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Musica corale

Roma, Teatro Ambra Jovinelli “Chi è io?” dal 03 al 14 Aprile 2024

gbopera - Sab, 30/03/2024 - 08:00

Roma, Teatro Ambra Jovinelli
CHI È IO?
scritto e diretto da Angelo Longoni
e con Francesco Pannofino, Emanuela Rossi, Eleonora Ivone, Andrea Pannofino
produzione Nuovo Teatro diretta da Marco Balsamo
“Chi è io?” è una commedia teatrale divertente e metafisica, è uno show televisivo di successo nel quale si intervistano personaggi anticonformisti. “Chi è io?” è un’indagine condotta sotto i riflettori e davanti alle telecamere, con presentatori vestiti di paillettes che rappresentano contemporaneamente lo show e la vita reale. “Chi è io?” è una commedia psicologica, psicosomatica, psichedelica, psicotropa che agisce su spettatori, pazienti, personaggi, presentatori e terapeuti. “Chi è io?” è la domanda rivolta a Leo Mayer che lo costringe a ripercorrere alcuni momenti della sua vita come in un sogno accompagnato dalle persone che ama e che lo amano. Il suo è un tumulto di paure, debolezze e passioni in un vortice di annegamento. Può l’amore essere più forte della morte? Forse sì se i sogni, mischiandosi con la vita, ci riescono a strappare dall’anticamera dell’irreale. Leo Mayer rivive la propria esistenza con spostamenti della credibilità, verosimili ma non veri. È così che lui, intellettuale, ironico pensatore, critico raffinato e sarcastico della società si trova nel tritacarne trash di un’ospitata televisiva in cui tutto viene fuso e mischiato. L’alto e il basso sono indistinguibili e lo spaesamento è comico e inquietante. Leo Mayer si relaziona anche con alcuni suoi pazienti che hanno difficoltà comportamentali, relazionali, affettive e psichiche. Questi personaggi vengono curati attraverso una psicoanalisi tradizionale ma, allo stesso tempo, sfuggono alle regole alle quali solitamente dovrebbero obbedire perché, simultaneamente sono anche i conduttori dello show “Chi è io?”. Ma non finisce qui perché c’è un altro piano di racconto, la realtà, quella in cui Leo Mayer se ne sta andando dal mondo dei vivi. Tutti i personaggi incontrati, i pazienti, i conduttori, altri non sono che la moglie, il figlio e l’amante del professore. Tutti abitano la realtà, la fantasia e l’inconscio. Cosa conta davvero nella vita? Cosa siamo e cosa vogliamo? Quello che vogliono tutti: amore e perdono.

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Roma, Teatro Parioli Costanzo: “Il Figlio” dal 03 al 07 Aprile 2024

gbopera - Sab, 30/03/2024 - 08:00

Roma, Teatro Parioli Costanzo
IL FIGLIO
di Florian Zeller
Il testo di Florian Zeller fa parte di una trilogia Il Padre, La Madre, Il Figlio; testi non collegati fra loro se non dal numero dei personaggi-6- e dalle implicazioni umane e sociali. Il Padre da me diretto in Italia con Haber nel ruolo del titolo è poi diventato un film con Anthony Hopkins che ha vinto l’Oscar e una sceneggiatura firmata da Zeller anche regista e da Hampton che a sua volta ha vinto l’Oscar. Anche il Figlio è diventato un film sempre per la regia di Zeller con Hugh Jackman Laura Dern e Vanessa Kirby ed una sicura sorpresa nel ruolo del figlio. Mentre nel Padre venivano analizzati i rapporti degli altri in rapporto all’Alzheimer qui Zeller ci conduce sapientemente per mano sul terreno delle incomprensioni generazionali all’interno del nucleo familiare. La trama inizialmente è semplice: Nicola frequenta l’ultima classe del liceo e vive a casa della madre Anna. Suo padre Piero ha appena avuto un altro figlio con la sua nuova compagna Sofia. Anna informa il padre che Nicola da tre mesi non ha più frequentato il liceo e secondo lei ha una depressione adolescenziale. Piero ne parla con Nicola che esprime il desiderio di andare a vivere da lui e Sofia. Piero a quel punto decide di cambiare la scuola a Nicola e si dà da fare per quanto può per ridare a Nicola il gusto di vivere. Qui mi fermo con quello che Zeller ci riserva. La trama è semplice ma non il tessuto di emozioni, la voglia di svelare quel che spesso troppo spesso si nasconde. Sono le prime scene di un testo capace di conquistare grazie non solo alla bellezza del linguaggio ma alla capacità di introspezione, ai rimandi fra un personaggio e l’altro, al manifestarsi delle loro debolezze delle loro incapacità di capire sé stessi e gli altri. La vita in tutte le sue sfaccettature per piantare uno specchio nel cuore a tutti i genitori di un figlio adolescente. Non voglio svelare il grande colpo di scena del finale che spero emozioni gli spettatori. Rappresentato già in moltissimi paesi è un onore per me dirigere questo testo di Florian Zeller lucido intelligente e carico di emozioni un gran bel pezzo di teatro contemporaneo di parola.” Qui la nostra recensione.

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Roma, Teatro Brancaccio: “Grease” dal 03 al 07 Aprile 2024

gbopera - Sab, 30/03/2024 - 08:00

Roma, Teatro Brancaccio
GREASE
di Jim jacobs e Warren Casey
Regia di Saverio Marconi
È partito con 5 repliche tutte esaurite, da Tolentino, “casa” di Compagnia della Rancia, il tour 2024 del musical più amato di sempre: GreaseCompagnia della Rancia, infatti, sotto la direzione artistica quarantennale di Saverio Marconi, non poteva che scegliere le Marche e in particolare il Teatro Vaccaj, sua sede storica, per la residenza di allestimento e le anteprime nazionali del suo titolo più longevo. Lo spettacolo di Jim Jacobs e Warren Casey, con la regia di Saverio Marconi e la regia associata di Mauro Simone è una festa travolgente che accende le platee italiane e ha dato il via alla musical-mania trasformandosi in un vero e proprio fenomeno di costume “pop”: un cult intergenerazionale che, dopo aver superato i 2.000.000 di spettatori complessivi dal primo debutto, si rinnova a ogni stagione, è sempre più attuale ed è amatissimo anche dalle nuove generazioni che si immedesimano in una storia d’amore e di amicizia senza tempo, dal messaggio inclusivo. Il musical ha debuttato a Broadway nel 1971, nel 1978 segue il film campione di incassi che consacra John Travolta e Olivia Newton-John nei ruoli dei due protagonisti, e dopo più di cinquant’anni l’energia elettrizzante continua a vivere sui palchi di tutto il mondo: l’amore adolescenziale tra Danny e Sandy, che nasce nelle “sere d’estate” e risuona tra le note dell’inconfondibile colonna sonora – tra cui brani indimenticabili come Restiamo InsiemeGreased Lightnin e Sei perfetto per me, nella versione italiana di Franco Travaglio e Michele Renzullo – a ritmo di rock’n’roll. Il nuovo tour 2024 vede già più di 50 repliche e 21 città fino a maggio 2024, spesso già sold-out, per scatenarsi con la #greasemania; tutte le date sono sempre aggiornate su grease.musical.it/tour. Nella stagione 2024 Grease si rinnova ancora una volta a partire dal cast: Sandy ha il volto angelico e la voce travolgente di Eleonora Buccarini, 26 anni di Urbino, diplomata alla BSMT di Bologna, Danny, irresistibile rubacuori, quello di Tommaso Pieropan, classe 2000, diplomato alla SDM. Insieme a loro un affiatatissimo gruppo di giovani e talentuosi performer selezionati tra oltre 650 candidati alle audizioni dello scorso aprile al Teatro Repower di Milano, per interpretare personaggi diventati vere e proprie icone generazionali, Pink Ladies, T-Birds e gli studenti della Rydell High School. I giovani performer, tutti under 35, hanno un’età media di 25 anni e 12 su 19 hanno meno di 25 anni, nell’ottica della valorizzazione di nuovi talenti che Rancia persegue. “È stato stimolante e divertente lavorare con il nuovo cast – sottolinea il regista Saverio Marconi – in un clima di grande professionalità e nuove energie, in uno scambio continuo. Affrontiamo ogni edizione con la massima serietà per garantire il successo di questo spettacolo con il “marchio di fabbrica” di Rancia, fatto di queste parole chiave: qualità, talento, emozioni, coinvolgimento.” “Ogni allestimento di Grease è l’occasione per introdurre nuove idee registiche, di concerto con tutto il team creativo e i performer in scena – prosegue il regista associato Mauro Simone – per portare sul palcoscenico quello che è ormai un classico del teatro musicale, ma che resta aperto a spunti e suggestioni sempre nuovi e attuali.” Il preparatissimo cast ha lavorato intensamente con la coreografa Gillian Bruce che ha costruito “sartorialmente” su di loro le coreografie rendendole ancora più energiche ed esplosive. Per i nuovi costumi (oltre 80), Chiara Donato si è affidata alle principali sartorie teatrali italiane – come il Laboratorio di Sartoria del Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa e FG Teatro di Udine – senza dimenticare di valorizzare l’artigianalità del territorio marchigiano come la Sartoria Tul.Ma. di Massimo Eleonori. Alcune scarpe sono state realizzate appositamente “made in Marche” per Grease: è il caso di Tranky Shoes, azienda artigiana del distretto calzaturiero fermano ideata per ballerini di Boogie Woogie e Rock ‘n’ roll che prende il nome dal Tranky Doo, coreografia jazz degli anni ’40. Tranky Shoes opera nel settore da tre generazioni, coniugando qualità, ricerca innovativa e comodità con la passione per la musica degli anni ’40 e ’50. I linguaggi della danza, del canto e della recitazione si integrano perfettamente con la scenografia, a firma di Gabriele Moreschi; il team creativo comprende anche Valerio Tiberi che firma il coloratissimo disegno luci insieme a Emanuele Agliati e in collaborazione con Francesco Vignati; gli aspetti musicali sono curati da Enrico Porcelli per il disegno fonico, Gianluca Sticotti per la direzione musicale e gli arrangiamenti vocali, Riccardo Di Paola per arrangiamenti e orchestrazioni.

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Roma, Museo Storico della Fanteria: ” Impressionisti-L’alba della modernità”

gbopera - Ven, 29/03/2024 - 22:56

Roma, Museo Storico della Fanteria
IMPRESSIONISTI – L’ALBA DELLA MODERNITÀ
a cura di Vincenzo Sanfo in sinergia con Vittorio Sgarbi
Comitato Scientifico:
Gilles Chazal : ex Direttore Musée du Petit Palais, Membre école du Louvre
Vittorio Sgarbi : Storico dell’Arte, Direttore Mart di Rovereto
Vincenzo Sanfo : Curatore mostre internazionali, esperto di Impressionismo
Maithe Valles-Bled : ex Direttrice Musée de Chartres e Musee Paul Valéry
“Com’è difficile capire nel fare un quadro qual è il momento esatto in cui l’imitazione della natura deve fermarsi. Un quadro non è un processo verbale. Quando si tratta di un paesaggio, io amo quei quadri che mi fanno venir voglia di entrarci dentro per andarci a spasso.” (Pierre-Auguste Renoir)
Il movimento impressionista, una delle correnti più rivoluzionarie nell’ambito della storia dell’arte, rappresenta un’avanguardia nella riproduzione artistica della realtà, mirando a catturare l’immediata sensazione visiva piuttosto che aderire a una riproduzione fedele e dettagliata. Questo approccio non si presta a essere incapsulato in definizioni rigide o schematiche, data la sua natura intrinsecamente complessa e la varietà delle sue espressioni, che sfuggono a un’inquadratura univoca e rischiano di essere confusi con altri movimenti artistici. La genesi del termine “Impressionismo” si ricollega direttamente all’opera “Impression, soleil levant” (Impressione, alba) di Claude Monet. Quest’opera fu centrale nell’inspirare il critico Louis Leroy a utilizzare il termine in una recensione satirica sul quotidiano “Le Charivari”, con intento denigratorio verso quella che percepiva come una tendenza superficiale e priva di sostanza. Nonostante le intenzioni originarie, questa denominazione ha non solo preso piede ma è diventata emblematica di un movimento artistico che ha segnato profondamente l’evoluzione dell’arte moderna. Questi artisti, lontani dal rigoroso formalismo accademico, hanno iniziato a esplorare le potenzialità di una pittura più naturalistica e spontanea, influenzando in modo significativo le generazioni future e le varie correnti artistiche che sono seguite. L’Impressionismo, pertanto, non si limita a una mera tecnica pittorica ma si configura come una vera e propria filosofia artistica, orientata verso la cattura delle variazioni luminose e delle impressioni fugaci, piuttosto che verso la rappresentazione oggettiva della realtà. La mostra, concepita per celebrare il centocinquantesimo anniversario dalla genesi dell’Impressionismo, trascende la semplice esposizione sequenziale di opere pittoriche per configurarsi come un corpus organico e coesivo. L’intento è quello di delineare l’ascesa e l’evoluzione della rivoluzione impressionista a Parigi, attraverso un’analisi che copre un arco temporale esteso dal 1850 al 1915. La cura dell’esposizione è stata affidata a Vincenzo Sanfo in sinergia con Vittorio Sgarbi, garantendo una supervisione d’eccezione. Nel quadro dell’offerta didattica rivolta al settore scolastico, il programma prevede visite guidate pensate per illuminare gli scolari sugli importanti mutamenti intervenuti nella società dell’epoca, precipitati dall’avvento della grande industrializzazione, dalla nascita di innovazioni quali la fotografia, il cinema, l’elettricità, il telefono e i primi esperimenti di volo. Questi cambiamenti, evidenziati nelle rinomate esposizioni internazionali di Parigi, hanno innescato trasformazioni significative nella società e, di conseguenza, nel panorama artistico. Il percorso espositivo si avvale di un insieme di circa 200 opere che, tra dipinti, disegni, acquerelli, sculture, ceramiche e incisioni, documentano l’apporto degli artisti che esposero nelle otto rassegne ufficiali impressioniste, ponendo un accento particolare sulle tecniche da loro esplorate e adottate. Ad arricchire l’esposizione, una selezione di materiali documentari, quali lettere, fotografie, libri, indumenti e oggetti d’uso quotidiano, che forniscono uno spaccato vivido della società emergente in epoca impressionista. Il percorso, che si apre con le figure di riferimento come David, Guericault e Courbet, prosegue illustrando il contributo degli artisti legati all’Ecole de Barbizon, i quali fungono da ispirazione per gli Impressionisti, per approdare infine ai protagonisti delle otto mostre ufficiali, a partire dall’evento storico del 1874 tenutosi nello studio del fotografo Nadar. Questo evento segnò l’ingresso ufficiale del movimento nel panorama artistico globale. La rassegna ospiterà quindi le opere di figure emblematiche quali Monet, Degas, Manet, Renoir, Cezanne, Gauguin, Pissarro, insieme ad altri artisti di calibro come Bracquemond, Guillaumin, Forain, Desboutin, Lepic, che condivisero l’avventura di rinnovare il linguaggio artistico. Questa mostra, potenzialmente la più estesa e completa dedicata all’Impressionismo mai realizzata in Italia, si configura come una occasione imperdibile per immergersi nel nucleo di un movimento che ha rivoluzionato le convenzioni artistiche e sociali future. I prestiti, provenienti da collezioni private, rivelano un patrimonio culturale di eccezionale valore, raramente accessibile al grande pubblico. L’inclusione di figure del post-Impressionismo testimonia l’ampia influenza esercitata dall’Impressionismo sul panorama artistico di fine Ottocento, come evidenziato dalla presenza di artisti del calibro di Toulouse Lautrec, Permeke, Derain, Dufy e Vlaminck. Photocredit@Ansa

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Al Teatro Petrarca di Arezzo il recital del pianista Grigory Sokolov

gbopera - Ven, 29/03/2024 - 11:09

Fondazione Guido d’Arezzo sezione teatri: Stagione Concertistica aretina 2023- 2024
Pianista Grigory Sokolov
Johann Sebastian Bach: Vier Duette, BWV 802-805, Partita II in do minore, BWV 826;  Fryderyk Chopin: 4 Mazurche op. 30 e 3 Mazurcas op. 50; Robert Schumann: (Waldszenen), op. 82: Eintritt, Jäger auf der Lauer, Einsame Blumen, Verrufene Stelle, Freundliche Landschaft, Herberge, Vogel als Prophet, Jagdlied, Abschied
Arezzo, 26 marzo 2024
Vedere il Teatro Petrarca di Arezzo gremito di spettatori oltre che annunciare un grande evento rappresentava il primo e attesissimo recital pianistico di Grigory Sokolov nella città toscana. Si è trattato di un concerto, all’interno della fortunata serie di iniziative promosse dalla Fondazione Guido d’Arezzo e dal Comune che, per le sue caratteristiche, oltre a rimanere nella memoria dei presenti, è destinato a far parlare a lungo di sé. Intanto piace sottolineare la generosità del pianista nell’offrire ben sei fuori programma, tanto che, in sostanza, è come aver assistito a due concerti nella stessa serata. Dopo un breve saluto da parte del direttore della Fondazione Lorenzo Cinatti e del direttore artistico Giovanni Andrea Zanon la ‘parola’ è passata al pubblico osannante che ‘accompagnava’ via via le interpretazioni del maestro con lunghi e calorosi applausi, in alcuni casi anche scanditi omoritmicamente, così da poterli immaginare, in una percezione complessiva, parte integrante dell’esecuzione, assolvendo il compito di refrain. Ascoltare Sokolov nella sua versatilità stilistica è stato come immaginarselo, nella prima parte, indossare l’abito dell’oratore intento a far suscitare all’ascoltatore vari stati d’animo per poi trasformarsi in autentico cantore del Romanticismo. Se con la raccolta dei Vier Duette bachiani, all’interno di una disposizione retorica, veniva presentato l’inizio (exordium) di un viaggio contrappuntistico tra fughe et alia, con la Partita II in do minore si poteva ascoltare una narrazione che per tutto il percorso (excursus) il pianista evidenziava con il rigore nell’inventio, nello stile e in una coerente prassi esecutiva. L’interprete, in ognuno dei sei movimenti della Partita, oltre a sottolineare le peculiarità di ogni singolo brano collocato nella maggior parte nell’alveo della suite (Sinfonia, Allemande, Courante, Sarabande, Rondeaux, Capriccio), sembrava offrire un autentico florilegium di caratteri, tonalità e colori in cui, pensando alla destinazione per Clavierübung, a tratti lo strumento a tastiera rimandava alla varietà dei registri dell’organo ricordando il sommo poeta con le «Diverse voci fanno dolci note». Conclusa la prima parte il solista ha abbandonato il ruolo di ieratico oratore trasformandosi in autentico Wanderer e, più esattamente, in un ‘viandante’ dello spirito pur di avvicinarsi il più possibile alle intenzioni dei compositori. Ecco allora che se con le Mazurche di Chopin (op. 30 e 50) l’ascoltatore poteva accostarsi ad un fugace ed intimo lirismo in cui il melos, spesso sostenuto da una ricca tavolozza armonica, non risparmiava emozioni, con le Waldszenen di Schumann sembrava intraprendere un viaggio insieme all’interprete. Illuminati dalla sua brillante interpretazione si potevano incontrare personaggi, paesaggi, scene di una natura talmente vivifica al punto da poter immaginare il suo stesso cammino interiore alla ricerca della verità nascosta in spartiti colmi di una bellezza indefinibile. Si è potuto ascoltare uno Chopin ispirato dalla sua terra natìa, interpretato con sobrietà e senza troppi rubati, ma con un’attenzione al suono e un rigore che sottolineava l’essenza di ogni brano, mentre per i quadretti schumanniani Sokolov ha mostrato i vari momenti bucolici raggiungendo alte vette interpretative come ad esempio nel Vogel als Prophet o nell’incantevole Abschied. Il silenzio del pubblico era talmente eloquente per ogni serie di brani che lo stesso maestro, consapevole della mutevolezza ed eterogenea percezione dei presenti, non si risparmiava ad effondere una messe di indefiniti sentimenti. Il concerto, come da previsione, si è rivelato un autentico trionfo al quale va aggiunto anche il merito di aver fatto conoscere al grande pubblico, più in particolare, brani come i Vier Duette in genere di raro ascolto nelle proposte concertistiche. Come già dichiarato inizialmente i sei fuori programma hanno tenuto felicemente inchiodato il pubblico di fronte ad una specie di silloge musicale basata sulla varietà stilistica. È bastato l’inizio de Les Sauvages, tratto da Les Indes Galantes di Jean-Philippe Rameau, per rimanere incantati e stregati sia dall’impulso ritmico che dalla stessa melodia ‘infarcita’ da numerosi e rapidi abbellimenti immaginando le mani del pianista simili a quelle di uno scrupoloso cesellatore. Con gli altri brani è stato come ascoltare un iter che includeva l’antico e il romantico con brani di Purcell o con il celeberrimo Preludio n. 15 op. 28 di Chopin più conosciuto come La goccia d’acqua, finché il desiderio di approdare in un porto sicuro ha ricondotto a Bach, con l’etereo Preludio in Si minore rivisto da Alexander Siloti ove, ancora una volta, il grande interprete riusciva a far trattenere il respiro del pubblico che per un attimo trovava appagamento in un unisono di pace con se stessi e con l’universo.  ©fondazioneguidodarezzo_ph:Schinco

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Torino, Teatro Regio: “La fanciulla del west” – Cast alternativo

gbopera - Ven, 29/03/2024 - 08:51

Torino, Teatro Regio, Stagione d’opera e balletto 2023-2024
“LA FANCIULLA DEL WEST”
Opera in tre atti su libretto di Guelfo Civinini e Carlo Zangarini, dal dramma “The Girl of the Golden West” di David Belasco.
Musica di Giacomo Puccini
Minnie OKSANA DIKA
Jack Rance MASSIMO CAVALLETTI
Dick Johnson AMADI LAGHA
Nick FRANCESCO PITTARI
Ashby PAOLO BATTAGLIA
Sonora FILIPPO MORACE
Trin CRISTIANO OLIVIERI
Sid / Billy Jackrabbit  EDUARDO MARTÍNEZ
Bello e Harry ALESSIO VERNA
Joe ENRICO MARIA PIAZZA
Happy GIUSEPPE ESPOSITO
Larkens TYLER ZIMMERMAN
Wowkle KSENIA CHUBUNOVA
Jake Wallace GUSTAVO CASTILLO
Josè Castro ADRIANO GRAMIGNI
Un postiglione ALEJANDRO ESCOBAR
Orchestra e Coro Teatro Regio Torino
Direttore Francesco Ivan Ciampa
Maestro del coro Ulisse Trabacchin
Regia Valentina Carrasco
Scene Carles Berga e Peter van Praet
Costumi Silvia Aymonino
Luci Peter van Praet
Nuovo allestimento Teatro Regio Torino
Torino, 23 marzo 2024 (seconda rappresentazione)
Fanciulla del West, MET 1910; sono passati 6 anni dalla Madama Butterfly che la precede, un intervallo anomalo rispetto ai 3, 4 anni che separavano tra loro tutte le altre opere del lucchese. Nel frammezzo, inoltre, hanno già sbaragliano il campo, nel 1906, Salome ed Elektra nel 1909 e Richard Strauss ha così ravvivato prepotentemente un wagnerismo operistico ancora in allerta e ha sconvolto la scena lirica europea. Puccini e il suo melodismo lacrimogeno si trovano quindi alle strette, nasce così la necessità di cercare una via di fuga che, pur non tradendo il coté sentimentale, non vi sia eccessivamente impigliata. Con Fanciulla Puccini ci prova a divincolarsi e, in gran parte, ci riesce. La richiesta del MET di scrivere un Western americano, popolato da una ridda di poveracci disadattati, gli fornisce l’occasione cercata. La mamma lontana, il Soledad della memoria, la malattia e la sorellina Maud immaginata al capezzale, le rapine per la necessità di soccorrere madre vedova e fratellini affamati gli lasciano lo spazio per melodie accattivanti, volute intenzionalmente di cortissimo respiro ma che suggestive, alla Puccini, colpiscono nel segno. Il loro patetismo melenso viene poi incastonato in un estesissimo e disincantato canto di conversazione, compromesso tra il cantabile e il recitativo dialogante, che di Puccini è una specificità e che nessuno gli è mai riuscito di eguagliare e che riporta alle ancestrali origini tosco-fiorentine dell’opera. I tre protagonisti, baritono tenore e soprano, agiscono all’interno di questi schemi e sono, per la fatica della parte, quelli che si alternano, qui al Regio nella sequenza ravvicinata delle repliche. Massimo Cavalletti, lo sceriffo Jack Rance, innamorato geloso, ha timbro baritonale dal gran fascino. Gli vengono in soccorso le corte arcate melodiche pucciniane, i tempi sbrigativi e le sonorità robuste di Francesco Ivan Ciampa per ovviare ad alcuni acuti un poco “schiacciati” e a un legato che a tratti suona discontinuo. Ne esce comunque un personaggio molto ben disegnato e convincente anche per merito di una recitazione e di una figura del tutto appropriate. Amadi Lagha, giovane tenore franco-tunisino, è Dick Johnson, un bandito “alla Zorro” che ha da poco superato la maggiore età ma che mantiene ancora gli impacci e le ingenuità che caratterizzano la giovinezza. Il timbro brillante e chiaro, fin dalla prima entrata, crea empatia. I suoi acuti non faranno mai nascere leggende di lampadari tintinnati, come fu per Caruso, il creatore della parte, ma sono corretti e spontanei. Il “ch’ella mi creda”, ne esce appassionato e convincente, pur se non applaudito, non per demerito del tenore ma per la frettolosa ripartenza del direttore che non lascia spazi. A Lagha, vista la qualità del timbro e il porgere gentile, sarebbero forse più adatti, per rimanere a Puccini, personaggi come Rodolfo, Ruggero e Rinuccio piuttosto che l’eroicizzante, per tradizione, bandito Dick Johnson. Minnie anticipa Turandot o eredita Mimì? Il dilemma non è banale come potrebbe sembrare, infatti se laggiù nel Soledad riecheggia il mi chiamano Mimì, nelle strappate del finale, prima del soffice duetto finale con coro, pare di ascoltare la Principessa delle Teste Mozze. Nelle intenzioni, incurante della propria situazione vocale attuale, Oksana Dika fa prevalere la scelta di linea eroica: Brunhilde, Elektra, Turandot. La partita a poker la potrebbe ugualmente vincere con il fascino femminile che conquista Rance, evitando così le urla strazianti. Il grido eccessivo con cui, nel terzo atto, blocca l’impiccagione di Dick, è un richiamo effettivo ed esplicito all’ hoiohto della walkiria. Anche per lei, come per il baritono, si rivelano provvidenziali le corte arcate melodiche, i tempi sbrigativi e il clangore orchestrale, che la favoriscono nel superare le sporadiche incertezze nel legato, la tenuta dei fiati nel fraseggio disteso e la fissità di alcune note in salita. I complessi, Coro e Orchestra del Teatro Regio di Torino, e i rimanenti artisti, il cast fisso di tutte le recite della produzione, sono stati eccellenti e a ragione premiati dal consenso del pubblico. La sala, quasi al completo nella recita del pomeriggio di sabato, elargisce a tutti una buona quantità di applausi finali sufficienti a sancire un successo convinto, senza remore.

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Roma, Teatro Quirino Vittorio Gassman: “I maneggi per maritare una figlia” dal 02 al 14 Aprile 2024

gbopera - Ven, 29/03/2024 - 08:00

Roma, Teatro Quirino Vittorio Gassman
I MANEGGI PER MARITARE UNA FIGLIA
«Mi è stato chiaro fin da subito – scrive Solenghi nelle note di regia – che mi trovavo di fronte ad una autentica “maschera” della commedia, e così come non proverei alcun imbarazzo nel riprodurre “lo stampo” scenico di un Arlecchino, mi lascerò docilmente calare nei panni e nella mimica di Gilberto Govi assimilandone ogni frammento, ogni sillaba, ogni atomo. Non esiterei a definirla una sorta di stimolante “archeologia teatrale” che permetta al pubblico odierno, in una sorta di viaggio nel tempo, di rivivere coi Maneggi uno dei momenti più esaltanti della più grande personalità teatrale genovese del secolo scorso.» Al fianco di Solenghi, nel ruolo che fu della moglie di Govi, Rina, Elisabetta Pozzi, che qui abbandona le grandi figure drammatiche femminili che l’hanno resa celebre per calarsi in un ruolo totalmente comico. Ad impreziosire l’allestimento, le scene e i costumi di Davide Livermore, che ha voluto rendere omaggio al bianco e nero delle commedie goviane riprese dalla RAI. Fondamentale, poi, per la trasformazione di Solenghi in Govi, il trucco e parrucco di Bruna Calvaresi. Completa il cast una compagnia di giovani attori, selezionati dallo stesso Solenghi: Stefania Pepe (Cumba), Laura Repetto (Matilde), Isabella Loi (Carlotta), Federico Pasquali (Cesare), Pier Luigi Pasino (Pippo), Riccardo Livermore (Riccardo), Roberto Alinghieri (Venanzio). Qui per tutte le informazioni.

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Roma, Museo Nazionale Romano Palazzo Massimo: “Juan Araujo – Clouds and Shadows on Mars” dal 28 Marzo al 28 Maggio 2024

gbopera - Gio, 28/03/2024 - 17:24

Roma, Museo Nazionale Romano Palazzo Massimo
JUAN ARAUJO – CLOUDS AND SHADOWS ON MARS
a cura di Luis Perez Oramas e Stephane Verger
La mostra, concepita specificamente per il Museo Nazionale Romano – Palazzo Massimo e in dialogo con la sua collezione, in particolare con il gruppo di affreschi romani, è la prima personale dell’artista Juan Araújo in un’istituzione museale in Italia. Specificamente progettata per questo spazio, la mostra non solo dialoga con gli affreschi romani della collezione, ma sfida anche le nozioni convenzionali di tempo e spazio. In collaborazione con Galleria Continua.

 

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Milano, Teatro alla Scala: “Guillaume Tell”

gbopera - Gio, 28/03/2024 - 17:12

Milano, Teatro alla Scala, Stagione 2023/2024
“GUILLAUME TELL”
Opéra in quattro atti su libretto di Étienne de Jouy e Hippolyte Louis-Florent Bis
Musica di Gioachino Rossini
Guillaume Tell MICHELE PERTUSI
Arnold Melcthal DMITRY KORCHAK
Walter Fürst NAHUEL DI PIERRO
Melcthal EVGENY STAVINSKY
Gessler LUCA TITTOTO
Rodolphe BRAYAN ÁVILA MARTINEZ
Leuthold PAUL GRANT
Ruodi DAVE MONACO
Mathilde SALOME JICIA
Jemmy CATHERINE TROTTMANN
Hedwige GÉRALDINE CHAUVET
Un chasseur HUANHONG LI*
*Allievo dell’Accademia Teatro alla Scala
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Allievi della Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala
Direttore Michele Mariotti
Maestro del Coro Alberto Malazzi
Regia Chiara Muti
Scene Alessandro Camera
Costumi Ursula Patzak
Luci Vincent Longuemare
Coreografia Silvia Giordano
Nuova produzione Teatro alla Scala
Milano, 26 marzo 2024
Tell è opera che dà alla testa. Primo lavoro parigino originale da capo a piedi e ultimo per il teatro, entra nel mito prima che nella storia: è l’opera bifronte, che chiude una stagione e ne inaugura una nuova. Poche storie, però: Rossini resta un Classico, senza macchia e senza Neo. Rivoluzionario lo ha voluto da subito la propaganda risorgimentale, quando invece, “reazionario se non addirittura codino e comunque certamente opportunista” (Giudici), la rivolta di popolo ce la deve mettere perché è tanto di bon goût, e quanto era piaciuta ai parigini, l’anno passato, ne La muette de Portici. In effetti, in questo “grandioso Poema Sinfonico sulla Natura” (Isotta), gli Svizzeri oppressi sono il popolo secondo Natura e gli Austriaci oppressori il popolo contro Natura: sicché la rivolta è volontà di ritornare all’ordine naturale delle cose. Quello, insomma, che c’era già prima: “Liberté, redescends des cieux, / Et que ton règne recommence!”. Che Carlo X, re paladino della Restaurazione, rientrasse, al pari del ruscello, della nuvoletta e della capretta, nell’ordine naturale delle cose, è, anche questo, naturale.
E allora è chiara l’idea di Chiara Muti: di cosa ci dobbiamo liberare per ricongiungerci alla Natura, se non degli schermi luminosi in cui, più o meno consapevoli e consenzienti, riversiamo le nostre vite? L’impostazione fondamentale è più che corretta: illuminante. Il guaio è che a questa traccia se ne sovrappongono altre, finché lo spettacolo non prende una pericolosa piega biblica: Gessler è il demonio, sua corte sono le allegorie dei sette peccati capitali, la mela è il frutto proibito e l’albero è quello edenico della conoscenza. Molta, troppa carne al fuoco, che col suo fumo offusca la narrazione. Un peccato (capitale?): perché il preziosissimo lavoro sulla recitazione, al di là delle prime file di platea, finisce per perdersi, ma c’è, ed è anche di grande valore, e la movimentazione delle masse è eccellente. Fatto più che fondamentale in un Grand-Opéra di quattro ore e mezza con il Coro quasi sempre in scena, e con Mimi e Allievi della Scuola di Ballo (quando il Corpo di Ballo non c’è, gli Allievi ballano) impegnati nelle coreografie, perfettamente amalgamate alla regia, di Silvia Giordano. Lo spettacolone allora è mastodontico, come è giusto e bello che sia: nelle scene di Alessandro Camera sei palazzi a tre piani praticabili si combinano in varie posizioni su una doppia piattaforma girevole, rivelando nel terzo atto il troneggiante albero della conoscenza, e nel finale un fondale di cascate, il cui effetto è raddoppiato da una cortina di tripoline. Metropolis come riferimento visivo è un bel limite, essendo in bianco e nero, anche per i costumi carcerari di Ursula Patzak, che ha potuto sbizzarrirsi solo con i sette peccati capitali. Alla Scala gli spettacoli oscuri sono oramai una vera specialità della Casa; ma qui un uso sapiente del fumo e le luci magistrali di Vincent Longuemare sono riusciti a dare profondità all’oscurità. Il protagonista assoluto, mattatore impareggiabile sulla scena e nelle orecchie, è il venerabile Michele Pertusi. Su quel poderoso ma luminoso mezzo vocale la parola trionfa con il suo significato in un fraseggio calibratissimo, prodigo di sfumature, ma non pensoso, non intellettualistico: quasi istintivo, spontaneo, naturale. Perfetto per lo stile declamatorio francese. Formidabile, infatti, è il suo Sois immobile, come lo era il suo monologo di Filippo II (purtroppo non in francese). Curiosamente: in entrambi i casi ha vinto, nella prassi, il violoncello solista, benché sia scritto per l’intera sezione (cose possibili solo con le prove infinite dell’Opéra). L’altro Michele, Mariotti, guida l’orchestra scaligera verso inusitate vette di virtuosismo tecnico, riscuotendo ovazioni da stadio. È un lavoro minuzioso e capillare, il suo: sulle dinamiche anzitutto, e su certe minime oscillazioni interne al tempo soprattutto. Lavoro in cui è coinvolto, e in prima linea, il “Corissimo” scaligero di Alberto Malazzi, al solito superlativo. L’effetto è un continuo palpitare, un continuo rinnovarsi della tensione che innerva la frase musicale. Il che rende l’ascolto una delizia, con punte di massima suggestione nelle danze. Nella direzione come nella regia, però, la maniacale attenzione al dettaglio lascia talvolta sfuggire il disegno complessivo, la composizione architettonica: come un quadro fiammingo, che non si sa da quale magnifico, sorprendente dettaglio incominciare a guardare. Secondo solo a Pertusi è Luca Tittoto con il suo Gessler esemplare, dall’accento gravido d’inventiva, dalle sfumature infinite, e accompagnato da una grande recitazione. Annunciato indisposto, ha invece cantato brillantemente Dmitry Korchak nell’impervio ruolo di Arnold. La sua qualità principale, oltre ad uno squillo argenteo e folgorante, è una straordinaria omogeneità su tutti i registri. Quella, forse, che ricercava Gilbert-Louis Duprez con l’espediente della cosiddetta “voix sombrée”, pratica esecrabile in risposta al dilagare della quale Adolphe Nourrit, haute-contre dal falsettone leggendario e star assoluta del Grand-Opéra, si sarebbe gettato dalla finestra. La parte era stata scritta per lui (e con lui) da Rossini, che “amava il falsettone, di cui sembra fosse personalmente abilissimo” (Celletti), mentre invece considerava “urlo del cappone che si sgozza” il famigerato “do di petto” di Duprez: e, si sa, di capponi, come di tenori, se ne intendeva.Mathilde, ruolo dal canto legatissimo e spianato, ma che, così senza tagli, non trascura infiorettature d’agilità, è Salome Jicia: cantante solida e affidabile, dà qui una bella prova che tuttavia non va al di là di un’alta professionalità. L’ottima Catherine Trottmann è un Jemmy brillante e dalla straordinaria disinvoltura scenica; accenti significanti e opportuni arricchiscono il timbro scuro e femminile di Géraldine Chauvet nel ruolo di Hedwige. Melcthal è un Evgeny Stavinsky in forma, più sonoro in questa che in altre occasioni, dalla voce che pare irrobustirsi e arricchirsi di armonici; mentre il Walter di Nahuel di Pierro, ottimo per dizione francese, ha voce di grande morbidezza nei centri, ma mostra delle disomogeneità di emissione e sonorità. Prove positive per  Dave Monaco nell’acutissima e antipatica parte di Roudi, e Brayan Ávila Martinez nell’ambigua scrittura di Rodolphe; solido e sonoro, Paul Grant appiana certe sue ruvidità d’accenti. Magnifico il sontuoso cacciatore di Huanhong Li. Questa terza recita è stata accolta da un successo generale con ovazioni per Mariotti, Pertusi e Korchak, mentre la prima rappresentazione è stata accompagnata e conclusa da una serie del tutto sproporzionata di contestazioni che, duole dirlo, erano forse rivolte più alla persona della regista che al suo lavoro; e principale capo d’imputazione era l’esser figlia di suo padre. Colpa, per verità, comune a tanti. Repliche fino al 10 aprile. Foto Brescia & Amisano

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Roma, Gallerie Nazionali Barberini Corsini: “Raffaello, Tiziano, Rubens. Capolavori dalla Galleria Borghese a Palazzo Barberini”

gbopera - Gio, 28/03/2024 - 17:08

Roma, Gallerie Nazionali Barberini Corsini
RAFFAELLO, TIZIANO, RUBENS. CAPOLAVORI DALLA GALLERIA BORGHESE A PALAZZO BARBERINI
Con l’avvio di un’imponente fase di rinnovamento, la Galleria Borghese di Roma apre un nuovo capitolo nel suo lungo percorso di conservazione e valorizzazione del patrimonio artistico. Il progetto di modernizzazione, finanziato attraverso i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), segue il recente completamento del restauro delle sue storiche facciate, segnando l’inizio di una serie di interventi mirati a migliorare la funzionalità e l’estetica dell’edificio. Le operazioni prevedono l’aggiornamento degli infissi, l’illuminotecnica, il rinnovo dei depositi e il restauro accurato di alcune delle sue più imponenti tele, in un’ottica di preservazione e rinnovamento. In questo contesto di raffinata cura e attenzione verso l’arte, cinquanta tra i più celebri capolavori della Pinacoteca romana verranno temporaneamente trasferiti all’ala sud del piano nobile di Palazzo Barberini. Questa mossa si colloca al cuore dell’iniziativa espositiva “Raffaello, Tiziano, Rubens. Capolavori dalla Galleria Borghese a Palazzo Barberini”. L’esibizione intende creare un dialogo culturale tra due collezioni storiche, tessendo un legame visivo ed emotivo tra le opere che rappresentano il genio artistico di epoche passate. La mostra si pone come punto di incontro tra due patrimoni che, sebbene distinti, condividono radici profonde nella storia politica e culturale della Roma del Seicento, attraverso le figure emblematiche di Maffeo Barberini e Scipione Borghese. Il percorso espositivo, concepito esclusivamente per questa occasione, brilla per la presenza di capolavori che hanno lasciato un segno indelebile nella storia dell’arte. Tra le opere di spicco vi sono “Amor Sacro e Amor Profano” di Tiziano, “Ritratto d’uomo” di Antonello da Messina, “La Dama con l’unicorno” di Raffaello, “Madonna col Bambino” di Giovanni Bellini, “Madonna con Bambino, san Giovannino e angeli” di Sandro Botticelli, “Susanna e i vecchioni” di Peter Paul Rubens, e “La Predica del Battista” di Paolo Veronese, solo per nominarne alcuni. L’ambizioso programma di restauro e il trasferimento di queste opere segnano un momento di grande importanza nella vita della Galleria Borghese, non solo per il suo patrimonio ma anche per l’accessibilità e la fruizione culturale da parte del pubblico. Con un occhio sempre rivolto alla preservazione del suo inestimabile patrimonio, la Galleria Borghese si conferma ancora una volta custode attenta e innovatrice delle testimonianze artistiche che le sono state affidate. Le opere esposte rappresentano autentiche pietre miliari dell’arte, caratterizzate da una riconoscibilità talmente marcata da suscitare ammirazione nonostante l’allestimento possa risultare poco coinvolgente e privo di cura estetica, fatta eccezione forse per un’ attenzione filologica. Pur manifestandosi in un contesto all’interno di sale prive di fascino e magia, l’evidenza del loro valore emerge in maniera innegabile. Tuttavia, è essenziale riconoscere che questa esposizione non si configura come una mostra ordinaria, ma piuttosto come un punto di sosta temporaneo. Ma l’interesse per questi capolavori non si limita ai confini nazionali. In occasione della sua riapertura nel settembre 2024, il prestigioso Musée Jacquemart-André si appresta a ospitare una mostra straordinaria, frutto di una collaborazione senza precedenti con la rinomata Galleria Borghese di Roma. Questa partnership di alto profilo permetterà di esporre una selezione di circa quaranta opere fondamentali ( le stesse esposte in questo allestimento?), rappresentative del periodo rinascimentale e barocco, provenienti dalle prestigiose collezioni della galleria romana. L’iniziativa di presentare una mostra con capolavori in trasferimento, accompagnata da un sistema di biglietteria incrociata, rappresenta una strategia innovativa ed estremamente significativa nel panorama della valorizzazione e fruizione del patrimonio artistico. Questa scelta dimostra una consapevolezza crescente riguardo la possibilità di mantenere accessibili al pubblico le opere d’arte, senza ricorrere a soluzioni temporanee come il deposito in attesa di restauro. La decisione di non optare per il deposito delle opere d’arte in casse situate in locali esterni al museo va oltre a considerazioni etiche, rappresentando anche una scelta economica che ha richiesto una evidente valutazione dei costi e dei benefici associati. L’approccio adottato , comunque, evita la staticità e l’isolamento delle opere, promuovendo invece un dialogo continuo e dinamico con il pubblico. Non è la prima volta che l’Italia si distingue per iniziative di questo calibro, ma è particolarmente affascinante osservare come anche Roma inizi a esplorare la potenzialità del suo patrimonio culturale in una dimensione che supera le tradizionali limitazioni spaziali e concettuali. La scelta di permettere alle opere di “viaggiare” all’interno del tessuto urbano apre nuove prospettive sulla loro fruizione e sull’interazione con gli spazi cittadini. Questa modalità di esposizione e condivisione non solo rende il patrimonio artistico costantemente accessibile, ma incoraggia anche una riflessione sul ruolo dell’arte nella società contemporanea. Permettendo alle opere di entrare in contatto con contesti diversi e di essere reinterpretate alla luce di nuovi background culturali e architettonici, si favorisce una contaminazione culturale arricchente, che eleva la comprensione e l’apprezzamento dell’arte a nuovi livelli. La strategia di trasferimento e mostra adottata a Roma sottolinea l’importanza di una visione del patrimonio culturale come risorsa vivente, in grado di adattarsi e rispondere alle sfide del presente. In questo modo, l’arte non si limita a essere conservata, ma diventa un veicolo di dialogo continuo e fonte di ispirazione attraverso le generazioni, consolidando il ruolo dell’Italia come custode e innovatore nel campo della valorizzazione artistica. È auspicabile, pertanto, che le future operazioni siano concepite e realizzate ad hoc, piuttosto che essere imposte dalla necessità, seguendo una traiettoria ben definita che preveda i giusti tempi e la giusta cura nella valorizzazione di ogni aspetto del progetto. Photocredit@AlbertoNovelli

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Teatro del Maggio Musicale Fiorentino: “Don Pasquale” (cast alternativo)

gbopera - Gio, 28/03/2024 - 09:15

Firenze, Teatro del Maggio Musicale Fiorentino – Stagione lirica 2024
“DON PASQUALE”
Dramma buffo in tre atti. Libretto di Michele Accursi, Giovanni Ruffini e Gaetano Donizetti da Angelo Anelli
Musica di Gaetano Donizetti
Don Pasquale MARCO FILIPPO ROMANO
Dottor Malatesta MATTEO MANCINI
Ernesto LORENZO MARTELLI
Norina NIKOLETTA HERTSAK
Un notaro ORONZO D’URSO
Tre voci soliste VALERIIA MATROSOVA, MASSIMILIANO ESPOSITO, CARLO CIGNI
Orchestra e coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Daniele Gatti
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Regia Jonathan Miller ripresa da Stefania Grazioli
Scene e costumi Isabella Bywater
Luci Jvan Morandi realizzate da Emanuele Agliati
Allestimento del Maggio Musicale Fiorentino
Firenze, 23 marzo 2024
Serata particolare al Teatro del Maggio in concomitanza di gioiosi e tristi eventi illustrati prima della recita dal Responsabile Ufficio Stampa Paolo Antonio Klun che ha annunciato la nomina di Carlo Fuortes a Sovrintendente «da oggi il teatro può continuare a guardare avanti», ricordato le vittime dell’«attentato terroristico in un teatro a Mosca» e la scomparsa di Maurizio Pollini, il «grande artista che aveva il pianoforte nel cuore e lo trasferiva nelle mani» dedicandogli la recita. Lo spettacolo presentava tutti gli ingredienti per una buona riuscita: la bella regia – comprese le scene, i costumi e le luci – e la spumeggiante realizzazione musicale hanno offerto un ottimo insieme di idee ed immagini. Donizetti scrivendo al cognato Toto: «Questa buffa non mi costò che undici giorni, in tre atti» (Parigi, 27 novembre 1842), induce a pensare che il comporre richieda meno tempo rispetto all’allestimento di un’opera, ma alcuni brani che confluiranno nell’opera erano già esistenti e il tempo utilizzato per scrivere concerneva la bozza della partitura che aveva avuto bisogno di ripensamenti come l’ ‘aggiustamento’ del libretto con il coinvolgimento di Donizetti. A raccontare il Don Pasquale è il compositore, rivolgendosi a Gautier riguardo alla première parigina del 3 gennaio 1843: «Lo zio, rappresentato da Lablache […] molto scontento di quel birbante di suo nipote [Ernesto che preferisce sposare Norina, giovane vedova di modeste condizioni, della quale è innamorato, piuttosto che la ricca e nobile zitella come desierebbe lo zio tanto da volerlo diseredare]. […] Malgrado i suoi sessant’anni e […] la gotta, don Pasquale si considera ancora abbastanza arzillo […] da poter procreare eredi meno collaterali di Ernesto [tanto da consultare] il dottor Malatesta [il quale gli promette] di portargli una bella ragazza, dolce e timida». Si tratta del solito cliché: una persona attempata (don Pasquale) osteggia l’amore di due giovani (Ernesto e Norina) ma, grazie all’intervento di un altro personaggio che fa saltare il ‘diabolico’ piano (Malatesta), i due innamorati possono finalmente coronare il loro sogno (omnia vincit amor). Sono bastate le 5 battute iniziali dell’Allegro della Sinfonia per evidenziare la compattezza dell’orchestra e la cantabilità dei temi che, già dall’intervento del violoncello e la reiterazione con il fagotto nell’Andante mosso (anticipazione della Serenata di Ernesto: «Com’ è gentil la notte a mezzo») o nel Moderato (anticipazione della cavatina di Norina «So anch’io la virtù magica») hanno rivelato e anticipato la cantabilità delle prime parti dell’orchestra in una partitura in cui la narrazione e ricchezza di sfumature convergeva nel colore generato dal ruolo di certi strumenti. In una concezione più ampia essi erano altre voci che si univano ai cantanti e la cui bella espressività ricca di nuances, oltre a confermare l’ottima prestazione dell’Orchestra, implicava la raffinata concertazione e fervida fantasia di Daniele Gatti. Pertanto la tendenza ottocentesca di molti compositori a rendere quasi più ‘protagonisti’ gli strumenti (la stampa specificava “a scapito delle voci”) così come l’acustica racchiusa in uno spazio (casa delle bambole) spiegano il perché, in alcuni momenti, la percezione vocale poteva risultare meno appariscente. La visione interpretativa mirava a valorizzare le giovani voci dell’Accademia del Maggio, in un’opera che non risparmia ironia, leggerezza e perfezione teatrale unitamente ad un’attenzione per ogni dettaglio della partitura. Il risultato è stato un autentico connubio in cui a tenere insieme il tutto era l’armonia intesa come proporzione e corrispondenza. Il ritmo teatrale guardava sempre con rispetto quello musicale, mentre il movimento e caratterizzazione dei personaggi (anche quando salivano e scendevano le scale dell’abitazione disposta su tre piani), rendeva tutto più vivido (comprese le loro emozioni) e coinvolgeva gli spettatori lasciando loro una mutevolezza di partecipazione emotiva manifestata con il silenzio o piccole risate. A chi invece voleva cogliere e godere determinate sfumature doveva predisporsi ad una percezione più gestaltica in cui riconoscere il principio della figura-sfondo, relazioni significative tra i vari linguaggi artistici presenti nell’opera e la capacità di percepire, anche nell’essenzialità della scrittura musicale, la corrispondenza tra suono e ambiente o gli effetti onomatopeici come nella scena in cui Norina dà uno schiaffo a don Pasquale (Atto III) ove il gesto, concepito all’interno di una battuta con un accordo colmo di tensione (settima di dominante), accompagnato dall’intonazione di «prendi», non casualmente su due note (fa-si, intervallo di quinta diminuita discendente) produce scompiglio percettivo e crea altrettanta confusione nella definizione di “Dramma buffo”. Da evidenziare volentieri la bella, espressiva e agile vocalità, unita all’intelligenza interpretativa della talentuosa Nikoletta Hertsak così come quella sicura, spavalda e attenta di Matteo Mancini cui si aggiunge il coraggio di Lorenzo Martelli nell’affrontare il ruolo (forse poco valorizzato vocalmente da Donizetti) di Ernesto insieme alla maestria, acquisita dall’esperienza, di Marco Filippo Romano, senza dimenticare gli apprezzabili interventi di Oronzo D’Urso e di Matrosova, Esposito e Cigni. In questo “interminabile andirivieni” di personaggi, pur nei brevi interventi concentrati nel III Atto, una grande nota di merito al coro (ben preparato da Lorenzo Fratini) perché ha evidenziato sicura presenza scenica e una fervida musicalità. Il pubblico, molto numeroso, ha salutato gli interpreti con ripetuti applausi, decretando così un pieno successo alla rappresentazione.

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