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Musica corale

Milano, Piccolo Teatro Strehler: “La Locandiera”

gbopera - Dom, 03/03/2024 - 10:30

Milano, Piccolo Teatro Strehler, Stagione di prosa 2023/24
LA LOCANDIERA”
di Carlo Goldoni
Mirandolina SONIA BERGAMASCO
Ortensia MARTA CORTELLAZZO WIEL
Il cavaliere di Ripafratta LUDOVICO FEDEDEGNI
Il marchese di Forlipopoli GIOVANNI FRANZONI
Il conte di Albafiorita FRANCESCO MANETTI
Servitore GABRIELE PESTILLI
Dejanira MARTA PIZZIGALLO
Fabrizio VALENTINO VILLA
Regia Antonio Latella
Drammaturgia Linda Dalisi
Scene Annelisa Zaccheria
Costumi Graziella Pepe
Musiche e Suono Franco Visioli
Luci Simone De Angelis
Produzione Teatro Stabile dell’Umbria
Milano, 25 febbraio 2024
La produzione del “Piccolo“ di Milano de “La locandiera“ di Goldoni solleva alcuni punti interrogativi, cui non siamo certi di poter rispondere, né che sia compito del ponderoso programma di sala scioglierli. Ma non servono forse a questo le grandi produzioni, cioè a porci davanti grandi quesiti? Tendenzialmente sì, anche se preferiremmo che queste domande riguardassero ciò che è fuori dalla scena e non ciò che vi vediamo rappresentato. Leggendo anche solo la pagina web dello spettacolo, sul sito del teatro, il primo interrogativo riguarda l’effettiva ragione che dovrebbe spingere qualcuno a leggere nel testo goldoniano una (cito testualmente) “grande operazione civile”, quando è da circa trecento anni che vi leggiamo “semplicemente” (giacché e cosa tutt’altro che semplice) uno dei massimi esempi di commedia borghese di epoca moderna. Ad escludere la lettura “civile” legata allo women empowerment, che già negli anni Settanta si era proposta, è la natura profondamente conservatrice non solo del teatro goldoniano, ma dell’esperienza intellettuale e di vita dell’autore stesso (zelante collaboratore dell’ancien régime, caratterizzato da una visione del rapporto tra i sessi come una “partita da vincere”, probabilmente non del tutto soddisfatto, ma ineludibilmente prono ad essa, come si evince in molte tra le opere più celebri – ad esempio le due “Trilogie”, “Il ventaglio” e proprio “La locandiera”). Eppure, evidentemente, per la dramaturg Linda Dalisi e il regista Antonio Latella questa lettura è riduttiva – non ci spingeremo a dire “erronea” – e non sufficiente per calcare di nuovo le scene (si parla chiaramente di “mediocrità” dei contemporanei nei confronti del testo). Lo spettacolo cui assistiamo, dunque, somiglia più a una specie di Ibsen che a Goldoni, in special modo nella prima parte, cioè fino allo svenimento di Mirandolina; la seconda ritrova un certo brio contemporaneo, un po’ à la Woody Allen, ma tutto sommato godibile, fino alla scena finale, con una Mirandolina di spalle al pubblico e, infine, quasi affranta, stremata da una fatica di vivere che, onestamente, in Goldoni non c’è. Il resto è per lo più trovate registiche di Latella, a volte più riuscite (tutta la gestione del Marchese, ad esempio) altre meno (baci omo e chitarra suonata, entrambi fuori contesto). Tutto è pervaso da un senso di attesa, come se qualcosa di altro, fuori dal testo e dalla scena, debba accadere: una tensione, una leggera frenesia che però, in fin dei conti, si risolve con un nulla di fatto, giacché questa sottile angoscia è evidentemente posticcia, è una chiave di lettura che non apre il testo a nuove prospettive, ma semplicemente gliele impone come meglio può. La scena di Annelisa Zaccheria, pure, è algida, minimale, così come i costumi contemporanei di Graziella Pepe, non belli, né apparentemente pensati davvero; le luci di Simone De Angelis sono senz’altro la parte più interessante di questa messa in scena: a loro il merito di rendere credibile la scelta registica, ricreando sovente atmosfere rarefatte e soffocanti, di sicuro effetto. Per il resto la produzione, svuotata com’è della forza testuale, si regge sul solido ed indiscutibile talento degli interpreti, a cominciare da Sonia Bergamasco, capace di passare in un momento dal ritmo della commedia a un’impressionante profondità; in lei tutto è fluido e potente, controllato e incisivo; per lei è venuta la maggior parte dei presenti in sala e non tradisce minimamente le aspettative, riconfermandosi una delle migliori interpreti nel nostro Paese. Accanto a lei, tuttavia, il resto del cast si difende bene, a partire dalle altre due attrici, Marta Pizzigallo e Marta Cortellazzo Wiel nei ruoli comico-grotteschi di Dejanira e Ortensia, cui è demandato il compito di strapparci qualche sorriso; l’altro personaggio che mantiene una qualche vis comica è il Marchese di Forlipopoli, ben incarnato in Giovanni Franzoni, che riesce con maestria a scivolare tra le gag mantenendo una ancor più comica seriosità; certo anche la prova di Ludovico Fededegni è notevole: l’amarezza e la difficoltà d’amare del Cavaliere di Ripafratta in lui vengono esaltate, e l’attore ne cava una interpretazione acuta, raffinata, forse alla lunga un po’ stucchevole, ma senza dubbio coinvolgente; similmente si potrebbe dire del Conte d’Albafiorita di Francesco Manetti, per quanto più bidimensionale. Gli attori che ci hanno più colpito per misura e presenza scenica, oltre all’aderenza ai personaggi, sono Gabriele Pestilli, nella parte del servitore del Cavaliere, e, soprattutto, Valentino Villa come Fabrizio, che riesce a trarre il suo personaggio dalle letture limitate che se ne danno, per regalarci in primis un uomo, non una macchietta buffa, e nella fattispecie un uomo seriamente innamorato. Il pubblico in sala non dà segni di effettivo piacere o meno, ma è evidentemente disorientato: lo si capisce dal fatto che i pochi che ridono, ridono non per quello che effettivamente avviene in scena, ma per quello che si aspetterebbero avvenisse – una sorta di risata della forca, nervosa, più che liberatoria. Sul finale grandi applausi per Sonia Bergamasco, meritatissimi come sempre. A noi resta solo un quesito: quand’è che certo teatro Teatro (con la “t” maiuscola, cui Latella indiscutibilmente appartiene), la smetterà di accanirsi sul pubblico disorientandolo, e tornerà in pace con esso? Foto Gianluca Pantaleo

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Roma, Teatro Vascello: “Salveremo il mondo prima dell’alba” dal 05 al 17 Marzo 2024

gbopera - Dom, 03/03/2024 - 08:00

Roma, Teatro Vascello
SALVEREMO IL MONDO PRIMA DELL’ALBA
Uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo
Drammaturgia Gabriele Di Luca
Con Sebastiano Bronzato, Alice Giroldini, Sergio Romano, Massimiliano Setti, Roberto Serpi, Ivan Zerbinati
Regia Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti, Alessandro Tedeschi
Musiche originali Massimiliano Setti
Scenografia e luci Lucio Diana
Costumi Stefania Cempini
una coproduzione Marche Teatro, Teatro dell’Elfo, Teatro Nazionale di Genova, Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini
In collaborazione con Centro di Residenza dell’Emilia-Romagna “L’arboreto – Teatro Dimora | La Corte Ospitale
Dopo aver esplorato in diversi spettacoli il mondo degli ultimi, dei reietti, degli esclusi e dei perdenti, intendiamo in questa nuova produzione indagare il mondo del benessere e dell’apparente successo, attraverso il racconto dei primi, dei vincenti, della classe dirigente, dei ricchi, paradossalmente, però, imprigionati nello stesso vortice di responsabilità asfissianti, doveri castranti, sensi di colpa e infelicità che appartengono a tutti e, quindi, frantumati da tutto ciò che la mentalità capitalista non può comprare: l’amore per se stessi, la purezza dei sentimenti, gli affetti sinceri, la ricerca di un senso autentico nell’esistenza. Salveremo il mondo prima dell’alba è il racconto della vita di alcuni ospiti e di parte dello staff all’interno di una clinica di riabilitazione di lusso specializzata nella cura delle dipendenze contemporanee come dipendenze sessuali, dipendenza da Internet, dipendenze affettive, dipendenze da lavoro, da psicofarmaci e benzoadepine, droghe e antidolorifici. In un mondo sempre più frenetico, individualista ed esibizionista, dominato da un tempo schizofrenico e performativo, il prezzo da pagare anche per i vincenti sono l’ansia e l’angoscia, conseguenza spesso dall’ossessione di dover ottenere sempre di più, consolidare, capitalizzare, superarsi. A causa di ciò oggi, come mai prima, le persone si sentono sopraffatte da gravi disfunzioni dell’umore come panico sociale, insonnia, burnout da lavoro, insoddisfazione cronica, stress, inquietudine, frustrazione, senso di fallimento e di vuoto. Una sensazione di smarrimento comune ad un’intera generazione, sintomo di un disagio epocale. Ed è così che sprofondati nel disagio per sfuggire alla realtà, gli ospiti del nostro rehab sono rimasti vittime ognuno della propria dipendenza, via di fuga da una realtà opprimente dalla quale, alcuni costretti dalla società, altri per libera scelta, cercano di liberarsi. Ma le dipendenze e la riabilitazione, ovviamente, costituiscono solo il sintomo esteriore di innumerevoli disagi certamente più profondi, esistenziali e sociali; la metafora di un modello di vita ormai giunto a un punto di non ritorno. Il tutto (senza mai negare l’emotività e anche la drammaticità delle tematiche affrontate) verrà esplorato in pieno stile Carrozzeria Orfeo, grazie a un occhio sempre lucido e, forse, disilluso, che intende cogliere, con ironia e anche estremo divertimento, i paradossi, le contraddizioni e le deformazioni grottesche della realtà attraverso personaggi strabordanti di umanità, ironia e dolore. L’habitat della nostra storia, il rehab di lusso, è costituita da una grande sala comune dotata di tutti i comfort, separata attraverso una luminosa vetrata dall’esterno, dove in una sorta di giardino d’inverno con tanto di sdraio  e bagno turco, gli ospiti facoltosi si possono rilassare e affrontare il loro programma di riabilitazione attraverso la riscoperta di una vita apparentemente semplice e comunitaria nella quale ognuno è chiamato a impegnarsi per il prossimo e la comunità stessa, la loro nuova famiglia. Tutto ciò è evidentemente qualcosa a cui sono profondamente disabituati.

 

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Milano, Teatro Franco Parenti, “Come tu mi vuoi” di Luigi Pirandello, dal 5 al 10 marzo.

gbopera - Dom, 03/03/2024 - 00:54

Ambientata fra la Berlino degli anni Venti e l’Italia, la commedia è un capolavoro poco frequentato di Luigi Pirandello, che racchiude la summa del suo pensiero: i temi della maschera, delle verità multiple, dell’ipocrisia sociale si stratificano nei personaggi. Lucia Lavia dà prova del suo talento interpretando “L’Ignota”, figura complessa e misteriosa. Luca De Fusco dirige uno spettacolo cupo e carico di esistenzialismo, più che mai vicino al nostro tempo. Un testo aspro, ostico e anche misterioso in cui la protagonista, ballerina nel primo atto e moglie borghese nel secondo, procede nella sua inquietudine: rivedersi e ricadere nell’incubo di non riconoscersi.
La messa in scena consente all’attrice di abitare una sorta di “galleria degli specchi”, uno spazio fatto di riflessi e illusioni prospettiche, portando in scena una fisicità e una forza dirompenti, una vera e propria lotta del corpo e della voce.
Durata: 100 minuti
Tutte le altre informazioni, qui

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Le Cantate di Johann Sebastian Bach: “Dominica Oculi” (Terza domenica di Quaresima)

gbopera - Dom, 03/03/2024 - 00:32

Per la prima domenica di marzo, denominata “Dominica Oculi” Bach ha composto due cantate. Abbiamo già parlato della prima, la BWV 54 (1714), la seconda è “Alles, was von Gott geboren” BWV80a che, nel 1715, cadeva il 15 marzo, data della prima esecuzione a Weimar. Perduta nella sua veste originale (quella che proponiamo è una ricostruzione)la partitura è stata riutilizzata da Bach per la “Festa della Riforma” del 31 ottobre 1724. Un utilizzo che per il compositore non è mai banale. Nella Dominica Oculi la lettura evangelica propone un passo dal Vangelo di Luca (cap.XI vers.14-28):“Gesù stava scacciando un demonio che era muto. Uscito il demonio, il muto cominciò a parlare e le folle rimasero meravigliate.  Ma alcuni dissero: «È in nome di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli scaccia i demòni». Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo. Egli, conoscendo i loro pensieri, disse: «Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra. Ora, se anche satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite che io scaccio i demòni in nome di Beelzebùl. Ma se io scaccio i demòni in nome di Beelzebùl, i vostri discepoli in nome di chi li scacciano? Perciò essi stessi saranno i vostri giudici. Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, è dunque giunto a voi il regno di Dio.
Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, tutti i suoi beni stanno al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via l’armatura nella quale confidava e ne distribuisce il bottino.
Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde.
Quando lo spirito immondo esce dall’uomo, si aggira per luoghi aridi in cerca di riposo e, non trovandone, dice: Ritornerò nella mia casa da cui sono uscito. Venuto, la trova spazzata e adorna. Allora va, prende con sé altri sette spiriti peggiori di lui ed essi entrano e vi alloggiano e la condizione finale di quell’uomo diventa peggiore della prima».
Mentre diceva questo, una donna alzò la voce di mezzo alla folla e disse: «Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!». Ma egli disse: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!». Argomento della Cantata che Bach predispone per la Cappella di Weimar, su testo di Solomo Franck, tratta della lotta contro Satana, che era anche l’argomento sviluppato nel testo di Martin Lutero nel celebre Corale “Ein feste Burg ist unser Gott”, l’inno protestante per eccellenza, divenuto vessillo della Riforma che Franck stesso aveva avuto cura di richiamare nel Corale conclusivo della Cantata BWV80a. Il tema del Corale appare però già, eseguito dall’oboe,  nell’aria tripartita d’apertura della Cantata, affidata al basso. Il tono marziale, il canto virtuosistico, traduce in note quanto esprime il testo.
Nr.1 – Aria (Basso)
Tutto ciò che è nato da Dio
è destinato alla vittoria.
Chiunque, accanto al vessillo del sangue di Cristo
ha giurato nella verità del battesimo
trionfa nello spirito nei secoli dei secoli
Nr.2 – Recitativo (Basso)
Considera, figlio di Dio,
il grande amore di Cristo che ha dato il suo sange per te e ha
fatto guerra all’esercito di Satana e contro il mondo e il peccato!
Non dare la tua anima
a Satana e ai vizi!
Non lasciare che il tuo cuore
diventi un deserto!
Pentiti della tua colpa con dolore,
affinché lo spirito di Cristo si unisca saldamente a voi!
Nr.3 – Aria (Soprano)
Vieni nella casa del mio cuore,
Signore Gesù, mio ​​desiderio!
Scacciare il mondo e Satana
e lasciare che la tua immagine risplenda ancora in me!
Lontano! spregevole orrore del peccato!
Vieni nella casa del mio cuore,
Signore Gesù! Il mio desiderio.
Nr.4 – Recitativo (Tenore)
State dunque con Cristo
bandiera color sangue, o anima, fermamente
e credere che la tua testa
non ti lascia,
sì, che la sua vittoria aprirà la strada anche a te
alla tua corona!
Unisciti alla guerra con gioia!
Ascolterai la parola di Dio solo per mantenerla,
quindi il nemico è costretto ad andarsene,
il tuo Salvatore rimane il tuo rifugio!
Nr.5 – Aria /Duetto (Contralto, tenore)
Quanto è beato il corpo,
chi, Gesù, ti ha portato?
Ma il cuore è più beato,
che ti porta nella fede!
Resta imbattuto
e può sconfiggere i nemici,
e sarà incoronato per ultimo,
quando uccide la morte.
Nr.6 – Corale
Niente può essere fatto con il nostro potere,
presto saremo perduti.
L’uomo giusto sta combattendo davanti a noi,
che Dio stesso ha scelto.
Ti stai chiedendo chi è?
Il suo nome è Gesù Cristo,
il Signore degli eserciti,
e non c’è altro dio,
deve mantenere il campo.

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Roma, Teatro Vascello: “4 5 6” scritto e diretto da Mattia Torre

gbopera - Sab, 02/03/2024 - 23:59

Roma, Teatro Vascello
4 5 6
con Massimo De Lorenzo, Carlo De Ruggieri, Cristina Pellegrino
e con Giordano Agrusta
scritto e diretto da Mattia Torre
disegno luci Luca Barbati
scene Francesco Ghisu
produzione Marche Teatro / Nutrimenti Terrestri / Walsh
Roma, 02 Marzo 2024
4 5 6 è una commedia di Mattia Torre, indimenticato autore teatrale, sceneggiatore e regista scomparso all’età di 47 anni. Sagace, ironico e graffiante, lo spettacolo continuamente giocato sull’equilibrio tra ironia, sarcasmo e su toni di fumetto grottesco, nasce dall’idea che l’Italia non è un paese, ma una convenzione. Che non avendo un’unità culturale, morale, politica, l’Italia rappresenti oggi una comunità di individui che sono semplicemente gli uni contro gli altri: per precarietà, incertezza, diffidenza e paura; per mancanza di comuni aspirazioni. Questo atto unico si distingue così per una drammaturgia magistralmente costruita e profondamente sentita. La scenografia di Francesco Ghisu, suggestiva e quasi caravaggesca nella sua essenza, evoca un’atmosfera irreale, simile infatti per caratteristiche di composizione alla “Vocazione di San Matteo”. La scena si distingue per una struttura essenziale ma ricercata, con attori sempre in primo piano, in una danza costante di presenze. Un tavolo spoglio, sedie disposte con rigore, e sullo sfondo una cucina. L’atmosfera surreale e folle è permeata da un’ossessione per il cibo, visto come via di salvezza in una famiglia sospesa nel limbo del tempo e dello spazio, priva di radici geografiche. Personaggi intrisi di rancore e ignoranza vivono in un perpetuo conflitto, generando un’atmosfera di inquietudine e alienazione. La tavola imbandita nella cucina così diventa una natura morta desolata quasi caravaggiesca , un monito della cupa atmosfera che avvolge la casa isolata in una valle. Il ticchettio costante di un cucù scandisce il trascorrere del tempo, mentre sul fuoco bolle da quattro lunghi anni il “sugo perpetuo” lasciato in eredità dalla nonna defunta. Un inginocchiatoio rivolto al pubblico offre uno sguardo privilegiato su una lotta disperata per la sopravvivenza e sulle confessioni dei bravissimi protagonisti: un padre (interpretato da Massimo De Lorenzo), una madre (Cristina Pellegrino) e un figlio (Carlo De Ruggieri). Questi personaggi, quasi meccanizzati nel loro agire (entrano e escono dalla platea senza mai abbandonare il palcoscenico, come se fossero scongelati ad ogni entrata), narrano la loro storia, un amalgama di buffoneria e crudo realismo. Mattia Torre utilizza la potente arma della parola, inventando un nuovo dialetto che mescola elementi campani, salentini, siciliani e latino maccheronico, per deliziare lo spettatore. Le distorsioni linguistiche generano innumerevoli momenti tragicomici e litigi all’interno di una famiglia ormai logorata, suscitando risate incessanti. È un teatro intriso di comicità vitale, popolato da personaggi sia ironici che tragici, freddi e nevrotici, ciascuno ossessionato dalla propria follia: la madre invoca il ritorno della sua tiella, il figlio insoddisfatto, nonostante i suoi diciannove anni improbabili, sogna ancora pacchetti di sigarette, mentre il padre contempla un futuro intriso di morte. Non c’è amore o altruismo tra di loro, ma solo una lotta disperata per la sopravvivenza e il controllo dei propri spazi. Sono come animali braccati, intrappolati nelle dinamiche familiari più tradizionali, tragicamente rappresentativi di un’umanità alla deriva che sfiora il ridicolo nella sua surreale violenza, E così che il tempo è il protagonista indiscusso di questo dramma: il tempo che scorre immutabile, l’attesa spasmodica dell’ospite, il tempo di una teglia prestata e mai restituita, il lasso di tempo dall’ultima sigaretta fumata. E poi c’è il tempo meteorologico, con i suoi venti impetuosi: la tramontana che sferza, lo scirocco che arde, o ancora il libeccio con il suo caos inarrestabile! Questa famiglia diventa il simbolo dei valori vuoti di un’Italia decadente e precaria, un paese ridotto a un ammasso di tradizioni obsolete e arretratezza culturale. Il loro nido è teatro di autentici folli ostili, impauriti ed esasperati, intrappolati in una realtà claustrofobica, in un limbo emotivo costante, in conflitto perpetuo con se stessi e con gli altri. L’arrivo tanto atteso di un ospite (interpretato da Michele Nani) sembra placare il clima grottesco di odio, ma l’assenza misteriosa di sua moglie, “la francese”, alimenta ulteriormente il conflitto. Improvvisamente, la commedia sfocia nella tragedia: “in questo paese, l’unica cosa a cui puoi aspirare è la morte”. Nel caos più totale, l’analisi lucida, cinica e pungente di Mattia Torre mette in luce le crepe di una società in disfacimento, lasciando cadere dolorosamente il sipario. PhotoCredit:@GiansalvoCannizzo ed @AlessandroCecchiRepliche fino al 02 Marzo 2024.

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Roma, Teatro Argentina: “Ciarlatani” dal 05 al 17 Marzo 2024

gbopera - Sab, 02/03/2024 - 15:00

Roma, Teatro Argentina
CIARLATANI

di Pablo Remón
traduzione italiana di Davide Carnevali da Los Farsantes
con Silvio Orlando
e con (in o.a.) Francesca Botti, Francesco Brandi, Blu Yoshimi
regia Pablo Remón
scene Roberto Crea
luci Luigi Biondi
costumi Ornella e Marina Campanale
aiuto regia Raquel Alarcón
Lo spettacolo scritto e diretto da Pablo Remón, vincitore del Premio Nacional de Literatura Dramática 2021 e interpretato da Silvio Orlando, gradito ritorno al Teatro Argentina, è la storia di due personaggi legati al mondo del cinema e del teatro. Anna Velasco è un’attrice di teatro la cui carriera è in fase di stallo. E’ alla ricerca del grande personaggio che la porterà al successo, Diego è un regista affermato di film commerciali che sta per iniziare una grande produzione con star internazionali. Un incidente lo porterà ad affrontare una crisi personale e a ripensare alla sua carriera.  Entrambi attraversano una momento di crisi ed entrambi sono collegati dalla figura del padre di Anna, Eusebio Velasco, regista di culto degli anni ’80, scomparso e isolato dal mondo. Le due storie se pur raccontate in parallelo si alimentano a vicenda, sono specchi degli stessi temi anche se hanno stile, tono e forma diversa quasi a essere due opere che si intrecciano. Il racconto di Anna ha uno stile eminentemente cinematografico, con un narratore che ci guida, e in cui sogno e realtà si confondono. La storia di Diego è un’opera teatrale più classica, rappresentata in spazi più realistici. Attingendo a una narrazione eminentemente teatrale, ma con un’aspirazione fittizia e cinematografica, dipana una pièce in capitoli con una struttura più vicina a un romanzo che al teatro. Ciarlatani infine è una commedia in cui quattro attori catapultati in un viaggio attraverso una moltitudine di personaggi, spazi e tempi,  darà vita ad una divertente satira sul mondo del teatro e del cinema, ma anche ad una riflessione sul successo, sul fallimento e sui ruoli che ricopriamo dentro e fuori la finzione.

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Roma, Off/Off Theatre: “Interrail” dal 02 al 10 Marzo 2024

gbopera - Sab, 02/03/2024 - 14:52

Roma, Off/Off Theatre
INTERRAIL
di Armando Quaranta Riccardo D’Alessandro
con Federica Torchetti, Andrea Lintozzi, Riccardo Alemanni, Leonardo Mazzarotto
assistente alla regia Aurora Cataldi
scene e costumi Nicola Civinini
direzione tecnica Umberto Fiore
coreografie Clelia Enea
regia Riccardo D’Alessandro
Vent’anni tra feste e alzatacce, lezioni in facoltà e i primi lavori: emozioni, finte sicurezze e vere indecisioni per voler diventare grandi e ritrovarsi, semplicemente, ad essere giovani.

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Roma, Museo di Roma (Palazzo Braschi): “Ukiyoe. Il mondo fluttuante. Visioni dal Giappone” incanta la Capitale

gbopera - Sab, 02/03/2024 - 12:30

Roma, Museo di Roma
Palazzo Braschi

UKIYOE. IL MONDO FLUTTUANTE. VISIONI DAL GIAPPONE
a cura di Rossella Menegazzo
Roma, 02 Marzo 2024
L’Ukiyo-e, un’espressione artistica intrinsecamente legata alla vivacità e al caos delle metropoli giapponesi del Periodo Edo, si distingue per la sua capacità di catturare l’anima vibrante di città come Edo (odierna Tokyo), Osaka e Kyoto. Il termine stesso, che si traduce letteralmente come “immagini del mondo fluttuante”, evoca l’effimero e l’effervescente della vita urbana di quel tempo. Originariamente concepiti per illustrare libri, gli Ukiyo-e hanno in seguito assunto una vita propria, diventando oggetti d’arte autonomi disponibili a un vasto pubblico a un prezzo accessibile. Questa trasformazione è stata resa possibile grazie alla tecnica di stampa serigrafica con blocchi di legno, che consentiva la produzione in serie di numerose copie di una stessa illustrazione senza comprometterne la qualità artistica. Ma l’importanza degli Ukiyo-e va oltre il mero ambito dell’arte visiva. Essi rappresentano un capitolo significativo nella storia della cultura popolare giapponese, infiltrandosi nei meandri del teatro, dell’intrattenimento e della vita quotidiana. Sono testimonianze viventi di un’epoca in cui l’arte non era appannaggio esclusivo delle élite, ma si mescolava alla vita di ogni giorno, diventando parte integrante dell’esperienza comune. In tal senso, gli Ukiyo-e incarnano l’essenza stessa dell’arte popolare, che trova la sua massima espressione nel dialogo diretto e immediato con il tessuto sociale in cui nasce e fiorisce. La mostra presso Palazzo Braschi a Roma offre un’immersione senza precedenti nel ricco panorama dell’Ukiyo-e, presentando oltre trenta maestri di questo genere artistico dalle sue prime incarnazioni nel Seicento fino ai nomi illustri come Kitagawa Utamaro, Katsushika Hokusai, Tōshusai Sharaku, Keisai Eisen e gli eminenti esponenti della scuola Utagawa quali Toyokuni, Toyoharu, Hiroshige, Kuniyoshi e Kunisada. Attraverso una ricca selezione di dipinti e silografie provenienti dalle prestigiose collezioni del Museo d’Arte Orientale Edoardo Chiossone di Genova e del Museo delle Civiltà di Roma, la mostra va oltre la mera esplorazione dell’arte visiva. Si estende infatti anche a oggetti di uso quotidiano, come strumenti musicali, giochi da tavolo e accessori di moda, offrendo così al pubblico una visione completa e dettagliata della vita e della cultura dell’epoca rappresentata nell’Ukiyo-e. Il percorso espositivo si snoda attraverso sette sezioni tematiche, offrendo al pubblico un viaggio coinvolgente attraverso gli aspetti culturali, estetici, artistici, sociali, politici ed economici del lungo periodo Edo. Le sale stesse sono concepite come veri e propri apparati scenici, caratterizzate da una tavolozza cromatica vibrante e intensa che si intreccia in modo suggestivo con le opere esposte. Il rosso, il verde, l’azzurro oltremare evocano simbolicamente l’eros, i paesaggi incantati e le vastità degli oceani, creando un dialogo visivo suggestivo con le litografie in mostra. Tra gli autori di straordinarie e delicate silografie spicca indubbiamente Hokusai, universalmente riconosciuto come il più grande artista dell’Ukiyo-e di tutti i tempi. Tra le sue opere più celebri, la serie delle “Trentasei Vedute sul Monte Fuji”, che include l’iconica “Grande Onda di Kanagawa”, immortalata anche tra le emoji di WhatsApp. Quest’ultima, imponente nella sua rappresentazione su uno sfondo blu intenso, domina l’ultima sala dell’esposizione, suggellando in modo imponente e significativo una mostra che si distingue per la sua sobria eleganza e per il profondo rispetto verso una cultura che ha sempre saputo apprezzare la moderazione e la compostezza. Hokusai ha conquistato una popolarità duratura anche in Occidente grazie ai suoi manga, taccuini nei quali il maestro ha riversato i suoi studi pittorici, popolandoli con una vasta gamma di figure umane in varie pose, piante, fiori, animali, paesaggi schizzati e persino fantasmi e creature yokai. Rossella Menegazzo, figura guida nella cura di questa straordinaria esposizione, trasforma con maestria una porzione del primo piano del palazzo in un allestimento che va al di là delle semplici lusinghe della popolarità sui social media. Il suo lavoro mette in luce con acume e rigore scientifico le magie e le sfumature di un “mondo fluttuante” intriso di significati profondi. Senza dubbio, questa mostra rappresenta un’opportunità imperdibile per coloro che desiderano immergersi in un viaggio culturale avvincente e illuminante.

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Daniel François Esprit Auber (1782 – 1871): “Le philtre” (1831)

gbopera - Sab, 02/03/2024 - 11:58

Opera in due atti su libretto di Eugene Scribe. Patrick Kabongo (Guillaume), Emmanuel Franco (Joli-Cœur), Eugenio Di Lieto (Fontanrose), Luiza Faytol (Térézine), Adina Vilichi (Jeannette), Kraków Philharmonic Chorus, Marcin Wróbel (Maestro del coro);Kraków Philharmonic Orchestra, Luciano Acocella (direttore).Registrazione: Offene Halle Marienruhe, Bad Wildbad, 13-15 luglio 2021. 2 CD Naxos 8.660514-15
Uno strano destino sembra incombere su una parte della produzione operistica di Auber, quello di essere tratta da soggetti che saranno poi ripresi con maggior fortuna da altri compositori. Così per “Gustave III” sullo stesso soggetto di “Un ballo in maschera” verdiano, per “Manon Lescaut”, per “Leicester, ou Le château de Kenilworth” e anche per “Le filtre” tratta dal medesimo vaudeville di Scribe che ispirerà a Donizetti e Romani “L’elisir d’amore”. Per quanto la fortuna non abbia particolarmente arriso a questi titoli non è tempo perso ascoltarli perché non solo documentano forme diverse di approccio ad analoghi soggetti ma non mancano di piacevolezza d’ascolto anche se non si possono certo definire pienamente capolavori.

Le filtre” fu tra i maggiori successi del compositore provenzale con ben 243 rappresentazioni solo a Parigi nel XIX secolo e quindi si accoglie con interesse questa registrazione, effettuata dal vivo presso il festival di Bad Wildbad, di un’opera che ha goduto di notevole popolarità. L’ascolto permette di capire facilmente le ragioni del successo. La musica è ottimamente scritta, con quella raffinatezza orchestrale che era cifra caratteristica del teatro musicale francese. Il tono complessivo è brillante e scanzonato con punte di civetteria galante – specie nel personaggio di Térézine – non prive di fascino. Le melodie sono forse un po’ facili ma di sicura presa, i ritmi trascinanti e quasi ballabili. L’ascolto rivela però anche il limite che ne impediva la possibilità di reggere il confronto con l’opera donizettiana. La mancanza di un tratto più autentico e umano, di sentimenti più veri, di un nucleo più consistente sotto una vernice luminosa ma tutta superficiale.
 Opere di questo tipo per brillare autenticamente avrebbero bisogno di cast di prima grandezza. Il festival di Bad Wildbad ha tanta buona volontà e un ammirevole coraggio ma di certo non eccelle per risorse il che si ripercuote inevitabilmente sugli artisti presenti. Nulla di particolarmente negativo, anzi una buona professionalità generale ma il vero colpo d’ala latina assai.
La principale delusione viene dalla parte orchestrale Luciano Acocella alla guida dei complessi polacchi della Krakow Philarmonic in altre registrazioni aveva ben convinto qui invece non riesce a trovare il bandolo della matassa. La colpa più che del direttore – che appare attento e preciso nelle dinamiche e curato nell’impostazione generale – sembra proprio dell’orchestra la quale non ha nelle sue corde la sorridente leggerezza richiesta da questa musica. I tempi sono si brillanti ma il suono sempre pesante, con un retrogusto marziale che se ben si adatta alle scene di Joli-Coeur – dove comunque un po’ più di sorridente ironia non avrebbe guastato – ma di certo non appare troppo in linea con il resto dell’opera.
I limiti dell’orchestra creano ovviamente qualche difficoltà a una compagnia di canto composta di giovani che avrebbero avuto bisogno di un maggior sostegno. Corretta nel complesso la prova del coro.
Il migliore ci pare decisamente il Guillaume di Patrick Kabongo. Unico francofono del cast – è la cosa si nota non poco – il giovane tenore di origini congolesi mostra un materiale decisamente interessante. Voce chiara ma ottimamente controllata, linea di canto naturalmente elegante, buona facilità sugli acuti. Per quanto lontano dall’umanità di Nemorino Guillame ha tra i pochi squarci lirici dell’opera – l’aria “Philtre divin!” e gli interventi nel duetto con Térézine “Je sais d’avance son langage” – dove fa valere una buona sensibilità espressiva.
Al suo fianco Térézine è Luiza Fatyol soprano rumeno discutibile sul piano della dizione ma di buona presenza vocale e dal canto attento e sicuro. Il timbro presenta qualche asprezza ma la cantante riesce a giocarci con intelligenza usandola per rendere frivolo e la coquetterie del personaggio, molto più marcata che nell’Adina donizettiana. Nell’aria di apertura “La reine Yseult” coglie bene il carattere arcaicizzante del racconto della regina Isotta.
Voce timbricamente più chiara – con buona differenziazione rispetto alla Faytol – e canto leggero e brillante per la Jeannette di Adina Vilichi. Ruolo decisamente più consistente rispetto all’analoga donizettiana e chiamata a esibirsi in brillanti couplets – “Habitants du bord de l’Adour” – durante il finto matrimonio.
Eugenio Di Lieto è un Fontanrose – il corrispondente di Dulcamara – di buona presenza vocale e di una certa simpatia, manca forse delle doti affabulatorio del personaggio ma nell’insieme risulta ben centrato per il ruolo. Emmanuel Franco affronta con baldanza e un pizzico di non impropria guasconeria il sergente Joli-Cœur. Entrambi non brillano per dizione anche se a risentirne è soprattutto Di Lieto per le caratteristiche della parte.

Categorie: Musica corale

Bach: Concerti Brandeburghesi

gbopera - Sab, 02/03/2024 - 10:01

di AA. VV., a cura di Matteo Macinanti
Quality paperbacks, Carocci editore, 2023
Volume di 134 pagine. ISBN: 9788829020652
€ 14,00
Allineandomi a «Il viaggio dei Brandeburghesi» di Macinanti, ciò che viene in mente leggendo questo libro è proprio l’esperienza del viaggio e la conseguente ricchezza di conoscenze che ci portiamo al rientro. Trattasi di un viaggio raccontato in modo divulgativo da ‘plusieurs studieux’: Marica Coppola, Silvia D’Anzelmo, Tiziano de Felice, Matteo Macinanti, Michela Marchiana, Alice Romano, Filippo Simonelli, Margherita Succio, Marco Surace. Sono giovani musicisti e musicologi che, con la loro professionalità e sensibilità, ‘indossano’ l’abito di guide per coinvolgere il lettore/ascoltatore verso una delle opere strumentali bachiane più significative. Gli autori accompagnano il lettore passo dopo passo illustrando ogni dettaglio, ben consapevoli che entrando nell’universo del Kantor è pur sempre necessario accogliere il suo invito apposto in calce ad un canone dell’Offerta musicale: Quaerendo invenietis.
Intanto è bene chiarire che approcciarsi a questo agevole volume, dedicato alla memoria di Antonio Rostagno, scomparso prematuramente, non significa effettuare un viaggio al/nel passato, ma piuttosto ripercorrere l’essenziale al fine di poter rintracciare i valori fondanti della musica ove scoprire il modus operandi del compositore per ogni concerto, sottotitolato dagli autori con le seguenti diciture: Primo Concerto: l’apoteosi della caccia; Secondo Concerto: un’alchimia concertante; Terzo Concerto: danze arcaiche di gruppo; Quarto Concerto: nel regno della ninfa Eco; Quinto Concerto: un inaspettato protagonista; Sesto Concerto: un nuovo ruolo per la viola.
Rimane da definire l’annoso problema, sollevato anche dal curatore del volume, su «un ipotetico “percorso” dei Brandeburghesi» tenendo conto delle tonalità, stili, organici, ecc. Non sussistendo univocità di pareri nella comunità scientifica si può anche ipotizzare, come accade talvolta per le esecuzioni, di partire dalla struttura del volume in tre capitoli (numero significativo per il compositore tedesco): Bach e il suo tempo: in bilico tra fede e ragione; Forme, stili ed estetiche dell’universo di Bach e I sei concerti: triade perfetta capace di definire l’armonia della pubblicazione tanto che ogni capitolo (suono della triade) è in grado di cambiare posizione e generare, di volta in volta, un diverso assetto.
Ne deriva pertanto che si può leggere iniziando da qualsiasi capitolo anziché seguire l’ordine cronologico presente nell’Indice. Il testo, dalla gradevole lettura, in alcune situazioni tende ad offrire ipotesi ed interrogativi piuttosto che presentare risposte talvolta prive di fondamenta. Si trovano descrizioni di fatti (a partire dall’antefatto del 1719) come la dedica manoscritta in francese al destinatario dell’opera Christian Ludwig margravio di Brandeburgo, oppure le ragioni e l’importanza degli stili, o ancora la ricomparsa e diffusione dei concerti grazie alla Bach-Renaissance (in primis con Forkel e Mendelssohn) dopo la damnatio memoriae durata quasi cinquant’anni. Scorrendo i capitoli si indaga su ogni dettaglio cercando di ‘convincere’ il lettore a costo di risalire all’etimo dei termini come il caso di “concerto” mentre le stesse TABELLE rientrano nella logica di voler esporre e chiarire modelli (soprattutto italiani come quello vivaldiano), sezioni, movimenti, tonalità, organici e quant’altro dei Concerti affinché non perdere mai la ‘retta via’. Fin dalla sua uscita editoriale (Peters,1850) i Concerti hanno continuato ad essere eseguiti e, come scrive Simonelli, (Il viaggio dei Brandeburghesi continua) «a un certo punto bisogna smettere la lettura e iniziare l’ascolto». Solo così possiamo percepire organici e forme diverse afferenti al concerto grosso piuttosto che al concertino, strutture fugate, presenza di solisti, effetti di ripieno, ecc., ma perfino sonorità che si intrecciano come accade in BWV 1049 in cui una coppia di flauti a becco deve relazionarsi anche con un violino principale, oppure l’omogeneità timbrica ed arcaica del complesso delle viole da gamba (BWV 1051) o il virtuosismo del clavicembalo concertato (BWV 1050).
A corollario, tra le parti più specifiche ed utili al lettore, si segnala la presenza di un Glossario, la Bibliografia e discografia e l’essenziale Indice degli esempi musicali ascoltabili attraverso il QR code accluso al volume. Fa bene D’Anzelmo a ricordare quanto la musica di Bach rappresenti «una delle radici più profonde e salde della nostra tradizione culturale» così come tener presente che con i Concerti ci troviamo di fronte ad un’opera che, pur distaccandosi dal Bach ‘mistico’, per la sua perfezione e l’alto ingegno espressi continua ad inondare una tale bellezza tanto da sembrare opera di una mente sovrumana.

 

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Roma, Teatro Manzoni: “Forbici & Follia”

gbopera - Ven, 01/03/2024 - 23:59

Roma, Teatro Manzoni
FORBICI & FOLLIA
di Paul Portner
Regia di Marco Rampoldi
con Max Pisu, Nino Formicola, Giancarlo Ratti, Lucia Marinsalta, Roberta Petrozzi, Giorgio Verduci
Scene di Alessandro Chiti
Costumi di Adele Bargilli
allestimento originale americano Bruce JordanMarylin Abrams
versione italiana Marco RampoldiGianluca Ramazzotti
produzione ArtistiAssociati-Centro di produzione teatrale
in collaborazione con RARA produzione
Roma, 29 Febbraio 2024
Siamo immersi nell’ambiente raffinato e animato del salone di bellezza “Forbici Follia”, dove ogni elemento, dai sontuosi mobili alle scenografie sofisticate, contribuisce a creare un’atmosfera realistica e coinvolgente tipica del teatro. In questo scenario ricco di colori, dettagli e straordinarie strutture sceniche, prende vita il primo atto di questa “drammatica” rappresentazione, offrendo allo spettatore la sensazione di essere parte integrante degli eventi, come se si stessero sviluppando in tempo reale e nello spazio circostante. Un assortimento insolito di personaggi si ritrova in questo luogo: un parrucchiere con una personalità eccentrica, una sciampista dal quartiere periferico, un presunto antiquario e una cliente dell’alta società, tutti intenti a discutere delle notizie del giorno e ad abbozzare i dettagli di una giornata come tante altre. Tuttavia, l’ordinaria routine viene improvvisamente interrotta da un evento sconvolgente: al piano di sopra del salone si consuma un delitto. Per indagare sul tragico accadimento e ricreare la scena del crimine, un commissario e un agente speciale della Polizia richiedono l’assistenza dei presenti, testimoni oculari dell’evento. La platea, ora trasformata nel fulcro dell’azione, viene illuminata e chiamata ad agire. Gli spettatori, unici testimoni del delitto, devono rispondere alle interrogazioni del rigoroso commissario, testimoniare con precisione, esprimere le proprie opinioni e persino avanzare domande, contribuendo così attivamente alla ricostruzione del mistero e alla scoperta dell’assassino. Il culmine di “Forbici e Follia” si manifesta ogni sera con un finale unico e imprevedibile, deciso dalla platea stessa. Questa sfida continua offre un’esperienza teatrale avvincente e dinamica, poiché gli attori si cimentano in un copione mai definitivo, navigando tra generi diversi, dall’originario gioco di ruolo utilizzato in terapia di gruppo fino alla commedia teatrale, grazie al lavoro di adattamento dei talentuosi autori Bruce Jordan e Marylin Abrams. «Forbici e follia» infatti è l’adattamento italiano di una sceneggiatura coinvolgente, entrata nel Guinness dei primati negli Stati Uniti per numero di rappresentazioni e tenuta in cartellone. La commedia, riscritta nel 1976 in realtà nasce da un serissimo testo scritto da uno psicologo svizzero, «Scherenschnitt», che indica la capacità di intagliare la carta con le forbici. Le scene magistralmente concepite da Alessandro Chiti e i costumi curati con precisione da Adele Bargilli si configurano come elementi fondamentali nell’allestimento di questa coinvolgente narrazione teatrale. Marco Rampoldi riporta in scena la sua versione di dieci anni fa, ma con una freschezza che conferma la longevità e la rilevanza della produzione. Con un cast che incarna le sfumature della prosa e del cabaret, si compone un quadro dinamico in cui la precisione della narrazione si sposa con la spontaneità dell’improvvisazione. Il regista , con la sua maestria nel dirigere sia cabarettisti di spicco che nel teatro tradizionale, dimostra una rara capacità nel mescolare e amalgamare il testo teatrale scritto, seppur poco più di una guida, con improvvisazioni guidate. La presenza sul palco di artisti di fama consolidata nel mondo del cabaret e della satira televisiva garantisce non solo abilità e spirito di improvvisazione, ma trasforma anche il pubblico in un elemento attivo dello spettacolo, diventando parte integrante degli esilaranti scambi di battute, spesso superiori a quelle già previste nel copione, quasi in una moderna commedia dell’arte. Durante l’intervallo tra gli atti, gli attori non rimangono inattivi né si concedono una pausa. Al contrario, alcuni si occupano di offrire caffè, mentre altri si avvicinano agli spettatori che si mostrano disponibili a condividere le proprie testimonianze, contribuendo così a dipanare i fili dell’ intricata trama. La commedia vede protagonisti Max Pisu e Nino Formicola, il cui affiatamento è palpabile e si riflette nel coinvolgimento del pubblico. Accanto a loro, un ensemble di attori che aggiungono fascino e mistero alla storia, con Giancarlo Ratti che incarna l’ambiguità con maestria, e Lucia Marinsalta, Roberta Petrozzi, e Giorgio Verduci che completano un cast di grande talento. Tuttavia, un appunto riguarda l’iniziale frenesia, forse voluta per confondere gli spettatori, che talvolta raggiunge un parossismo eccessivo, compromettendo la comprensione della recitazione e generando qualche perplessità di scrittura. Il risultato è comunque uno spettacolo avvincente e coinvolgente, dove il giallo si mescola sapientemente con la risata, e dove il pubblico diventa parte integrante del processo investigativo, fino a diventare il giudice supremo di una serata leggera e senza pensieri.  Quel tipo di spettacolo da vedere… una volta. PhotoCredit @LaylaPozzo. Qui per tutte le informazioni.

Categorie: Musica corale

Roma, Palazzo delle Esposizioni: “Carla Accardi” dal 06 Marzo al 9 Giugno 2024

gbopera - Ven, 01/03/2024 - 08:00

Roma, Palazzo delle Esposizioni
CARLA ACCARDI
06.03__09.06.2024
A cura di Daniela Lancioni e Paola Bonani
Mostra promossa da Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e Azienda Speciale Palaexpo
Ideata, prodotta e organizzata da Azienda Speciale Palaexpo
Realizzata in collaborazione con Archivio Accardi Sanfilippo e con il sostegno della Fondazione Silvano Toti
Mostra antologica dedicata a Carla Accardi nel centenario della sua nascita. Dal 6 marzo al 9 giugno 2024 Palazzo Esposizioni e la città di Roma celebrano Carla Accardi (Trapani 1924-Roma 2014) in occasione del centenario della sua nascita, con una grande mostra antologica che per il numero e l’importanza delle opere esposte si configura come la più esaustiva sino ad ora dedicata all’artista. Promossa da Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e Azienda Speciale Palaexpo, la mostra è ideata, prodotta e organizzata da Azienda Speciale Palaexpo e realizzata con la collaborazione dell’Archivio Accardi Sanfilippo e con il sostegno della Fondazione Silvano Toti. La cura dell’esposizione e del catalogo è affidata a Daniela Lancioni Paola Bonani, curatrici dell’Azienda Speciale Palaexpo. Figura di assoluto rilievo, Carla Accardi è stata per oltre mezzo secolo protagonista della cultura visiva italiana e internazionale. Attraverso la sua pittura ha contribuito in maniera rilevante alla nascita e allo sviluppo di nuovi modi di intendere l’opera d’arte, dall’astrattismo dell’immediato dopoguerra all’informale, dalla pittura-ambiente a un’arte segnata dalle istanze del femminismo, fino alla rinnovata joie de vivre incarnata nei dipinti negli anni Ottanta e nei grandi dittici e trittici degli anni Novanta e Duemila. In mostra circa cento opere, datate dal 1946 al 2014, articolate in un percorso cronologico che include porzioni di allestimenti concepiti dalla stessa Carla Accardi, dedotti dalla documentazione fotografica che ha consentito di ricostruire anche la sala personale alla Biennale di Venezia del 1988. Grazie a questi ‘innesti’, nel progettare la mostra è stato possibile affidarsi alla ‘scrittura espositiva’ dell’artista stessa, potendo così restituire l’estrema libertà con la quale concepì il rapporto tra opera e spazio, scardinando convenzioni e inaugurando nuove pratiche. I capolavori sono stati scelti con l’idea sia dimettere in evidenza le fasi germinali nel lavoro di Carla Accardi, sia di presentare le opere nelle quali l’artista si è espressa con maggiore radicalità e che si sono rivelate seminali nel contesto nazionale e internazionale. Qui per tutte le informazioni.

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Milano, Teatro alla Scala: “Madina”

gbopera - Ven, 01/03/2024 - 00:39

Milano, Teatro alla Scala, stagione di balletto 2023/24
“MADINA”
Coreografia Mauro Bigonzetti
Musica di Fabio Vacchi
Libretto di Emmanuelle de Villepin tratto dal proprio romanzo La ragazza che non voleva morire
Kamzan ROBERTO BOLLE
Madina ANTONELLA ALBANO
Olga ALESSANDRA VASSALLO
Louis GIOACCHINO STARACE
Sultan GABRIELE CORRADO
Tenore Paolo Antognetti
Soprano Anna-Doris Capitelli
Attore Francesco Aricò
Corpo di ballo, Orchestra e Coro del Teatro alla Scala di Milano
Direttore Michele Gamba
Luci e Scene Carlo Cerri
Costumi Maurizio Millenotti
Milano, 28 febbraio 2024
Il 1 ottobre 2021 debuttò Madina alla Scala, prima assoluta di uno spettacolo interessante sotto molteplici punti di vista. All’epoca non siamo riusciti a vedere lo spettacolo dal vivo, ma in registrazione sulla presto defunta piattaforma ITsART (qui trovate le impressioni colte all’epoca). Ora che ci siamo recati dal vivo alla prima di questa riedizione possiamo registrare come il successo di questa creazione stia continuando a farsi sentire. Uno spettacolo che dovrebbe far parlare maggiormente di sé: messo in scena solo in questo teatro (almeno così ci risulta), crediamo abbia virtù poietiche ed estetiche che meritino una qualche riflessione. Abbiamo già sottolineato la compattezza coreografica di Bigonzetti, con passi che poi ritornano o si sviluppano su tematiche interrelate. Ma l’aspetto che dovrebbe far riflettere è che si tratta di uno spettacolo nuovo, ma – se così si può definire – nato alla “vecchia maniera”: musica composta da uno dei maggiori musicisti contemporanei, Fabio Vacchi, di concerto con la librettista, Emmanuelle de Villepin, e con il coreografo stesso: ogni parte costituente dello spettacolo è quindi nata per Madina stessa. È un fenomeno raro oggigiorno, dove la maggior parte delle coreografie è costruita su musiche precedenti o slegate dal momento della creazione coreografica. È inoltre singolare come, nell’ottobre del 2021, ben tre nuove produzioni di balletti “narrativi” avessero visto la luce in tre differenti teatri d’Europa: Madina debuttò il 1 ottobre alla Scala; l’Opera di Parigi presentò il 16 ottobre Le Rouge et le noir con coreografie di Pierre Lacotte (legato alle ricostruzioni di balletti romantici: celebre è la sua ricostruzione de La Sylphide degli anni ‘70), ma su musica preesistente di Massenet, quindi con un modus operandi tipico dei balletti degli anni ’60-70 come Manon od Onegin; al Royal Ballet, invece, Wayne McGregor presentò The Dante Project su musica composta apposta per lo spettacolo da Thomas Adés. Se prendiamo in considerazione tutto ciò, possiamo affermare che il cosiddetto balletto “narrativo” non sta morendo; anzi, questi spettacoli mostrano tre percorsi differenti con cui esso sta cercando di evolvere: esiste quello di Lacotte, legato a quanto si è fatto finora e allo stile accademico; quello di Wayne McGregor, che sfrutta una musica composta ad hoc con il suo stile inconfondibile; e quello seguito per Madina, forse più singolare, dove le virtù non risiedono esclusivamente nella coreografia, che giova di una semplicità e linearità che funzionano bene ai fini dello spettacolo, ma nello sperimentalismo della struttura dell’intero spettacolo, perché oltre ai danzatori sul palco sono presenti un attore e due cantanti lirici. Ai fini della resa finale, l’azione dell’attore si amalgama abbastanza bene con quanto succede in scena, tanto che più di una volta interagisce con i danzatori, e i danzatori si amalgamano a loro volta con la partitura urlando o battendo mani e piedi a tempo; gli unici per cui non si è trovata una soluzione registica adatta a poterli fondere maggiormente col resto dello spettacolo sono i due cantanti lirici, perennemente isolati a bordo del palcoscenico. Questa soluzione, a dire il vero, non è totalmente nuova, ma ne abbiamo perlomeno un’altra, sconosciuta, messa in scena nel 1956: Mario e il mago, da un racconto di Thomas Mann, scrittore amato da Luchino Visconti, autore di questa “azione coreografica” ad opera di Leonide Massine e musiche composte da suo cognato, Mannino. Anche in quella sede, oltre ai danzatori, c’erano un attore e dei cantanti lirici. Se Montale, spettatore di quella prima del ’56, recensì così: “ognuna di queste ancelle [le arti ndr] si fa avanti, porta il suo sassolino e poi si ritira dicendo ‘ho finito, non tocca più a me’”, e se un esperimento simile viene riproposto dopo più di cinquant’anni con Madina e quella stessa impressione ancora rimane per i due cantanti in scena, il discorso merita di essere portato avanti. Mario e il mago cadde subito nel dimenticatoio, non fu mai più riproposto; Madina è invece già alla seconda edizione. Il proposito è che si possa assistere in futuro a nuove produzioni che affinino e portino avanti questa impalcatura senza che questo spettacolo faccia la fine di Mario e il mago. Il cast è per lo più lo stesso del 2021. Antonella Albano, creatrice del ruolo, è stata una Madina emozionante, la vera protagonista di questo spettacolo. Si conferma funzionare il passo a due finale con Roberto Bolle, che sorprende nella riuscita con un ruolo molto truce – momento che tra l’altro fa ricordare la Danse Apache. Il punto di forza consiste nel non puntare sul virtuosismo, una via che sarebbe stata impraticabile con una musica così “difficile da contare” ai fini della danza concepita in senso classico, ma che si basa su relativamente pochi movimenti ritmici (com’è questa musica, che tanto si ispira alle avanguardie di inizio Novecento) che hanno il loro effetto scenografico e sono orchestrati intelligentemente con la partitura (com’è, ad esempio, per la danza che ha luogo nella redazione giornalistica, i cui movimenti con mani e piedi seguono con il loro rumore il tempo della musica). Grandi gli applausi per tutti i danzatori. Il giovane attore Francesco Aricò subentra con successo a quello presente la scorsa volta, con cui si alterna nelle repliche. Paolo Antognetti è stato il tenore di quest’anno, mentre Anna-Doris Capitelli continua a interpretare la voce soprano. Tali voci, come già accennato, restano troppo estemporanee e ci sono apparse in parte sovrastate dalla musica, soprattutto la femminile (brava, ma che ha anche un fraseggio poco chiaro). Ottima la conduzione di Michele Gamba, messa alla prova dalla riproposizione di un coro registrato, ma su musica suonata dal vivo. Repliche il 1, 2, 6, 7 e 9 marzo.

Categorie: Musica corale

Roma, Teatro Sala Umberto: “Sei personaggi in cerca di autore” con la regia di Michele Sinisi

gbopera - Gio, 29/02/2024 - 23:59

Roma, Teatro Sala Umberto
SEI PERSONAGGI IN CERCA D’AUTORE
Di Luigi Pirandello
drammaturgia Francesco M. Asselta, Michele Sinisi
regia Michele Sinisi
aiuto regia in scena Nicolò Valandro
con Stefano Braschi, Marco Cacciola, Gianni D’Addario, Sara Drago, Marisa Grimaldo, Stefania Medri, Donato Paternoster, Marco Ripoldi, Michele Sinisi, Adele Tirante
scene Federico Biancalani
assistente alle scene Elisa Zammarchi
Direzione tecnica Rossano Siragusano
Con il contributo di NEXT-Laboratorio delle Idee & Festival Castel dei Mondi di Andria
Produzione Elsinor Centro di Produzione Teatrale
Roma, 29 Febbraio 2024
E’ trascorso un secolo e quei sei protagonisti persistono, avvolti nel loro limbo tra le quinte e la platea, suscitando interrogativi che s’intrecciano al cuore stesso del teatro, schiudendo riflessioni ancora irrisolte. Era il 9 maggio 1921, nel solenne scenario del Teatro Valle di Roma, quando si consumava l’esordio di “Sei personaggi in cerca d’autore”, capolavoro di Luigi Pirandello. In quell’epoca, l’autore siciliano destava più clamore come drammaturgo, che non come mero scrittore, conferendo primato alla magia dell’interpretazione teatrale rispetto alla fredda pagina scritta. Nel nucleo di questa opera mastodontica, una famiglia in frantumi s’inchinava dinanzi a una compagnia teatrale in prova, ambendo a vedere manifestata la propria tragedia sui tavoli del palcoscenico. E sebbene la struttura drammatica brillasse di maestria per gran parte dell’opera, Pirandello inciampava lievemente nella fase conclusiva, ma il tema centrale persisteva immutato: il passaggio dalla finzione alla realtà, ossessione autoriale intrisa di profonde sfumature filosofiche. Fu in quel momento che un’onda di sconcerto si scagliò tra gli spettatori, alcuni dei quali, forse turbati nell’animo, abbandonarono la sala esclamando “Manicomio! Manicomio!”. E furono necessari quattro anni affinché Luigi Pirandello consegnasse al pubblico una prefazione essenziale, un tentativo di rischiarare le nebbie che avvolgevano la genesi e le forme dell’opera. Tuttavia, queste spiegazioni furono digerite, assimilate e talvolta impropriamente reinterpretate dalla scena teatrale contemporanea, rimanendo materiale di discussione e interpretazione ancora oggi. Michele Sinisi, con sincero ardore intellettuale  e determinazione, si assume l’onere di rendere attuali e rilevanti i temi universali di quest’opera attraverso un linguaggio teatrale attuale, ma anche personalissimo. Nel Teatro Sala Umberto, regista e attori si muovono con disinvoltura tra gli spettatori e il palcoscenico, tessendo un’atmosfera di convivialità e familiarità. Sulla scena, un tavolo con un computer funge da epicentro per la selezione di playlist musicali da YouTube e la proiezione di immagini e testi, plasmando un’ambientazione multimediale dinamica e cangiante. Nel contempo, lo scenografo Federico Biancalani si dedica con zelo alla realizzazione di una gigantesca scarpa da tennis, un elemento scenografico che aggiunge un tocco contemporaneo e familiare all’intero contesto, e che acquisirà un significato chiaro e pregnante nel corso dello spettacolo. Eppure, questo stravagante equilibrio viene immediatamente scosso quando Stefano Braschi, emerge dal pubblico, rivelando la sua identità di Capocomico.  Gli attori così, in un balletto di identità sfaccettate, si scambiano ruoli, confondendo i confini tra finzione e realtà, coinvolgendo attivamente la platea attraverso l’interazione sui social media e l’ingresso di ospiti a sorpresa. La performance si trasforma in una sorta di dispositivo aperto, flessibile, in grado di adattarsi e di evolversi grazie alla partecipazione attiva del pubblico. Tutto sembrerebbe funzionare sennonché l’approccio di Sinisi sembra arrestarsi alla superficie, senza penetrare in profondità nei temi proposti, lasciando gli spettatori smarriti di fronte a dichiarazioni d’intenti ambiziose ma poco chiare. Lo spettacolo improvvisamente si configura come un turbine di creatività sfrenata e senza proiezione, dove idee, segni e linguaggi si scontrano e sovrappongono, molto spesso offuscando lo spettatore. La presenza ingente di attori, seppur dotati di grande talento, appare squilibrata, con ruoli poco bilanciati e quel caos iniziale, con le riprese video e il trambusto dei cameramen, che rappresenta un’esperienza teatrale che cerca di immergere il pubblico in una realtà caotica, rischia di soffocarlo invece di coinvolgerlo. Le trovate sceniche, come l’introduzione di DJ, cantanti e personaggi vari, sembrano accumularsi senza un fine preciso, annullandosi reciprocamente anziché contribuire alla coesione dell’opera. E sebbene si viaggi attraverso una molteplicità di temi, dalla tecnologia alla tragedia umana, dalla vita quotidiana alla cultura popolare, questa ricchezza rischia di disperdersi senza trovare un filo conduttore chiaro. Le performance degli attori oscillano tra momenti di grande intensità e altri più pacati. Le immagini sul megaschermo sfrecciano: bocca di coccodrillo, scimpanzé allo specchio, il volto dolorante della Madonna al lamento di una madre sofferente, il corpo della bambina annegata, il discorso sulla pandemia Covid 19. L’introduzione di voci fuoricampo e cammei di personaggi esterni alla compagnia fissa aggiunge ulteriore complessità alla narrazione, rischiando di confondere anziché di chiarire. Infine, sul palco, al gran finale, il pubblico è chiamato a fare una scelta cruciale, selezionando tra tre contenitori, ciascuno custode dell’urlo disperato di una madre che ha perso un figlio in circostanze tragiche. Tuttavia, al momento della svelatura, nessun grido squarcia l’aria, poiché ogni spettatore può essere l’artefice del proprio destino, poiché, alla fine, l’unica direzione possibile è quella che emerge dalla soggettività, dall’esperienza individuale. E così, la mancanza di coerenza in questo gioco può essere interpretata come un caos irrazionale di suggestioni o come una ragionevole allegoria dei nostri tempi, mentre il carattere contraddittorio può essere frutto di una dialettica efficace o di un eccesso di elementi mal gestiti. L'”infinita rifrazione” potrebbe essere l’unica spiegazione plausibile o un escamotage narrativo sconsiderato.  In un’epoca come la nostra, dominata dalla riproducibilità digitale, ci troviamo di fronte a interrogativi cruciali: dove giace la realtà e dove risiede la dimensione virtuale? È forse concepibile che l’immagine digitalizzata dell’uomo possa conferirgli un’unicità oggettiva, capace di rappresentarlo pienamente nella società contemporanea? È proprio questo il nucleo dell’interpretazione che Sinisi propone con “Sei personaggi in cerca di autore”? Il pubblico applaude, captando il messaggio e, anche quando non riesce a comprendere appieno, applaude comunque, come segno di apprezzamento verso gli attori e la regia, in un gesto di partecipazione più che di completa comprensione. PhotoCredit @LucaDelPia. Qui per tutte le informazioni.

Categorie: Musica corale

RAI 5 Opera a Marzo 2024

gbopera - Gio, 29/02/2024 - 16:06

Venerdì 1 marzo 
Ore 09.59
“FALSTAFF”
Musica Giuseppe Verdi
Direttore Zubin Mehta
Regia Luca Ronconi
Interpreti: Ambrogio Maestri, Yijie Shi, Roberto De Candia, Eva Mei, Ekaterina Sadovnikova, Elena Zilio, Laura Polverelli, Gianluca Sorrentino, Mario Luperi, Carlo Bosi
Firenze, 2014
Ore 21.14
“UN BALLO IN MASCHERA”
Musica Giuseppe Verdi
Direttore Claudio Abbado
Regia Franco Zeffirelli
Interpreti: Luciano Pavarotti, Shirley Verret, Elena Obraztsova, Piero Cappuccilli
Milano, 1978
Sabato 2 marzo

Ore 09.52
“DON GIOVANNI”
Musica Wolfgang Amadeus Mozart
Direttore Francesco Molinari Pradelli
Regia Giacomo Vaccari
Interpreti: Mario Petri, Teresa Stich-Randall, Heinz Borst, Luigi Alva, Leyla Gencer, Sesto Bruscantini, Graziella Sciutti, Renato Cesari.
RAI, 1960
Domenica 3 marzo /Sabato 9 marzo
Ore 10.02 / 10.10
“TOSCA”
Musica Giacomo Puccini
Direttore Semyon Bychkov
Regia Luca Ronconi
Interpreti: Galina Gorchakova, Neil Shicoff, Ruggero Raimondi…
Milano, 1997
Lunedì 4 marzo
Ore 10.02
“DON GIOVANNI”
Musica Wolfgang Amadeus Mozart
Direttore Nino Sanzogno
Regia Franco Zeffirelli
Interpreti: Mario Petri, Sesto BruscantiniOrietta MoscucciIlva Ligabue, Luigi AlvaGraziella SciuttiFranco CalabreseFerruccio Mazzoli
Napoli, 1958
Martedì 5 marzo
Ore 10.00
“RIGOLETTO”

Musica Giuseppe Verdi
Direttore Jan Latham-Koenig
Regia Franco Zeffirelli
Interpreti:  Ambrogio Maestri, Dmitry Korchak, Giuliana Gianfaldoni, Ricardo Zanellato…
Oman, 2021
Ore 12.05
“PAGLIACCI”
Musica Ruggero Leoncavallo
Direttore Alfredo Simonetto
Regia Franco Enriquez
Interpreti: Franco Corelli, Mafalda Micheluzzi, Tito Gobbi, Mario Carlin, Lino Puglisi..
RAI, 1954
Mercoledì 6 marzo
Ore 10.00
“CARMEN”

Musica Georges Bizet
Direttore Marco Armiliato
Regia Franco Zeffirelli
Interpreti: Clémentine Margaine, Gilda Fiume, Brian Jadge,Luca Micheletti…
Verona, 2022
Giovedì 7 marzo
Ore 10.00
“LA TRAVIATA”
Musica Giuseppe Verdi
Direttore Placido Domingo
Regia Franco Zeffirelli
Interpreti: Stefania Bonfadelli,  Scott Piper, Renato Bruson…
Busseto, 2002
Venerdì 8 marzo
Ore 10.00
“AIDA”
Musica Giuseppe Verdi
Direttore Riccardo Chailly
Regia Franco Zeffirelli
Interpreti: Violeta Urmana, Ildiko Komlosi, Roberto Alagna, Carlo Guelfi…
Milano, 2006
Ore 21.15

“OTELLO”
Musica Giuseppe Verdi
Direttore Claudio Abbado
Regia Walter Sutcliffe
Interpreti: Josè Cura, Barbara Frittoli, Ruggero Raimondi…
Torino, 1996
Domenica 10 marzo 
ore 10.00
“MADAMA BUTTERFLY”
Musica Giacomo Puccini
Direttore Daniel Oren
Regia Franco Zeffirelli
Interpreti: Fiorenza Cedolins, Marcello Giordani, Juan Pons, Francesca Franci…
Verona, 2004
Lunedì 11 marzo
Ore 10.00
“LES CONTES D’HOFFMANN”
Musica Jacques Offenbach
Direttore Riccardo Chailly
Regia Alfredo Arias
Interpreti: Neil Shicoff, Natalie Dessay, Susanne Mentzer, Cristina Gallardo Domas, Denyce Graves, Samuel Ramey
Milano, 1995

Categorie: Musica corale

Roma, Teatro Palladium: “White Out” di Piergiorgio Milano

gbopera - Mar, 27/02/2024 - 22:16

Roma, Teatro Palladium, Orbita/Spellbound Centro Nazionale di Produzione della Danza in collaborazione con Fondazione Musica per Roma/Festival Equilibrio 2024
WHITE OUT”
Creazione, direzione, coreografia, scene e soundtrack Piergiorgio Milano
Performers Javier Varela Carrera, Luca Torrenzieri, Piergiorgio Milano
Design luci Bruno Teusch
Sound design Federico Dal Pozzo
Costumi Raphaël Lamy, Simona Randazzo, Piergiorgio Milano
Consulenti artistici Florent Hamon, Claudio Stellato
Roma, 21 febbraio 2024
Luci bianche rivolte verso la sala che disorientano lo spettatore, in scena tre performers sfiniti dal freddo e dalla fatica del secondo giorno di scalata. È questo l’inizio di White Out, spettacolo ideato da Piergiorgio Milano e presentato al Teatro Palladium lo scorso 21 febbraio all’interno della stagione danza di Orbita/Spellbound curata da Valentina Marini in collaborazione con Equilibrio Festival diretto da Emanuele Masi. Il coreografo e performer Piergiorgio Milano possiede un articolato background che spazia dalla danza, al circo, dal teatro alle arti marziali. I suoi progetti artistici dislocati in tutta Europa ricongiungono i diversi linguaggi usati in spettacoli dal forte impatto teatrale. Il titolo del lavoro White Out si riferisce alla sensazione di smarrimento provata dagli alpinisti quando la neve riflette a tal punto la luce del cielo da impedire l’orientamento nello spazio. Ma c’è di più. L’immagine di una tenda da montagna e le parole che da qui provengono suggeriscono un clima di sospensione, abitato da sogni e fantasmi. Le pose acrobatiche create da un interprete attraverso il movimento degli sci e gli sketch comici realizzati dai tre performers con l’aiuto di una radio trasmettono un atteggiamento di positiva spensieratezza che si contrappone ai disagi presagiti e quasi ricercati. L’esporsi di Piergiorgio Milano in canotta bianca al più penetrante gelo è in realtà simbolo di un volersi mettere a nudo di fronte a se stesso, alle proprie aspirazioni e agli scogli che ne ostacolano il compimento. Un flashback ci riporta al primo giorno di scalata, alla preparazione di imbracature e ibuprofene. Le corde avvicinano e allontanano i compagni di viaggio nella loro ricerca di estrema libertà. Per arrivare in alto si parte da semplici passi. Occorre trovare i punti più deboli della parete rocciosa, delle fessure per le mani e degli appoggi per i piedi, ma soprattutto bisogna sperare di non ritrovarsi a combattere con la forza di gravità, rischiando di morire. Scalare una montagna non è altro che abbandonarsi pienamente alla vita, spinti da un impeto di passione che non resiste ad obblighi e convenzioni sociali. Le montagne mettono paura ai più piccoli, che temono possano cadere loro addosso, ma allo stesso tempo ispirano un forte desiderio di vedere cime sempre più alte. Perché quindi scegliere una vita così pericolosa? Semplicemente per trovare se stessi. E se ci si chiede perché non sia possibile farlo nel caldo della propria casa, è solo per poter vivere la bellezza di un percorso che alla cruda realtà affianca il divertimento, l’incanto e la magia. Dopo una suggestiva danza aerea, lo rivela per ultimo il fulgore di una sfera argentata rimasta sospesa nel vuoto. Foto Giuseppe Follacchio

Categorie: Musica corale

Torino, Teatro Regio: “Un ballo in maschera”

gbopera - Mar, 27/02/2024 - 19:02

Torino, Teatro Regio, stagione d’opera e balletto 2023/24
“UN BALLO IN MASCHERA”
Dramma lirico in tre atti di Antonio Somma
Musica di Giuseppe Verdi
Riccardo PIERO PRETTI
Renato LUCA MICHELETTI
Amelia LIDIA FRIDMAN
Ulrica ALLA POZNIAK
Oscar DAMIANA MIZZI
Silvano SERGIO VITALE
Samuel DANIEL GIULIANINI
Tom LUCA DALL’AMICO
Un giudice – Un servo d’Amelia RICCARDO RADOS
Orchestra e coro del Teatro Regio di Torino
Direttore Riccardo Muti
Maestro del coro Ulisse Trabacchin
Regia Andrea de Rosa
Scene Nicolas Bovey
Costumi Ilaria Ariemme
Luci Pasquale Mari
Movimenti coreografici Alessio Maria Romano
Torino, 25 febbraio 2024
Sicuramente è lo spettacolo più atteso di questa stagione di rilancio del Teatro Regio di Torino la nuova produzione de “Un ballo in maschera” ha attirato il pubblico delle grandi occasioni ed è stato bello vedere la sala di Mollino gremita in ogni ordine di posto. L’attesa non è stata delusa almeno per quanto riguarda la parte direttoriale con Riccardo Muti autore di una prova assolutamente superlativa. Il maestro conferma non solo di essere ancora il maggior interprete verdiano dei nostri tempi ma di aver raggiunto una maturità interpretativa da rendere queste prove un’autentica sintesi di una vita al servizio della musica verdiana. Elemento essenziale di quest’ approccio è una nuova concezione del valore e del ruolo orchestrale. La frequentazione wagneriana ha lasciato più di un segno ed è evidente come l’idea del maestro tedesco in cui l’orchestra non accompagna ma il canto ma diventa non solo il crogiolo da cui lo stesso canto nasce ma acquisisce una personalità autonoma che fa di essa un personaggio – anzi, il personaggio fondamentale sia intimamente acquisita. L’idea wagneriana dell’orchestra che come il coro della tragedia classica vive il dramma e lo interpreta è calata nell’universo verdiano esaltandone con intensità quasi ignota la ricchezza umana e spirituale.
La visione di Muti è quella di un cupo dramma attraversato fin dall’inizio da fremiti di morte. I colori scuri sono attraversati da gelide scariche elettriche e un’ombra di disfacimento si estende anche sui momenti apparentemente più leggeri – mai sentito personalmente un “E’ scherzo od è follia” così carico di ansia e tensione dove il riso vanamente esorcizza un brivido di terrore. L’intera scena di Ulrica è di grandiosità shakespeariana dove gli schianti tellurici che inchiodano alla sedia si affiancano a dissolvenze raggelanti così come raggelante nel contrasto tra l’ironia untuosa dei congiurati e il grumo sempre più oscuro della tragedia è il finale secondo. Persino pleonastico ridire quanto canti meravigliosamente l’orchestra nei grandi squarci lirici e di come Muti sappia farla suonare con una qualità raramente ascoltata. Magnifica la prova del coro pienamente coinvolto dall’atmosfera generale. Il cast non si pone purtroppo sul livello della direzione. Piero Pretti è un serio professionista e mostra come sempre impegno e attenzione. La voce non bellissima di natura è usata però con intelligenza, innegabili sono le doti di musicalità e la cura del fraseggio così come il registro acuto risulta nel complesso facile e ben controllato – meno quello grave dove si nota qualche sporcatura. Una prova nel complesso valida ma resta il settore della mancanza di una personalità più autorevole, di una maggior capacità di scavare tutte le pieghe del personaggio.
Giudizio sospeso sul Renato di Luca Micheletti la cui prestazione è stata compromessa da uno stato di salute non ottimale. Annunciato indisposto conferma la situazione fin da subito con una problematica esecuzione di “Alla vita che t’arride”. Con il prosieguo dell’opera la voce si scalda e si fa più sicura ma tensione e prudenza sono sempre percepibili fino a un “Eri tu” corretto ma povero di sfumature e troppo concentrato sulla tenuta vocale. Micheletti è però forse l’unico ad avere il senso della parola scenica mostrandosi al riguardo pietra di paragone per tutti gli altri. Vocalità molto personale, particolare, quella di Lidia Fridman ricchissima e potente ma tendenzialmente  aspra, metallica. Amelia è incarnazione di una dolce femminilità di donna innamorata, ma anche materna,  cui mal si addice il carattere vocale della Fridman. Nei brani più scopertamente drammatici – come la grande aria del II atto – il temperamento si fa valere ma nell’abbandono lirico di “Morrò ma prima in grazia” ci è parsa un po’ persa in un territorio che non è ancora il suo. La formidabile presenza scenica è ampiamente sfruttata dal regista. Ancora molto giovane e al debutto nel ruolo ha tutto il tempo per centrare maggiormente la sua lettura anche se riteniamo possa meglio esprimersi in ruoli meno intimistici. Vocalmente e interpretativamente spigliata Damiana Mizzi è un Oscar ben centrato anche se forse un poco leggero. Alla Pozniak è un’Ulrica fin troppo anonima e abbastanza scomposta come emissione e non impeccabile come intonazione anche se non disprezzabile come pasta vocale. Buone le parti di contorno con una nota per il sonoro Silvano di Sergio Vitale. La regia di Andrea De Rosa cupa e funerea è pienamente in linea con il senso tragico di Muti. La vicenda si svolge in un sontuoso palazzo barocco dove alberga un’aria stagnante e malsana, un senso di decadenza e corruzione che permea una corte in cui il gioco delle maschere – presenti fin dall’inizio – è al contempo fuga e travestimento da un disfacimento inevitabile che evoca certe atmosfere di Kubrick tra “Barry Lyndon” e un “Eyes Wide Shut” in chiave barocca. Il palazzo è il centro della vicenda e si apre per far entrare il trono catafalco di Ulrica, pizia in nere vesti, oscura profetessa cui la regia dona un fortissimo rilievo. Unica eccezione il secondo atto con il palco quasi vuoto con in scena solo il catafalco citato e intorno cadaveri abbandonati che ricordano i calchi morelliani di Pompei. Di grande effetto le luci di Pasquale Mari che nel finale d’atto offrono uno dei momenti più intensi dello spettacolo con la Fridman bianco vestita, immersa in un fascio di luce, i capelli rossi che scendono sulla schiena nuda circondata dalle figure maschili ridotte a oscure larve come una martire in un dipinto preraffaellita. Spettacolo forse a tratti autoreferenziale ma d’innegabile impatto visivo. 

 

Categorie: Musica corale

Maggio Fiorentino: Min Chung al suo debutto con l’Orchestra e del Coro del Maggio

gbopera - Mar, 27/02/2024 - 12:15

Firenze, Teatro Maggio Musicale Fiorentino: Calendario Gennaio -Marzo 2024
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Min Chung
Maestro del Coro Lorenzo Fratini
Contralto Danbi Lee
Johannes Brahms (1833-1897): Rapsodia per contralto, coro maschile e orchestra op. 53; Gesang der Parzen (Canto delle Parche) op. 89; Felix Mendelssohn Bartholdy (1809 – 1847): Sinfonia n. 3 in la minore “Scozzese”, op. 56
Firenze, 24 febbraio 2024
Ascoltare le musiche in programma di Brahms e Mendelssohn è stata un’immersione nella musica tedesca del XIX secolo in cui, per la presenza del testo letterario e secondo il pensiero romantico, sembra si superi il concetto di “musica pura” attribuito alla musica strumentale. La Rapsodia per contralto, coro maschile e orchestra, definita dallo stesso compositore «musica piuttosto intima» ha costituito un autentico ‘itinerario’ in cui il ‘rapsodo’ (Brahms) ‘canta’ toni drammatici approdando al desiderio di speranza, espresso dalla preghiera, pur di far percepire il palpitante spirito romantico. Ricordiamo la destinazione (dono di nozze) per Julie, figlia di Robert e Clara Schumann. Costruita intorno a tre strofe (5-7) dell’inno goethiano Harzreise im Winter (Viaggio invernale nello Harz, inverno 1777) al tema del viaggio (inclusa la figura del Wanderer come autentico ‘viandante’ dello spirito) non rimane indifferente nemmeno Johann Friedrich Reichardt che ne realizza una versione nel 1792, come risulta da una lettera di Brahms a Deiters in cui dimostra attenzione ed interesse.
L’inizio dell’Adagio, nella tonalità di do minore, con il cupo melos (fagotti, violoncelli e contrabbassi) accompagnato dal tremolo con sordina degli altri archi e il ‘bagliore’ dei corni, faceva entrare in medias res in una ‘narrazione’ in cui la gestualità essenziale e composta di Min Chung ha reso vivido ogni dettaglio della partitura. L’ingresso del contralto Danbi Lee, dalla voce perentoria e calda, poneva la domanda Aber abseits wer ist’s? (Ma chi è là in disparte?) e sul pedale di tonica della stessa tonalità della I parte iniziava il Poco andante. La solista intonava Ach, wer heilet die Schmerzen dess, dem Balsam zu Gift ward? e l’orchestra contribuiva a rendere più suggestivo il canto lamentoso sulla domanda di cui sopra finché il melos patetico, insieme ai corni, si stagliava sulla parola Menschenhaß. L’Adagio concludeva l’opera con la luminosa tonalità in do maggiore ove il canto ed il sostegno del coro (bellissimo il colore e l’omogeneità delle voci), si affidava al Padre d’amore fino ad approdare ad una conclusione celestiale suggellata dall’accordo di tonica (sein Herz!), autentico conforto.
Il Gesang der Parzen (Canto delle Parche) restava nell’alveo poetico di Goethe (fine del IV atto di Ifigenia in Tauride) con il coro (diviso in soprani, contralti I e II, tenori e bassi I e II) dall’orientamento omofonico, esplicitando meglio il testo sulla beatitudine riservata agli dèi e la misera condizione umana, insieme all’orchestra dall’organico più corposo. Partitura bellissima con interventi a blocchi delle voci lasciando all’orchestra il compito di ‘sfondo’ per poi ammirare le diverse ‘figure’ (motivi dell’orchestra) in una sorta di alternatim tra i due complessi. Si è potuta percepire una grande intesa in cui emergeva sia l’ottima concertazione di Chung che di Fratini, guida imprescindibile del coro. Corre l’obbligo ricordare che nel suo debutto fiorentino Min Chung, figlio del celebre Myung-whun Chung, ha diretto a memoria e con una gestualità impeccabile.
Con la Sinfonia n. 3 in la minore “Scozzese”, ultimo brano della serata, il direttore era in simbiosi con l’orchestra. In particolare la sua sinistra invitava ad una maggiore cantabilità, chiarezza del fraseggio e un ‘dosaggio’ del colore che in molti punti ricordava la tavolozza schubertiana. È bastato il suo levare colmo di respiro musicale per ‘annunciare’, già nell’intervento dei legni, corni e viole, la nitidezza del melos del solenne Andante con moto (3/4), rievocando stati d’animo del viaggio mendelssohniano in Scozia. Sia la gestualità orizzontale che la grande comunicatività di Chung hanno fatto il resto. Ecco apparire l’iniziale struttura corale e simmetrica dei periodi, la chiarezza formale congiuntamente alla bellezza e luminosità dei colori come all’inizio con il raddoppio del canto (oboi-viole, reiterato con la partecipazione all’ottava dei flauti). Nell’Allegro un poco agitato in 6/8 i violini, insieme al primo clarinetto, portavano avanti il primo tema mentre Chung sembrava preparare il sempre più crescendo sfociando all’Assai animato o la cantabilità del tenue secondo tema. Il Vivace non troppo dall’iniziale pentatonicità (fa, sol, la, sib, do) dava vita alla musica folcloristica scozzese in cui bastava il canto del clarinetto e il pulsare dei tremoli degli archi a fare il resto. Qui la concertazione del maestro e il virtuosismo dell’orchestra sembravano guardare alla musica da camera ovvero a quella «raffinata conversazione tra amici attraverso i suoni» (Goethe). Poi nell’Adagio con il I tema ai primi violini ed il II affidato alla grande fanfara il lirismo trovava alternanza in una dolce tristezza. L’Allegro vivacissimo ha visto una partecipazione travolgente e grande energia del direttore il quale, oltre alla caratterizzazione dei temi, evidenziava, soprattutto nella sezione dello sviluppo, la ricca elaborazione contrappuntistica. Tanti i momenti interessanti definiti da differenziazioni di scrittura, colori orchestrali, sfumature e l’Allegro maestoso assai in la maggiore, oltre che sottolineare la bellezza di questa partitura, diventava occasione per il pubblico a manifestare grandi ovazioni all’orchestra e a Min Chung.

Categorie: Musica corale

Roma, Teatro Mazoni: “Forbici & Follia” dal 29 Febbraio al 24 Marzo 2024

gbopera - Mar, 27/02/2024 - 10:15

Roma, Teatro Manzoni
FORBICI & FOLLIA
di Paul Portner
Regia di Marco Rampoldi
con Max Pisu, Nino Formicola, Giancarlo Ratti, Lucia Marinsalta, Roberta Petrozzi, Giorgio Verduci
Scene di Alessandro Chiti
Costumi di Adele Bargilli
allestimento originale americano Bruce JordanMarylin Abrams
versione italiana Marco RampoldiGianluca Ramazzotti
produzione ArtistiAssociati-Centro di produzione teatrale
in collaborazione con RARA produzione
Un salone da coiffeur di una città italiana. Il racconto di un giorno come tutti altri, in cui la tranquilla vita di pettegolezzi che scorre allegramente fra le avances del parrucchiere a tutti i clienti e i piccoli sogni della sua aiutante viene interrotta dall’assassinio della vecchia pianista che vive al piano di sopra. Tutti i presenti hanno un movente ed hanno avuto la possibilità di compierlo. Ma due clienti sono in realtà poliziotti in borghese e devono arrestare il colpevole… Come? Con la collaborazione degli spettatori/testimoni oculari, che possono risolvere il mistero, grazie a ciò che hanno visto accadere, e alle domande che sapranno porre. Uno spettacolo con due nature contrapposte che si rafforzano a vicenda: quella del racconto giallo e quella della comicità che scaturisce dal gioco di interazione col pubblico, che si appassiona progressivamente nel meccanismo, fino a diventare l’unico possibile giudice. Qui per tutte le informazioni.

Categorie: Musica corale

Milano, Teatro alla Scala: “Simon Boccanegra” (cast alternativo)

gbopera - Mar, 27/02/2024 - 10:15

Milano, Teatro alla Scala, Stagione Lirica 2023/2024
SIMON BOCCANEGRA” 
Melodramma in un prologo e tre atti su libretto di Francesco Maria Piave e Arrigo Boito
Musica di Giuseppe Verdi
Simon Boccanegra LUCA SALSI
Jacopo Fiesco AIN ANGER
Paolo Albiani ROBERTO DE CANDIA
Pietro ANDREA PELLEGRINI
Amelia (Maria) IRINA LUNGU
Gabriele Adorno MATTEO LIPPI
Capitano dei Balestrieri HAIYANG GUO
Ancella di Amelia LAURA LOLITA PEREŠIVANA
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore Lorenzo Viotti
Maestro del coro Alberto Malazzi
Regia Daniele Abbado
Scene Daniele Abbado e Angelo Linzalata
Costumi Nanà Cecchi
Luci Alessandro Carletti
Movimento coreografici Simona Bucci
Nuovo allestimento
Milano, 24 febbraio 2024
Sebbene abbiamo già accuratamente già recensito questa produzione, cogliamo al balzo la possibilità di un cast alternativo per rivedere e scrivere un secondo pezzo sul “Simon Boccanegra “ scaligero. Abbiamo assistito all’ultima recita, che, tuttavia, trattandosi di un sabato e di altri due protagonisti, ha richiamato molti colleghi della stampa e molti appassionati, riempiendo quasi del tutto il teatro. Le ragioni di questo successo in extremis debbono essere ricercate di certo nelle entusiaste recensioni che abbastanza uniformemente sono apparse in rete e sui giornali: questo “Boccanegra” è una produzione che funziona, a volte forse un po’ generica, ma con dei chiarissimi picchi sul piano musicale, a partire da Lorenzo Viotti sul podio – bacchetta giovane, ma ormai espertissima, che affronta Versi con senso della misura, tutta tesa alla resa coloristica, alla coesione con la scena e alla morbida omogeneità dei suoni (forse in alcuni punti anche eccessivo languore, ma meglio così che col piglio del capobanda). Altro pregevole interprete è senz’altro l’estone Ain Anger, un Fiesco perfettamente fraseggiato, che si incarna nel suono limpido naturale del basso profondo capace al contempo di piacevolissima aderenza alle linee di canto. Le due new entry nel cast pure si distinguono per la bellezza delle linee vocali: Irina Lungu (chiamata all’ultimo per sostituire l’indisposta Anita Hartig) è una scelta forse non del tutto rassicurante, per il ruolo di Amelia, ma a nostro avviso comunque ben riuscita; la più italiana tra i soprani russi sfodera fin dal primo atto buona tecnica (filati e mezzevoci di prammatica), ma è senz’altro nel fascinoso fraseggio che si spende di più, talvolta a scapito dei centri lievemente sfocati. Matteo Lippi è stato un Adorno godibilissimo sul piano musicale: il tenore sembra aver superato certe emissioni nasali che altre volte lo avevano contraddistinto, proponendo un suono ben proiettato di grande naturalezza, dai colori vivaci e il nobile portamento; avrebbe forse giovato di più alla prova complessiva un minore staticità scenica, ma dato che anche la Lungu si è dimostrata un po’ rigida, sospettiamo che sia solo una questione di poche prove di regia con i nuovi arrivati; in ogni caso, la sua “Sento avvampar nell’anima” è cantata con ineccepibile musicalità e raccogliendo consensi a scena aperta. Roberto De Candia, professionista di riconosciuto talento, dà una resa preziosa dell’antagonista Paolo Albiani, lasciandone emergere aspetti inquietanti e sorprendenti, grazie al mezzo vocale potentissimo gestito con sapiente equilibrio. Luca Salsi, invece, nel ruolo del protagonista, ci è parso oltremodo stanco – e comprensibilmente, dopo tutte le repliche: beninteso, il talento e l’intelligenza musicali ci sono, con il colore bruno forgiato su eleganti portamenti; tuttavia i momenti più godibili della sua performance sono i duetti e i concertati – quello con Amelia del Primo Atto è senz’altro il punto più alto per entrambi gli interpreti coinvolti; nei momenti di sferza o di maggior eroismo, invece, è sembrato mancare di mordente. Funzionali alle parti le interpretazioni dei ruoli di lato (il Pietro di Andrea Pellegrini, l’ancella di Laura Lolita Perešivana, il capitano dei balestrieri di Haiyang Guo); all’altezza delle aspettative la prova del Coro, diretto dal Maestro Alberto Malazzi, soprattutto nel Primo Atto. L’impianto registico di Daniele Abbado (coadiuvato da Angelo Linzalata per le scene), come già è stato fatto notare, è di una linearità eccessivamente parca: siamo in una Genova purgatoriale, dominata da strutture monolitiche grigie (un po’ la cifra stilistica di Abbado), da lumicini colorati e suggestioni di mare, attrezzeria geometrica e lignea d’ispirazione nordeuropea. Altrettanto anonimi i costumi di Nanà Cecchi (con anche un plateale errore: il serto dogale, in mancanza di una corona, diventa il manto di Boccanegra), e piuttosto evanescente anche il lavoro attoriale, che non punta a eviscerare i personaggi dai loro ruoli stereotipati, né ad indagare davvero in scena il gioco delle relazioni e del potere – in pochissimi si toccano, ad esempio. A salvarci dal gelo che spira dal boccascena, provvidenziali allora arrivano le luci di Alesandro Carletti a dare effettiva tridimensionalità e profondità espressiva, a evocare un altrove magnifico e affascinante – pensiamo ad esempio all’apertura del Terzo Atto –, insomma a darci un pochino di quella magia, quel sogno, cui l’opera dovrebbe sempre provvedere. Foto Brescia & Amisano

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