumi Mikaela Kelly
Luci Tania Rühl
“PLAYLIST” (Track 1,2)
Musica Peven Everett Surely Shorty; Lion Babe Impossible (Jax Jones Remix)
Coreografia, scene e costumi William Forsythe
Scene e Costumi William Forsythe
Luci Tanja Rühl
Roma,  23 marzo 2024
Il titolo Windgames scelto dal coreografo Patrick De Bana per il lavoro che apre il Trittico Contemporaneo messo in scena al Teatro dell’Opera di Roma pare richiamare suggestioni di giochi nel vento. E difatti, dapprima nel silenzio e poi tra le pieghe della musica del Concerto in re maggiore op. 35 per violino e orchestra di Pëtr Il’ič Čajkovskij, il vento pare insinuarsi tra le gonne rosse dei danzatori e le nervature dei loro corpi in movimento. Due uomini ai lati, Alessio Rezza e Michele Satriano, e una donna al centro, la nuova prima ballerina Federica Maine, sono i protagonisti del pezzo, che a questo triangolo amoroso affianca la rispondenza di danzatori in nero a torso nudo e l’ombreggiatura di tre coppie in blu. Il coreografo afferma di essersi ispirato all’epoca dei Ballets Russes e a Nijinskij, e questo ci porta alla mente certe immagini carezzevoli dell’interpretazione di Le Spectre de la rose su coreografia di Michail Fokin. Alle fantasticherie di derivazione romantica si sostituisce qui però una ricerca innovativa sia a livello di composizione nello spazio, sia a livello di linguaggio gestuale, che alterna fluidità a movimenti più angolosi all’insegna di una forte espressività. Alla base di tutto è un intenso sentire che dalla musica di Čajkovskij si irradia visivamente nell’esecuzione dei danzatori, che possono qui ancora una volta confrontarsi con il linguaggio di autori contemporanei per rivelare nuove potenzialità. La serata è un crescendo. Il secondo pezzo, Women, è una nuova creazione del brasiliano Juliano Nunes tutta dedicata al femminile. 24 danzatrici per 24 minuti di coreografia su composizioni di Ezio Bosso. Si tratta inizialmente di una coreografia di gruppo dal forte effetto ipnotico. La musica degli archi vibra su una base elettronica. La sensualità dei corpi femminili è sottolineata da tute che sfumano gradualmente dal color carne nella parte alta verso il rosso del basso gamba e delle punte, evocando la tematica della violenza sulle donne. Ma le danzatrici che abbiamo di fronte sono in realtà molto potenti, e lo dimostrano proprio con la velocità, l’esattezza e il dinamismo del lavoro dei piedi e delle gambe, a cui si contrappone una incisiva espressività delle braccia. Pare di trovarsi di fronte a moderne Villi, che si incitano vicendevolmente a danzare. All’esaltazione della forza femminile si unisce poi la liricità emozionale, suggerita tra l’altro dal simbolismo dell’invio di un bacio a conclusione della prima parte del pezzo. Seguono gruppi scultorei, assoli e passi a due, in cui si canta la solidarietà e l’amicizia tra le donne, incorniciata infine da braccia a cuore che si innalzano verso l’alto.
Chiude il trittico Playlist (Track 1, 2) di William Forsythe, creato per l’English National Ballet nel 2018. Un’esplosione di energia questa volta tutta al maschile sul groove di Surely Shorty di Peven Everett e sul remix house di Jax Jones da Impossible di Lion Babe. La scena del Costanzi si trasforma così in una pista da discoteca sui generis, richiamando gli applausi a tempo del pubblico e confermando per l’ennesima volta la genialità di un autore che ha saputo raccogliere l’eredità del classico, rinnovandolo e decostruendolo al tempo stesso. È qui valorizzata appieno la bravura degli interpreti del Corpo di Ballo dell’Opera di Roma, tra cui distinguiamo in particolare il brio di Giacomo Castellana e Simone Agrò. Nel finale notiamo le firme dei danzatori riportate sul retro delle loro maglie: un gioco di squadra a pieno titolo, celebrato con un tifo da stadio. Foto Fabrizio Sansoni – Opera di Roma

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Roma, Teatro Ambra Jovinelli: “Chi è io?”

gbopera - Mer, 03/04/2024 - 23:59

Roma, Teatro Ambra Jovinelli
CHI E’ IO?
scritto e diretto da Angelo Longoni
con Francesco Pannofino, Emanuela Rossi, Eleonora Ivone, Andrea Pannofino
Roma, 03 Aprile 2024
“Chi è io?” si pone come un’opera comica di natura metafisica e, al contempo, come un fenomeno di intrattenimento televisivo che ha raccolto consensi critici e popolari. Questa produzione esplora l’anticonformismo attraverso una serie di interviste a personalità eterodosse, in un format che sovrappone le dinamiche dello spettacolo televisivo alle intricate realtà della vita. Sul palcoscenico, i presentatori, scintillanti in abiti di paillettes, fungono da mediatori di un’esperienza che oscilla tra rappresentazione e realtà. La pièce si configura come un’analisi psicologica a tutto tondo, sfiorando l’ambito psicosomatico e psichedelico, e agisce su più livelli di percezione, coinvolgendo non soltanto gli spettatori ma anche i personaggi, trasformandoli in pazienti di un ipotetico percorso terapeutico. Al centro della trama si trova Leo Mayer, il cui quesito esistenziale “Chi è io?” lo catapulta in una retrospezione onirica della sua vita, a contatto con figure significative del suo passato e presente. Lo spettatore assiste al suo conflitto interno, dove paure, fragilità e passioni si confrontano in un vortice emotivo che richiama il tema universale dell’amore contrapposto alla mortalità, con il sogno che si intreccia con la realtà per strappare i protagonisti dall’anticamera dell’illusorio. La commedia traccia poi l’itinerario esistenziale di Mayer attraverso trasformazioni di credibilità, con eventi che sembrano verosimili ma che restano nel regno della finzione scenica. L’intellettuale sarcastico e critico verso i paradossi della società moderna si ritrova nel vortice caotico e grottesco di uno show televisivo dove i confini tra alta cultura e intrattenimento di massa sono intenzionalmente sfumati. Il disorientamento che ne segue è insieme comico e perturbante, un gioco di specchi che riflette la complessità della ricerca dell’identità nell’era contemporanea. La drammaturgia di Angelo Longoni merita un riconoscimento per l’uso di una prosa fluida e ricercata, che pur scorrendo con facilità, non scade mai in terminologie triviali. Infatti, si arricchisce costantemente di allusioni e riferimenti alla letteratura psicoanalitica, impreziosendo il tessuto narrativo e intellettuale dell’opera. Nonostante la durata non esattamente concisa possa sembrare una sfida per lo spettatore, l’investimento di attenzione richiesto si rivela ampiamente ricompensato da un’esperienza teatrale di significativo impatto emotivo e cognitivo. Da sottolineare è anche la qualità della scenografia, che si integra e dialoga con le tematiche psicologiche del testo, contribuendo efficacemente alla stratificazione dei significati. A livello interpretativo, il cast si impone per l’eccezionale calibro delle performance, con un plauso specifico per Francesco Pannofino, il cui talento brilla nell’interpretazione di un ruolo complesso che sembra scritto su misura per le sue doti recitative. La prestazione offerta da Francesco Pannofino in “Chi è io?” esemplifica una maestria nell’ambito della commedia che trascende la pura esibizione attoriale, convergendo verso un dialogo sottile tra la realtà palpabile e l’astrazione teoretica. La narrativa, arricchita da una dimensione meta-pirandelliana e Kafkiana, si tuffa nelle profondità del grottesco, dell’assurdo e del paradossale, invitando lo spettatore a considerare l’ambivalenza delle situazioni presentate: ogni elemento può essere contemporaneamente vero e falso, ammesso e negato, in una continua oscillazione tra significati letterali e metaforici. Pannofino incarna il protagonista con tale destrezza da guidare il pubblico attraverso una narrazione fluida, invitandolo a un’immersione profonda in una realtà in cui i confini tra il sé e l’altro si confondono. È un percorso emotivo graduale che l’attore disegna con il suo Leo Mayer, servendosi del personaggio non come fine ultimo, ma come catalizzatore per un viaggio di scoperta interiore e di introspezione. Quest’opera teatrale si configura dunque come un analisi approfondita delle dinamiche psicoanalitiche, dove la complessità del contenuto si rivela gradualmente, stimolando una partecipazione emotiva e cognitiva. I personaggi, sia reali sia inventati, popolano un microcosmo che riflette la vasta gamma di potenzialità umane ancora inespresse, sottolineando l’aspetto tragico di un’esistenza che si limita a sopravvivere piuttosto che vivere pienamente. L’opera , così, diventa una meditazione sulle sfumature dell’esistenza umana, sollecitando lo spettatore a una riflessione sulla condizione personale in un mondo di contrasti e di continue rivelazioni. Photocredit@SalvatorePastore

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Fondazione Arena di Verona presenta programma e cast del 101° Opera Festival 2024 – dal 7 giugno al 7 settembre

gbopera - Mer, 03/04/2024 - 17:38

Inizia il nuovo secolo dell’Arena di Verona Opera Festival. Cinquanta appuntamenti in cartellone dal 7 giugno al 7 settembre, fra cui tre titoli dedicati a Giacomo Puccini nel centenario della morte. La 101a stagione apre con la spettacolare Turandot firmata da Franco Zeffirelli, in programma l’8 giugno alle 21.30. Tosca – che vede Anna Netrebko per la prima volta in questo ruolo in Arena, nella storica produzione “noir” di Hugo De Ana  e un nuovo allestimento della Bohème firmato da Alfonso Signorini  al debutto in Anfiteatro  sono gli altri due capolavori del compositore lucchese in scena nell’edizione 2024.
Altre quattro opere iconiche coronano il Festival: l’Aida di Giuseppe Verdi è rappresentata in due diverse produzioni, quella “di cristallo” firmata da Stefano Poda per il centesimo Festival (dal 14 giugno al 1° agosto) e l’allestimento rievocativo della storica Aida del 1913 curata da Gianfranco de Bosio (dal 10 agosto al 5 settembre) di cui ricorre il centenario dalla nascita; Carmen di George Bizet nella messinscena “kolossal” con regia e scene di Franco Zeffirelli (dal 5 luglio al 7 settembre); Il Barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini, nell’elegante allestimento rococò di Hugo De Ana (dal 21 giugno al 6 settembre).
Inaugurazione straordinaria il 7 giugno con l’evento in mondovisione La Grande Opera italiana Patrimonio dell’Umanità, promosso dal Ministero della Cultura e realizzato in collaborazione con la Fondazione Arena di Verona, per celebrare la pratica del canto lirico in Italia, proclamata patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO. Protagonisti 150 professori d’orchestra e oltre 300 artisti del coro, provenienti da tutte le Fondazioni lirico-sinfoniche italiane. Sul podio anche il Maestro Riccardo Muti.
Anche per il Festival 2024 non mancano le serate-evento, quest’anno ben sei. Torna la grande danza di Roberto Bolle and friends in doppia data il 23 e il 24 luglio; la Nona Sinfonia di Beethoven, a duecento anni dalla sua creazione, diretta da Andrea Battistoni e con i complessi areniani e le voci soliste di Erin Morley e Ivan Magrì, entrambi al debutto in Arena, insieme ad Anna Maria Chiuri e Alexander Vinogradov, l’11 agosto. E ancora Plácido Domingo Noche Española è la serata di gala in programma il 21 agosto, che vede il ritorno dell’artista insieme ad altre grandi voci della lirica; sempre attesi i Carmina Burana di Orff, diretti da Michele Spotti, in programma il 1° settembre con solisti Jessica Pratt, Filippo Mineccia, Youngjun Park. Torna infine il balletto al Teatro Romano di Verona con due date di Zorba il greco di Theodorakis, con le coreografie originali di Lorca Massine, il 27 e il 28 agosto.  
Inoltre, in anteprima mondiale, Fondazione Arena di Verona e Balich Wonder Studio presentano un grande concerto immersivo con proiezioni tridimensionali per celebrare Le quattro stagioni, in occasione dei 300 anni dalla pubblicazione del capolavoro di Antonio Vivaldi. Viva Vivaldi. The four seasons immersive concert è in programma il 28 agosto con l’Orchestra dell’Arena di Verona e il violinista Giovanni Andrea Zanon, nel progetto visionario e multisensoriale del creative director Marco Balich. Un approccio completamente nuovo alla scenografia, attraverso la tecnologia, per avvicinare un pubblico sempre più giovane all’Opera Festival.
In allegato i cast dettagliati

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Roma, Teatro Vascello: “Zio Vanja” dal 09 al 14 Aprile 2024

gbopera - Mer, 03/04/2024 - 12:36

Roma, Teatro Vascello
ZIO VANJA
di Anton Čechov
regia Leonardo Lidi
produzione Teatro Stabile dell’Umbria, in coproduzione con Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale e con Spoleto Festival dei Due Mondi
C’eravamo tanto amati. C’è stato un tempo dove questa strana famiglia non era poi così strana. I ruoli erano ben distribuiti, con credibilità e senza eccessi, e ogni personaggio poteva considerarsi utile allo spettacolo del quotidiano. Ognuno al proprio posto, con ordine e naturalezza. Chi indossava il costume dell’intellettuale, ad esempio, era da considerarsi metafora di speranza futura ed era opportuno riservare ad esso amore e gratitudine come ad un eroico e fascinoso cavaliere. Era lecito che una bella e gentile ragazza si invaghisse del proprio professore ed era altrettanto plausibile che la famiglia della giovine tutelasse il sapiente uomo come un animale in via d’estinzione. E così Vera si sposa con Aleksandr, lo porta a Casa e la storia comincia. Gli abitanti del pianeta Čechov si animano, trovano una dimensione adeguata alla propria formazione, tutti remano nella medesima direzione e la possibilità di una Russia efficace e vincente smette di essere un miraggio e si tramuta in un concreto e reale domani. In una dimensione dove l’uomo è artefice del proprio destino la felicità potrebbe trovare il giusto spazio. Ma Vera muore e tutto cambia. La speranza si spegne e chi prova a ricominciare suona ridicolo nel suo tentare. Il cuore si tinge di nero e questa possibile colorata commedia diventa una dissacrante e continuata risata isterica ad un funerale. L’idea di un paese guidato dai suoi pensatori è sepolta e noi non possiamo che fare i conti partendo da questo inesorabile dato di fatto. Questa casa è culturalmente morta, amici miei. È governata da ignoranti e da sterili ideologie. Ce lo ricorda lo Zio, quel buffone vestito male che palpa con gli occhi le nostre fidanzatine e aspetta le riunioni di famiglia per alzare il gomito e sbatterci in faccia la nostra condizione perennemente umiliante. Inutile lavorare, inutile impegnarsi, inutile studiare. Dice, lo zio. Meglio aspettare un reddito senza sudare, meglio lamentarsi di chi ha distrutto il talento. La seconda tappa del Progetto Čechov abbandona il gioco e si imbruttisce col tempo. Spazza via i contadini che citano Dante a memoria per consentire un abuso edilizio ambizioso e muscolare. C’era un grande prato verde dove nascono speranze e noi ci abbiamo costruito una casa asfissiante con troppe inutili stanze ad occupare ogni spazio vitale. Avevamo sfumature e ora c’è un chirurgico bianco e nero che strizza l’occhio allo spettatore intelligente. Avevamo donne e uomini che cercavano la vita attraverso l’amore ma abbiamo preferito prenderne le distanze. Quando? Quando è diventato “troppo poco” parlare d’amore? Come se poi ci fosse qualcos’altro di interessante. Se nel Gabbiano sprecavamo carta e tempo nel ragionare sulla forma più corretta con il quale passare emozioni al pubblico, divisi tra realismo e simbolismo, tra poesia e prosa, tra registi, scrittori e attrici, e ci bastava una panchina per tormentarci dei dolori del cuore (Quanto amore, lago incantatore!) in Zio Vanja l’arte è relegata a concetto museale, roba da opuscoli aristocratici, uno sterile intellettualismo che non pensa più al suo popolo, che annoia la passione e permette agli incapaci di vivere di teatro. E allora che questa strana famiglia cantata da Čechov abbia la faccia di Gaber. La sua maschera irriverente. O meglio ancora di Freak Antoni. Che sia stonata e sgrammaticata. Sconfitta dai propri fantasmi. Ripugnante e fastidiosa. Con l’alito cattivo. Più alta del crocchiare di una gallina ad un comizio, più profonda del raglio di un asino messo a pilotare un aereo che si sta per schiantare. Che prenda in giro chi si nasconde dietro ai progetti perché spaventato e che faccia tanti e tanti e sentitissimi applausi a chi crede che Zio Vanja sia un testo attuale perché parla di alberi. Avete costruito un focolare tanto stupido che preferisco congelare al sincero freddo della mia solitudine, lasciatemi fuori, escluso come il cane di Rino Gaetano! Prendetevi le ghiande e lasciatemi le ali. In questa cosa/casa non ci voglio neanche entrare – ma siate pazienti, l’anno prossimo la vendiamo per davvero! “Non è nulla bambina mia, le oche starnazzano per un po’ e poi si calmano… Starnazzano per un po’ e poi si calmano” Leonardo Lidi. Qui per tutte le informazioni.

 

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Roma, Teatro Quirino Vittorio Gassman: “I maneggi per maritare una figlia”

gbopera - Mar, 02/04/2024 - 23:59

Roma, Teatro Quirino Vittorio Gassman
I MANEGGI PER MARITARE UNA FIGLIA
di Nicolò Bacigalupo
con
Tullio Solenghi, Elisabetta Pozzi, Stefania PepeLaura RepettoIsabella LoiFederico PasqualiPier Luigi PasinoRiccardo LivermoreRoberto Alinghieri
scene e costumi Davide Livermore
trucco e parucco Bruna Calvaresi
regia Tullio Solenghi
prodotto da Teatro Sociale Camogli, Teatro Nazionale di Genova, Centro Teatrale Bresciano
Roma, 02 Aprile 2024
“Maneggi per maritare una figlia” (I manezzi pe majâ na figgia) è una commedia in dialetto genovese scritta da Niccolò Bacigalupo e successivamente adattata per la televisione nel 1959 da Vittorio Brignole, con le memorabili interpretazioni di Gilberto Govi e Rina Gaioni nei ruoli principali. La trama si snoda attorno alle vicissitudini di Stefano, soprannominato Steva, un commerciante genovese di spezie e beni coloniali, e della sua famiglia. Steva vive in un contesto familiare turbolento, contrassegnato dalle continue dispute con la moglie Luigia, detta Giggia, soprattutto riguardo al futuro matrimoniale della loro figlia nubile, Matilde. Le tensioni domestiche sono esacerbate da questioni quotidiane come l’assenza di bottoni nei vestiti di Steva, simbolo della negligenza domestica mentre madre e figlia si dedicano allo shopping nel centro città. La narrazione prende una svolta quando la famiglia si trasferisce nella loro villa per il fine settimana, dove si intrecciano gli affetti e le aspirazioni amorose dei vari personaggi. Matilde è attratta da Riccardo, figlio di un ricco senatore romano, e tale interesse sembra essere ricambiato. Tuttavia, la situazione si complica con l’arrivo di Cesare, innamorato di Matilde, e di altri personaggi che porteranno a equivoci e scontri familiari. Nonostante le macchinazioni di Giggia per favorire l’unione tra Matilde e Riccardo, percepita come vantaggiosa economicamente, la verità emerge: Riccardo è interessato a Carlotta, cugina di Matilde, e non a quest’ultima. La rivelazione porta a un climax di malintesi e accuse, culminando in un lieto fine inaspettato dove i veri sentimenti e le sincere intenzioni vengono alla luce. La commedia si conclude con un monito morale di Stefano: nel prendere decisioni sul futuro matrimoniale dei propri figli, è essenziale lasciarsi guidare da cuore e ragione, piuttosto che da avidità e interesse economico, sottolineando così i valori di autenticità e integrità nelle relazioni familiari e amorose. Nella sua interpretazione e direzione artistica dedicata all’opera di Gilberto Govi, Massimo Solenghi ha dimostrato una notevole affinità culturale e intellettuale con il famoso drammaturgo, grazie anche alle sue radici genovesi. L’attore ha approfondito l’essenza dell’opera di Govi, riconoscendola molto più che una semplice commedia dialettale. Egli ha evidenziato come Govi abbia saputo creare un personaggio emblematico, dotato di un proprio universo simbolico e narrativo, paragonabile a figure iconiche della commedia dell’arte come Arlecchino o Pulcinella. Questa interpretazione ha richiesto dunque una lettura attenta e rispettosa dei codici e delle convenzioni che definiscono il carattere, evitando qualsiasi tentativo di modernizzazione che avesse potuto snaturarne il significato originale. Questa produzione teatrale ha rappresentato , quindi, un autentico viaggio nel tempo, trasportando il pubblico direttamente nel 1959, un’epoca che ha ospitato una delle rappresentazioni più memorabili di Govi. Sin dall’apertura del sipario, è evidente l’impegno profuso nella fedeltà storica e artistica: gli spettatori si trovano di fronte a una scena che replica con meticolosità gli interni dell’epoca, con una cura ossessiva per ogni dettaglio. Dalle riproduzioni di opere d’arte, quali “La ragazza con l’orecchio di perla” e una veduta settecentesca del porto di Genova, fino alla scelta degli arredi e alla loro disposizione, tutto concorre a ricreare l’ambiente che Govi aveva magistralmente descritto nelle sue commedie. La palette di colori, dominata da sfumature di grigio e viola pallido, è stata scelta per evocare le atmosfere delle prime trasmissioni televisive, stabilendo un ponte emotivo e visivo con l’era della televisione nascente. Attraverso questo esercizio di precisione storica e dedizione artistica, Solenghi non solo rende omaggio alla figura di Govi ma invita anche il pubblico contemporaneo a riscoprire e valorizzare la ricchezza culturale e la profondità tematica delle sue opere, mostrando come queste continuino a parlare al cuore e alla mente anche a distanza di decenni. Davide Livermore alle prese con scene e costumi ha colto il pubblico di sorpresa. Livermore, noto per aver aperto la stagione della Scala in quattro occasioni e per le sue scenografie audaci – che includono treni a grandezza naturale e scenari acquatici estesi su tutto il palco – ha questa volta optato per un approccio di rigore filologico, senza rinunciare a quelle “libertà” nell’allestimento scenico che lo hanno reso celebre. Questa scelta si riflette nell’attenzione meticolosa ai dettagli, sia nel trucco che negli abiti, replicando con precisione l’originale fino alle più minute peculiarità di parlata e gestualità. La capacità di Elisabetta Pozzi di incarnare Rina Govi, sfruttando la sua formazione genovese, e la performance di giovani attori che evocano le figure storiche della commedia con straordinaria somiglianza, contribuiscono a rendere l’esperienza teatrale unica. Il resto del cast esibisce una notevole versatilità interpretativa, evidente nella gamma di personaggi delineati con maestria scenica. Stefania Pepe, nel ruolo di una serva cinica, imprime al suo personaggio una gravità che sfida la tradizionale bidimensionalità del ruolo. Laura Repetto e Isabella Loi portano in scena una delicata seduttività, dosando con abilità la frivolezza e la sensualità pudica. Roberto Alinghieri, vestendo i panni di Venanzio, offre una rappresentazione di spessore, la cui intensità interpretativa si concretizza in una performance da considerarsi eccezionalmente espressiva e ricca di pathos. Nel momento finale dello spettacolo, un omaggio commovente all’attore principale arricchisce la narrazione con l’aggiunta di una scena creata appositamente: l’improvviso arrivo di un pacco da un zio d’America, precisamente da Buenos Aires, che contiene una radio nuova. Quando questa viene accesa, le luci si attenuano delicatamente e la voce di Barba Gildo (lo zio Gildo, un affettuoso soprannome genovese per Govi) si leva nell’aria, interpretando “Ma se ghe penso”, la canzone dialettale che simboleggia il profondo legame degli emigrati genovesi con la loro città natale. Il pubblico, perfettamente sintonizzato con il ritmo dello spettacolo, ha applaudito con grande partecipazione e consenso decretandone il successo.

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Roma, Musei di Villa Torlonia: “Il Bunker e il Rifugio antiaereo riaprono al pubblico” dal 05 Aprile 2024

gbopera - Mar, 02/04/2024 - 18:22
Roma, Musei di Villa Torlonia, Casino Nobile
RIAPERTURA DEL BUNKER E DEL RIFUGIO ANTIAEREO DI VILLA TORLONIA
Dopo un importante intervento conservativo, venerdì 5 aprile riaprono al pubblico il Rifugio antiaereo e il Bunker di Villa Torlonia con un nuovo percorso espositivo che documenta la vita di Mussolini e della famiglia nella villa e, attraverso un’esperienza multimediale immersiva, permette di rivivere i momenti drammatici delle incursioni aeree durante la Seconda guerra mondiale. Dal 4 aprile alle ore 14.00 sarà disponibile la prevendita, obbligatoria, con queste modalità:
visite singoli: online dal sito www.museivillatorlonia.it.
visite gruppi: call centre 060608 (attivo tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00).
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Roma, Museo del Foro Romano: “Un pittore olandese a Roma. Wessel Huisman e lo spazio generoso”

gbopera - Mar, 02/04/2024 - 18:01

Roma, Museo del Foro Romano
UN PITTORE OLANDESE A ROMA. WESSEL HUISMAN E LO SPAZIO GENEROSO
La mostra presenta una serie di dipinti ispirati a luoghi famosi, ad interni di chiese, piazze ed aree archeologiche di Roma, nati da una successione di istantanee fotografiche, scattate come semplici “appunti” di viaggio che ritraggono una straordinaria città capace di svelarsi in modo sempre nuovo ed inatteso. Una rivelazione possibile grazie alla luce – elemento centrale nella poetica artistica di Wessel Huismann – che consente di restituirci la storia non solo come ricordo ma anche come esperienza intensa e vitale in virtù dell’emozione che la qualità della luce stessa è in grado di suscitare. Nelle opere dell’artista olandese Roma si svela in tutta la sua essenza contemporanea: fatta di potenza e miseria, di vitalità e di morte, di luoghi tanto famosi quanto stimolanti in virtù dell’eccezionale stratificazione storica di cui, a tutt’oggi, sono, significativi testimoni. Uno “spazio generoso” – come cita il titolo stesso della mostra – in cui mente e spirito percepiscono il valore della storia raccontato da luoghi e monumenti e che Wessel Huisman ha personalmente sperimentato e fissato nelle sue tele attraverso semplici segni composta dalla luce brillante e dalle tonalità calde del tramonto romano.

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Roma, Le Citron di Édouard Manet: dal Musée d’Orsay a Villa Medici sino al 19 Maggio 2024

gbopera - Mar, 02/04/2024 - 17:06

Roma, Villa Medici
LE CITRON di E. Manet
Dal 01 Marzo al 19 Maggio 2024
Grazie al prestito eccezionale del Musée d’Orsay di Parigi, all’Accademia di Francia – Villa Medici gli storici appartamenti cinquecenteschi del cardinale Ferdinando de’ Medici ospitano per tre mesi l’opera Le Citron (Il limone) dipinta da Édouard Manet nel 1880, un esempio dell’approccio audace e innovativo con cui il pittore, considerato il padre dell’Impressionismo francese, ritraeva la vita quotidiana. Tra le piante simbolo della cultura e del paesaggio del Mediterraneo, i limoni crescevano in abbondanza, insieme ad aranci, melangoli e cedri, anche nel vasto giardino della tenuta acquistata nel 1576 da Ferdinando de’ Medici: rifornivano la tavola del cardinale o erano trasformati in oli profumati e distillati usati anche a scopo medico. Oggi, i preziosi agrumi sono rievocati dai visitatori di Villa Medici quando contemplano la volta affrescata della stanza degli uccelli, lo studio privato di Ferdinando. Tre secoli dopo la nascita dell’agrumeto di Ferdinando de’ Medici, Édouard Manet dipinge il suo , isolando il frutto dai toni gialli su un piattino in ceramica smaltata nera che ne esalta gli elementi fondamentali – il colore acceso, la grana della scorza, la semplicità. Nonostante le dimensioni modeste (14 x 22 cm), il dipinto è una delle nature morte più potenti del pittore. Il prestito dell’opera è parte delle celebrazioni per i 150 anni dell’impressionismo nel 2024 organizzate dal Musée d’Orsay e dal Ministero della Cultura francese. Qui per tutte le informazioni.

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Torino, Auditorium RAI: Il Concerto di Pasqua di Orozco-Estrada con l’Orchestra RAI

gbopera - Mar, 02/04/2024 - 09:40

Auditorium RAI “Arturo Toscanini”, di Torino.
Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI
Direttore Andrés Orozco-Estrada
Soprano Giuliana Gianfaldoni
Mezzosoprano Cecilia Molinari
Giovanni Battista Pergolesi: Stabat Mater per soprano, contralto, archi e basso continuo;  Ludwig van Beethoven: Sinfonia n.6 in FA Maggiore op.68 “Pastorale”.
Torino, 29 marzo 2024
Due capolavori adattissimi alla data: Pergolesi con lo Stabat mater per il Venerdì Santo, Beethoven e la sua Sinfonia Pastorale per l’inizio della Primavera. Il maestro venezuelano Andrés Orozco-Estrada dà, di ambedue le opere, un’interpretazioni assolutamente personale ed eccentrica. L’impressione è che egli affronti le partiture con istintiva immediatezza, entusiasmo e sincera semplicità, ignorando le sfumature e sfruttando al meglio lo splendore del suono dell’Orchestra Sinfonica Nazionale RAI che, ulteriormente galvanizzata dal suo approccio, dipinge paesaggi di estrema chiarezza. Nel caso dello Stabat di Pergolesi l’approccio ci rivela squarci inattesi, mentre con Beethoven, rischia di arenarsi nella banalità più scontata. Nello Stabat Mater i violini si appropriano delle melodie e dialogano con inesausta fantasia col basso continuo di contrabbasso violoncelli e viole. Un solo clavicembalo, che grazie all’equilibrio fonico trovato con estrema abilità dal Direttore, risuona eccezionalmente ben udibile in sala, li sostiene nell’accompagnamento. Le alternanze piano – forte, i contrasti accentuati dei tempi e gli spiccati ritmi puntati con insistite appoggiature, mordenti e trilli, eseguiti senza timidezza e riserve di sorta, danno ad un’esecuzione, quasi teatrale, grande vivacità e brillantezza. Esperienza inattesa e ancora da noi inascoltata in un’opera sacra che dovrebbe descrivere i dolori della Passione. Si aggiunga a questi rilievi l’insistito ed esplicito ritmo danzante del tre ottavi di Eja, Mater, fons amoris e del quattro quarti di Inflammatus et accensus e ci troviamo in una contrada del tutto sorprendente ed inaudita. Un accompagnamento strumentale di tal vivacità rischiava di penalizzare l’apporto delle voci del soprano Giuliana Gianfaldoni e del mezzo Cecilia Molinari, così come poteva venir oscurato lo straziante racconto del dolore della Madre del Crocifisso. Il rischio è stato superato dalla qualità e dalla tecnica di ambedue le soliste che hanno dato saldezza alla loro prova. Eccellente, di grande eleganza e discrezione, il virtuosismo di Giuliana Gianfaldoni che con un timbro brillante si fa perdonare qualche intemperanza nei sol sopra il rigo, nota estrema ma molto ricorrente nella sua parte. Cecilia Molinari, con struggente timbro contraltile, ben si rapporta con la collega più acuta. Anch’essa sfoggia ornamenti e trilli di gran classe, inseriti in un contesto di spiegata cantabilità. Il buon successo che le ha meritatamente premiate ha chiuso felicemente la prima parte del concerto.
L’orchestra arricchita di legni, ottoni e timpani, si è poi catapultata, anche qui senza esitazioni, nella sinfonia beethoveniana. L’approccio istintivo di Andrés Orozco-Estrada manifesta qui alcuni limiti. L’Orchestra suona certamente al suo meglio e dimostra una grande empatia con le intenzioni musicali del direttore, anche per la chiarezza e l’intellegibilità perentoria del gesto. Tutto viene illustrato con un’esposizione didascalica: ruscelli e uccellini, tuoni e fulmini, gli intrattenimenti delle scampagnate e i timori per il temporale. Tutto troppo semplice ed esplicito, senza zone d’ombra e chiaroscuri, una banalità che rischia la noia. Si prevede in anticipo quanto succederà, nessuna sorpresa. Suoni e fraseggi tirati a lucido che brillano senza angoli ombreggiati e oscuri. Forse non è proprio questo il modo di proporre una sinfonia del “tormentato” ed introverso musicista di Bonn. Grandi gli entusiasmi finali sul palco. Il Direttore che reiteratamente ringrazia e viene, a sua volta, ringraziato dagli orchestrali è conferma dell’intesa che fortunatamente si è stabilita tra la nuova Guida Stabile e i leggii. Ci conferma inoltre la grande perizia professionale di un Maestro che non per nulla è richiesto da tutte le grandi istituzioni musicali, non solo europee. Possiamo perciò essere garantiti che l’ottimo livello dell’OSN RAI non solo sarà mantenuto in futuro, ma potrà essere ulteriormente implementato. Il pubblico, abbastanza numeroso per questo Straordinario Concerto di Pasqua, dato in unica serata, ha manifestato, pure esso, con sonori applausi, la propria soddisfazione. Il concerto è disponibile alla visione su RaiPlay

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Le Cantate di Johann Sebastian Bach: Terza giornata dopo Pasqua

gbopera - Mar, 02/04/2024 - 09:03

Nella Chiesa Luterana con il Martedì si chiude una sorta di Triduo celebrativo della gloria del Cristo risorto. Per questa ultima giornata, Bach ci ha lasciato tre Cantate, la seconda, in ordine di tempo è Ich lebe, mein Herze, zu deinem Ergötzen BWV 145, eseguita la prima volta a Lipsia, il 19 aprile 1729. Una partitura che appare come una sorta di “Pasticcio”. Il corale che apre la Cantata è senza dubbio un’armonizzazione di Bach, ma probabilmente fu aggiunto alla Cantata dal suo successore a Lipsia dopo la sua morte. Il Coro che lo segue è di Telemann. Così, di autenticamente bachiano, rimangono l’aria del basso, Il duetto, Sopranoe-Tenore e il corale finale.
Quindi ci limitiamo a prendere in esame le pagine specifiche di questa partitura, a partire dal duetto per soprano (Anima) e tenore (Gesù)con violino obbligato è molto nello stile delle grandi opere di Cöthen di Bach. Questo fu un periodo in cui Bach scrisse poca musica religiosa. Nei suoi anni a Lipsia Bach attingeva occasionalmente alle sue cantate secolari dell’epoca di Cöthen per trovare materiale per le sue opere sacre. Questo felice lavoro mostra non solo un’intricata relazione tra le due parti vocali con gli interventi brillanti del  violino. L’aria tripartita del basso è particolarmente originale in quanto si presenta con un organico strumentale “acuto”.  Un vivace e affascinante gioco tra flauti, oboi e tromba  è la perfetta trasposizione  in musica della gioia espressa nel testo. Chiude la Cantata  il Corale “Erschienen ist der herrlich Tag.”  uno dei brani pasquali preferiti ai tempi di Bach che qui è trattato con una potente armonizzazione.
Nr.1 – Aria/ Duetto (Soprano-Anima, Tenore- Gesù)
Tenore
Vivo, mio cuore, per la tua gioia,
Soprano
Vivi, mio Gesù, per la mia gioia,
Tenore
la mia vita risolleva la tua vita.
Soprano
la tua vita risolleva la mia vita.
Insieme
Il documento scritto del debito è stato annullato,
la pace conduce ad una coscienza tranquilla
e apre le porte celesti ai peccatori.
Nr.2 – Recitativo (Tenore)
Ora ordina ciò che vuoi, Mosè,
per farci rispettare l’esigente legge,
io ho qui il mio esonero
autorizzato dal sangue e dalle piaghe di Gesù.
E’ quanto basta,
sono stato redento e liberato
e ora vivo in pace ed in comunione con Dio,
l’Accusatore sarà umiliato davanti a me, 2
poiché Dio è risorto.
Mio cuore, ricordalo!
Nr.3 – Aria (Basso)
Ricordati solo di questo, mio cuore,
anche se dovessi dimenticare tutto il resto:
il tuo Salvatore è vivo;
ciò rimanga per la tua fede
un solido fondamento
su cui restare saldo.
Ricordati solo di questo, mio cuore.
Nr.4 – Recitativo (Soprano)
Il mio Gesù vive,
nessuno può portarmelo via,
e così posso morire senza dolore.
Io sono certo
e ho la garanzia che
l’oscurità della tomba
mi condurrà sino alle gloria celeste;
il mio Gesù vive
e questo mi basta,
il mio cuore e la mia mente
saranno già oggi in paradiso
a contemplare il Salvatore.
Nr.5 – Corale
Dobbiamo veramente essere gioiosi
cantando con forza Alleluia
e lodando te, Signore Gesù Cristo;
tu sei risorto per nostro conforto.
Alleluia!

www.gbopera.it · Cantata “Bleib bei uns, denn es will Abend werden” BWV 6

 

 

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Roma, Teatro dell’Opera: “La Sonnambula” dal 09 al 17 Aprile 2024

gbopera - Mar, 02/04/2024 - 08:00

Roma, Teatro dell’Opera di Roma
LA SONNAMBULA
Musica di Vincenzo Bellini
Melodramma in due atti
Libretto di Felice Romani
Il debutto di Lisette Oropesa nell’opera La Sonnambula andrà in scena dal 9 al 17 aprile 2024 al Teatro dell’Opera di Roma, per la regia di Jean-Philippe Clarac e Olivier Deloeuil e la direzione di Francesco Lanzillotta. La trama ruota attorno ad Amina, una giovane contadina che soffre di sonnambulismo. La sua innocenza viene messa in discussione quando viene trovata addormentata nella camera da letto di un nobile di nome Rodolfo, scatenando una serie di equivoci e gelosie. Questo melodramma in due atti, con le musiche di Vincenzo Bellini, vede per la prima volta in questa veste la soprana americana di origine cubana. Con lei sul palco i celebri belcantisti come John Osborn, Roberto Tagliavini e Monica Bacelli. Una nuova produzione per la prima volta in Italia con la regia dei due francesi. Qui per tutte le informazioni.

 

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Le Cantate di Johann Sebastian Bach: Lunedì dell’Angelo

gbopera - Lun, 01/04/2024 - 08:49

Per il Lunedì dell’Angelo, Bach scrisse almeno tre Cantate: la nr.66, che già abbiamo trattato, la nr.6 e la nr.190, della quale resta solo un frammento. La Cantata Bleib bei uns, denn es will Abend werden BWV 6 venne eseguita la prima volta a Lipsia il 2 aprile 1725, il giorno dopo l’esecuzione dell’Oratorio di Pasqua. Con questa partitura, appartenuta al secondo ciclo di Cantate, Bach riprende lo stile formale caratteristico della prima annata, consistente nell’aprire la composizione a citazioni di passi biblici che, in questo caso è tratto dal Vangelo di Luca (cap.24 – vers.13-35) e relativo all’episodio dei due discepoli sulla via di Emmaus:“… Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus,  e conversavano di tutto quello che era accaduto.  Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo.  Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto triste;  uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?».  Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo;  come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute.  Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro  e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.  Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro.  Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone».  Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
La simbologia è evidente, le tenebre annunciate come imminenti (“Si fa sera”) rappresentano le ingiustizie e le imperfezioni del mondo, la luce è il Cristo con la sua giustizia e potenza redentrice e vivifica, poiché il versetto di Luca che apre questa Cantata è il nr.29: Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino.” La pagina è suddivisa in una struttura ternaria, prevalentemente accordale nelle sezioni esterne, mossa in contrappunti imitativi nella sezione centrale, nella quale emerge la tecnica mottettistica su “cantus firmus”. Spicca anche la reiterazione (9 volte) delle parole “Bleib bei uns” (Resta con noi), a note ribattute in valori lunghi, la fermezza dell’invocazione, affidata di volta in volta a una delle voci, o all’oboe primo, o congiuntamente ad entrambi, mentre in chiusura, la nona volta, la figura è richiamata all’unisono da tutte e quattro le voci. L’aria successiva (nr.2 “Adorato figlio di Dio”), per contralto, con oboe da caccia, o viola, in una successiva ripresa della Cantata, è in 2 sezioni, la seconda delle quali è ripetuta. Segue una semplice aria per soprano (Nr.3 “Ah, resta con noi,  Signore Gesù”) rielaborazione del Corale  omonimo  di Nicolaus Selnecker, con una parte concertante affidata al violoncello, che più avanti sarà trascritta per organo (nr.5 degli “Schobler Choral”). L’ultima aria (Nr.5 “Gesù, lasciaci volgere a te lo sguardo”) per tenore e archi, è nella forma bipartita.
Nr.1 – Coro
Resta con noi perché si fa sera
e il giorno già volge al declino.
Nr.2 – Aria (Contralto)
Adorato Figlio di Dio,
non ti dispiaccia
che ora davanti al tuo trono
deponiamo una preghiera:
resta, ah, resta la nostra luce,
poiché le tenebre incombono.
Nr.3 – Aria/Corale (Soprano)
Ah, resta con noi, Signore Gesù Cristo,
poiché è venuta la sera,
la tua Parola divina, luce splendente,
non smetta mai di illuminarci.
In questi sofferti momenti estremi
donaci la forza, Signore,
di conservare il sacramento della tua Parola
intatto sino alla nostra fine.
Nr.4 – Recitativo (Basso)
Le tenebre
si sono estese ovunque.
Come è potuto accadere?
Semplicemente perché sia l’umile
sia il potente non hanno seguito la retta via
davanti a te, o Dio,
e hanno contraddetto il loro essere cristiani.
Perciò hai rimosso il loro candelabro
Nr.5 – Aria (Tenore)
Gesù, lasciaci volgere a te lo sguardo,
così da non camminare
sulla via del peccato.
Fà che la luce
della tua Parola risplenda su di noi
e ci conservi a te fedeli.
Nr.6 – Corale
Mostraci la tua potenza, Signore Gesù Cristo,
tu che sei il Signore supremo;
proteggi la comunità cristiana
affinchè possa lodarti in eterno.

www.gbopera.it · Cantata “Bleib bei uns, denn es will Abend werden” BWV 6

 

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Roma, Sala Umberto: “Il Giuocatore” dal 04 al 14 Aprile 2024

gbopera - Lun, 01/04/2024 - 08:00

Roma, Sala Umberto
IL GIUOCATORE
di Carlo Goldoni
Regia ed adattamento Roberto Valerio
Il Giuocatore è una delle “sedici commedie nuove” che Goldoni si impegna a scrivere, sul finire del carnevale del 1750, per sfida con il pubblico veneziano, in un solo anno (dando vita ad alcuni capolavori come La bottega del caffè e Il bugiardo). La commedia è un vivido studio di caratteri, tratteggiati con brio e precisione, che compongono il ritratto di un’intera società, con le sue virtù e, soprattutto, i suoi vizi. Goldoni si era proposto infatti il compito di rappresentare un “teatro esemplare” che “svegliasse” dalla fascinazione del gioco. E parlava, come sempre per il più umanista dei drammaturghi, per esperienza personale: egli stesso, confessa nella prefazione dell’edizione a stampa, aveva sperimentato sulla propria pelle “le pessime conseguenze di questo affannoso piacere”, frequentatore assiduo dei Ridotti, locali annessi ai teatri specifici per i vari tipi di gioco, diffusissimi nella Venezia del Settecento. Al centro della commedia sta Florindo, che divorato dalla passione per il gioco perde tutto: i soldi, le amicizie, l’amore della promessa sposa Rosaura, che pure ama sinceramente, e non esita a promettere di sposare la vecchia e ricca Gandolfa pur di ottenere i soldi per giocare ancora e continuare a sognare, come tutti i giocatori di ieri e di oggi, la “vincita favolosa” che gli permetterà di abbandonare il tavolo verde. Il Giuocatore è un testo magnifico, sempre in bilico tra commedia e dramma, di una modernità sconcertante, una commedia nera che racchiude in sé la possibilità di raccontare con leggerezza i vizi e le ipocrisie dell’uomo, dove la risata sgorga spontanea ma mai in maniera banale. La musica, il ballo e le canzoni interpretate dai personaggi arricchiscono di significato le varie situazioni della commedia regalando allo spettatore uno spettacolo complesso e variegato in cui l’arte antica di Goldoni incontra il contemporaneo. Uno spettacolo per tutti, divertente ma graffiante al tempo stesso, ironico e giocoso senza tralasciare il dramma del protagonista, uno spettacolo coinvolgente che punta a riscoprire la vera anima di Goldoni, scrittore capace sì di scandagliare in profondità l’animo umano, ma sempre col sorriso sulle labbra strizzando l’occhio alla comicità involontaria di personaggi spesso tragicamente ridicoli. Qui per tutte le informazioni.

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Venezia, teatro La Fenice: Il “Requiem” di Verdi secondo Myung-Whun Chung

gbopera - Lun, 01/04/2024 - 07:33

Venezia, Teatro La Fenice, Stagione Sinfonica 2023-2024
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Direttore Myung-Whun Chung
Maestro del Coro Alfonso Caiani
Soprano Angela Meade
Mezzosoprano Annalisa Stroppa
Tenore Antonio Poli
Basso Riccardo Zanellato
Giuseppe Verdi: Messa da Requiem per soli, coro e orchestra
Venezia, 28 marzo 2024
Terrore e dubbio: questi i tratti distintivi del Requiem verdiano. La più importante composizione sacra del Maestro di Busseto rappresenta il nobile messaggio di un artista che, da una prospettiva laica, è conscio della propria fragilità di fronte al mistero della morte: è un Verdi privo di certezze, ma non ancora approdato al “pessimismo cosmico”, che secondo alcuni caratterizzerebbe i tardivi Stabat Mater e Te Deum. Nel Requiem l’autore grida il proprio terrore di fronte al “divenire”, alla Morte e sembra abbandonarsi alla speranza solo in pochi momenti privilegiati. Nondimeno il messaggio finale della Messa esprime l’impossibilità di trovare qualche risposta alle ambasce esistenziali, insieme al rifiuto di ogni soluzione fideistica o dettata dal conformismo cattolico. Verosimilmente, il “laico” Verdi considerava la fede come un fatto che si esaurisce nella sfera individuale, mentre riteneva che, per incidere concretamente a livello politico e sociale, fosse necessario un forte impegno a favore della collettività. Una posizione che lo accomuna, in qualche modo, al giansenista Manzoni – dedicatario della Messa – che, alla fine di una profonda crisi giovanile, era riuscito a coniugare cattolicesimo e liberalismo, intimismo della fede e dimensione “politica”. Il Requiem, dunque, non si traduce soltanto nella commemorazione di un grande italiano, ma è anche espressione di una “religiosità laica”, la quale – non essendo confortata dalla fede – è segnata da dubbi e paure – pensiamo al terrificante Dies irae –, cui si contrappone qualche squarcio più sereno – come l’Agnus Dei –, dove lo sgomento di fronte al mistero dell’Aldilà sembra placarsi, dando origine ad una forma ciclica, che si ripete nei singoli segmenti come nell’intera, gigantesca architettura della Messa, aperta e chiusa dallo stesso materiale musicale.
Myung-Whun Chung era di nuovo alla guida dell’Orchestra e del Coro del Teatro La Fenice, per eseguire il capolavoro sacro di Verdi, dopo averlo diretto nel novembre del 2018, in occasione del Centenario della fine della Grande Guerra. Con l’attuale esecuzione si intendeva celebrare il 150° anniversario della prima assoluta, avvenuta il 22 maggio 1874, un anno dopo la morte di Manzoni. Celebrazioni a parte, anche per questa esecuzione la Fenice si è avvalsa di interpreti d’eccezione: Myung-Whun Chung – tra i più apprezzati direttori del nostro tempo, il cui nome ricorre sovente nella programmazione del teatro veneziano – era coadiuvato da un quartetto vocale, formato da artisti, molto apprezzati a livello internazionale. Certamente per comprendere la grandezza di questo monumento sonoro non si può prescindere dal suo rapporto di continuità con il teatro musicale dello stesso autore. Nondimeno questa musica è, nel contempo, pervasa da un’innegabile spiritualità, per quanto – come si è detto – di natura profondamente umana. La vocalità di Verdi – la cui capacità di trovare una “tinta” particolare in ogni sua opera si conferma anche nel Requiem – si fa più nobile e solenne, pur senza rinunciare a quel calore profondamente umano, al quale D’Annunzio intese riferirsi quando coniò la celebre espressione “pianse ed amò per tutti”. Encomiabile – anche sotto questo aspetto – la prestazione di tutti i cantanti, che si sono distinti per la solida professionalità e la coinvolgente resa espressiva, evitando nel contempo – ed è questo, verosimilmente, che Verdi auspicava – il ricorso ad eccessive appoggiature o portamenti, in favore di una compostezza stilistica, che ha dominato nei passaggi dove l’angoscia si faceva più tumultuosa come in quelli più pacati, caratterizzati da un mistico afflato.
Il maestro Chung – che dirigeva a memoria, padroneggiando la partitura da capo a fondo – ha offerto una lettura approfondita di questo monumento sonoro. Cominciando dalla magia del suono, è risultata evidente la sua capacità – che è poi quella dei grandi direttori – di imprimere all’esecuzione una propria peculiare concezione interpretativa, giocando sulle sfumature, ma anche sui forti contrasti a livello dinamico ed agogico. Così nel sommesso “Requiem aeternam” i tempi erano dilatati e le sonorità appena sussurrate, ad esprimere una dimensione di intimo raccoglimento, mentre nel “Dies irae” si scatenava un’estrema violenza sonora, a partire dalla spaventosa pulsazione ritmica. Di estrema suggestione l’“Ingemisco”, al cui interno l’“Inter oves” veniva reso con estrema dolcezza nell’accompagnamento orchestrale, interrompendo il precedente tono di accesa emotività. Quasi parossistico il “Sanctus”, in forma di fuga a due cori. Perfetta, nel suo rigore contrappuntistico, la fuga sul “Libera me, Domine”.
Eccellente – per i motivi già indicati – la prestazione del quartetto vocale. Angela Meade – voce corposa dal timbro screziato di nobile metallo – ha convinto per il buon controllo dei propri mezzi espressivi, imponendosi, in modo particolare, nella costernata perorazione del “Libera me”, e nel successivo “Requiem aeternam”. Positiva la prova di Annalisa Stroppa – un mezzosoprano davvero ragguardevole per la purezza del timbro e l’emissione sempre elegante – , che si è messa in luce, in particolare, nel “Liber scriptus” e – insieme al soprano – nel “Recordare Jesu pie”. Davvero encomiabile Antonio Poli, che ha cercato una varietà di moduli espressivi, per aderire al dettato verdiano, segnalandosi in brani come “Ingemisco” e “Hostias”, dove si è prodotto in apprezzabili mezze voci. Prezioso anche l’apporto di Riccardo Zanellato, che – in possesso di una voce dal bel timbro scuro ed omogeneo – è riuscito ad emozionare in “Mors stupebit” e “Confutatis maledictis”.
Una grande menzione d’onore merita il Coro – istruito dal maestro Caiani –, che in questo grande affresco sonoro – paragonabile solo ad opere, quali il Giudizio universale di Michelangelo – ha un ruolo fondamentale. Ancora una volta questa formazione si è rivelata pienamente all’altezza, quanto a nitidezza e incisività del fraseggio, intonazione, coesione, perfetta conduzione delle parti, imponendosi ovviamente nel ricorrente “Dies irae” come nel contrappuntistico “Libera me”. Superlativa, sotto ogni aspetto, l’Orchestra, che ha confermato di essere in perfetta sintonia rispetto al gesto del maestro coreano. Successo caloroso, a tratti entusiastico.

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Aix-en-Provence, Festival de Pâques 2024: Festival de Pâques & Orchestre Les Siècles

gbopera - Lun, 01/04/2024 - 00:52
Grand Théâtre de Provence, Aix-en-Provence, saison 2024 Orchestre Les Siècles Direction musicale François-Xavier Roth Contralto Marie-Nicole Lemieux Ténor Andrew Staples Jean-Philippe Rameau: “Les Indes galantes” suite d’orchestre; Gustav Mahler: “Das Lied von der Erde” (Le Chant de la Terre) Aix-en-Provence, le 27 mars 2024 En cette soirée du 27 mars le Festival de Pâques nous présentait un concert au programme un peu déroutant ; deux œuvres au lien peu apparent. Mais n’est-il pas dans l’ADN de ce festival d’associer des musiques, des artistes que l’on n’aurait peut-être pas pensé ou osé programmer dans le même concert ? Jean-Philippe Rameau et Gustav Mahler. Malgré la présentation faite par François-Xavier Roth nous expliquant que le lien entre ces deux ouvrages est l’ailleurs et sa découverte, nous avons préféré goûter chacune de ces œuvres, sans chercher à les relier, pour le simple plaisir de l’écoute tant nous les trouvons différentes. Les Indes Galantes de Jean-Philippe Rameau, premier Opéra-ballet créé en 1735 et certainement le plus connu, dans un exotisme approximatif, est le symbole d’une France raffinée et insouciante, prétexte à des scénographies grandioses. Cette Suite d’orchestre tirée de l’Opéra-ballet est une suite de danses rondeau, contredanse, menuets, tambourins, une Chaconne même qui clôt la Danse des Sauvages bien connue. François Xavier Roth dirige sans baguette comme le faisait Jean-Philippe Rameau à son époque. Pour donner le tempo et marquer certains temps il utilise un petit tambour qui donne un certain relief. Il nous avertit : jouant sur des instruments d’époque ou copies, ceux-ci sont accordés plus bas (415 hertz). Le son est peut-être moins éclatant mais ce n’est pas vraiment sensible, le son de l’ensemble Les Siècles étant très homogène avec cette notion un peu voilée des instruments d’époque. L’orchestre joue debout et nous laisse apprécier le théorbe et la guitare baroque. C’est avec plaisir que nous sommes transportés dans le XVIIIe siècle, et un baroque de caractère, dans un tempo allant avec une petite harmonie très présente et des violons qui marquent les temps sur l’appui des contrebasses.  Les danses s’enchaînent dans des sonorités harmonieuses et des attaques moelleuses. Délicatesse de cette musique qui laisse sonner le tambourin pour une danse provençale aux accents folkloriques tout en laissant ressortir les piccolos avant un furioso de cordes. Ces danses nous projettent dans un univers agréable et nous laissent imaginer le faste des scènes qui se jouaient devant la cour et le roi. La chaconne avec timbales et trompettes éclatantes devient presque religieuse avant un tutti vif et forte dans un grand déploiement d’archets. Une fin flamboyante dont les trompettes semblent annoncer Les Musiques pour les feux d’artifices royaux de Georg Friedrich Haendel. Sans baguette, le maestro a sculpté les sons, fait ressortir les atmosphères et les rythmes dansants pour une première partie de concert colorée et musicale. Un réel plaisir ! Avec Le Chant de la Terre de Gustav Mahler nous changeons d’époque, d’instruments et de diapason, revenus à ceux actuels. Cette œuvre, considérée comme une œuvre testamentaire, le compositeur ne l’aura jamais entendue interprétée. Composée après une horrible période pour lui, il la donne à Bruno Walter tout en émettant quelques doutes. Sur des poèmes chinois anciens, il compose ces six chants comme une symphonie, voulant même intégrer les voix aux instruments de l’orchestre. Avec l’idée de la mort omniprésente, tout ce que Mahler considère comme essentiel est contenu dans ces pages. La jeunesse, la beauté, l’oubli dans l’ivresse ou la fragilité des illusions dans une sorte de sagesse chinoise. Toujours sans baguette et avec les contrebasses en fond de scène François-Xavier Roth laisse ressortir les harmonies spéciales à l’écriture de Mahler dans des solos d’instruments aux sonorités pures (hautbois), plus rondes (cor) sur des soli de cordes homogènes ou des tutti qui résonnent sans couvrir les voix dans un grand respect des nuances, des atmosphères et du texte. Andrew Staples est le ténor dont le registre aigu et tendu est tant sollicité. La chanson à boire est interprétée dans une voix claire et projetée aux attaques franches sans saturer les sons pour plus de sensibilité en évoquant la mort. Dans une pureté de style violons et hautbois déroulent un tapis nostalgique aux belles notes piano d’un contralto au timbre troublant. Avec tristesse et douceur, Marie-Nicole Lemieux évoque ce Solitaire en automne en quête de repos dans des graves peu appuyés portés par le souffle de l’orchestre. Après un appel du cor, La jeunesse est évoquée par le ténor, joyeux, bucolique, dans une tessiture moins tendue, accompagné par un orchestre rythmé avec plus de légèreté. C’est dans une prononciation aux prises de notes délicates que la chanteuse nous parle de la Beauté, une beauté suspendue aux notes du piccolo mais qui s’anime aux sons des cuivres tout en gardant à la voix son velouté et le legato musical. L’Homme ivre au printemps laisse entendre les éclats aigus du ténor qui passe au-dessus de l’orchestre. Plus sombre et mystérieux, scandé par les vibrations du tam-tam, est cet Adieu (Abschied) où règne une étrange tristesse. La flûte dialogue avec la chanteuse et les notes prises dans le souffle pour de longues phrases au vibrato contrôlé. Intelligence du chant et de la musicalité. Ce long Adieu est sans doute une des plus belles pages écrites par Mahler qui finit sur des Ewig…Ewig murmurés, éternellement… Moment hors du temps, sans fausse note, dans un unisson de musicalité où chanteurs et orchestre nous ont enchantés. Photo Caroline Doutre
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Roma, Museo Civico di Zoologia: “Oltre lo spazio, oltre il tempo. Il sogno di Ulisse Aldrovandi”

gbopera - Dom, 31/03/2024 - 22:18

Roma, Museo Civico di Zoologia
OLTRE LO SPAZIO, OLTRE IL TEMPO. IL SOGNO DI ULISSE ALDROVANDI
In una mossa audace che ridefinisce i confini dell’interazione tra passato, presente e futuro, la mostra “Oltre lo spazio, oltre il tempo. Il sogno di Ulisse Aldrovandi” trova una nuova casa nella “sala della balena” del Museo Civico di Zoologia di Roma. Questo nuovo capitolo nella vita della mostra, originariamente ospitata a Bologna sotto l’egida della Fondazione Golinelli e del Sistema Museale di Ateneo dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, testimonia un’ambizione culturale senza precedenti, nonostante le sfide logistiche poste dalla dimensione più contenuta dello spazio espositivo romano.La rassegna, orchestrata con cura da un quartetto di esperti – Andrea Zanotti, Roberto Balzani, Antonio Danieli e Luca Ciancabilla – e arricchita dal patrocinio di istituzioni prestigiose come il Ministero della Cultura, la Regione Emilia-Romagna, il Comune di Bologna, oltre al sostegno di Rai Cultura e della Banca di Bologna, ha dovuto reinventarsi nell’ambito di uno spazio che, pur carico di suggestione, si rivela meno ampio rispetto alla sua prima incarnazione bolognese. La “sala della balena”, con il suo fascino innegabile, accoglie ora tre aree che prima erano in tre stanze distinte, ridimensionate per altro rispetto alla vastità del progetto originario, ma non meno incisive nella loro capacità di catturare l’immaginario del pubblico. L’esposizione si presenta come un viaggio intellettuale e sensoriale attraverso una selezione di collezioni museali, opere d’arte moderna di Bartolomeo Passarotti, Giacomo Balla e Mattia Moreni, e pezzi contemporanei di Nicola Samorì, affiancati da contributi tecnologici provenienti dall’Agenzia Spaziale Europea. Questi elementi, insieme a installazioni olfattive e interattive, tessono un dialogo vibrante tra arte e scienza, due sfere del sapere che, nell’ottica della mostra, convergono verso una comprensione più profonda della nostra eredità culturale e delle potenzialità del futuro. La figura centrale di Ulisse Aldrovandi (1522-1605), pioniere nella scienza naturale e ispirazione museale, funge da faro nel percorso espositivo, simboleggiando l’incessante ricerca umana di conoscenza. La sua opera, che spazia dalla minuziosa catalogazione del mondo naturale a visioni futuribili quasi profetiche, incarna l’essenza di un’esplorazione che supera i confini temporali per interrogarsi sul destino dell’umanità. I visitatori sono invitati così a immergersi in scenari futuristici, grazie all’uso di visori di realtà aumentata che proiettano l’esperienza di vita in possibili insediamenti extraterrestri, offrendo una prospettiva tangibile sulle sfide e le meraviglie che l’avanzamento tecnologico e la scoperta spaziale potrebbero riservarci. Accanto a queste innovazioni, la mostra propone una riflessione sul passato attraverso una “wunderkammer” moderna, che pone quesiti su cosa l’umanità sceglierà di preservare come testimonianza della propria storia e cultura. Come già detto l’esposizione si ritrova in uno spazio che, benché limitato e inizialmente disorientante per i visitatori, non ne mina l’ambizione o la capacità di evocare meraviglia. La comprensione dello spazio espositivo, sebbene possa sembrare ostico per una mancanza di percorso , è brillantemente facilitata dal personale di sala, la cui gentilezza e profonda preparazione emergono come un faro guida per i visitatori, permettendo loro di navigare attraverso le sezioni con maggior sicurezza e apprezzamento. “Oltre lo spazio, oltre il tempo” si conferma così non solo come un’esplorazione dell’eredità umana, ma anche come una testimonianza della resilienza di arte e scienza di fronte alle limitazioni fisiche. Il dialogo tra passato, presente e futuro, intriso nelle opere e nelle installazioni, invita a una riflessione profonda, stimolando la curiosità e l’immaginazione di chi partecipa. Le luci vengono calibrate con maestria, trasformando lo spazio espositivo in un palcoscenico dove ogni dettaglio emerge con forza e chiarezza. Le pedane di sostegno, caratterizzate da forme arrotondate e un bianco glaciale, non fanno eccezione, giocando un ruolo cruciale nel valorizzare le opere esposte. Questo gioco di luci e supporti non solo esalta la tridimensionalità delle opere, ma anche ne amplifica il significato, invitando lo spettatore a un’immersione totale. L’assenza di ombre è una scelta deliberata, che elimina ogni distrazione, proiettando il visitatore in un ambiente di pura contemplazione. La luce, diffusa in modo così uniforme e intensamente artificiale, diventa un veicolo di narrazione. I curatori, attraverso questa orchestrazione luminosa, trasportano i visitatori in un limbo esplorativo, un vero e proprio gabinetto di curiosità contemporanee, che mira a delineare l’umanità all’interno dello spazio cosmico. Questa scelta estetica e scenografica non è casuale ma risponde a un’intenzione precisa: quella di creare un ambiente che funga da ponte tra il conosciuto e l’ignoto, tra la realtà tangibile e le potenzialità infinite dello spazio. La luce, in questo contesto, diventa uno strumento di esplorazione che invita a riflettere sul posto dell’uomo nell’universo, offrendo una visione ampliata della nostra esistenza e delle sue proiezioni future. In questo scenario, arte e scienza si fondono, aprendo finestre su mondi possibili e su una comprensione più profonda della nostra posizione nel cosmo. Al di là delle prime impressioni, la mostra si distingue per la sua capacità di offrire una prospettiva inedita, introducendo un approccio radicalmente nuovo alla connessione tra arte e spettatore.

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