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Musica corale

Castello di Novara: “Boldini, De Nittis e Les Italiens de Paris”

gbopera - Sab, 16/03/2024 - 12:24

A cura di Elisabetta Chiodetti
È già alcuni anni che il Castello di Novara si rende protagonista della scena espositiva nazionale, ponendosi come chiaro interlocutore di spazi del calibro del milanese Palazzo Reale o della Palazzina di Stupinigi. Questa preminenza vede in alcune scelte oculatissime la sua chiara origine, e qui intendiamo riferirci all’aver affidato a Elisabetta Chiodetti la curatela delle ultime mostre di grande successo. Anche questa “Boldini, De Nittis e les Italians de Paris”, acccessibile fino al 07 aprile, non fa eccezione: Chiodetti, infatti, ha saputo cogliere il vero zeitgeist del luogo, questa Novara sonnacchiosa e vagamente snob, neoclassica nel senso più borghese del termine, e con esso l’offerta più giusta per questo tipo di area e di bacino d’utenza – una serie di artisti e di tematiche altrettanto borghesi, rassicuranti, in cui la provincialità non sfocia mai nel provincialismo, ma diviene garante di un’estetica pienamente fruibile dal sapore largamente identitario. E questa operazione, beninteso, avviene comunque nel pieno rispetto di una domanda artistico-culturale alta, che possa avere appeal anche sullo studioso, l’appassionato, o semplicemente l’avventore più snob ancora. Già il titolo di questa brillante esposizione “Boldini, De Nittis e les italiens de Paris” sottende una leggera ambizione, ossia che esistesse a Parigi un gruppo di artisti italiani coeso e influente sulla cultura francese del tempo, cosa vera solo molto limitatamente, e presa in considerazione in tempi piuttosto recenti dall’accademia; ancora trent’anni fa Boldini e De Nittis si conquistavano a malapena qualche riga sui manuali di storia dell’arte, magari un elzeviro sulla stampa nazionale, un intervento veloce su quella specializzata – e senza alcun dubbio a torto, soffocati dalle ingombranti (e spesso più voluminose che sostanziali) personalità dei vari impressionisti e post-tali, o dei macchiaioli in patria. Tuttavia il conio dell’espressione “les italiens de Paris” è funzionale, evocativo e nobilitante, rimanda subito a un tourbillon di avventure tra il bohémien e il salottiero che immaginiamo uscire dalla penna di Zola o Proust, animate da démi-mondaine da operetta ed ereditiere naïf infiocchettate per i gonzi pronti ad impalmarle, all’ombra della tendina in velluto di una vettura a cavalli. E questo è esattamente ciò che la mostra ci offre, un sogno parigino fin-de-siècle tra Place Clichy e Place de la Concorde, intervallato da qualche fugace capatina sul Mediterraneo. Giovanni Boldini (1842-1931) ci stordisce letteralmente delle sue muse, siano esse le milionarie desiderose di ritratti celebrativi (come le sorella Concha de Ossa, nipoti di un diplomatico cileno) o le sue amichette dagli amanti danarosi (la più ispirata delle quali senza dubbio fu Berthe); trova quindi nell’aristocratica burrosa e disinibita contessa Gabrielle de Rasty una sintesi perfetta di diafana estetica da salotto e madida sensualità – come nello scandaloso olio su tela “Dopo il bagno” o nel ritratto a seno nudo a pastello su seta; eppure è l’ignota modella di “Treccia bionda” la più conturbante, con lo sguardo audace dal sopracciglio sapientemente arcuato accostato alle efelidi leggere del volto adolescente ancora rubizzo. Giuseppe De Nittis (1846-1884)rappresenta il perfetto contraltare della sapida, lisergica pennellata boldiniana: la sua è una Parigi evanescente, paradossalmente pittorica, ove nebbia, cielo, volti e palazzi si fondono in un indistinguibile holos colorifico, un altrove in cui le regole del sogno superano quelle delle naturali fisicità e proporzioni (esemplare, in tal senso, la sua “Lezione di pattinaggio”); egli è l’unico che porta a Parigi una chiara consapevolezza realista e macchiaiola, che lo pone in aperto dialogo con Manet, Monet ma anche con la precedente scuola di Barbizon – Corot su tutti. Federico Zandomeneghi (1841-1917), da parte sua, rappresenta un’istanza eterna di italianità, il mantenimento di quella forma così smaccatamente nostrana (ancor più veneziana, come l’artista) che peraltro lo renderà il meno fortunato dei nostri expat parigini: il suo desiderio di struttura interna alla tela si riscontra sia nella caldissima “Place d’Anvers” (col suo esacerbato prospettivismo), che nel “Colloquio al tavolino”, ardito nella posizione dei soggetti come nell’atmosfera sospesa e rarefatta, che preconizza la scuola di Pon-Aven. Infine, Vittorio Matteo Corcos (1859-1933), l’unico che di Parigi si liberò ben presto per ritrovare il giusto riconoscimento in patria, si staglia come il naturale erede di tutt’e tre gli autori che lo precedettero, sia elegante cantore della femminilità mondana, sia propugnatore di un’estetica consapevolmente simbolista (nel geniale “Le istitutrici ai Campi Elisi”, ad esempio), che compositore di scene e soggetti dai toni più smaccatamente déco – superlativo sia nel celebre “Ritratto di Lina Cavalieri”, sia in quello di gusto neorinascimentale di Lia Goldman Clerici. La mostra non è nient’altro che questa splendida ubriacatura, che probabilmente avrebbe richiesto spazi meno angusti delle sale dell’Ala degli Sforza, ma che al contempo proprio in questo contesto dalle dimensioni raccolte acuisce il senso d’intima alcova, di dimensione del cuore, che la maggior parte di queste tele comunica quasi involontariamente; consigliatissima anche per la puntuale e non troppo pedante spiegazione delle opere principali. Per tutte le informazioni, qui.

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Milano, Teatro Elfo-Puccini, “Sempre fiori, mai un fioraio” dal 19 al 24 marzo

gbopera - Sab, 16/03/2024 - 10:13

Pino Strabioli ci accompagna in una serata dedicata al pensiero libero, all’irriverenza, alla profonda leggerezza di Paolo Poli, un genio irripetibile che ha attraversato il Novecento con coraggio e sfrontatezza. L’infanzia, gli amori, la guerra, la letteratura, pennellate di un’esistenza che resta un punto di riferimento nella storia non solo teatrale di questo paese.
Per tutte le altre informazioni, qui

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Venezia, Palazzetto Bru Zane: presentazione del Festival “Il filo di Gabriel Fauré”, 23 marzo-23 maggio 2024

gbopera - Ven, 15/03/2024 - 23:33

Aria di primavera, aria di festival. Rosa Giglio, coordinatrice artistica, Alexandre Dratwicki, direttore artistico, Camille Merlin, responsabile per Bru Zane Label e partenariati discografici, hanno presentato, il 14 marzo presso la sala dei concerti del Palazzetto Bru Zane, il nuovo Festival di primavera, Il filo di Gabriel Fauré, nel corso del quale si approfondirà la conoscenza del musicista francese – di cui ricorre il centenario della morte –, indagando anche il “filo” che lo lega a una nutrita schiera di musicisti, suoi allievi. Come si legge nell’apposita brochure, e si è ribadito durante l’incontro: “Il compito di voltare la pagina del romanticismo e di rasserenare, all’alba del XX secolo, un ambiente musicale francese profondamente diviso doveva toccare in sorte a un artista dal percorso atipico, ma dai meriti indiscutibili. Gabriel Fauré non è stato allievo del Conservatorio di Parigi e non dedica alle scene liriche i suoi primi capolavori. Discepolo di Saint-Saëns alla Scuola Niedermeyer, si esprime anzitutto nei concerti d’avanguardia, nelle chiese e nei salotti. In una Francia lacerata dal caso Dreyfus, egli rappresenta sia un compromesso sia una via nuova. La sua influenza quale docente di composizione merita di essere rivisitata: riguarda musicisti ragguardevoli, da Nadia Boulanger a Maurice Ravel passando per Florent Schmitt, Georges Enescu, Charles Koechlin”. Nel concerto inaugurale del 23 marzo, alla Scuola Grande si San Giovanni Evangelista (All’alba di una nuova era), il Quatuor Strada e Simon Zaoui eseguiranno composizioni per archi e pianoforte di Roger-Ducasse e Fauré. Il 24 marzo (Maestro Fauré) Cyrille Dubois e Tristan Raës proporranno mélodies di Fauré, Godard, Saint-Saëns, Dubois, Chausson, Duparc, N. Boulanger, Schmitt, Ravel, ecc. Il 9 aprile Luca Scarlini parlerà nel corso di una conferenza (La gondola dei sogni: Gabriel Fauré a Venezia) dell’influenza che la città lagunare ebbe sul compositore. Nel concerto del 13 aprile – in coproduzione tra il Palazzetto Bru Zane e Asolo Musica – Hawijch Elders (violino), Natanael Ferreira (viola), Aleksey Shadrin (violocello) e Frank Braley (pianoforte) eseguiranno, presso l’Auditorium Lo Squero all’Isola di San Giorgio Maggiore, lavori per trio d’archi di Fauré ed Enesco. In Voce al flauto, il 19 aprile, Alexis Kossenko (flauto), e Vassilis Varvaresos, (pianoforte) proporranno composizioni per i due strumenti di Fauré, Enesco, Cools, Koechin e Masson. Il 7 maggio Ode al violoncello vedrà il Duo Duomo affrontare lavori per violoncello e pianoforte di Fauré, Roger-Ducasse, N. Boulanger e Koechin. In Notti melodiche, il 16 maggio, artisti dell’Académie de L’opéra national de Paris si cimenteranno in mélodies di Fauré e dei suoi allievi. Il festival si concluderà, il 23 maggio, con Discendenze, in cui l’Ensemble da camera dell’Accademia Teatro alla Scala eseguirà composizioni per trio d’archi e pianoforte di Fauré e Léon Boëllmann. Altri eventi del ciclo si svolgeranno – o già si sono svolti – in varie sedi internazionali (Faymoreau, Lssay, Parigi, Montréal, Waterloo, Tolosa, Foix).
Nel frattempo continua l’attività del Palazzetto Bru Zane per le scuole, che coinvolgerà, il 5 maggio, i più piccoli con A tutt’orecchi, così come l’attività editoriale: in particolare si è citato il CD con l’integrale delle mélodies di Fauré e – novità – l’uscita di Déjanire di Camille Saint-Saëns. Alla presentazione è seguito un concerto con Lorène de Ratuld al pianoforte, che ha brillantemente eseguito brani di Fauré e altri autori legati al festival, riscuotendo un successo entusiastico.

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Roma, Parco Archeologico del Colosseo: ” La Colonna Traiana: il racconto di un simbolo”

gbopera - Ven, 15/03/2024 - 20:00

Roma, Parco Archeologico del Colosseo
LA COLONNA TRAIANA: STORIA DI UN SIMBOLO
organizzata e promossa dal Parco archeologico del Colosseo e dal Museo Galileo – Istituto e Museo di Storia della Scienza 
con la curatela di Alfonsina Russo, Federica Rinaldi, Angelica Pujia e Giovanni Di Pasquale
Roma, 15 marzo 2024
“Il Senato e il Popolo Romano all’Imperatore Cesare Nerva Traiano Augusto, figlio del Divo Nerva, conquistatore in Germania e Dacia, Pontefice massimo, investito della potestà tribunicia 17 volte, proclamato Imperatore 6 volte, eletto console 6 volte, Padre della Patria: per far conoscere di quanta altezza il monte e il luogo siano stati ridotti, con così grandi lavori.” (Iscrizione sulla base della Colonna Traiana – L 6.960)
Eretto per volontà dell’Imperatore Traiano per commemorare la sua vittoria in Dacia, il monumento rimane un enigma sotto diversi aspetti, pur essendo riconosciuto come un’insegnamento storico sul potere della narrazione e della propaganda bellica. Analogamente, prima di Traiano, Ramses II aveva già esercitato l’arte della narrazione con la Battaglia di Kadesh. Il tempio di Abu Simbel ne è testimone, con incisioni che, nonostante la conclusione della battaglia con un trattato di pace – il primo nella storia umana -, esaltano la figura di Ramses II in un trionfo di autocelebrazione e propaganda. La Colonna Traiana, situata nel Foro di Traiano vicino al Quirinale a Roma, è un esemplare monumento commemorativo alto 30 metri (38 metri con il piedistallo). Completata nel 114 d.C., celebra le vittorie dell’Imperatore Traiano sui Daci, con un fregio a spirale che si avvolge per circa 200 metri attorno alla colonna, illustrando le campagne militari del 101-102 e del 105-106 d.C. Quest’opera, realizzata con 18 blocchi di marmo di Carrara, ciascuno pesante circa 40 tonnellate, ospita al suo interno una scala a chiocciola che conduce a una piattaforma panoramica. Sebbene spesso interpretata come strumento di propaganda imperiale, alcune teorie suggeriscono che la colonna potrebbe essere stata parzialmente nascosta da altre strutture, limitandone la visibilità. Vi è anche l’ipotesi che potesse servire come indicatore delle misure utilizzate per la costruzione del Foro. Dopo la morte di Traiano nel 117 d.C., il Senato decretò che le sue ceneri fossero sepolte alla base della colonna in un’urna d’oro, anche se oggi non sono più presenti. In origine sormontata dall’effigie di un’aquila, poi sostituita da una statua di Traiano e infine, nel 1588 su iniziativa di Papa Sisto V, da una statua di San Pietro che permane fino a oggi. I rilievi narrano dettagliatamente le gesta belliche contro i Daci, mostrando non solo gli aspetti militari ma anche momenti quotidiani dei soldati, con una particolare attenzione al realismo e a dettagli significativi dell’esercito romano. Pur mancando di una prospettiva uniforme, l’opera mantiene un forte impatto visivo e narrativo, con oltre 2500 figure umane rappresentate, tra cui 59 immagini dell’imperatore. Fin dalla sua concezione, la Colonna Traiana si è imposta come un emblema dell’ingegnosità umana, rappresentando un’impresa ardimentosa nel panorama dell’ingegneria antica. L’odissea che ha caratterizzato la sua realizzazione è oggi motivo di stupore e di profonda ammirazione. Con il passare dei secoli, il monumento ha acquisito una risonanza universale, divenendo fonte di ispirazione per imperatori, Papi e monarchi che ne hanno emulato la grandezza attraverso tentativi di replicazione, disegni e modellini. La costruzione in questione culmina un progetto iniziato ben oltre Roma, precisamente nella cava di Fantiscritti sulle Apuane, nota per l’estrazione del pregiato marmo lunense usato per decorare monumenti ed edifici nell’impero. Sebbene le tecniche utilizzate non siano state mai documentate per iscritto e siano andate perdute con le civiltà che le hanno sviluppate, il confronto tra fonti letterarie, archeologiche, epigrafiche, iconografiche e numismatiche consente di ricostruire parzialmente le tappe di questa incredibile impresa. L’allestimento espositivo, collocato in un Colosseo avvolto in luci blu (che riecheggiano il Danubio ma anche l’interazione tra Uomo e Tecnologia), si dedica a narrare questa storia epica, dividendo la narrazione su due livelli: uno storico-artistico, con la meticolosa ricostruzione del fregio in scala reale che abbraccia i pilastri dell’anfiteatro, e l’altro più prettamente tecnico, esplorando le fasi di trasporto e lavorazione del marmo. Questo percorso espositivo si propone di illustrare non solo l’incredibile fatica fisica dei centinaia di uomini coinvolti nella costruzione di questo capolavoro, ma anche di riflettere sull’aspetto simbolico e sull’impiego politico che ne è stato fatto nei secoli, fino a diventare oggetto di quasi culto da parte delle corti europee. La corrente esposizione dedicata alla Colonna Traiana non segna un inedito nella valorizzazione di questo emblema dell’antichità romana. Già nel 2019, gli spazi de La Limonaia nel Giardino di Boboli a Firenze avevano fatto da cornice a un evento espositivo di rilievo: “L’arte di costruire un capolavoro: la Colonna Traiana”. Il Museo Galileo è stato e continua ad essere il co-curatore della mostra, sia in passato che oggi.  Elementi distintivi di quell’ allestimento, come i modellini dettagliati, la ricostruzione digitale e un impianto di fruizione che abbracciava ampiamente i contenuti, trovano oggi nuova espressione e rielaborazione. Se da un lato il dialogo con la precedente esposizione fiorentina è palpabile in termini di concezione e approccio ed anche in quasi tutti i modellini proposti, dall’altro l’attuale mostra beneficia di una cornice scenografica senza paragoni: gli spazi intrinsecamente carichi di storia del Colosseo. Questo contesto non solo amplifica l’attrattiva visiva e il fascino dell’evento, ma contribuisce a creare un’atmosfera impregnata di un passato glorioso, che dialoga in modo diretto con l’oggetto della mostra. L’esposizione è arricchita da strumenti e macchinari d’epoca, riprodotti da Claudio Capotondi, ( “Maestro delle Imprese di Traiano”), e da una serie di video e proiezioni realizzate dal Museo Galileo (già visti nella precedente mostra). È un’esposizione che funge da funzionale ponte visivo e situata a breve distanza dall’originale, invita il pubblico a spostarsi con facilità verso il vero capolavoro, dove si può immergere nella maestosità dei dettagli con una rinnovata consapevolezza.

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Firenze: Concerto sinfonico diretto dal maestro Daniele Gatti, sul podio della Sala Mehta, sabato 16 marzo 2024

gbopera - Gio, 14/03/2024 - 23:51

Dopo la prima del Don Pasquale di Gaetano Donizetti, in programma il 15 marzo in Sala Grande, il maestro Daniele Gatti, insieme all’Orchestra del Maggio, si ‘trasferisce’ in Sala Zubin Mehta per il concerto sinfonico previsto per sabato 16 marzo alle ore 20. In programma una delle più conosciute composizioni di Franz Joseph Haydn, la Sinfonia n. 44 in mi minore, nota come Trauer-Symphonie (Sinfonia funebre), composta intorno agli inizi degli anni ’70 del 1700 e pensata in primo luogo alle esecuzioni nelle sfarzose dimore dei principi Esterházy, della cui orchestra Haydn era maestro di cappella. Il sottotitolo Trauer-Symphonie, con cui oggi è conosciuta, non è però autografo, in quanto è stato probabilmente aggiunto tempo dopo l’epoca di composizione della sinfonia; secondo alcuni deriva forse da una volontà espressa dallo compositore di volerla eseguita durante il suo funerale.
Segue la suite Nobilissima visione, di Paul Hindemith: l’ispirazione venne al compositore di Hanau nel periodo in cui egli era proprio a Firenze, dove rimase profondamente colpito dagli affreschi di Giotto nella Chiesa di Santa Croce, in particolar modo da quelli raffiguranti San Francesco d’Assisi. Nobilissima visione, che nasce come balletto, andò in scena per la prima volta a Londra nell’estate del 1938: subito Hindemith ne estrasse la suite che fu presentata a Venezia, diretta dallo stesso compositore, nel settembre dello stesso anno.
Chiude il concerto  Karfreitagszauber (L’incantesimo del Venerdì Santo) – un affresco musicale che descrive il risveglio della natura con il primo sole della mattina – ed estratto dal Parsifal, ultimo capolavoro di Richard Wagner andato in scena per la prima volta nel luglio del 1882 al Festival di Bayreuth diretto da Hermann Levi ma rimasto inedito negli altri teatri europei fino all’alba del 1914.
Il prossimo appuntamento sinfonico del maestro Daniele Gatti è invece in cartellone per il 13 aprile 2024, con il concerto inaugurale dell’86°Festival del Maggio Musicale Fiorentino, che vedrà fra i protagonisti Sara Blanch (anche lei impegnata nelle recite del Don Pasquale di questi giorni) insieme all’Orchestra e al Coro del Maggio.

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Roma, Museo Napoleonico :”Giuseppe Primoli e il fascino dell’Oriente” dal 15 Marzo al 08 Settembre 2024

gbopera - Gio, 14/03/2024 - 15:59

Roma, Museo Napoleonico
GIUSEPPE PRIMOLI E IL FASCINO DELL’ORIENTE
Il Museo Napoleonico ospita dal 15 marzo un’esposizione dedicata al collezionismo di arte orientale e giapponese: Giuseppe Primoli e il fascino dell’Oriente, in concomitanza con la mostra Ukiyoe. Il mondo fluttuante. Visioni dal Giappone in corso al Museo di Roma a Palazzo Braschi. La mostra è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali ed è curata da Elena Camilli Giammei, Laura Panarese e Marco Pupillo. Organizzazione Zètema Progetto Cultura. Al centro del percorso espositivo è una rara raccolta di 14 kakemo appartenuti a Giuseppe Primoli, strisce rettangolari di carta o tessuto di varia lunghezza da appendere in verticale, dipinti ad acquerello e inchiostro con soggetti classici della pittura giapponese del genere “fiori e uccelli”: composizioni che ritraggono fiori, rami con foglie e frutti, uccelli, gufi, gru, aironi, farfalle, paesaggi lacustri. Nove di questi manufatti, conservati abitualmente nei depositi del Museo Napoleonico, sono stati di recente oggetto di un restauro e tornano visibili al pubblico dopo alcuni anni; gli altri cinque kakemono della collezione, anch’essi restaurati di recente, provengono invece dalla vicina Fondazione Primoli. La particolarità che rende unica questa collezione consiste nelle firme, dediche e componimenti autografi che poeti, scrittori, personaggi di spicco della scena culturale italo-francese dell’epoca, fino agli anni Trenta del Novecento, hanno apposto sulla superficie dei kakemono: Anatole France, Guy de Maupassant, Marcel Prévost, Émile Zola, Stephane Mallarmé, Paul Valery, Paul Claudel, Henry Bergson, per citarne alcuni, e, tra i letterati italiani, Giosuè Carducci, Gabriele D’Annunzio, Cesare Pascarella, Arrigo Boito, Giovanni Verga, Matilde Serao, ma anche interpreti teatrali, attori e attrici d’eccellenza, come Eleonora Duse, e inoltre politici e numerosi esponenti delle case reali di tutta Europa. Il conte era infatti solito chiedere ai frequentatori del suo vivace salotto mondano di lasciare sugli spazi non dipinti dei kakemono un ricordo, una traccia, un pensiero o una frase, andando così a costituire un prezioso corpus di interesse storico e letterario accanto a quello propriamente artistico dei dipinti. Oltre ai kakemono, vengono presentati in mostra altri preziosi oggetti: circa 70 tra stampe, dipinti, manoscritti, disegni, incisioni, porcellane. Un nucleo dall’importante valore documentario e storico-artistico che racconta il gusto e l’interesse per l’Oriente da parte del conte e della famiglia Bonaparte-Primoli, rivelando l’influenza che l’arte del Giappone, del continente asiatico e dell’Oriente in generale ha esercitato sulla cultura e sul collezionismo europeo del tardo Ottocento. Colto, spiritoso, abile conversatore, appassionato bibliofilo e fervido collezionista, il conte Giuseppe Primoli trascorre la gioventù a Parigi, alla corte di Napoleone III, negli anni in cui impera la moda del japonisme. Ed è proprio a contatto con gli stimolanti ambienti letterari e artistici parigini che matura il gusto per l’arte orientale. Lì ha modo di stringere amicizia e intrattenere rapporti con molti tra i “giapponisti” francesi più celebri del tempo, come i fratelli Edmond e Jules de Goncourt, Émile Zola e Pierre Loti, che gravitavano intorno al coltissimo e multiforme salotto della principessa Mathilde Bonaparte, zia da parte di madre, sua ispiratrice e amica. Il percorso si apre con l’esotismo e il gusto mediorientale nella collezione dei Bonaparte-Primoli, un gusto talvolta indefinito, eclettico, multiforme, dai confini sfumati, un “gran bazar” del quale l’esposizione vuole restituire un caleidoscopico fermo immagine. Esposte inoltre circa 30 fotografie di soggetto orientalista scattate negli ultimi vent’anni dell’Ottocento e nei primi anni del Novecento, alcune delle quali sono state realizzate personalmente dal conte, fotografo appassionato. Tra le opere più prestigiose e rappresentative del gusto giapponista appartenenti alla collezione museale c’è il ventaglio di seta con paesaggio giapponese dal titolo La discesa delle oche selvatiche a Katata, esempio eloquente dell’influenza dell’arte nipponica nella pittura europea del tardo Ottocento, dipinto ad acquerello da Giuseppe De Nittis a Parigi intorno al 1880 per la principessa Mathilde Bonaparte la quale, a sua volta, ne fece dono al nipote. Sarà inoltre l’occasione per ammirare molti oggetti abitualmente non visibili al pubblico, conservati nei depositi del museo: disegni con soggetti esotici e orientaleggianti, fotografie d’epoca di soggetto e gusto orientalista, xilografie, tempere e intagli su carta eseguiti con la tecnica del “kirigami”, chinoiseries e japonaiseries, documenti d’archivio. Conclude la mostra una sezione legata al mirabolante Grand Tour in India del Conte Luigi Primoli, fratello minore di Giuseppe (1904-06). Sono esposte pietre scolpite e terrecotte dipinte di manifattura indiana raffiguranti personaggi e soggetti religiosi, una copia del Corano su foglie di palma di manifattura indiana appartenente alla Fondazione Primoli, e alcune fotografie scattate da Lulù stesso.

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Napoli, Mann Museo Archeologico Nazionale di Napoli: ” Gli dei ritornano. I bronzi di San Casciano” incantano il capoluogo partenopeo

gbopera - Gio, 14/03/2024 - 14:37

Napoli, MANN Museo Archeologico Nazionale di Napoli
GLI DEI RITORNANO. I BRONZI DI SAN CASCIANO.
16 Febbraio- 30 Giugno 2024
Napoli, 10 Marzo 2024
Attraversando i secoli, le acque termali del territorio dell’antica città-stato di Chiusi hanno custodito misteri che uniscono Etruschi e Romani. Oggi, questi segreti vengono alla luce attraverso le nuove straordinarie narrazioni offerte da quattro reperti inediti esposti nella mostra “Gli Dei ritornano. I bronzi di San Casciano”. Questa esposizione, che segue la sua prima apparizione al Quirinale, è attualmente ospitata nelle recentemente inaugurate sale del terzo piano del Museo Archeologico Nazionale di Napoli (Mann), disponibile fino al 30 giugno. L’inaugurazione, presieduta dal Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, segna un importante momento di riscoperta e valorizzazione del ricco patrimonio culturale condiviso tra queste antiche civiltà. Questa affascinante esposizione rivela una serie di incredibili scoperte archeologiche emerse nell’estate del 2022 dal santuario termale etrusco e romano del Bagno Grande di San Casciano dei Bagni. Per oltre sette secoli, dal III secolo a.C. al V d.C., questo antico santuario ha svolto un ruolo di primaria importanza come luogo sacro di pellegrinaggio e guarigione, dove etruschi e romani convivevano in armonia, trovando rifugio per il proprio corpo e nutrimento per lo spirito. La vasca sacra del santuario ha restituito al mondo oltre 200 manufatti in bronzo e più di 5000 monete, offrendo un’immagine vivida di un passato che ancora parla di benessere, ospitalità e fede.Le statue oranti, le parti anatomiche, i piccoli fasciati, i ritratti e le sacre figure in bronzo si stagliano come protagonisti di un racconto millenario. Questi reperti archeologici, testimoni di un’era lontana, svelano una storia che va oltre l’individuale importanza di ciascun oggetto, estendendosi a temi di spiritualità, cura e convivenza sociale. La stupefacente preservazione delle statue ritrovate nelle acque termali aggiunge un ulteriore livello di meraviglia a questa scoperta. Questa condizione eccezionale ha permesso la decifrazione di lunghe iscrizioni in etrusco e latino, fornendo un prezioso sguardo sulle vite di coloro che hanno frequentato questo sacro sito, le divinità a cui si appellavano, e la serena convivenza tra Etruschi e Romani, uniti dalla comune venerazione delle acque curative. La scoperta di statue in bronzo di tale antichità è un avvenimento raro e straordinario. Spesso, queste opere venivano rifuse per la creazione di nuovi artefatti di minore importanza, specialmente durante le fasi successive dell’antichità e nel periodo medievale. Questo rende il loro ritrovamento un prezioso affresco dell’epoca, un tesoro inestimabile che ci permette di viaggiare indietro nel tempo e di comprendere meglio le pratiche e le credenze di queste antiche civiltà. Pertanto, la scoperta di San Casciano riveste un’importanza senza pari, soprattutto considerando lo straordinario stato di conservazione delle opere. Tuttavia, è essenziale sottolineare che, sebbene la scoperta di San Casciano abbia avuto un impatto significativo, non sarebbe corretto commettere l’errore di confrontare direttamente queste opere con altri rinvenimenti celebri, come ad esempio i famosi Bronzi di Riace. Nonostante entrambe le scoperte siano di notevole importanza, appartengono a contesti culturali e cronologici estremamente diversi, e pertanto non possono essere paragonate tra loro. Curata con maestria dal Direttore Generale dei Musei, Massimo Osanna, e da Jacopo Tabolli, eminente professore presso l’Università per Stranieri di Siena, l’esposizione si rivela come un’esplorazione profonda, quasi un pellegrinaggio attraverso i millenni, nel cuore del territorio avvolto dalle acque termali dell’antica città-stato etrusca di Chiusi. Questo percorso espositivo si articola in diverse sale, ciascuna dedicata a specifiche tematiche. Attraversando questi ambienti, il visitatore è invitato a immergersi in una narrazione complessa e stratificata, che rende omaggio alla ricchezza culturale e alla profondità storica di questo affascinante angolo d’Italia. Tra le opere che colpiscono per la loro delicatezza e la potenza emotiva che trasmettono, emerge una statua in bronzo raffigurante una figura femminile con le mani protese in segno di preghiera. Vestita con un chitone e un mantello, i lunghi capelli finemente pettinati incorniciano il suo viso, mentre eleganti trecce si dipanano sul suo petto. Questa scultura richiama le figure con mantello trasverso diffuse sin dall’età ellenistica più antica e può essere collocata cronologicamente alla metà del II secolo a.C. Il manufatto è stato rinvenuto all’interno della vasca sacra, nell’ambito di un insieme di offerte che circondavano un imponente tronco di quercia. La statua della devota in preghiera giaceva capovolta, come se volesse indirizzare la sua supplica verso il cuore stesso della sorgente termale.  L’essenza del bronzo e dell’acqua calda permea l’intero percorso espositivo, a partire dai reperti provenienti da altri siti etruschi e risalenti all’età del bronzo. Tuttavia, è l’acqua calda stessa, magnificamente riprodotta nella mostra attraverso fondali blu suggestivi, che ha svolto un ruolo fondamentale nel garantire lo straordinario stato di conservazione dei bronzi giunti fino a noi. Le monete scoperte nella vasca del Bagno Grande non sono poche: 2.511 sono state rinvenute durante la campagna di scavo del 2021, mentre circa 2.700 sono emerse nel 2022. Sono principalmente in bronzo, con alcune eccezioni in argento e una rara presenza di pezzi in oro. Secondo l’esperto numismatico Giacomo Pardini, è probabile che queste monete non siano mai state in circolazione prima di essere offerte come doni. Nell’ antica vasca termale, sono state ritrovate anche offerte rituali in legno. Questo suggestivo ritrovamento sembra indicare la pratica sacrale di gettare rami d’albero nelle acque. Non sono mancate nemmeno scoperte di pigne provenienti dal pino domestico. Un aspetto che merita una particolare nota è la meticolosità, la dedizione e la passione con cui lo scavo è stato condotto. Questo approccio scrupoloso ha permesso il recupero di una serie di informazioni estremamente preziose. Questi dati offrono un’opportunità unica per tentare di ricostruire la vita quotidiana di un’area sacra dove, per secoli, uomini e donne hanno testimoniato la loro fede, affidando le loro speranze all’acqua sacra. L’allestimento, pur nella sua essenzialità, svela una limpidezza senza eguali, arricchito da un gioco di retroilluminazioni che donano un notevole valore estetico. L’atmosfera poetica che ne deriva è quasi tangibile, rendendo l’esperienza tanto avvincente quanto coinvolgente.

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Roma, Teatro Ambra Jovinelli: “Iliade. Il gioco degli dei.”

gbopera - Mer, 13/03/2024 - 23:59

Roma, Teatro Ambra Jovinelli
ILIADE. IL GIOCO DEGLI DEI
testo di Francesco Niccolini ispirato all’Iliade di Omero
drammaturgia di Roberto Aldorasi, Alessio Boni, Francesco Niccolini e Marcello Prayer
con Alessio Boni e Iaia Forte
e con Haroun Fall, Jun Ichikawa, Francesco Meoni, Elena Nico, Marcello Prayer, Elena Vanni
Regia di Roberto Aldorasi, Alessio Boni, Marcello Prayer
Musiche Francesco Forni
Scene Massimo Troncanetti
Costumi Francesco Esposito
Luci Davide Scognamiglio
creature e oggetti di scena Alberto Favretto, Marta Montevecchi, Raquel Silva
Prodotto da Nuovo Teatro in coproduzione con Fondazione Teatro della Toscana – Fondazione Teatro Donizetti di Bergamo – Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia
Roma, 13 marzo 2024
Nell’era dominata da scienza e tecnologia, sorprende scoprire quanto i miti antichi, soprattutto quelli dei dèi greci, continuino a influenzarci, offrendo spunti profondi sulla nostra esistenza. Carl Jung evidenziò come questi miti, ricchi di eroismo e tradimento, amore e vendetta, fungano da specchi archetipici della psiche umana, risuonando con tematiche universali di libertà, ricerca di significato e conflitto interiore. Questi temi antichi, vividi oggi come allora, riflettono le sfide e le contraddizioni della vita moderna, sottolineando come, dietro le grandi narrazioni, si nasconda una dimensione quasi caricaturale di dei e uomini, uniti nella ricerca di autenticità in un mondo segnato da alienazione. Al Teatro Ambra Jovinelli si è assistito a una rivisitazione dell’Iliade che ha saputo sorprendere e rinnovare la percezione comune di quest’opera immortale. Tradizionalmente associata a tematiche belliche e all’ira devastatrice di Achille, l’epica omerica si è rivelata, sotto la lente d’ingrandimento del collettivo artistico noto come Il Quadrivio, un terreno fertile anche per l’ironia, la leggerezza e la giocosità. Questa interpretazione inedita parte da una rilettura attenta dell’opera, che ha permesso di scovare e valorizzare gli elementi comici spesso trascurati nel corso dei secoli. Il Quadrivio, formazione composta da Roberto Aldorasi, Alessio Boni, Francesco Niccolini e Marcello Prayer, ha infuso nuova vita all’epopea, creando uno spettacolo che si distacca radicalmente dalle tradizionali rappresentazioni belliche per abbracciare una dimensione più umana e universale. Gli dèi dell’Olimpo, figure eternamente giovani e vigorose nella mitologia, sono stati rappresentati come esseri stanchi, annoiati e fuori forma, con Giove a guidare questa schiera di divinità dalla memoria vacillante. Ritrovatisi su una spiaggia, questi dèi capricciosi e disincantati decidono di rievocare la guerra di Troia, non per nostalgie bellicistiche, ma come un passatempo, quasi un gioco per alleviare il loro tedio. La scelta di animare armature vuote con maschere al posto del volto rafforza l’idea della guerra come una commedia, un teatro delle marionette orchestrato da divinità distaccate, che giocano con le vite umane per puro diletto. Lo spettacolo, quindi, trasforma i tragici eventi dell’Iliade in una commedia umana, ponendo in evidenza come gli dèi, con le loro manovre, riflettano la capricciosa natura del potere e la sua influenza sul destino degli uomini, una metafora amara ma precisa della storia umana, segnata da desideri e capricci dei potenti ai danni di innocenti e inconsapevoli vittime. In questa produzione teatrale quindi la direzione registica è un’abile tessitura di narrazione e visuale, dove la parola si fonde con l’immagine in un dialogo continuo e profondo con l’audience. Le scenografie di Massimo Troncanetti, con la loro essenzialità, ricreano uno spazio scenico di straordinaria potenza evocativa: un ambiente spoglio e arido, una spiaggia deserta che diventa metafora di isolamento, di ricerca, di attesa. Questo paesaggio desolato è animato da un piccolo falò, simbolo di vita, speranza, comunità, mentre la sabbia, che si estende tutt’intorno, sembra sconfinare nell’infinito. Due pedane moderne introducono un elemento di contemporaneità, fungendo da portali attraverso i quali le divinità accedono a questo mondo liminale, sospeso tra il reale e il metaforico. Il disegno luci creato da Davide Scognamiglio infonde nell’ambiente una dimensione quasi onirica. Le luci, infatti,  con le loro tinte cromatiche calde, avvolgono gli spettatori in una sorta di abbraccio visivo, creando atmosfere dense di emotività e suggestione. Queste scelte illuminotecniche non sono solo funzionali all’estetica dello spettacolo ma sono parte integrante della narrazione, sottolineando momenti chiave e trasformando lo spazio scenico in un luogo carico di significati simbolici e regalando tridimensionalità agli attori in scena. L’eleganza e la raffinatezza pervadono anche i costumi, frutto dell’ingegno di Francesco Esposito. Gli abiti sono non solo un piacere per la vista ma narrano storie, svelano caratteri, definiscono epoche. Sono il risultato di una ricerca accurata che intreccia tradizione e innovazione, contribuendo a definire l’identità visiva unica dello spettacolo. Nel cuore di questa reinterpretazione ci sono le performance degli attori: Alessio Boni, noto per i ruoli intensi e passionali, si è reinventato con un’interpretazione giocosa e ironica, dimostrando una versatilità che ha incantato il pubblico. Iaia Forte, con la sua recitazione brillante e vezzosa, e Marcello Prayer, che ha saputo alleggerire la sua nota austerità, hanno contribuito a creare un’atmosfera vivace e piena di verve, rendendo l’Iliade un racconto vicino alle sensibilità contemporanee. Il resto del cast ha brillato per la propria presenza scenica e capacità interpretative, elementi che hanno arricchito la narrazione e catturato l’attenzione del pubblico in maniera costante e significativa. Questa audace messa in scena dell’Iliade non solo ha dimostrato come gli antichi miti possano essere reinterpretati in chiave moderna, ma ha anche sottolineato l’importanza del teatro come spazio di riflessione critica e di esplorazione delle molteplici dimensioni dell’esistenza umana. Il lavoro del Quadrivio, presentato al Teatro Ambra Jovinelli, segna un importante passo avanti nel dialogo tra passato e presente, mostrando che la letteratura classica, lontana dall’essere un monolito statico, è un tessuto vivente che continua a offrire spunti di riflessione e occasioni di nuova creatività. L’accoglienza calorosa del pubblico, manifestatasi attraverso un fragoroso applauso e ripetute chiamate in scena, ha suggellato il successo dello spettacolo, testimoniando l’impatto emotivo e la riflessione profonda suscitati dalla rappresentazione. Questa reazione entusiastica non è solo un riconoscimento dell’eccellenza artistica e interpretativa, ma anche dell’importante messaggio veicolato dall’opera: la necessità di affrontare con coraggio la responsabilità personale nei conflitti e nelle sofferenze che segnano il nostro tempo. Photocredit@LucianoRossetti

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Firenze, Teatro del Maggio: dal 15 al 24 marzo in scena il “Don Pasquale”

gbopera - Mer, 13/03/2024 - 20:31

Venerdì 15 marzo 2024, alle ore 20, prima recita di “Don Pasquale” di Gaetano Donizetti. L’opera, diretta dal maestro Daniele Gatti, è proposta con la storica regia di Jonathan Miller, ripresa in questa occasione da Stefania Grazioli.
In locandina Marco Filippo Romano come Don Pasquale; Markus Werba nella parte del Dottor Malatesta; Sara Blanch è Norina; Yijie Shi interpreta Ernesto mentre Oronzo D’Urso veste i panni di Un notaro.
Repliche: 17 marzo 2024 ore 15.30;  19 marzo 2024 ore 20; 23 marzo 2024 ore 20;  24 marzo 2024 ore 15.30
La recita del 15 marzo 2024 sarà trasmessa in differita su Rai Radio 3
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“Turandot” in scena il 15,16 e 18 marzo al Teatro Comunale di Modena

gbopera - Mer, 13/03/2024 - 18:12

Va in scena al Teatro Comunale di Modena venerdì 15 marzo 2024 alle 20, sabato 16 alle 18 e domenica 17 alle 15.30 Turandot di Giacomo PucciniL’opera ritorna in uno degli allestimenti più apprezzati del Teatro Comunale di Modena, già ripreso da importanti teatri in Italia e all’estero. La parte visiva dello spettacolo, presentato in coproduzione con i Teatri lirici di Piacenza, Ravenna e Rimini, è quella firmata da Giuseppe Frigeni nel 2003, ispirata nelle sue linee forti ed essenziali alle leggi estetiche e filosofiche che sottendono alla tradizione culturale cinese, dove è ambientata la vicenda.
Di rilievo il cast formato nei ruoli principali da Leah Gordon, Giacomo Prestia, Angelo Villari e Jaquelina Livieri i giorni 15 e 17, mentre il giorno 16 i ruoli di Turandot e di Calaf saranno interpretati rispettivamente da France Dariz e Mikheil Sheshaberidze. La direzione musicale è affidata a Marco Guidarini, alla guida anche dell’Orchestra dell’Emilia-Romagna Arturo Toscanini, del coro Lirico di Modena e del coro del Teatro Municipale di Piacenza preparati da Corrado Casati e delle voci bianche del Teatro Comunale di Modena preparate da Paolo Gattolin. Regia, coreografia, scene e luci di Giuseppe Frigeni sono riprese da Marina Frigeni con costumi di Amélie Haas.
Turandot non è una storia d’amore – commenta il regista Giuseppe Frigeni -, ma lo scacco di un’illusione amorosa nel ribaltamento dei giochi di potere, delle leggi di un potere arcaico, attraversato dal cinismo maschilista, l’ambizione e l’arroganza di Calaf. Turandot non è la carnefice leggendaria, ma una donna ferita nel proprio orgoglio, vittima di una violenza maschile atavica”.
 Info www.teatrocomunalemodena.it.

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Roma: “Vertigine” la stagione danza 2024 di Orbita/Spellbound

gbopera - Mer, 13/03/2024 - 09:05

Roma, Teatro Biblioteca Quarticciolo
2X2 (da Rifare Bach)
Coreografia Roberto Zappalà
Musica Johann Sebastian Bach
Interpreti: Anna Forzutti, Silvia Rossi
Costumi e luci Roberto Zappalà
SOLO ANDATA
Coreografia Mauro Astolfi
Interpreti: Maria Cossu, Giuliana Mele, Alessandro Piergentili
Luci Marco Policastro
Musiche di Autori Vari
In anteprima
“CULT US” (estratti da Cultus)
Coreografia Roberto Zappalà
Musica  David Lang
Interpreti: Filippo Domini, Anna Forzutti, Silvia Rossi, Erik Zarcone
Costumi e luci Roberto Zappalà
Roma, 3 marzo 2024
La vertigine è una sensazione interiore di oscillazione e sbandamento. Pur stando in realtà fermi, l’ambiente esteriore sembra muoversi. Ed è esattamente questo l’effetto dello spettacolo 2X2/Cult us & Solo andata presentato dalla curatrice Valentina Marini nell’ambito della stagione danza Vertigine del Centro di Produzione Nazionale della Danza Orbita/Spellbound presso il Teatro Biblioteca Quarticciolo. In un contesto piuttosto periferico della capitale, due affermati autori italiani portano una luce di speranza per il futuro, offrendo delle epifanie di mondi umani e naturali che riscoprono nuove possibilità di armonia. È questo il caso del lungo duetto 2X2 di Roberto Zappalà, tratto dal lavoro più ampio Rifare Bach del 2021. Si tratta di un “atto di amore artistico” per il grande compositore tedesco, maestro nell’arte della fuga e nell’espressività legata a temi sacri. Come dichiarato nel sottotitolo, la creazione coreografica a serata intera Rifare Bach si è ispirata alla “naturale bellezza del creato”. Nessun arzigogolare drammaturgico, né tantomeno la volontà di riprodurre scientificamente le complesse architetture musicali di Bach guidano il coreografo siciliano che da oltre 30 anni guida una compagnia di punta nel panorama italiano in sinergia con il drammaturgo Nello Calabrò. Il legame profondo tra danza e musica palesa qui la volontà di ritornare all’essenza del corpo e delle sue possibilità motorie, presentando una danza pura che esalta la bellezza dei danzatori (“Glorificare il culto dell’immagine e dell’estetica è il mio obiettivo, prima ancora che il significato”, Charles Baudelaire). Ecco, dunque, che un cinguettio di sottofondo si accompagna a movimenti delle braccia che ricordano vagamente becchi di volatili, e la dinamica del pezzo si fonda su una continua disarticolazione del corpo, al fine di ritrovare un nuovo asse, un più autentico baricentro, e di impostare su di esso un legame di sincera sintonia tra le due partner. Mauro Astolfi nel suo lavoro Solo andata (presentato in anteprima a Roma, in anticipo del debutto avvenuto il 9 marzo al Teatro Comunale di Vicenza) pare voler ritornare alla dimensione narrativa, che si esplica in una drammaturgia visuale incentrata in un tavolo con sedie destinate ad essere vissute dai tre protagonisti. Si tratta, secondo il coreografo, di un racconto/incontro di persone che tornano da un viaggio, ma che allo stesso tempo anelano nuovamente a ripartire, abitate da un interiore “travel bug”. Non personaggi, dunque, ma anime che vivono con inquietudine la quotidianità, rifiutando le ipocrisie. Nel loro rapporto pare di ravvisare una complicità che nasconde un segreto familiare. Le due donne interagiscono con il partner maschile in giochi di attrazione e repulsione che non conducono a una prevalenza finale. In una peculiare cifra stilistica ritroviamo lo snodarsi dei corpi, la potenza dei gesti e la ricerca dei reciproci sguardi, il crearsi di punti di contatto al pari di momentanee estraneità. I vissuti si intrecciano e convivono in modo vorticoso, aprendo la strada ad altri viaggi e ad altre partenze. Chiude la serata il pezzo Cult us, collage di estratti dall’ultima creazione di Zappalà. Danzatori in tute dai colori pastello si muovono flessuosamente in risposta alla partitura creata dai versi shakespeariani per poi accompagnarsi alle musiche di David Lang tratte dall’opera The Little Match Girl Passion (Premio Pulitzer, 2008). I versi si uniscono, i gesti si fondono, e la danza diventa un canto, oltre che una preghiera, che ci conduce al di fuori di noi stessi. Foto Giuseppe Follacchio

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Roma, Aula Magna Liceo Classico Torquato Tasso: “Il ritmo della vita degli uomini” dal 16 Marzo al 19 Maggio 2024

gbopera - Mer, 13/03/2024 - 00:44

Roma, Liceo Classico Torquato Tasso
IL RITMO DELLA VITA DEGLI UOMINI
La mostra Il ritmo della vita degli uomini rappresenta un’iniziativa pionieristica nell’Aula Magna del Liceo Classico Torquato Tasso a Roma, uno degli istituti storici della capitale. Questo progetto si distingue per essere frutto dell’impegno e della creatività degli studenti , che hanno avuto l’opportunità di lavorare direttamente con reperti storici, forniti dal Ministero della Cultura. Circa cinquanta oggetti, recuperati da musei, collezioni private e istituzioni accademiche degli Stati Uniti , grazie all’intervento dei Carabinieri del Nucleo Tutela del Patrimonio Culturale. Questi manufatti , principalmente rinvenuti in tombe scavate illegalmente, non sono mai stati presentati al pubblico precedentemente . Gli studenti si dedicano a catalogare, studiare e contestualizzare i reperti, associandoli a versi di autori classici come Omero, i poeti lirici e tragici greci, e Virgilio. Il percorso espositivo si articola attorno a quattro concetti fondamentali: l’uomo, la divinità, il coraggio e l’amore . L’ideazione, l’allestimento e la cura dei dettagli, inclusa la scelta dei versi e la redazione delle didascalie (tradotte anche in inglese), sono stati curati personalmente dagli studenti, ispirati da una lezione magistrale tenuta dal direttore generale dei musei italiani, Massimo Osanna, proprio presso il loro istituto. Inoltre, gli studenti hanno prodotto un video per attirare sponsor e hanno raccolto immagini e fotografie del backstage, destinate a promuovere l’iniziativa sui canali social. Tra i reperti esposti spicca un torso in marmo raffigurante Eracle, datato all’epoca imperiale, testimonianza del ricco patrimonio culturale che la mostra si propone di valorizzare. Questa esposizione non solo celebra l’importanza della conservazione del patrimonio culturale, ma anche l’impegno e la passione degli studenti coinvolti. Quest’esperienza formativa rappresenta un modello innovativo di apprendimento, con l’ambizione di essere replicato in altre scuole italiane, segnando un passo significativo verso l’integrazione tra educazione e valorizzazione del patrimonio storico-culturale.

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Milano, Teatro alla Scala: “Die Entführung aus dem Serail”

gbopera - Mer, 13/03/2024 - 00:22

Milano, Teatro alla Scala, stagione d’opera e balletto 2023/24
“DIE ENTFÜHRUNG AUS DEM SERAIL”
Singspiel tedesco in tre atti Libretto di Christoph Friedrich Bretzner rielaborato da Johann Gottlieb Stephanie il Giovane
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart
Selim SVEN-ERIC BECHTOLF
Kostanze JESSICA PRATT
Blonde JASMINE DELFS
Belmonte DANIEL BEHLE
Pedrillo MICHAEL LAURENZ
Osmin PETER ROSE
Un servo muto MARCO MERLINI
Solisti del coro ROBERTA SALVATI, ALESSANDRA FRATELLI, LUIGI ALBANI, GIUSEPPE CAPOFERRI
Orchestra e coro del Teatro alla Scala
Direttore Thomas Guggeis
Maestro del coro Giorgio Martano
Regia Giorgio Strehler
Scene e costumi Luciano Damiani
Ripresa di regia Laura Galmarini
Luci Marco Filibeck
Milano,  10 marzo 2024
La Scala ripropone uno dei pezzi più splendenti della sua storia. La regia di “Die Entführung aus dem Serail” realizzata nel 1972 da Giorgio Strehler è stata una delle pietre miliari di una delle stagioni più luminose della storia scaligera e grazie all’eccellente ripresa di Laura Galmarini mostra ancora tutta la sua irresistibile freschezza. Quella di Strehler è autentica lezione di teatro. Spettacolo di essenzialità quasi disarmante ma in cui ogni minimo dettaglio è perfettamente coerente con la narrazione. L’estetica raffinatamente settecentesca è resa con tocchi delicati, quinte con architetture turchesche, la nave in movimento anch’essa dipinta a simulare gli artifici tecnici del tempo, costumi belli ma mai eccessivi. Centrale è il richiamo al teatro d’ombre che proprio in quel secolo muoveva significativi passi aprendo la strada che porterà alla lanterna magica e poi al cinema. Una regia che non vuole dire nulla che non sia nell’opera, che non impone forzature ideologiche di nessun tipo ma avanza con il passo leggero della fiaba e sembra ricordarci a ogni istante che nulla può raccontare la verità del cuore umano meglio di una favola, che nulla è più profondo della leggerezza. Sul piano del lavoro attoriale si concede giustamente una certa liberta durante agli interpreti durante i parlati che a tratti si discostano dal testo con l’aggiunta di qualche battuta o trovata – Osmin da ubriaco parla italiano – ma il tutto rientra perfettamente nello spirito del singspiel viennese.
In questo felice incontro senza tempo tra passato e presente la storia della regia di Strehler incontra la freschezza giovanile di Thomas Guggeis. Il giovane direttore – una delle bacchette più interessanti della nuova scena tedesca – sembra farsi prendere per mano dallo spettacolo con cui mostra una particolare sintonia. La sua è una direzione leggera ma mai superficiale. I ritmi sono spumeggianti e un senso di gioia pervade l’intera esecuzione. Si apprezza un gusto per un fraseggio orchestrale elegante e per sonorità radiose ma mai eccessive, anche le turcherie erano rese con raffinato distacco ma capace anche di autentico abbandono nei momenti più lirici e di un senso di sincera umanità che avvolge tutti, compreso Osmin tratteggiato con bonaria ironia. Fin dall’ouverture il gioco dei contrasti dinamici emerge in tutta la sua chiarezza e si può giovane della sempre impeccabile qualità dei complessi orchestrali e corali della Scala. Ottimo nel complesso il cast. Unica parziale eccezione dovuta a cause di forza maggiore quella relativa a Daniel Behle (Belmonte), il tenore protagonista risultava infatti indisposto e la prima aria è stata affrontata con estrema prudenza. Nel corso della recita la voce si è scaldata e la prestazione si è fatta più sicura ma le agilità di “Ich baue ganz auf deine” l’hanno costretto sulla difensiva. Dalla sua restano sempre l’impeccabile musicalità e la raffinatezza stilistica che gli permettono di arrivare in fondo con professionalità anche in una giornata non facile. Jessica Pratt è una Konstanze regale. Voce ampia, sonora, ricca di armonici, morbida e omogenea su tutta la linea canta con nobile intensità. Vocalmente impeccabile fornisce una prestazione esemplare in tutti suoi aspetti. Intensa e partecipe nei momenti più lirici resi con un fraseggio umanissimo e intenso – la sua Konstanze è veramente l’incarnazione della virtù di cui porta il nome. Giunta a “Martern aller Arten” sfoggia un talento da belcantista superiore. Gli acuti ricchissimi di suono, nitidi, svettanti, trilli, volatine, picchettati di una perfezione esemplare, un controllo vocale da manuale. La Pratt si conferma non solo cantante di classe superiore ma anche interprete di non comune sensibilità.
Bella sorpresa Michael Laurenz che conoscevamo soprattutto come interprete del repertorio novecentesco ma che anche qui si mostra sensibilità e intelligenza tratteggiando un Pedrillo di forte rilievo scenico e vocale. Jasmine Delfs è una Blonde dalla vocalità cristallina, soprattutto nel registro acuto, interpretativamente è spigliata e brillante.
Meglio come interprete che come cantante Peter Rose come Osmin. Voce corretta e robusta e buona professionalità ma il timbro è meno scuro di quanto si è abituati e l’emissione appare velata negli estremi gravi. Ha però la presenza scenica per il ruolo e un guizzo d’istrionismo che non guasta per cui compensa come attore i limiti vocali. Una nota di merito per il bravissimo Marco Merlini come servo muto. Foto Brescia & Amisano

 

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Roma, Teatro Quirino Vittorio Gassman” Pensaci Giacomino!”

gbopera - Mar, 12/03/2024 - 23:59

Roma, Teatro Quirino Vittorio Gassman
PENSACI GIACOMINO!
di Luigi Pirandello
Con Pippo Pattavina 
e con Debora Bernardi, Diana D’Amico, Francesca Ferro, Giuseppe Parisi, Giampaolo Romania, Riccardo Tarci e Aldo Toscano
Scene di Salvo Manciagli
Luci Santi Rapirarda
Regia Guglielmo Ferro
Progetto Teatrando
Roma, 12 Marzo 2024
“Ridano, ridano pure di lui tutti i maligni! Che risate facili! Che risate sciocche! Perché non capiscono… Perché non si mettono al suo posto… Avvertono soltanto il comico, anzi il grottesco, della sua situazione, senza penetrare nel suo sentimento!… Ebbene, che glie n’importa? Egli è felice.”
(L. Pirandello, Pensaci Giacomino!)
In una narrazione che si snoda tra le pagine della prestigiosa raccolta “La giara”, pubblicata per la prima volta nel 1927, e che aveva visto la luce inizialmente sulle colonne del «Corriere della Sera» nel lontano 1910, Luigi Pirandello ci offre un’opera che, successivamente rielaborata per il palcoscenico tra il 1916 e il 1917, emerge come un luminoso esempio della sua maestria nel trascendere i confini di una realtà intesa in termini meramente deterministici. Attraverso questa storia, Pirandello naviga nelle complesse acque delle dinamiche umane, offrendoci uno sguardo profondo sulle sfaccettature più nascoste dell’esistenza. La novella narra le vicende di Agostino Toti, un settantenne professore di liceo in procinto di ritirarsi, il quale, nonostante sia consapevole della propria mancanza di fascino e dell’impossibilità di essere corrisposto nel suo amore, decide di sposare Maddalena, la giovane figlia del bidello della scuola. Con questo gesto, Toti intende garantire alla donna una vita dignitosa grazie alla sua imminente pensione e a un’eredità di duecentomila lire ricevuta da un fratello emigrato in Romania, denaro che egli, tuttavia, sceglie di non utilizzare per sé. Il matrimonio di Toti con Maddalena è un atto di generosità disinteressata, volto a migliorare la condizione di una giovane proveniente da un ceto sociale meno agiato, un gesto che eleva Maddalena socialmente e finanziariamente. Non meno significativa è la decisione di Toti di estendere la sua benevolenza a Giacomino, un ex alunno a lui particolarmente caro, trovandogli un impiego presso la Banca Agricola e facendo in modo che il giovane potesse avere rapporti con Maddalena, dalla quale nasce un bambino. Per Toti, sposare Maddalena non era stato un gesto di amore romantico, bensì di affetto quasi paterno. Tuttavia, la situazione prende una svolta inaspettata quando si scatena lo scandalo nel paese, alimentato dalla relazione extraconiugale di Maddalena e dall’atteggiamento insolitamente aperto del professore. Di fronte all’agitazione crescente della moglie, che si chiude in camera da letto rifiutandosi di uscire, Toti decide di affrontare il problema direttamente, recandosi a casa di Giacomino per comprendere le ragioni di tale comportamento. La scoperta che Giacomino ha intenzione di rompere ogni legame con Maddalena per sposare un’altra donna spinge Toti ad adottare una posizione ferma, minacciando di rovinare la reputazione e la carriera del giovane se non avesse rivisto le proprie decisioni. La narrazione si chiude con un monito del professore, lasciato a Giacomino sulla soglia di casa: “Pensaci Giacomino!” appunto, un invito a riflettere sulle conseguenze delle proprie scelte. In questa produzione teatrale diretta da Guglielmo Ferro, il pubblico è testimone di una straordinaria esplorazione del conflitto intrinseco tra gli aneliti individuali e le responsabilità nei confronti della collettività. Ferro, con un approccio registico di rara maestria e chiara consapevolezza del testo teatrale, plasma un’esperienza scenica dove il nucleo emotivo e narrativo del dramma si rivela attraverso un’intensa lavorazione sugli attori, focalizzandosi sul potere espressivo della respirazione, l’articolazione delle parole, la profondità delle intenzioni e l’eloquenza dei silenzi. Questa modalità interpretativa, che potrebbe essere superficialmente catalogata come “classica“, si rivela invece sorprendentemente innovativa grazie alla sua esecuzione impeccabile. La regia riesce a conferire infatti una nuova freschezza a tecniche recitative tradizionali, dimostrando come un’interpretazione focalizzata e ben calibrata possa trascendere le convenzioni e aprire nuovi orizzonti espressivi nel panorama teatrale. La scenografia di Salvo Manciagli si distingue per la sua essenzialità e funzionalità, talvolta sfiorando il simbolico, in perfetta armonia sia con la psicologia dei personaggi che con il tessuto narrativo dell’opera. Gli elementi scenici sono stati concepiti con cura, mirando a un’estetica che, pur nella sua semplicità, risulta essere profondamente significativa e immersiva. I camerini degli attori sono chiaramente visibili attraverso le cinque porte che fungono via via da aule scolastiche e  nelle stanze delle diverse ambientazioni. La luce proietta una delicata aura sui visi riflessi nei grandi specchi da trucco, mentre gli attori attendono con ansia il loro momento sul palcoscenico, immersi nei loro personaggi e pronti a pronunciare la loro battuta. L’illuminazione di Santi Rapirarda, infatti, gioca un ruolo cruciale nell’evocare l’atmosfera desiderata, dirigendo l’attenzione dello spettatore verso i personaggi e i momenti chiave con precisione e sensibilità. Le luci si intrecciano armoniosamente con la narrazione, amplificando le emozioni in scena e contribuendo a definire il tono generale dell’opera. Anche la componente musicale assume un ruolo fondamentale, arricchendo lo spettacolo con le sue atmosfere. La scelta dei brani e delle melodie accompagna lo spettatore in un viaggio emotivo, permettendo un’immersione totale nelle vicende narrate e facilitando un coinvolgimento più profondo e personale. Il cast ha offerto interpretazioni magistrali, con una menzione speciale per il talento indiscusso di Pippo Pappavita. La sua presenza scenica, ormai riconosciuta e apprezzata da anni nei ruoli pirandelliani, in questa occasione brilla particolarmente, evidenziando una sinergia quasi telepatica con Guglielmo Ferro. Pappavita, con un trasporto emotivo palpabile, porta in vita le pagine di questo capolavoro meno noto al grande pubblico, dimostrando ancora una volta la sua eccezionale capacità interpretativa. L’ensemble degli attori, senza eccezioni, si rivela all’altezza della sfida, conferendo allo spettacolo una ricchezza e una profondità che trascendono la semplice rappresentazione scenica. Il pubblico del Quirino ha risposto con entusiasmo vibrante, tributando agli artisti un’ovazione carica di passione e convinzione. PhotoCredit@CristianFoto

 

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Verona, “Il Campiello” di Wolf-Ferrari per la prima volta al Teatro Filarmonico – dal 17 al 24 marzo

gbopera - Mar, 12/03/2024 - 16:02

Dal 17 marzo Fondazione Arena porta in scena, per la prima volta al Teatro Filarmonico, Il Campiello del veneziano-tedesco Ermanno Wolf-Ferrari, capolavoro del ‘900 da riscoprire. L’opera mette in musica fedelmente la commedia di Carlo Goldoni, Lo spettacolo è una nuova produzione delle maestranze artistiche e tecniche areniane, con la regia di Federico Bertolani e la direzione di Francesco Ommassini. Gasparina, sarà interpretata dal soprano Bianca Tognocchi, il Cavalier Astolfi,  dal baritono Biagio Pizzuti; le coppie di giovani amanti, messe alla prova da gelosie e malintesi, saranno composte da Sara Cortolezzis (Lucieta) e Gabriele Sagona (Anzoleto), e da Lara Lagni (Gnese) e Matteo Roma (Zorzeto). Fabrizio, il burbero zio di Gasparina sarà interpretato da Guido Loconsolo e le tre vecchie donne del campiello rispettivamente dai tenori Leonardo Cortellazzi (Dona Cate, madre di Lucieta) e Saverio Fiore (Dona Pasqua, madre di Gnese) e dal mezzosoprano Paola Gardina (Orsola, la fritolera, madre di Zorzeto). La nuova produzione di Fondazione Arena vedrà la regia del giovane Federico Bertolani, con scene di Giulio Magnetto, costumi di Manuel Pedretti, luci di Claudio SchmidL’Orchestra di Fondazione Arena e il Coro preparato da Roberto Gabbiani saranno diretti da Francesco Ommassini, veronese d’adozione ma autentico veneziano per nascita e formazione.
Il Campiello debutta domenica 17 marzo alle 15.30 e replica mercoledì 20 marzo alle 19, venerdì 22 marzo alle 20 e domenica 24 marzo alle 15.30. Biglietti, abbonamenti e nuovi carnet sono disponibili al link https://www.arena.it/it/teatro-filarmonico, alla Biglietteria dell’Arena e, due ore prima di ogni recita, alla Biglietteria stessa del Teatro Filarmonico in via Mutilati.

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Roma, Teatro dell’Opera: “Salome” ritorna al Costanzi

gbopera - Mar, 12/03/2024 - 13:01

Teatro dell’Opera di Roma – Stagione Lirica 2023/2024
SALOME
Dramma in un atto dal dramma di Oscar Wilde nella traduzione tedesca di Hedwig Lachmann
Musica di RICHARD STRAUSS
Erode  JOHN DASZAK
Erodiade  KATARINA DALAYMAN
Salome LISE LINDSTROM
Jochanaan NICHOLAS BROWNLEE
Narraboth JOEL PRIETO
Un paggio di Erodiade KARINA KHERUNTS
Primo ebreo MICHAEL J. SCOTT
Secondo ebreo CHRISTOPHER LEMMINGS
Terzo ebreo MARCELLO NARDIS
Quarto ebreo EDUARDO NIAVE*
Quinto ebreo/secondo soldato EDWIN KAYE
Primo nazareno/primo soldato ZACHARY ALTMAN
Secondo nazareno NICOLA STRANIERO*
Un uomo di Cappadocia   ALESSANDRO GUERZONI
Uno schiavo GIUSEPPE RUGGIERO
*dal progetto Fabbrica Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma
Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma
Direttore Marc Albrecht
Regia Barrie Kosky
Scene e Costumi Katrin Lea Tag
Luci Joachim Klein
Drammaturgia Zsolt Horpacsy
regia ripresa da Tamara Heimbrock
Allestimento Oper Frankfurt
Roma, 07 marzo 2024
Assente dalle scene dell’Opera di Roma dal 2007, Salome di Richard Strauss torna con un allestimento del regista Barrie Kosky già presentato con successo a Francoforte nel 2020 e la direzione del maestro Marc Albrecht. L’idea che sembra essere alla base di questa lettura è quella di raccontare l’opera dal punto di vista della protagonista e non da quello maschile o da quello più ampio della vicenda nel suo insieme. Il personaggio diviene una sorta di donna-bambina volitiva, crudele, perversa, distruttiva e capricciosa innamorata della fisicità di Jochanaan e non più una ragazza corrotta dalla dissolutezza dei potenti. Lo spettacolo si svolge in un ambiente buio e totalmente privo di arredi dove in un nero morbido e non riflettente i vari personaggi prendono vita grazie ad un sapiente gioco di fasci di luce che li rende reali nel momento a loro destinato per poi tornare a farli sparire nell’oscurità dell’indefinito. I costumi sono contemporanei ma definiscono adeguatamente le caratteristiche di ciascuno. Nessun riferimento alla ambientazione biblica è percettibile e forse proprio questa atemporalità e questo minor spazio lasciato alla parte visiva rendono più evidente il testo e più inquietante per il pubblico l’elaborazione della vicenda. Un po’ come se ciascuno spettatore fosse invitato a scendere nelle tenebre del ricordo del proprio lato perverso e della propria distruttività in un viaggio nel proprio vissuto. Unico momento affidato alla crudezza delle immagini è quello del monologo finale con la testa di Jochanaan oscillante sul palcoscenico e grondante sangue. Qui però il gioco ordito dal regista è parso un po’ troppo esplicitamente esibito e tale, nell’orrore realistico della visione, da relegare in secondo piano l’espressività della musica e del testo. Ottimo, visto l’impianto dello spettacolo, è stato il lavoro dei tecnici dell’illuminazione del teatro nel seguire i vari personaggi e nel farli vivere o repentinamente scomparire. Splendida è stata la direzione del maestro Marc Albrecht grande conoscitore di questo repertorio ed estimatore della Salome in particolare. Oltre ad avere un evidente e sicuro dominio tecnico della difficile partitura ha mostrato una ampia e raffinata varietà di colori, usando e fondendo al meglio le potenzialità espressive delle varie sezioni dell’orchestra. E veniamo agli interpreti vocali della serata. Nel ruolo eponimo il soprano Lise Lindstrom ha esibito una notevole tenuta scenica e vocale con un registro acuto sicuro, sonoro e mai gridato cogliendo un meritato successo. Ottimi pure sul piano vocale, musicale e scenico John Daszak e Katarina Dalayman rispettivamente Erode ed Erodiade. E così pure ben risolto è stato il Narraboth del tenore Joel Prieto. Infine, assai bravo soprattutto sul piano di una vocalità caratterizzata da un volume notevole unita ad un bel timbro omogeneo e ad una dizione assai ben articolata è stato il baritono Nicholas Brownlee nella parte di Jochanaan. Tutti su un piano di ottima professionalità gli interpreti delle numerose parti minori che hanno mostrato di superare con apparente semplicità le difficoltà musicali delle loro brevi parti. Alla fine qualche contestazione a nostro parere ingiustificata all’indirizzo del regista ed applausi intensi e meritati ma verrebbe da dire meditativi per tutti gli interpreti di quest’opera la cui visione e ascolto sono stati in grado di destare imbarazzi ed inquietudini nel pubblico secondo le intenzioni dell’autore e del regista.  

 

Categorie: Musica corale

Venezia, Teatro Malibran: in scena “Maria Egiziaca” di Ottorino Respighi

gbopera - Mar, 12/03/2024 - 00:20

Venezia, Teatro Malibran, Lirica e Balletto, Stagione 2023-2024
“MARIA EGIZIACA”
Mistero in tre episodi, Libretto di Claudio Guastalla.
Musica di Ottorino Respighi
Maria FRANCESCA DOTTO
Il pellegrino/L’abate Zosimo SIMONE ALBERGHINI
Il marinaio/Il lebbroso VINCENZO COSTANZO
Un compagno MICHELE GALBIATI
Un altro compagno/Il povero LUIGI MORASSI
La cieca/La voce dell’Angelo ILARIA VANACORE
Una voce dal mare WILLIAM CORRÒ
Danzatrice MARIA NOVELLA DELLA MARTIRA
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Direttore Manlio Benzi
Maestro del Coro Alfonso Caiani
Regia, scene e costumi Pier Luigi Pizzi
Light designer Fabio Barettin
Nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
Venezia, 8 marzo 2024
Assente da quasi settant’anni, Maria Egiziaca è tornata a Venezia. Il “mistero in tre episodi” di Ottorino Respighi e Claudio Guastalla, dopo il lontano debutto alla Fenice, nel gennaio del 1956, con la direzione di Ettore Gracis e la regia di Franco Enriquez, si rappresenta in questo periodo sul palcoscenico del Teatro Malibran, in un nuovo allestimento della Fondazione Teatro La Fenice. L’opera fu completata da Respighi il 30 luglio 1931 e pubblicata da Ricordi nello stesso anno. Eseguita per la prima volta alla Carnegie Hall di New York il 16 marzo 1932, in forma di concerto – sul podio il compositore, subentrato in extremis ad Arturo Toscanini, affetto da artrite al braccio destro–, la sua prima rappresentazione sulla scena si svolse al Teatro Goldoni di Venezia il 10 agosto 1932. Maria egiziaca rientra nella tendenza, vigente negli anni Venti, a rivisitare i testi medievali, talora senza possedere l’originalità di un D’Annunzio, di un Sem Benelli o di un Giovacchino Forzano. È il caso del librettista Claudio Guastalla, che attinse per il libretto alla Vita di S. Maria Egiziaca di Domenico Cavalca (1330) –, traendone un testo alquanto stucchevole, per l’eccesso di rime baciate, e infarcito di termini desueti, tanto da dover essere qua e là aggiornato, in occasione di questo allestimento, per renderlo più comprensibile. Essenziale, ma pregnante la messinscena ideata da Pier Luigi Pizzi, orgoglioso di dar voce ad una donna, che assurge alla santità anziché morire accoltellata, come troppo spesso ci riporta la cronaca. Il regista utilizza uno scarno apparato scenico (una nave, la Croce e poco altro), che, al pari dei costumi – Maria indossa una tunica verde e poi una tunica bianca, come quella del Pellegrino/Zosimo; i Marinai sono coperti da sobri costumi neri – coniuga semplicità ed eleganza, mettendo in primo piano il viaggio iniziatico della protagonista, che si svolge di pari passo con la mortificazione della carne: inizialmente contraddistinta da una sfrontata bellezza, Maria alla fine appare impietosamente vecchia, con il corpo consumato da quarant’anni di digiuno nel deserto. Il trittico ci consegna tre momenti diversi, visualizzati anche attraverso delle immagini, che appaiono su uno schermo a led, esplicitando luoghi e simboli evocati dalla musica: il mare, il deserto, la selva di croci, che fa da sfondo alla morte di Maria. Il regista vede nella protagonista una donna libera: anche quando è una meretrice, che vende il proprio corpo, non lo fa solo per denaro, ma anche per rendere possibile la propria redenzione; il che costituisce l’aspetto più toccante e singolare del personaggio, che ha come tante altre sante un rapporto erotico con Dio. Attenta ed approfondita è risultata la lettura di Manlio Benzi, che è riuscito a ricondurre ad unità l’eclettismo della musica di Respighi che, se guarda all’antico – dal canto gregoriano a Monteverdi –, non trascura l’esempio dei contemporanei. La sua concertazione ha messo in valore la ricchezza della partitura, che assegna ad ogni episodio la sua particolare tinta musicale e drammaturgica: il primo episodio – dove Maria è una femme fatale – comincia con una pagina di stampo modale, ma nel prosieguo ricorrono echi stravinskiani, mahleriani, debussyani; nel secondo – che vede Maria acquisire la consapevolezza del proprio peccato – la musica richiama inizialmente certe durezze di Stravinskij e di Hindemit, ma poi la vocalità di Maria, dispiegandosi in ariosi, si fa più calda; nel terzo – in cui si compie il percorso di redenzione della protagonista – la musica si fa più trasparente e lirica, culminando nel grande duetto finale tra Maria e Zosimo, che ricorda alcuni finali straussiani. Il direttore ha brillato negli straordinari “intermedi” strumentali, tra un episodio e l’altro: nel primo, che potremmo definire “marino”, in quanto esprime suggestioni legate al viaggio per mare, fino allo scatenarsi di una tempesta e al suo placarsi; nel secondo, all’inizio estremamente drammatico, ma poi più sereno, ad indicare la trasfigurazione di Maria. Quanto alle voci, Francesca Dotto ha pienamente convinto nel ruolo assai complesso – e in “divenire” – della protagonista, dimostrando un ragguardevole carisma a livello musicale, vocale e scenico: timbro puro ed omogeneo, emissione potente, perfetta aderenza al testo nel declamato drammatico come nelle espansioni liriche, icastica gestualità. Espressivo Simone Alberghini nei panni del Pellegrino e dell’Abate Zosimo, dando prova nel complesso di una buona tenuta vocale e affrontando dignitosamente il duetto finale con la protagonista. Positiva la prestazione di Vincenzo Costanzo (sospiroso Marinaio, nella canzone d’apertura, e poi umile Lebbroso), come quella di Michele Galbiati (Un compagno), Luigi Morassi (Un altro compagno/Il povero), Ilaria Vanacore (La cieca /La voce dell’Angelo) e William Corrò (Una voce dal mare). Encomiabile per fraseggio e compostezza stilistica il coro – collocato in loggione e diretto da Alfonso Caiani – soprattutto nel finale, intonando il mistico “Laudato sii, Signore!”. Sensuale la danzatrice Maria Novella Della Martina nei suoi interventi durante i due “Intermedi”. Calorosi applausi per tutti, in particolare per la protagonista.

Categorie: Musica corale

Verona, Al Nuovo, dal 12 al 17 marzo nell’ambito del Grande Teatro, è di scena “Cyrano de Bergerac” di Edmond Rostand

gbopera - Lun, 11/03/2024 - 00:16

Nell’ambito della rassegna “Il Grande Teatro” organizzata dal Comune di Verona e dal Teatro Stabile di Verona, è in programma, al Nuovo da martedì 12 a sabato 16 marzo alle 20.45 e domenica 17 marzo alle 16.00, “Cyrano de Bergerac” di Edmond Rostand con, protagonista, Arturo Cirillo che cura anche adattamento e regia. Lo spettacolo, che chiude l’edizione 2023-24 del Grande Teatro, vede in scena anche Irene Ciani, Rosario Giglio, Francesco Petruzzelli, Giulia Trippetta e Giacomo Vigentini. Prodotto da Marche Teatro, Teatro di Napoli, Teatro Nazionale di Genova ed Emilia Romagna Teatro, “Cyrano de Bergerac” si avvale delle scene di Dario Gessati, dei costumi di Gianluca Falaschi, delle luci di Paolo Manti e delle musiche di Federico Odling.
Ricorrendo a molte citazioni (da Dante ad Ariosto, a Cervantes) la regia di Arturo Cirillo esalta la meta-letterarietà del testo e fa indossare a Cyrano lustrini e paillettes. In frac e cilindro, Cyrano finisce con l’animare mondi fantastici nei quali coesistono storie diverse. Partendo dall’iconica protuberanza del protagonista, come per magia lo spadaccino diviene Pinocchio, Rossana si trasforma in Fata Turchina e il fido Ragueneau diventa un perfetto Grillo Parlante…
Giovedì 14 marzo alle 18.00 Arturo Cirillo e gli altri interpreti di “Cyrano” incontreranno il pubblico. L’ingresso è libero.
Biglietti in vendita al Teatro Nuovo, a Box Office e on line su
www.boxofficelive.it e www.boxol.it/boxofficelive

Categorie: Musica corale

Milano, Piccolo Teatro Paolo Grassi: “Aspettando Godot”

gbopera - Dom, 10/03/2024 - 22:19

Milano, Piccolo Teatro Grassi, Stagione 2023/24
ASPETTANDO GODOT”
di Samuel Beckett
Traduzione Carlo Fruttero
Estragone ENZO VETRANO
Vladimiro STEFANO RANDISI
Lucky GIULIO GERMANO CERVI
Pozzo PAOLO MUSIO
Ragazzo ROCCO ANCAROLA
Regia, scene, luci e costumi Theodoros Terzopoulos
Musiche originali Panayiotis Velianitis
Produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini in collaborazione con Attis Theatre Company
Milano, 8 marzo 2024
Con questa recensione solleveremo un’annosa questione: il valore letterario (o drammaturgico) delle opere teatrali coincide sempre con il loro valore teatrale, performativo? Questa domanda già se la posero nella tarda antichità i commentatori cristiani, quando, sulla scorta di Agostino, parlavano di oscenità della scena e non della pagina, vietando de facto la rappresentazione dei drammi antichi, non la loro lettura – che poteva avere un qualche valore anche in un’ottica cristiana. Ovviamente lontani da una prospettiva moralistica, oggi pensiamo che comunque prima di proporre al pubblico un’opera teatrale dovremmo interrogarci se quest’opera rispetti dei canoni (per quanto dagli ampissimi margini) di fruibilità sul piano performativo. Ebbene, il caso specifico cui mi riferisco è un testo arcinoto, celebratissimo, ma che in realtà non molti conoscono davvero: “Aspettando Godot” di Samuel Beckett. Ascritto a torto al filone del “teatro dell’assurdo” (benché Ionesco e Adamov siano ben altro), il capolavoro beckettiano si impernia sulla volontà strenuamente soggettivista di rifiutare tutti i parametri del teatro per come li conosciamo noi: non ci sono né personaggi né azioni certe, non racconta alcun evento, ma solo non-eventi o atti mancati, rifiuta l’alto e il basso della vita per registrarne solo la grottesca medietà. Tutto questo è assolutamente mirabile, tanto più perché per farlo si sceglie la forma dialogica tra personaggi, anarrativa e adescrittiva, e perciò il testo si configura come una pietra miliare della letteratura del Novecento (definizione suggellata dal Premio Nobel per la Letteratura nel 1969). Ma siamo sicuri che sul piano della rappresentazione questo testo incarni davvero una posizione di assoluta preminenza? Mi spiego meglio: posto che si possa mettere in scena “Aspettando Godot”, siamo certi che si debba? O forse non sarebbe meglio rispettarne l’integrità testuale e letteraria con una semplice personale lettura? Il dubbio – terribile e non dirimibile, temo – ci è sorto assistendo all’”Aspettando Godot” di Theodoros Terzopoulos al Piccolo di Milano: uno spettacolo interessantissimo dal punto di vista produttivo, molto ben recitato, ma, per usare un termine che un critico non dovrebbe usare mai, noioso. Soporifero. Letale. A un certo punto tanto noioso da innervosire, e far sorgere il desiderio di andarsene. Eppure, ribadiamolo per essere chiari, la messa in scena è davvero splendida, giocata su una semplice quanto efficace macchina scenica su cui gli attori stanno per la maggior parte del tempo e che nel suo aprirsi e chiudersi forma una croce luminosa (interpretazione piuttosto ordinaria, quella messianica, del testo, ma del tutto accettabile); le luci sono parte integrante di questa regia e, sia nel loro posizionamento, sia negli effetti che ottengono, raggiungono risultati d’impatto e per nulla calligrafici; le musiche originali di Panayiotis Velianitis sono molto suggestive e contribuiscono alla scelta di dare un taglio tragico allo spettacolo (d’altronde Terzopoulos è alla tragedia che si è dedicato con risultati esaltanti); il cast si assesta su un livello alto, come di meno non ci aspetteremmo da Enzo Vetrano e Stefano Randisi, la coppia di protagonisti Gogo e Didi, attori di mirabile esperienza e persistente intensità, che senza dubbio si riconfermano nella loro indiscutibile maestria; ma anche Giulio Germano Cervi e Paolo Musio, l’altra coppia di personaggi, Lucky e Pozzo, dimostrano i loro talenti, in due interpretazioni che si spendono anche sul piano corporeo; forse solo il Ragazzo di Rocco Ancarola ci pare meno convincente sul piano vocale, ma assolutamente omogeneo ai suoi compagni su quello più generalmente attoriale. Il punto è, tuttavia, che un simile testo, con simili intenti e indicazioni, non consente davvero nemmeno di valutare le interpretazioni degli attori, giacché, se non abbiamo il personaggio, difficilmente avremo anche l’arte scenica. Gli stessi ruoli potrebbero interpretarli, con risultati abbastanza paragonabili, anche attori dilettanti ben istruiti da un regista – e sull’istruzione registica, se vediamo Terzopoulos, non possiamo proprio sindacare. Dunque torniamo al punto di partenza: cosa non ci è piaciuto di questo spettacolo? Non ci resta che orientarci sul testo stesso, sulla sua ridicola intoccabilità, sulla sua pretesa di rivoluzione che oggi non fa più presa (dato che la rivoluzione c’è stata, è pure finita e ci lecchiamo ancora le ferite), insomma sul suo manifesto rifiuto di diventare un classico. Ma rifiutarsi, a settantun anni, di diventare un classico – quindi di essere passibile di interpretazione, interpolazione, traduzione eccetera – lo relega semplicemente alla categoria di “vecchio”: “Aspettando Godot” è un testo vecchio. Leggiamolo, studiamolo, amiamolo, ma non mettiamolo più in scena. Non ne ha bisogno lui, né il suo autore (ci sono opere di Beckett molto più interessanti e ancora oggi meno note), né lo spettatore contemporaneo. Foto Johanna Weber

Categorie: Musica corale

Venezia, Teatro La Fenice: Rudolf Buchbinder in concerto

gbopera - Dom, 10/03/2024 - 20:18

Venezia, Teatro La Fenice, Stagione Sinfonica 2023-2024
Orchestra del Teatro La Fenice
Direttore e pianoforte Rudolf Buchbinder
Ludwig van Beethoven: Concerto per pianoforte e orchestra n. 3 in do minore op. 37; Concerto per pianoforte e orchestra n. 5 in mi bemolle maggiore op. 73 “Imperatore”
Venezia, 7 marzo 2024
Lo spirito della più insigne tradizione musicale viennese pareva aleggiare fra gli ori e i decori della Sala del Selva, nel corso del settimo concerto della Stagione Sinfonica 2023-2024 del Teatro La Fenice: ad evocarlo era un grande musicista, che ha saputo raccogliere e rinnovare quel prezioso retaggio. Ci riferiamo al pianista Rudolf Buchbinder – cèco per nascita, ma viennese per formazione: ammesso eccezionalmente a soli cinque anni alla Musikhochschule della capitale austriaca – uno dei massimi interpreti del repertorio beethoveniano, l’unico, tra l’altro, cui sia stato concesso di suonare presso il Wiener Musikverein, nel corso di un’apposita rassegna, tutti i cinque concerti per pianoforte di Beethoven, rispetto ai quali è verosimilmente l’interprete di riferimento. Nessuno meglio di lui poteva interpretare i titoli in programma per questo concerto, nella duplice veste di solista e direttore. Hanno davvero impressionato la “facilità”, la padronanza tecnica, l’adeguatezza stilistica, con cui Buchbinder ha affrontato due tra i concerti per pianoforte più riusciti e complessi del genio di Bonn, caratterizzati da un rapporto equilibrato tra l’orchestra e il pianoforte, che acquisisce una dimensione “sinfonica”, un’imponenza e una massa di suono, assenti dai concerti classici, mentre potenzia la propria espressività – aldilà del fattore virtuosistico – anche grazie all’uso del pedale.
Un suono di cristallina trasparenza, ma anche improntato a un beethoveniano vigore, ha caratterizzato l’esecuzione, precisa e misurata, del Concerto per pianoforte e orchestra n.3 in do minore – composto fondamentalmente tra il 1800 e il1803 –, che segna la conclusione del concerto classico e contemporaneamente apre a nuove esperienze. In essa il virtuosismo trascendentale del solista, nel affrontare trilli, abbellimenti e agilità, si integrava perfettamente all’impeto drammatico o all’espansione lirica di certi passaggi, in un proficuo rapporto dialettico con la compagine orchestrale, sempre assolutamente in sintonia. In particolare, nel primo movimento, al carattere “militare”, attestato dal tema iniziale, si univa un afflato drammatico, cui contribuivano il tono contrastante dei due temi principali – vigoroso il primo, cantabile il secondo –, l’avvicendarsi di timbri diversi, l’uso espressivo dei silenzi nell’esposizione, in doppie ottave, del primo tema. Dopo la cadenza, con il dialogo sommesso tra pianoforte e timpani, il movimento è culminato nella coda, apertasi in un clima di instabilità tonale. Introdotto da un assolo del pianoforte, il movimento centrale – un tenero Largo – ha visto il solista abbandonarsi a lunghi passaggi cantabili in doppie terze, mentre nella parte centrale, ha accompagnato l’orchestra, creando un morbido tappeto sonoro, sul quale si stagliavano gli assolo di flauto e fagotto. Nel movimento finale – un Rondò percorso da un giocoso refrain, che si alterna ad episodi dai caratteri contrastanti – il solista ha convertito la pienezza di suono, diffusamente esibita in precedenza, in brillantezza tecnica, fino al quando, interrompendosi l’orchestra, il pianoforte ha attaccato una piccola concitata cadenza interamente scritta, in do maggiore, a concludere in modo brioso la propria performance. Analogamente straordinaria è apparsa l’esecuzione del Concerto n. 5 in mi bemolle maggiore – anch’esso legato al genere della “battaglia”, fiorentissimo tra il 1780 e il 1815 –, cui Beethoven lavorò tra 1808 e il 1810, dando un contributo fondamentale all’evoluzione della scrittura pianistica. Se rimane incerta l’origine del titolo di “Imperatore” – anche se probabilmente allude a Napoleone –, si trovano, annotate sugli schizzi del primo movimento, alcune esplicite espressioni “bellicose”, che potrebbero essere in relazione con il risveglio del nazionalismo tedesco – promosso da Fichte –, cui si assiste dopo il bombardamento e l’occupazione di Vienna, durante la guerra austro-francese del 1809. Anche nel corso di questa esecuzione il solista ha brillato dalla prima all’ultima battuta. Nel primo movimento, Allegro, si è messo subito in rilievo, insieme all’orchestra, con una serie di accordi, a cui seguivano i suoi eleganti interventi virtuosistici. Si è imposta poi l’orchestra, esponendo il trionfale primo tema, affidato ai violini primi, al quale si è contrapposto il secondo tema, dal procedere saltellante – complice lo staccato dagli archi –, per diventare in seguito più sensuale grazie al legato dei corni. Più oltre il pianoforte si è prodotto in straordinarie variazioni sul primo tema, mentre il secondo tema si è ripresentato in una tonalità lontana. Dopo lo sviluppo – con i temi rielaborati dall’orchestra e variati dal pianoforte – il solista, in assenza della cadenza conclusiva del movimento, ha nobilmente dialogato con gli altri strumenti in una situazione di parità. Un’aura solenne, venata di religiosità, ha pervaso il secondo movimento, Adagio un poco mosso, fin dall’iniziale tema di corale, affidato agli archi. Dopodiché ha fatto il suo “sorprendente” ingresso il pianoforte, intonando uno struggente tema in terzine, prima di anticipare, successivamente alla ripresa, il tema iniziale del movimento successivo. In quest’ultimo, Allegro – dove la forma del Rondò convive con quella del tema con variazioni – lo stupendo refrain, scintillante e gioioso, veniva reiterato con accenti delicati dal pianoforte, cui rispondeva imperiosa l’orchestra, in un dialogo, che è divenuto dopo la ripresa sempre più stretto, fino alla stringata coda, che ha chiuso in modo trascinante il concerto. E il pubblico si è lasciato davvero trascinare, salutando poi con lungo fragore d’applausi ed entusiastiche ovazioni il maestro Buchbinder e l’orchestra.

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